jueves, 31 de julio de 2008

Honduras entra en el ALBA



http://www.aporrea.org/imagenes/2008/07/p_31_07_2008.jpg
Credito: www.allanmcdonald.com

El presidente de Honduras, Manuel Zelaya, anunció este miércoles que Honduras se sumará a la Alternativa Bolivariana para los pueblos de América (ALBA), iniciativa integrada por Cuba, Nicaragua y Venezuela.

"La decisión política del Gobierno, en busca de mejores alternativas de solución para los problemas históricos del país es entrar como miembro pleno del Alba", afirmo Zelaya en una rueda de prensa durante la reunión ministerial de Petroalimentos.
"Ya fuimos suscriptores del acuerdo de Petrocaribe y hemos estado como miembros observadores del Alba", agregó el mandatario.

L'orizzonte cubano è l'integrazione latinoamericana

Tito Pulsinelli

I salti di gioia dei cubani di Miami quando seppero della malattia di Fidel Castro sono un ricordo diafano e comico: possono riporre in cassaforte gli "atti castali" e titoli di proprietà pre-1959. Il tiranno non cade perchè il film che hanno in testa -e che hanno irradiato al mondo- è semplicemente una fiction. E' irreale. Cuba non è una tirannia, non ha gulag tropicali, è un Paese sovrano che solo alle porte del Novecento ha scacciato il decaduto impero spagnolo, per dover subire immediatamente l'invasione delle navi da guerra con vessilli a stelle e strisce.

L'indipendenza reale, la sovranità effettiva è arrivata solo con l'entrata all'Avana dei barbudos, e l'ha difesa con grande coraggio nel corso di mezzo secolo, edificando uno Stato forte ed una economia centralizzata e pianificata. I gringos non hanno lasciato altra alternativa, poichè nel DNA della loro geopolitica espansionista, i Caraibi erano e restano un mare nostrum.
E il destino di Cuba doveva essere simile a quello di Portorico, Haiti o Repubblica Dominicana. Non ci sono riusciti.

Fidel oggi è un illustre pensionato, c'è stata una transizione di potere, e gli Stati Uniti sono rimasti impotenti, guardando sfuggire la "famosa ora X" che tanto avevano sognato e mitizzato. Dopo il cambio al vertice, Cuba fa i primi passi verso l'evoluzione del sistema economico e guarda avanti, con gli occhi fissi sull'integrazione regionale sudamericana.
I gringos continuano imperterriti con il blocco e l'embargo, come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano. Ma non possono fare nulla per impedire che il corso delle cose prenda una china diversa dai loro pietrificati desideri.
Questo dato rispecchia fedelmente il reale rapporto di forze esistente -oggi- tra l'America latina e quella ango-sassone.

Cuba è meno isolata oggi, e gli scambi commerciali sono più floridi e diversificati che nel resto della sua storia. Possono contare su ragguardevoli giacimenti di idrocarburi che ne garantiranno l'autonomia energetica futura.
L'orizzonte della nuova Cuba è il blocco regionale sudamericano, fa già parte dell'Alternativa Bolivariana delle Americhe (ALBA) ed appartiene a Petrocaribe, come tutti i paesi caraibici. Ha buoni rapporti con tutti (meno gli Stati Uniti).

Affermare che "...Raúl Castro vede Chávez come un mal di testa, a causa della sua retorica e della suo atteggiamento duro verso diversi paesi. Chávez non è la persona giusta per aiutare Cuba nel processo di normalizzazione delle relazioni internazionale" (1), è cosa assai discutibile. E' l'opinione molto personale di Luiz Alberto Moniz Bandeira.

Cuba ha già eccellenti relazioni internazionali, inoltre la collaborazione con il Venezuela le ha garantito la risoluzione del problema energetico: sono finite le interruzioni del servizio elettrico, e questo si riflette positivamente anche sulla produzione.
Il Venezuela ha già riattivato una raffineria "sovietica" dismessa da venti anni, ed è quasi pronta la seconda. PDVSA è impegnata ad attivare l'estrazione e i nuovi pozzi. PDVSA è una multinazionale 100% statale, mentre Petrobras ha una partecipazione minoritaria dello Stato brasiliano, per questo la prima è già all'opera.
Il Venezuela, inoltre, si è garantito un servizio nazionale di assistenza medica grazie al baratto petrolio/medici-e-medicine vigente con Cuba.


La visione del Sudamerica di Luiz Alberto Moniz Bandeira è molto carioca, questo è comprensibile, però è approssimativa ed inesatta quando dice "...il Venezuela ha i propri problemi economici, nonostante le sue enormi riserve di dollari. A seguito del calmieramento dei prezzi e della crescente inflazione, c’è penuria di medicine e di alimenti di base, come il latte, lo zucchero, le uova, la carne, il pollame".

Il Venezuela è così dall'inizio del Novecento, quando la scoperta del petrolio in una nazione di 3 milioni di abitanti, distorce e blocca definitivamente la trasformazione nel mondo rurale. Non c'è stata una rivoluzione industriale perchè non è mai estita una borghesia rurale capace di intraprendere qualcosa di serio.
Ha sempre importato il 70% del fabbisogno alimentare, ma oggi questa dipendenza è scesa al 50%; pertanto è riduttivo e fuorviante asserire che "...tutto ciò ricorda a Raúl Castro le distorsioni economiche che obbligarono l’Unione Sovietica a tagliare gli aiuti a Cuba".
Il Venezuela -al pari del Brasile- è al quinto anno consecutivo di crescita economica sostenuta, e la scarsità cui allude si riferisce all'esplosione mondiale del problema agro-alimetare, che risale a un anno e mezzo addietro. E coincide -tra l'altro- con il patto sull'etanolo sottoscritto da Bush e Lula. Ad ogni modo, oggi, è la Florida ad aver razionato i beni di consumo di prima necessità.

Moniz Bandeira ignora che lo Stato venezuelano moderno, è da sempre poggiato sulla rendita delle sue risorse naturali, ed è sempre stato un grande attore economico, un grande capitalista, che ha finanziato l'iniziativa privata, i privilegi e il livello di vita della elites.
Può permettersi di nazionalizzare tutto -persino la banca- e non sarebbe espropriazione perchè dispone della capacità di indennizare.


Il Venezuela è il frutto del colonialismo delle multinazionali petrolifere del secolo XX, che è capace di pianificare economie totalmente dipendenti, orientate a ri-esportare immediatamente tutti i dollari del petrolio per importare tutto il resto. La rivoluzione bolivariana sarà tale se capovolgerà questa dipendenza.
Cuba ha bisogno del Venezuela, del Brasile, dell'Argentina e dell'Ecuador -e viceversa- perchè il superamento dei limiti di ogni nazione latinoamericana sarà possibile solo con il concorso di tutti gli altri Paesi.
Il blocco regionale non potrà alimentarsi solo con la soya prodotta dalla Monsanto e Cargill in Argentina e Brasile; nè la zona industriale de Sao Paulo può prescindere dall'elettricità prodotta dalla mega-centrali del Paraguay. E nessuno può funzionare senza il gas della Bolivia e del Venezuela. La diversificazione produttiva e la fine del latifondismo della soya, sarà una meta realistica solo con il blocco regionale sudamericano.

O ci sarà l'integrazione o continuerà la dipendenza e la vulnerabilità -certo relative e variabilili- cui nessuno potrà sfuggire: dal Rio Bravo fino alla Terra del Fuoco. Incluso il Brasile.


(1) (1)http://www.eurasiarivista.org/cogit_content/articoli/EkEZuEuuFpYdHhJbce.shtml

miércoles, 30 de julio de 2008

Chavez-Juan Carlos: ¿Quién es el verdadero rey?

Alfredo Jalife R.
www.jornada.unam.mx
Mexico

En México, el gobierno neototalitario panista y sus multimedia sovietizados exorcizan en forma medieval la imagen de Hugo Chávez, a niveles peores que a Mefistófeles, mientras en España, en un movimiento de rectificación, el rey Juan Carlos y el presidente de gobierno, José Luis Rodríguez Zapatero, le han tendido la alfombra roja. ¡Los milagros que produce el petróleo!

Cuando la muy primitiva aznarización (ver Bajo la Lupa, 26/12/07; 9 y 30/4/08) ha llevado los intereses españoles a su nivel más bajo en Latinoamérica, se escenifica una reconciliación de alcances estratégicos geoenergéticos entre el rey Juan Carlos y el presidente Chávez. En la modernidad del inicio del siglo XXI, ¿quién es el verdadero rey de los dos?

The Times, periódico londinense ultra-conservador y ultraneoliberal en la principal monarquía occidental, no hace mucho calificó a Chávez como el “rey de Latinoamérica”, debido a que Venezuela posee las mayores reservas del mundo, cuando se suma el petróleo convencional (de fácil acceso) y el no convencional (v.gr, los hidrocarburos pesados de la Faja del Orinoco).

En una lectura sicoanalítica es muy probable que el arrebato poco monárquico en la cumbre iberoamericana de Santiago de Chile de parte de Juan Carlos, rey anacrónico y sin hidrocarburos, se haya debido a su consternación frente al ascenso irresistible del “nuevo rey de Latinoamérica”, cuando la empresa pirata española Repsol era expulsada de la región: Venezuela, Bolivia y Argentina.

Más lejos, en Argelia y hasta en la parte estadunidense del Golfo de México, Repsol había tirado la toalla con la excepción abusiva de México gracias a la dilapidación de Fox y la dupla Calderón-Mouriño que entregaron casi la cuarta parte del gas mexicano a las empresas españolas, que por cierto habría que renacionalizar o renegociar.

El rotativo filomonárquico y ultraconservador ABC, de Madrid (26/7/08), tituló a ocho columnas la espectacular reconciliación entre el rey español alicaído y el nuevo rey de Latinoamérica: “Chávez promete a España petróleo más barato y facilidades para Repsol” y conjetura que “en el fondo de esta reanudación de relaciones, la posibilidad de que Venezuela garantice para siempre (¡súper sic!) el suministro de petróleo a España, a través de las inversiones de Repsol, que podría (sic) contar con dos campos de extracción en la Faja del Orinoco”.
Y más adelante clava la estocada: “el crudo ha sido el leit motiv de la visita: Venezuela venderá a España 10 mil barriles de petróleo a 100 dólares (ahora está a 123 dólares) a cambio de tecnología”. ¿De cuando acá España posee tecnología que no sea alquilada de las principales trasnacionales anglosajonas?

La venta de crudo se podría triplicar y hasta multiplicar 20 veces, como el muy generoso “nuevo rey de Latinoamérica” (acompañado por el ministro de Energía, Rafael Ramírez) confirmó: “Repsol podría producir 200 mil barriles de petróleo diarios que podrían garantizar para siempre (¡súper sic!) el suministro a España”.

El estribillo para siempre significa “cien años de abasto”, según el nuevo rey de Latinoamérica (El Universal, de Venezuela, 26/7/08). El rotativo ABC suministra los pormenores del acuerdo: “España rehabilita (sic) a Chávez a cambio de comprarle petróleo a menor precio; Venezuela venderá 10 mil barriles diarios a 100 dólares y Repsol podría explotar un nuevo campo petrolífero”. El aznarista Mariano Rajoy, líder de la oposición del PP, pegó el grito en los cielos y preguntó lastimosamente la razón por la cual Obama “dejó fuera a España” de su exitoso periplo por Europa.

El editorial de ABC considera que Zapatero (sic) le había otorgado un “balón de oxigeno a Chávez”, perdedor en todos los frentes, a su juicio, a quien coloca como un paria de la “comunidad internacional” y colma de invectivas: “autócrata”, “populista” e “intervencionista” (sic).
Mata de risa que el aznarista ABC perore sobre el “intervencionismo” ajeno. Peor aún: ABC no oculta su racismo al fustigar los “devaneos” de Zapatero con “indigenistas (¡súper sic!) de Iberoamérica”. ¡Uf!

¿Qué significará “comunidad internacional”, cuando el “nuevo rey de Latinoamérica” mantiene excelentes relaciones con el BRIC (Brasil, Rusia, India, China), la OPEP, los 57 países de la Organización de la Conferencia Islámica y con Francia, Gran Bretaña y El Vaticano en Europa?
¿No son más bien el bushismo-blairismo-aznarismo y rotativos como ABC (y sus caricaturas en Latinoamérica), que se encuentran precariamente aislados de la verdadera “comunidad universal”?

Los aburridos soliloquios de los fundamentalistas neoliberales reflejan su caduco unilateralismo derrotado. Pero tampoco hay que perder de vista que también se encontraban en peligro las inversiones de BBV, Santander y Repsol por 2 mil 400 millones de dólares en Venezuela (El Economista español, 25/7/08).

Existe algo más profundo y no se puede soslayar el relevante papel mediador que ha jugado Javier Solana, en nombre de la Unión Europea, para seducir a Irán a un acuerdo todavía más espectacular con Estados Unidos. No hay que olvidar que existe un eje estratégico geoenergético entre Irán y Venezuela por lo que no sería sorprendente que detrás del arreglo entre España y Venezuela se encuentre la sombra de los ayatolas. Curiosamente, la distensión triangulada entre España, Venezuela e Irán se escenifica en forma acompasada.

España opera un juicioso golpe de timón y se ajusta a la nueva correlación geoestratégica y geoenergética de fuerzas, y parece adelantarse a una presidencia de Obama en Estados Unidos al desechar los fantasmas cavernarios de la aznarización y a sus intelectuales tropicales, furibundos antichavistas, quienes adoptaron la agenda unilateral bélica de los neoconservadores straussianos en Latinoamérica.
La reconciliación entre España y Venezuela, de paso con Irán, tira al basurero de la verdadera historia las derrotadas tesis unilaterales ultrabélicas y neoliberales de la tripleta Aznar-Krauze-Castañeda en Latinoamérica (a este nivel no pintan Fox, Espino ni Calderón).

Primun vivere, dopo filosofare (primero sobrevivir y luego filosofar) parece ser el axioma adoptado por Rodríguez Zapatero, quien en forma multilateral, con la peor crisis financiera de la historia española a cuestas que le legó el fundamentalista fiscalista neoliberal y ultrabélico Aznar López (ver Bajo la Lupa, 23/7/08), se aleja de las políticas unilaterales de Bush-Blair-Aznar y busca desesperadamente el suministro de hidrocarburos en medio de la grave crisis geoenergética mundial. ¿Quién finalmente dio “oxígeno” a quién? Murió el viejo rey. ¡Viva el nuevo rey!: el petróleo, por supuesto.

IIRSA: El Pacífico, ruta de los minerales

El camino del saqueo

www.malvinense.com.ar

La Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana (IIRSA), es el camino del saqueo que está en marcha desde hace tiempo: un nuevo enclave en el norte de Chile forma parte de la ruta minera. Mientras los fiscales argentinos se sorprenden por las omisiones aduaneras de La Alumbrera que embarca el concentrado por el Atlántico ¿se controla acaso el que parte por la cordillera?

Ya funcionan en el puerto de Antofagasta gigantescos galpones construidos por iniciativa de dos firmas: Antofagasta Terminal Internacional (ATI) y la Fundición Altonorte, para acopiar el concentrado de cobre proveniente del extranjero. El gerente general de Altonorte, José Antonio Urrutia (Presidente de Barrick Gold en Chile) y la División Norte de Chile de Xstrata Copper (La Alumbrera), inauguraron una planta para “importar”el concentrado de cobre que no es un galpón cualquiera.

Un saqueo bien pesando. Antofagasta: depósitos de Barrick, Alumbrera y Agua Rica

* El cobre de Agua Rica saldría por el Pacífico
La Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana (IIRSA), es el camino del saqueo que está en marcha desde hace tiempo: un nuevo enclave en el norte de Chile forma parte de la ruta minera. Mientras los fiscales argentinos se sorprenden por las omisiones aduaneras de La Alumbrera que embarca el concentrado por el Atlántico ¿se controla acaso el que parte por la cordillera?

Los camiones que en mayo del corriente fueron paralizados por los asambleístas de Tinogasta provenían de Chile y cada vez que lo hacen no retornan con las bodegas vacías.

Ya funcionan en el puerto de Antofagasta gigantescos galpones construidos por iniciativa de dos firmas: Antofagasta Terminal Internacional (ATI) y la Fundición Altonorte, para acopiar el concentrado de cobre proveniente del extranjero. El gerente general de Altonorte, José Antonio Urrutia (Presidente de Barrick Gold en Chile) y la División Norte de Chile de Xstrata Copper (La Alumbrera), inauguraron una planta para “importar”el concentrado de cobre que no es un galpón cualquiera. Tiene capacidad para veinte mil toneladas de ese mineral “con el objeto de acopiar el que se obtiene de los yacimientos de Argentina y Perú”, fueron las palabras del propio Urrutia.

La instalaciones poseen un sistema de humectación mediante duchas en el techo del galpón porque de ese modo se evita que el concentrado entre en combustión espontánea y además se puede guardar por treinta días, tiempo para ser embarcado y sacado del continente.

A Chile le vendieron el negocio de importar cobre y reexportarlo con mayor valor agregado, además de garantizar movimiento lucrativo constante por el puerto de Antofagasta.

En la actualidad, Mina Alumbrera pierde mineral en cada rotura del mineroducto y los costos de recuperación más el conflicto con las poblaciones afectadas, multas tucumanas, levantamientos populares en Catamarca y Santiago del Estero, descarrilamiento de los trenes hacia San Lorenzo y las denuncias por contrabando de embarques por esa aduana rosarina, le hicieron retornar a la idea de que el camino más corto y seguro es la línea recta y el Pacífico una buena salida. Cuestión de rentabilidad y costos, pero también de eludir conflictos y pesquisas.

Uno de los cerebros de esta gestión es el chileno José Antonio Urrutia, el mismo que no tuvo reparos en admitir que el texto del tratado binacional minero de implementación conjunta es obra suya porque “Barrick necesitaba estabilidad política e integración entre los dos países para explotar minerales.” Por aquellos años él aún no era ejecutivo de Barrick sino funcionario del gobierno de Chile.

Agua Rica no quiere historietas raras con mineroductos de 316 kilómetros y mientras espera caminos y ductos del IIRSA hacia los puertos del Pacífico, duda en hacer una planta procesadora propia o bien gestionar los depósitos de Antofagasta, al lado de la Fundición Altonorte.

La compañía de origen suizo, Xstrata Copper, intenta construir tres centrales hidroeléctricas en la patagonia chilena, en la zona de Aysen, un área sísmica que en pocos años vivió las cenizas de los volcanes Hudson y Chaiten.

En los encuentros patagónicos que efectuamos entre chilenos y argentinos previendo el avance de mega emprendimientos mineros e hidroeléctricos, se conformó una suerte de Parlamento Patagónico de ambos países porque las fuentes de aprovechamiento eléctrico de las transnacionales mineras y el gran consumo de agua, componen los dos insumos principales para explotar los yacimientos diseminados polimetálicos. Sin ellos no hay minería posible.

Seis mil litros de agua por segundo que viajarían en dos acueductos desde Argentina a Chile (de Salta a Atacama) es el plan de estas trasnacionales que operan minas de cobre en virtuales desiertos. El agua que le falta a las comunidades irá a los lodos mineros.

IIRSA es la mejor planificación para el saqueo de los bienes comunes de los pueblos del sur en los últimos quinientos años. Significa desarrollar la infraestructura en los sectores de transporte, energía y telecomunicaciones para una suerte de “regionalismo abierto”, en teoría, para beneficio de un continente que desea exportar con el menor costo posible, además de poder hacerlo.

Visto al revés (que es precisamente lo que sucede) IIRSA es la imposición del Norte de una infraestructura para la extracción y exportación de productos primarios en manos de corporaciones transnacionales que operan facilitadas por leyes leoninas.

El plan de obras fue concebido en la reunión de presidentes de América del Sur, en Brasilia, en el año 2000, pero la iniciativa en realidad fue promocionada por la banca mundial, la Corporación Andina de Fomento (CAF), el Banco Interamericano de Desarrollo (BID) y el Fondo Financiero para el Desarrollo de la Cuenca del Plata (Fonplata).

El ALCA es la cabeza invisible de miles de proyectos con carácter extractivo, si por ese término se entienden, los combustibles fósiles, los biocombustibles, los minerales críticos y estratégicos, el cereal transgénico, la madera y la celulosa, la depredación pesquera y la forestal, por citar algunos ejemplos.

El plan requiere no sólo instrumentos de financiamiento porque para eso están las empresas que lo proponen, la banca internacional, sino fundamentalmente integración energética, tratados binacionales, facilitación de pasos fronterizos (rutas bioceánicas), vías fluviales navegables, puertos, represas hidroeléctricas, sistemas de transporte marítimo, en fin, las vías adecuadas para que con el menor costo se obtenga y se trasladen los bienes comunes que, como se sabe, expresa mejor el concepto depredador que el de recursos naturales. IIRSA, dijimos, son las vías del saqueo, los tratados y las leyes fueron su antesala.

Javier Rodríguez Pardo, MACH-SEPA- RENACE. Unión de Asambleas Ciudadanas (UAC).

















America latina: La guerra sporca alla democrazia

John PILGER

Sottotono rispetto al clamore suscitato dalla strombazzata conquista dell’Iraq e dalla campagna contro l’Iran, la superpotenza mondiale ha già cominciato una guerra trascurata dai grandi mezzi di comunicazione, contro un altro continente: l’America latina.

Mediante la concessione di deleghe, Washington mira a restaurare al potere politico un gruppo privilegiato, la sedicente classe media, ad assolvere lo psicotico regime colombiano e i suoi mafiosi dalle loro responsabilità sulle stragi e sul commercio di droga, e di porre fine alle speranze suscitate tra la maggioranza povera dell’America latina dai governi riformisti di Venezuela, Ecuador e Bolivia.

In Colombia, il campo di battaglia principale, la natura classista della guerra e’ distorta dai guerriglieri delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, conosciute come FARC, il cui proprio ricorso ai sequestri e al commercio di droga ha fornito una scusa con cui delegittimare quelli che nell’epopea ribelle dell’America latina si sono distinti per essersi opposti al regime proto-fascista di George W Bush.

Non si combatte il terrore con il terrore disse il presidente Hugo Chavez mentre i bombardieri americani sterminavano migliaia di civili in Afghanistan nei giorni successivi all’11 settembre. Da quel momento il suo nome e’ stato sulla lista nera. Anche se, come dimostrato in ogni elezione, Chavez affermava il pensiero della maggioranza degli esseri umani che hanno capito che la guerra al terrore e’ una crociata per il dominio globale.

Praticamente da solo tra i leader mondiali che si opponevano a Bush, Chavez fu dichiarato un nemico, e i suoi piani per una efficiente socialdemocrazia indipendente dagli USA una minaccia alla presa di Washington sull’America latina.
Anche peggio” ha scritto l’esperto di affari sudamericani James Petras, “le politiche nazionalistiche di Chavez hanno rappresentato un’alternativa credibile in America latina in un periodo (2000-2003) in cui le rivolte di massa e la caduta dei governanti filo-USA erano costantemente la notizia del giorno."
E’ impossibile sottostimare come e’ stata percepita la minaccia di questa alternativa dalla classe media in paesi così rigogliosi di privilegi e povertà.

In Venezuela, la loro “grottesca fantasia di essere dominati da un brutale dittatore comunista”, sempre citando Petras, ricorda la paranoia dei bianchi sudafricani che appoggiavano il regime dell’apartheid. Così come in Sudafrica, anche in Venezuela il razzismo e’ diffuso e i poveri sono ignorati e disprezzati. E una barzelletta che gira a Caracas descrive Chavez, meticcio, come una “scimmia”.
Queste piccole cattiverie non hanno origine solo dietro le mura dei quartieri residenziali dei super-ricchi chiamati Country Club, ma anche dagli imbroglioni del loro rango facenti parte del management di medio livello, giornalismo, pubbliche relazioni, arti e cultura e altre professioni che si identificano indirettamente con l’“american way of life”.

I giornalisti di stampa e televisione hanno giocato un ruolo cruciale, riconosciuto da uno dei generali e banchieri che provarono senza successo a rovesciare Chavez nel 2002. Non ce l’avremmo fatta senza di loro ha detto, i media erano la nostra arma segreta”.

Molte di queste persone si considerano liberali e godono dell’ascolto privilegiato di giornalisti stranieri a cui piace dichiararsi “di sinistra”. Non e’ una sorpresa. Quando Chavez e’ stato eletto per la prima volta nel 98, il Venezuela non era una tipica tirannia sudamericana, ma una democrazia liberale con alcune libertà, guidata da e per la sua elite, che aveva saccheggiato il profitto derivante dal petrolio e ne lasciava cadere le briciole sui milioni di invisibili dei “barrios”. Un patto tra i due partiti principali, conosciuto come puntofijismo ricordava la convergenza tra New Labour e Tories in Gran Bretagna e tra Repubblicani e Democratici negli USA. Per loro l’idea di sovranità popolare era un’eresia, e lo e’ tuttora.
Prendiamo l’istruzione universitaria. Nella “statale” ed elitaria Università Centrale Venezuelana, finanziata da fondi pubblici, più del 90% degli studenti viene dalle classi medio-alte. Questi e altri studenti sono stati infiltrati da gruppi legati alla CIA e, nel difendere i loro privilegi, sono stati lodati da illustri liberali stranieri.

Con la Colombia come linea del fronte, la guerra alla democrazia in America Latina ha Chavez come il suo principale obiettivo. E non e' difficile capirne il perché. Una delle prime misure di Chavez fu quella di rivitalizzare l’organizzazione dei produttori di petrolio OPEC e far schizzare il prezzo del petrolio a livelli record.
Riducendone contemporaneamente il prezzo per i paesi più poveri dell’America centrale e dei Caraibi e usando la nuova ricchezza nazionale per pagare debiti, in particolare quello dell’Argentina ed espellere di fatto il Fondo Monetario Internazionale da un continente su cui una volta comandava.
Chavez ha dimezzato la povertà, mentre il PIL e’ notevolmente cresciuto. Ma soprattutto ha dato ai poveri la speranza di credere che la loro vita sarà migliore.

La cosa ironica e’ che, a differenza di Fidel Castro a Cuba, lui non ha presentato nessuna minaccia reale per i ricchi che anzi sono diventati ancora più ricchi sotto la sua presidenza. Quello che ha dimostrato e’ che una socialdemocrazia può prosperare e il benessere che ne deriva può raggiungere gli strati più poveri della popolazione senza gli effetti del “neoliberalismo”, un modo di pensare non proprio estremista, in passato patrimonio dei laburisti inglesi.

Quei cittadini venezuelani che non sono andati a votare per il referendum sulla costituzione un anno fa lo hanno fatto per esprimere la loro protesta sul fatto che una socialdemocrazia moderata non e’ abbastanza se i corrotti burocrati rimangono al loro posto e le fogne continuano a traboccare. Questa critica alla Rivoluzione Bolivariana di Chavez proveniente dai barrios e’ totalmente scomparsa ingoiata dalla propaganda senza fine dei media venezuelani ed esteri sui supposti progetti dittatoriali del presidente.

Dall’altra parte del confine, gli Stati Uniti hanno fatto della Colombia l’Israele dell’America latina. Come parte del “Plan Colombia”, più di 6 miliardi di dollari di armi, aerei, forze speciali, mercenari e logistica sono stati regalati a pioggia ad alcuni fra i peggiori assassini in circolazione. I continuatori delle politiche del Cile di Pinochet e delle altre Juntas che hanno terrorizzato l’America latina per una generazione, le loro varie gestapo istruite alla School of the Americas in Georgia.
Non gli abbiamo insegnato solo a torturare”, mi disse un ex istruttore americano, “ma anche ad uccidere, assassinare, eliminare”. Tutto ciò viene applicato alla lettera in Colombia dove gli eccidi da parte di gruppi finanziati dal governo sono ben documentati nei rapporti di Amnesty, Human Rights Watch e molti altri.

In uno studio su 31656 omicidi extragiudiziali e sparizioni violente tra il 1996 e il 2006, la Commissione dei Giuristi Colombiani ha riportato che il 46% e’ stato ucciso da squadroni della morte di destra e il 14% dalle FARC. I paramilitari sono stati responsabili della maggior parte dei 3 milioni dei profughi e sfollati all’interno del paese. Questi sono i tragici effetti della pseudo “guerra alla droga” del Plan Colombia il cui reale intento è quello dell’eliminazione delle FARC.
A quell’obiettivo adesso ne e’ stato aggiunto un altro: quello di una guerra fredda contro le nuove democrazie popolari, specialmente il Venezuela.

Le forze speciali statunitensi "consigliano" l'esercito colombiano di attraversare il confine e uccidere o rapire cittadini venezuelani e infiltrare agenti paramilitari per testare la lealtà delle forze armate venezuelane verso il loro governo. Il prototipo e’ la guerra dei “Contras” orchestrata dalla CIA in Honduras negli anni ’80 che fece cadere il governo riformista in Nicaragua.
La sconfitta delle FARC è ora vista come un preludio ad un attacco a tutto campo contro il Venezuela se la sua elite, rinvigorita dalla sua stretta vittoria referendaria dell’anno passato, riesce ad allargare la sua base nelle prossime elezioni amministrative di novembre.

Nel 1991 un “declassified report” della DIA (US Defense Intelligence Agency) rivelò che l’allora senatore Uribe aveva “lavorato per il cartello di Medellin oltre ad essere un “amico intimo” del barone della droga Pablo Escobar. Ad oggi, 62 dei suoi alleati politici sono stati indagati per i loro stretti legami con i paramilitari e i loro squadroni della morte.
Rivelatore e’ il destino dei giornalisti che hanno fatto luce sulla sua ombra. L’anno scorso quattro giornalisti di punta hanno ricevuto minacce di morte dopo aver criticato Uribe.

Dal 2002 almeno 3 giornalisti sono stati assassinati in Colombia. L’altra abitudine di Uribe e’ calunniare i sindacati e le organizzazioni per i diritti umani accusandoli di essere “collaboratori delle FARC”. Questo li segna per sempre. Gli squadroni della morte colombiani, scrive Jenny Pearce, autrice dell’acclamato “Under the Eagle: US intervention in Central America and the Caribbean” (1982), “sono sempre più attivi, confidando nella riuscita che ha avuto il tentativo del presidente di aizzare il paese contro le FARC e nella poca attenzione che di conseguenza verrà prestata alle loro atrocità".

Con Uribe si congratulò personalmente Tony Blair, il che evidenzia lo storico e per lo più segreto ruolo che ha avuto il Foreign Office in America latina. Gli aiuti all’esercito colombiano, insabbiato fino al collo nei rapporti con gli squadroni, includono l’addestramento di “contro-rivolta” da parte delle SAS a unità militari come il “Batallon de alta montana” ripetutamente condannato per atrocità.
L’8marzo dei funzionari colombiani sono stati invitati dal ministero degli esteri al
counter-insurgency seminary” al centro di conferenze di Wilton Park, nel sud dell’Inghilterra. Raramente il Foreign Office ha così sfacciatamente esposto i killer di cui è mentore.

Il ruolo dei media occidentali segue modelli usati in precedenza, tipo le campagne che diedero il via allo smembramento della Jugoslavia e la credibilità data alle bugie riguardo le armi di distruzione di massa in possesso del governo iracheno. L’ammorbidimento dell’opinione pubblica in previsione di un attacco al Venezuela è già cominciato, con la ripetizione di simili bugie e calunnie.
Il 3 febbraio il London Observer ha dedicato 2 pagine ad asserzioni riguardanti presunte collusioni di Chavez con i cartelli della droga colombiani. Ricalcando i suoi precedenti allarmanti editoriali sui legami tra Saddam Hussein e Al-Qaeda, il titolone dell’Observer era : “Scoperto: ecco il ruolo di Chavez nel cammino della Cocaina verso l’Europa.” Le asserzioni erano inconsistenti; Dicerie infondate. Nessuna fonte identificata. Di certo con il chiaro intento di pararsi, il reporter ha scritto: “Nessuna fonte con cui ho parlato ha accusato Chavez stesso di avere un ruolo preciso nella gigantesca macchina del commercio di droga colombiano”.

Nei fatti, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Crimine e la Droga ha dichiarato che il Venezuela partecipa in pieno a programmi anti-droga internazionali e nel 2005 ha sequestrato il terzo più alto quantitativo di cocaina a livello mondiale. Anche il ministro degli esteri britannico Kim Howells ha fatto cenno alla “importantissima cooperazione del Venezuela”. La calunnia della droga è stata rafforzata ultimamente dalle voci riguardo i rapporti sempre più stretti di Chavez con le FARC (vedi “Dangerous liasons”, New Statesman, 14 Aprile). Ancora una volta “non ci sono prove”, dice il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani.

Su richiesta di Uribe, e appoggiato dal governo francese, Chavez ha svolto un ruolo di mediazione nel tentativo di ottenere il rilascio degli ostaggi in mano alle FARC. Il 1 Marzo il tavolo di negoziazione è stato mandato all’aria da Uribe che, con l’assistenza logistica di Washington, ha sparato dei missili su un sito in Ecuador, uccidendo Raul Reyes, il negoziatore di più alto livello delle FARC. L’esercito colombiano afferma di aver rinvenuto sul laptop di Reyes una e-mail che confermerebbe il passaggio di 300 milioni di dollari da Chavez alle FARC. L’affermazione è falsa.

Il documento fa riferimento a Chavez solamente in relazione allo scambio di ostaggi. Il 14 aprile Chavez ha aspramente criticato le FARC: “Se fossi un guerrigliero” ha detto “non avrei bisogno di rapire una donna, o uomini che non sono soldati. Liberate i civili!
In ogni caso, queste fantasie hanno intenti letali. Il 10 Marzo l’amministrazione Bush ha dichiarato che intende mettere la democrazia popolare venezuelana nella lista degli “stati terroristici”, insieme alla Corea del Nord, la Siria, Cuba, il Sudan e l’Iran; Quest’ultimo è in costante attesa di un attacco dal leader degli “stati terroristici” mondiali.

Traduzione per Comedonchisciotte a cura di Mauro Morellini

Vía Campesina apoya Petrocaribe y pide...



Vía Campesina Centroamérica apoya PETROCARIBE


Las organizaciones miembros de Vía Campesina integrada por pequeños y medianos agricultores quienes por siglos hemos garantizado la alimentación de nuestros pueblos a pesar de que no contamos con el apoyo público necesario para el desarrollo de nuestras actividades productivas.

Las políticas neoliberales han llevado a los gobiernos al desmantelamiento de todas las infraestructuras y políticas nacionales para el apoyo a la producción campesina y se han dedicado a la promoción de productos de agroexportación en detrimento de la producción de alimentos, profundizando hoy la crisis alimentaria, el calentamientoglobal, la pobreza, migración y la desarticulación de la economía campesina.

La Vía Campesina desde hace mucho tiempo ha venido advirtiendo que la producción agrícola impuesta por el modelo neoliberal es lo que nos ha llevado a la actual crisis alimentaria, por eso consideramos de mucha importancia que PETROCARIBE retome y apoye la producción agroalimentaria para lograr la soberanía alimentaria. Ya que en la Vía Campesina estamos seguros que solo la producción campesina e indígena, además de alimentar
a la población garantiza el enfriamiento del planeta.

Por lo que demandamos a los Ministros de Agricultura miembros de PETROCARIBE, que se reunirán el día de mañana en Tegucigalpa – Honduras, la siguiente propuesta para que sea incluida en el texto de su declaración:

1. Integrar a la Vía Campesina y sus referentes nacionales como miembros efectivos para el desarrollo de la agricultura y de los programas dedesarrollo rural que impulse el consejo de Ministros de PETROCARIBE.

2. Complementar las habilitaciones de procesos, asociativos, de pequeños y medianos productores agroalimentarios, incluyendo a las mujeres en igualdad de derechos.

3. Fomentar nuevos circuitos de la industria agroalimentaria para la articulación de la economía popular y solidaria de aquellos productores y consumidores tradicionalmente marginados, cuyo acceso a los créditos, medios para la producción y cadenas de valor no han estado en la representación ejecutiva de las políticas públicas.

4. Apoyar los procesos de legalización, titulación y acceso a nuevos beneficiarios de la Reforma Agraria, que provea de tierra a aquellos productores agrícolas, que en este momento no tienen estos recursos para producir.

Dado en la ciudad de Tegucigalpa a los 29 días del mes de julio del año
2008.

Vía Campesina Centroamérica

COCOCH – CHMC – CNOC – CUC – CONIC – CONAVIGUA – ANTA – CNTC – ATC – MAF
– UPA-Nacional – MNC – UNAG – BAPO – APEMEP

¡Globalicemos la lucha… globalicemos la esperanza!

¡Soberanía alimentaria… por un futuro sin hambre!

martes, 29 de julio de 2008

Brasil calificó de "irrelevantes" datos de Uribe sobre FARC

El asesor especial para Asuntos Internacionales de la presidencia brasileña, Marco Aurelio García, calificó como "irrelevantes" las informaciones sobre conexiones de la guerrilla Farc en territorio brasileño que el gobierno colombiano entregó a Brasil en los últimos meses.

El principal asesor en asusntos externos del presidente Luiz Inacio "Lula" Da Silva, confirmó que el gobierno colombiano le entregó a Brasil en diferentes ocasiones datos sobre las Farc que carecen de valor informativo.

García no hizo referencia a las informaciones sobre el grupo insurgente entregadas por el presidente colombiano, Álvaro Uribe Velez al mandatario brasileño durante su encuentro en Bogotá, el pasado 19 de julio, tal como lo dio a conocer el ministro de Defensa, Juan Manuel Santos.

Santos refirió en dicha entrevista que las informaciones se refieren a la presencia de representantes de la guerrilla en Brasil. "Tenemos esa información y la hicimos llegar al Gobierno brasileño para ver si él puede hacer algún tipo de vigilancia", dijo Santos.

En su entrevista a O Estado de Sao Paulo, García también calificó como "infundada" la supuesta preocupación del Gobierno de Estados Unidos en torno a la posibilidad de que las Farc se estén infiltrando en la Amazonía en otros países.
Asimismo, sobre el conflicto colombiano, el asesor agregó que el Gobierno colombiano, "con mucha competencia", está negociando la desmovilización de las Farc, al tiempo en que mantiene las operaciones militares contra el grupo guerrilleros.

La Repubblica: Perchè inventare le interviste?

Se gli Stati non rispettano più nessuna convenzione internazionale, e il governo della Colombia si mette all'avanguardia usando illegalmente i simboli della Croce Rossa Internazionale e della rete TeleSUR, a Roma non si tirano indietro e lanciano un nuovo tipo di giornalismo: le interviste inventate.

Il direttore de La Repubblica è riuscito a sparare ben tre interviste di un tal Jordi Valle, nientemeno che con Fidel Castro, Alvaro Uribe e -dulcis in fundu- con Cano, il nuovo leader della FARC. La cosa strana è che questi scoop di lunga gittata, il direttore Mauro non li spara dalla nave ammiraglia del quotidiano La Repubblica, ma da quella scialuppa che -a tutti gli effetti- è il supplemento Il Venerdì!

Maurizio Matteuzzi che è un giornalista serio, oltre che un buon conoscitore delle cose sudamericane, ha informato su queste oscure mene del direttore Mauro dalle colonne de Il Manifesto.
Dopo le corrispondenze faziose e visceralmente ostili contro il Venezuela, Bolivia, Ecuador e-naturalmente- contro Cuba, scritte da un "corrispondente" che non muove le chiappe dai bar di Miami, oggi il Mauro con uno spericolato "lascio o raddoppio?", decide di raddoppiare le dosi.
E passa al nuovo genere dell'intervista-taroccata.

A La Repubblica sono diventati dei gonzi o boccaloni? Forse quando il gioco si fa duro non si va più tanto per il sottile...
Ad ogni modo, c'è un comunicato ufficiale del governo di Bogotà, in cui sbugiarda il quotidiano romano che -stranamente- tace e fa lo gnorri.
Per maggiori dettagli su questa vicenda emblematica della nuova "dittatura mediatica", clicca qui

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Luglio-2008/art41.html

http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=613

http://achtungbanditen.splinder.com/post/17837208#comment

http://jacquesthomet.unblog.fr/tag/jordi-valle

http://isoladeilotofagi.wordpress.com




USA: Fox News es vocero de Bush

El ex portavoz de la Casa Blanca, Scott McClellan, reveló este lunes a la cadena de noticias NBC que el gobierno del presidente George W. Bush suministraba temas de discusión a varios conductores de la televisora Fox News.

McClellan dijo que "había comentaristas y otros expertos en Fox News que colaboraron con nosotros, y le dimos temas de conversación a esas personas".

El pasado mes de mayo, McClellan, lanzó duras críticas contra Bush por mentir a los estadounidenses sobre las causas de la invasión a Iraq, agresión que calificó de innecesaria.

domingo, 27 de julio de 2008

OMC:Ronda di Doha verso la conclusione? Non sembra

Il gruppo che conta all'interno dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), vale a dire gli Stati Uniti e l'Unione Europea, si sono dati da fare per diffondere una notizia: si sono fatti passi avanti e la Ronda di Doha sta per concludersi con successo.
Finora è risultato molto chiaro il pressing asfissiante e intimidatorio che hanno praticato. Il negoziatore-capo europeo è arrivato a dire apertamente che ..."ci sono Paesi che vogliono far parte del giro che conta, ma poi non si assumono le loro responsabilità". In altre parole: per avere, bisogna dare e molto.

Il pressing aveva come obiettivo soprattutto il Brasile e sembra che abbia avuto un certo successo. Da Brasilia ci sono stati commenti positivi all'offerta dei Paesi industrializzati di limitare a "soli" 15 miliardi di dollari il totale delle sovvenzioni che loro elargiscono all'agro-industria. Ogni Paese industrializzato può distribuire fino a 15 miliardi....persino alla produzione di maiz transgenico destinato all'etanolo.

L'ottimismo diffuso a piene mani, congiuntamente ad intimidazioni e ricatti, finora sembra che abbia avuto successo solo col governo del Brasile, che si mostra disponibile a cedere la leadership dei paesi non-industrializzati pur di esportare la soya delle multinazionali ed avere un posto fisso nel Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Sul resto di questo fronte, invece, l'India e la Cina hanno opposto un netto diniego. Sul versante USA ed UE, molti sono recalcitranti e nientaffatto disponibili a tagliare i finanziamenti a grandi e piccoli agricoltori.

Guatemala: Minería de oro y lucha popular

¿QUE OCURRE EN SIPAKAPA?


Miguel Ángel Sandoval

Sipakapa es un municipio de Guatemala. Desconocido por todos en nuestro pequeño país, y por supuesto en el mundo, hasta que una empresa extractora de oro, la Glamis Gold , que en Guatemala se llama Montana, se instaló en sus alrededores y dio inicio la violación de los derechos de las comunidades indígenas, la depredación del medio ambiente y la burla a la soberanía nacional.


A partir de entonces, supimos que en esa comunidad de San Marcos se hablaba junto con el castellano, el sipakapense y que existía una cultura indígena digna de todo el respeto posible. Pero lo que importa en este artículo, no es que se haya instalado esa empresa, pues finalmente lo hacen en cualquier lugar del mundo y no-pasa nada.

Pero en Sipakapa, se realizó la primer consulta popular directa y dio inició lo que se puede considerar la mayor y mejor expresión de democracia directa en el continente y creo que más allá. Veamos.


En el 18 de junio de 2005 tuvo lugar en Sipakapa una consulta popular que dijo con claridad que no quería explotación de minas a cielo abierto. Y se lo dijo a un país que no quería saber nada de movimientos desestabilizadores, ni nada que oliera a problemas con el gobierno. Pero sentó un precedente de suma importancia.

A partir de entonces se han desarrollado unas 25 consultas populares en igual cantidad de municipios. En unos casos, la mayoría, para oponerse de manera clara a la minería. En otros, para decir no a proyectos hidroeléctricos, y en uno muy especial, a una cementera.


En todos los casos las comunidades han invocado, como en Sipakapa, el Convenio 169 de la Organización Internacional del Trabajo –OIT-, que constituye el primer instrumento legal que en términos jurídicos avala derechos indígenas, entre los cuales el derecho a las consultas informadas. Y en el ámbito interno, se ha utilizado el derecho de las municipalidades a realizar Cabildos Abiertos y otras formas de consulta con la ciudadanía.


Es decir, que se trata de procesos populares y democráticos, absolutamente legales, y en ello reside su originalidad y su fuerza. No se trata de movimientos ilegales, subversivos, menos terroristas, sino que se trata de consultas democráticas, absolutamente legales, inscritos en la legislación nacional e internacional.



En lo que el Estado y la constitución política del país acepta y dice respetar, pero que dos gobiernos no respetan porque anteponen los sacrosantos derechos de las multinacionales y señalan que un municipio y una consulta, no sustituyen los derechos de la mayoría de intereses del Estado. Pero ocurre que son 25 consultas en municipios y la ola de democracia directa continúa. Por ello Sipakapa es un paradigma, no solo guatemalteco sino a nivel mundial. Es la práctica de la democracia directa. Nada más que eso. Pero, nada menos.


En síntesis lo que Sipakapa, en una consulta democrática decidió fue que no querían minería de cielo abierto para la explotación del oro, porque contaminaba el agua, afectaba la salud de la comunidad y otros pueblos vecinos y constituía un mal negocio para el país.

De acuerdo con actual código de minas, el país tiene derecho a una regalía de uno por ciento, dividido en 50% para la comunidad y 50% para el gobierno. Por ello en Sipakapa se dice habría que cambiar la ley por medio de la cual esta compañía opera en Guatemala.


Hace apenas dos días, una campaña de radio de la empresa minera convoca a los viejos demonios represivos y ello tiene eco en medios de comunicación en donde columnistas conservadores hacen llamados a los cuarteles del ejército y la policía para que eviten las demostraciones populares de pueblos como Sikapaka que se opongan a la minería de cielo abierto o a hidroeléctricas que ponen en riesgo de miles de familias por las inundaciones que las mismas generarían.



No esta demás recordar que en Guatemala en 1980, la hidroeléctrica más emblemática, fue construida luego de la masacre de unas 250 personas que se oponía a la pérdida de sus tierras y viviendas como finalmente ocurrió. Es la historia que se puede ver en el rechazo de las gentes.


Finalmente, en Sipakapa, San Marcos, la empresa Montana esta en pie de guerra y con la utilización de los viejos temores, convoca por medio de la radio a los soldados y policías a la defensa de sus intereses, para lo cual tienen eco como se señala, en los neoliberales de toda la vida. Es lo que no se atreven a decir cuando acuden a llamados vacíos al estado de derecho.

En el fondo de sus renovadas amenazas se encuentra el reinventado argumento que intenta descalificar y criminalizar al obispo de San Marcos, Álvaro Ramazzini, quien desde el pulpito y el trabajo pastoral ha dicho que en Guatemala hace falta un nuevo código de minas para que el país no siga siendo expoliado, saqueado, que se acepte y respete el resultado de las consultas populares, y que se pronuncie en contra de los supuestos beneficios de la globalización. En ello reside el interés social, político y global de lo que ocurre en Sipakapa.

viernes, 25 de julio de 2008

Otra mirada sobre Colombia

“El presidente Uribe ha hecho todo lo que le pedimos y más”: Bush

Francisco Dorado


Con ocasión de los sucesos colombianos (entrega de rehenes de las FARC, ataque extraterritorial del ejército granadino y muerte de Raúl Reyes, conflictos con Ecuador, Venezuela y demás países de A.L., y la espectacular liberación de Ingrid Betancurt, los tres gringos y 11 militares) la política de este país mantiene atentos a los medios de comunicación mundiales.
La izquierda latinoamericana, en sus diversas variantes, también ha estado a la expectativa de lo que sucede en esta esquina noroccidental de Sudamérica.


Gran cantidad de analistas, “desde afuera”, tienen dificultades para entender la evolución de los hechos. A los sectores que más les cuesta un acercamiento a la realidad de este complejo país es a quienes han construido una visión idealizada de la guerrilla.
Es muy difícil – no sólo para ellos - comprender “el fenómeno Uribe”, quien en poco tiempo ha pasado de villano, rechiflado en Europa y EE.UU. por “paramilitar y mafioso”, a ser presentado como el “liberador” de Colombia y como un respetable estadista. Mientras la imagen de las FARC se desgasta, la de Uribe se fortalece.

El pasado martes (22-07-08) en Washington, los elogios de Bush lo colocaron en su justa dimensión: “El presidente Uribe ha hecho todo lo que le hemos pedido y más” dijo el torpe presidente gringo. Es un efectivo “peón del imperio”, y no se avergüenza de serlo.
En pago le prometen aprobarle el TLC mientras lo siguen utilizando. En Colombia, para un buen sector de la opinión pública, por ahora, pesa más la “amenaza terrorista” que la soberanía nacional. Esa es nuestra mayor tragedia.


Hoy el bloque de poder oligárquico colombiano respira un aire triunfalista. La verdad es que la seguidilla de golpes que Uribe le ha propinado a las FARC, han catapultado la popularidad de Uribe a niveles sorprendentes, permitiéndole ocultar temporalmente sus graves y crecientes problemas.
Son dificultades que siguen allí y tendrán su evolución: la “para-yidis” política, el enfrentamiento con las cortes judiciales, la extradición de jefes paramilitares, la no aprobación del TLC en el congreso de los EE.UU., la violación de los DD.HH. por parte de empresas transnacionales y del mismo Estado, y muchos problemas más relacionados con el frente económico y social.


Los apuros analíticos de los observadores políticos se manifiestan también en el tema de las marchas y concentraciones masivas realizadas el pasado 20 de julio en Colombia y en muchas ciudades del mundo con la participación masiva de millones de personas. Los propagandistas del gobierno ubican a Uribe como el líder indiscutible de esas manifestaciones. Dicen que logró convertir el mensaje de libertad (“¡libérenlos a todos, ya!”) en un respaldo absoluto e incondicional a su gobierno.


Una buena parte de los análisis desde la izquierda, sobre todo del exterior, se identifica con esa interpretación, atribuyéndole esos logros uribistas al papel y manejo de los medios de comunicación colombianos y gringos. Muchos dicen que la mayoría del pueblo está “alienado” y que en Colombia no hay ciudadanos sino “televidentes”. Le otorgan un poder casi absoluto a los medios.
A nivel nacional hay diversas percepciones, todos los partidos políticos legales, incluyendo los de oposición, llamaron a participar en las marchas, así fueran conscientes que el actual presidente de la república era quien iba a estar al frente de ellas.


Nuestra apreciación de los hechos va en otra dirección. A pesar de las expresiones de sectores fanáticos de derecha radicalizados en su “endiosamiento de Uribe”, se advierten algunos indicios de que la prioridad para la mayoría de la población está centrada en la libertad de los secuestrados, la consecución de la paz por la vía del diálogo, y la necesidad de unirnos para enfrentar las graves dificultades que sufren amplios sectores de la población.

Ya está bueno”, dijo Juanes. “La libertad también debe incluir la libertad de los desplazados” afirmó Shakira en la cara de Uribe. En París, el mensaje por la libertad de Ingrid Betancurt estuvo acompañado del llamado a la paz, a la solidaridad, contra la segregación y discriminación (incluyendo la que se practica en los países desarrollados contra los inmigrantes), y por la búsqueda de un futuro mejor para todos.


Dos de las concentraciones más importantes de Bogotá fueron bien canalizadas por las fuerzas democráticas. Los grupos musicales “Krápula”, “Aterciopelados” y la cantante folclórica “Totó La Momposina” encauzaron muy bien el rechazo a la violencia “venga de donde viniere”, y lograron posicionar entre los manifestantes un espíritu de convivencia muy diferente a la de la calle 72 con Avda. 7ª, en absoluta contradicción con el guerrerismo uribista y con los conceptos imperiales de libertad. “Esta tierra es nuestra, es tuya y mía” coreaban los asistentes al concierto del Parque Simón Bolívar.


El problema de la política es poder compenetrarse con la realidad de la gente. Si nuestros esquemas mentales no nos permiten interpretar las señales que nos envía esa realidad, estaremos en graves problemas.
En ese mismo sentido, si las fuerzas de izquierda colombiana y de los países vecinos no identificamos los errores cometidos, que le han permitido a Uribe manipular la opinión nacional con la amenaza del “terrorismo de las FARC y de los gobiernos que las apoyan”, no podremos rectificar y actuar en concordancia.

La oligarquía colombiana cuenta con una amplia experiencia y tiene una costosa asesoría imperial. Esa oligarquía no tiene grandes fisuras. La clase terrateniente de origen “aristocrático” heredera del general Santander (incluyendo la bogotana representada por los “Santos”), hace rato vendió su alma al diablo-dinero.
Desde hace más de 30 años vienen consolidando un bloque de poder en donde se fusionan los intereses de los grandes terratenientes, grupos financieros y capitalistas monopólicos, los ricos emergentes (mafias de todo pelambre personificadas en la familia Uribe Vélez), y tienen un acuerdo muy firme con el gobierno de Washington y las transnacionales globales (principalmente estadounidenses y europeas).


Así sea muy temprano, es bueno atreverse a hacer futurología. Es importante avizorar y proyectar los posibles escenarios y mirar diversas variantes. Para ello es que tratamos de sintonizarnos con las mayorías. El bloque de poder cuenta con sus expertos tanto en pulsear la opinión como en tratar de manipularla.
Sin embargo, ello tiene sus límites. Por ahora lanzo una tesis que surge de esa primera impresión de las marchas:

Colombia se va a inclinar hacia el centro político, y la izquierda debe – sin perder su identidad – ubicarse y posicionarse para influir en ese espacio, para impulsar con fuerza y absoluta decisión un verdadero y amplio movimiento democrático. Y para hacerlo, no tiene porqué renunciar a sus metas de transformación estructural.

El bloque de poder cuenta con varias alternativas: apoyarán la reelección de Uribe, si la situación lo requiere, sobre todo si las FARC y los gobiernos vecinos le ayudan a sostener la “caña” de la amenaza terrorista (como en este momento le ayuda Ortega desde Nicaragua).
Si esa “amenaza” perdura pero en menor dimensión, pueden posicionar a Santos, el ministro de defensa. Ya lo vienen presentando como el héroe de la “operación jaque” con condecoración gringa y todo.

Pero si la opinión pública gira hacia el centro, como parece ser el mensaje que se puede captar de los principales actores de las marchas del 20 de julio, el bloque de poder ya cuenta con el exalcalde de Medellín Sergio Fajardo, quien está en plena campaña y puede ser el candidato de ese bloque en el espectro del “centro-derecha”.


¿Que alternativas juega la izquierda democrática? Hasta ahora, la tendencia mayoritaria en el Polo Democratico Aternativo es la de consolidar una candidatura de la izquierda tradicional, posiblemente representada en su presidente Carlos Gaviria. Este partido ha convocado su 2º congreso para el mes de febrero de 2009 en donde las diferentes tendencias se van a medir.
Por ahora, la política va a girar alrededor a la oposición al gobierno en el Congreso de la República, la movilización social en torno a diversos temas socio-económicos, y la puja interna por obtener mayoría de delegados en las elecciones internas (26 de octubre/08).


Ingrid Betancurt, la figura política de mayor fuerza del “centro-izquierda”, ha venido jugando – sin hacerlo explícitamente – de manera muy inteligente. En su primera intervención, el día de su liberación, apoya la política de seguridad de Uribe y reivindica a las fuerzas armadas. Cabalga sobre el acumulado del presidente, y lo hace bien.

Lanza de inmediato una campaña para conseguir la liberación del resto de secuestrados, y se va para Francia. Sabe que si se queda en Colombia, se va a desgastar en la polarizada política interna. Es consciente que hace más desde afuera por la causa de los secuestrados y posiblemente por la paz de Colombia.
En sus cálculos está la posibilidad de que ni los candidatos liberales ni los del Polo despeguen el año entrante, y que su candidatura de “izquierda moderna” surja en forma natural. Ingrid es un “animal” político y los largos años de sufrimiento y de reflexión la han preparado para jugar bien. Y, creo que lo va a hacer muy bien.

Aunque el Congreso del Polo – el año entrante - defina una candidatura propia, si no ocurre algo extraño y exagerado, la mayoría de quienes votaron por Carlos Gaviria se van a desplazar al centro político. Eso es evidente. Esa es parte del costo que debemos pagar por nuestros errores y vacilaciones.
Tal fenómeno ya se expresó en las elecciones regionales de octubre de 2007. Si somos conscientes de ello, podremos jugar para posicionar nuestras propuestas políticas dentro del bloque de “centro-izquierda”, y trabajar en un proceso de acumulación de fuerzas, sobre todo desde el movimiento social.

Si no somos objetivos en el análisis, si nos pegamos más de nuestros deseos que de las realidades políticas de nuestro intrincado país, seguramente nos aislaremos más de amplios sectores de la población que hasta ahora han acompañado al PDA, que no son exactamente los sectores más marginados, sino ciertos sectores de la clase media, que han venido siendo golpeados por el neoliberalismo, pero que no apoyan proyectos radicales.

No nos hagamos ilusiones con que la crisis económica nos va a ayudar para desgastar a Uribe. Recordemos como los nazis aprovecharon el “crack” de 1929 para radicalizar a las masas contra los socialistas y comunistas colocándolos falsamente como causantes de esa crisis.
En fin que la tarea sigue siendo la misma. Construir el germen del gobierno de unidad nacional (de transición democrática) para poder jugar en ese escenario. Para avanzar es fundamental unir las fuerzas democráticas con espíritu amplio. Ese reto sigue allí y está por ser afrontado. Me atrevo a decir que en nuestro caso (Polo) es la única opción.

FRANCISCO DORADO

Ecuador- Kichwa e shuar: idiomas oficiales

La Asamblea Nacional Constituyente (ANC) de Ecuador se rectificó y modificó el segundo párrafo del segundo artículo de la nueva Constitución, incorporando como idiomas oficiales al kichwa y el shuar, junto con el castellano.
La propuesta, presentada por el asambleísta Pedro de la Cruz, fue aprobada por amplia mayoría: 90 votos de los 130 integrantes de la ANC.

jueves, 24 de julio de 2008

Colombia: FARC libera a ocho personas

La guerrilla de las Farc entregó al Comité Internacional de la Cruz Roja (CICR) a ocho de las diez personas que mantenía secuestradas desde hace ocho días en las selvas del noroeste colombiano, informaron hoy fuentes del organismo en Bogotá.

La Delegación del CICR en Colombia precisó en un comunicado que los cautivos fueron puestos en libertad ayer en la zona rural de Vigía del Fuerte, localidad en los límites del departamento de Antioquia con el del Chocó.

Los liberados son "ocho civiles que se encontraban en poder de las Farc-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército del Pueblo) desde el pasado 17 de julio".

Bases rusas? Las palabras textuales de Chávez

La prensa internacional y las agencias noticiosas han dicho que el Presidente Chávez ofreció "bases militares" en territorio venezolano a Rusia.
Aqui van la palabras textuales del leader latino-americano, cada quién saque sus conclusiones.

"Yo creo que Rusia tiene suficiente capacidad de movilización, de aeronaves y de barcos para aparecer en cualquier parte del mundo, que aparezcan en Venezuela, no sería raro. Que vayan a visitar los mares del Asia, del África, del Caribe, si van por Venezuela serán bienvenidos, porque no estamos hablando de la cuarta flota.
La cuarta flota es una amenaza contra nosotros, y no sólo contra Venezuela, contra toda la América Latina.
Si algún día una flota rusa llega por el Caribe, izaremos banderas, tocaríamos tambores y pondríamos el himno de Venezuela y el himno de Rusia, porque sería la llegada de un amigo que llegaría a dar la mano sería la llegada de un aliado nuestro. Rusia se ha convertido hoy en uno de nuestros más grandes aliados en todo el planeta, le daríamos la bienvenida".

Ser bienvenido a un lugar no quiere decir quedarse, un detalle importante y delicado si nos referimos a presencias militares.

Caracas-Moscú: Bajo el signo de la energía

Tito Pulsinelli

Bajo el signo de la energía o el prepotente encanto geopolítico del petróleo y del gas. Ésta es la característica fundamental de las extensas relaciones entre Venezuela y Rusia. Un evento que sanciona el acrecentado poder de Gazprom y de PDVSA, ya insidiadas en los primeros lugares de las mayores transnacionales de la energía.

El encuentro entre Chávez y Medvedev es una suerte de prueba del nueve de la geopolítica de los años venideros, en los que el gas y el petróleo tendrán una importancia aún más determinante que hoy día.

La geopolítica rijosa de Estados Unidos, empapada del acre sabor a petróleo debido a los intereses también personales y familiares del actual gobierno, reacciona moviendo en el tablero la torre militar.

Posiciona el escudo anti-misiles en la tierra de Kafka, pero no puede impedir que la Exxon Mobil sea casi una ex de la hit-parade de la energía. Sus reservas naturales al activo han disminuido, y por consecuencia también el valor bursátil de sus acciones, pese a la desquiciada especulación en los futures. Wall Street y Londres manejan el “petróleo de papel” pero los hilos del verdadero se mueven en otro lado.

En la última semana hemos asistido al giro repentino de la Casa Blanca con respecto a Irán y al veto impuesto por Rusia a la sed “occidental” de sanciones contra Mugabe. Es una respuesta dura y simétrica al escudo anti-misiles en el corazón de Europa, y a las escaramuzas de la OTAN en Ucrania y Georgia. Incontenible, Bush hasta intimó que Kosovo debería entrar en una Unión Europea a puerta giratoria.

La Unión Europea no sale da la pasividad y subordinación, imita la danza de guerra del patán texano, pero Gazprom –es decir, la transnacional estatal del Kremlin- ha firmado acuerdos estratégicos tanto con la Libia de Kaddafi como con Argelia, mientras que Irán está bajo el cobijo de Rusia y de China. Moscú aumentará al 30% el volumen de hidrocarburos que enviará a Asia.

Los euro-enanos de la Comisión ejecutiva de Bruselas saben que Irán puede tranquilamente dirigir hacia la India y China todo el gas que ellas subordinan (a palabras) a los “derechos humanos”, en realidad a las órdenes perentorias de Washington. Para tal fin, está en gestación la construcción de un gigantesco poliducto que unirá Irán con la India y China, haciendo el “milagro” de involucrar también a Pakistán.

Por otra parte, Alemania y Suiza –mucho más concretas que los leguleyos de Bruselas- proceden autónomamente con gasoductos que garantizarán sus abastecimientos futuros, con oportunos acuerdos dirigidos con los Países productores, o sea Rusia e Irán.

En Moscú, Chávez ha afianzado relaciones de importancia que van más allá de los intereses binacionales. Medvedev ha afirmado que “Nuestras relaciones son uno de los factores clave para la seguridad de las regiones”. Mucho más, entonces, que tecnología petrolera y política de precios; participación de Gazprom y Lukoil a la extracción petrolera en la Faja del Orinoco; rublo como moneda internacional emergente; un instituto financiero binacional e investigación científica y espacial. Tal vez dio un paso hacia delante también la propuesta de Teherán de creación de una OPEP del gas.

Por doquier se ha hecho hincapié en la cuestión militar y las fantasmales “bases” rusas. Venezuela posee la mayor reserva de hidrocarburos del planeta, y una población de 27 millones de habitantes. Tiene una frontera común con Colombia, que asigna casi el 6% del presupuesto a los gastos militares y dispone de un ejército que cuenta con casi medio millón de soldados. ¿Medio millón contra 15 mil guerrilleros de las FARC? Vaya, un poco de seriedad. Por último: el Pentágono ha regresado la IV Flota al mar.

¿Qué debería hacer Caracas? ¿Conformarse con los aplausos “occidentales” y recibir elogios platónicos mientras que… intentan saquear sus recursos? El Brasil de Lula anunció que Francia participará a la construcción de un submarino nuclear: sus mares y sus reservas de petróleo tienen que seguir siendo inviolables.

Venezuela continuará a potenciar su aviación con los Suhkoys, y en el futuro podrá dotar de submarinos a su marina militar, sobre todo si Estados Unidos traslada a Colombia la base militar que Correa ha desalojado de Manta.

La casta petrolera, que se ha adueñado del poder público en Estados Unidos, sigue reaccionando agitando el hacha de guerra y agarrando el cuero cabelludo a enemigos excelentes, pero todos los demás vecinos del difunto "orden unipolar" responden con una gama de iniciativas, capaz de combinar múltiples factores, de orden diferente, que pesan cada vez más en el tablero internacional.

Traducción de Clara Ferri

miércoles, 23 de julio de 2008

Mexico: Adiós al petróleo

Víctor M. Toledo


Adiós al petróleo

Hoy se debe defender al petróleo como bien público, acudiendo a la consulta; haciendo frente a la voracidad del capitalismo corporativo de escala global, el mismo que fue expulsado del país en 1938, y que hoy retorna, agazapado, en las reformas blanquiazules. Sin embargo, no se puede hacer una defensa nacionalista de ese recurso fuera del contexto global y de los escenarios presentes y futuros del mundo. La soberanía nacional, la historia patria, el espíritu de lo mexicano, se defiende a la par que se lucha por la vida, la dignidad de toda la humanidad y el equilibrio del planeta. El nacionalismo se afirma en lo universal y viceversa. Se lucha localmente mientras se piensa globalmente.

En el debate petrolero, estamos frente a una contienda de dos pistas: la que nos marca la propia historia del país, más rápida e inmediata, y la que nos enmarca en los procesos sociales y ecológicos de escala global y de más largo aliento. Por ello, la modernización de Pemex debe realizarse dentro de una visión más amplia: la de la obligada transición hacia otras fuentes de energía, pues el petróleo, no debe olvidarse, es la primera causa de la contaminación atmosférica y el calentamiento globales.

Todo indica que estamos al final de la "era del petróleo", la época en la que la humanidad creció como nunca en la historia, con toda su pesada carga: ciudades, industrias, autos, fábricas, carreteras, aparatos, utensilios, máquinas diversas. Tengo frente a mí la gráfica, bien diseñada y a todo color, de la Association for the Study of Peak Oil and Gas (www.peakoil. net), incluida en un excelente ensayo de R. Fernández-Durán (www.ecologistasenaccion.org), en la que se registra 2010 (¡leyó usted bien!) como el año del quiebre, el momento en el cual la humanidad se habrá devorado ya la mitad de las reservas probadas de petróleo, y éste comenzará su descenso.

Como sucedió con la discusión sobre el calentamiento global, a pesar de las resistencias los datos han ido demostrando que el momento del quiebre se sitúa en los años que vienen (ver la excelente síntesis del tema en www.wikipedia.org). Este pico de máximo petrolero fue ya alcanzado antes por Estados Unidos en 1970, por Rusia en 1985, y por los países europeos en 1995.
Estos datos, con los cuales coinciden en lo general los principales analistas del tema, indican que estamos entrando ya a la "fase terminal" de una era de casi siglo y medio, iniciada en 1859, año en el que un primer pozo petrolero del este de Estados Unidos hizo brotar de las profundidades el primer chorro de los "veneros del demonio".

Con una dinámica mundial que cada día exige más, no menos, petróleo, pues el proceso de modernización que hoy domina es sinónimo de más capitalismo, industria, urbanismo, consumo desmedido, individualismo, y uso despilfarrador de los principales recursos del planeta, la velocidad de la fase final de la era petrolera habrá de acelerarse.

Hoy se requiere más petróleo (¡producid, producid, producid!) para satisfacer las necesidades de 400 ciudades de más de un millón de habitantes y de 60 urbes con más de 10 millones (más las áreas rurales), y esto se verá amplificado en los próximos 10 años por el vertiginoso arribo de millones de nuevos "desarrollados" en China, India, Brasil, Sudáfrica y otros países.

De acuerdo con la Agencia Internacional de Energía (www.iea.org) se estima que para 2012, la demanda petrolera de la humanidad ¡ya no podrá ser satisfecha! Eso significa que se desencadenarán fenómenos impredecibles e incontrolables a consecuencia del aumento irreversible de los precios del petróleo.
Sólo unas cifras: la demanda pasó de los 10 millones de barriles diarios (mbd) en 1950 a los 80 (mbd) en 2000, y será de casi 100 (mbd) para el año que viene. En suma, debemos ir diciendo adiós al petróleo
, despidiéndolo con beneplácito, porque un modelo civilizatorio que ha puesto en riesgo el equilibrio del ecosistema planetario toca a su fin, y porque otro nuevo debe comenzar a edificarse.

Lo anterior trae al centro del debate la llamada "transición energética", la necesidad de organizar el mundo social a partir de otras fuentes de energía no fósiles. Cada sociedad, cada país, cada región, debe prepararse para vivir esta transición inexorable con el menor sufrimiento posible (pobreza, hambrunas, sublevaciones, represiones).

Hoy, los mexicanos necesitamos a Pemex para sufragar ese cambio hacia otras fuentes energéticas (solar, eólica, hidráulica, geotérmica, de biomasa). Para ello, las ciudadanías deben exigir cuenta claras, manejo transparente, uso democrático, de los millones y millones de dólares que entrarán como ganancia petrolera en la próxima década (la cifra oficial de las reservas ha sido establecida en 9.2 años).

Como en toda transición, el cambio será profundo y auténtico o meramente cosmético, es decir, controlado por los mismos poderes económicos y políticos que dominan y explotan al mundo y que buscan implantar soluciones ficticias o de alto riesgo (agro-combustibles, centrales nucleares, tecnologías alternativas bajo el monopolio de las corporaciones).
El dilema es si los ciudadanos, dejamos que el cambio energético se haga sin un radical rearreglo civilizatorio, o si por el contrario la sociedad organizada impone una nueva forma de modernidad.

En suma, el debate petrolero no debe perder de vista la dimensión del cambio energético global que, como hemos visto, ocurrirá en un horizonte de tiempo mucho más corto de lo que suponíamos. Un cambio cualitativo que será vivido ya por nuestros hijos, y que será crucial para nuestros nietos.

Mientras tanto ofrezcamos un adiós decoroso al petróleo mexicano, exigiendo el uso social y democrático de sus beneficios, como recurso para satisfacer las necesidades más acuciantes de la sociedad presente y próxima, como plataforma para realizar un cambio radical de civilización. Antes de que el destino nos rebase.

vtoledo@oikos.unam.mx










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