
sábado, 31 de enero de 2009
Movimientos sociales dialogan con Presidentes

viernes, 30 de enero de 2009
Battisti, La Russa e il Mantica

*Il sottosegretario Mantica, con delega per gli italiani all'estero, dopo il rifiuto del Brasile a consegnare Battisti all'Italia, con mestizia ha detto che "..mi addolora constatare però che nessun rappresentante della comunità italiana in Brasile si sia reso protagonista di una presa di posizione a difesa della nostra democrazia".
Il Mantica e' deluso perche' la popolazione italiana -o i discendenti- non risponde solerte ed automaticamente come egli desidera alle sue esortazioni, e non si unisce alle manovre "diplomatiche" contro le autorità brasiliane. Vorrebbe che osannassero la levata di scudi decretata dalla Farnesina che fa piazza pulita del rispetto delle regole, delle leggi e della sovranità dei Paesi in cui vivono. Che direbbero se Ahmedinajad o il governo marocchino incitassero i loro concittadini residenti in Italia a intervenire contro le decisioni della magistratura italiana?
***La concezione della "comunità" -propria al sottosegretario- è quella di una protesi esterna che il gerarca romano attiva a suo piacimento, secondo circostanze e convenienze che non si prende la briga nemmeno di spiegare. Il Mantica si lascia scappare questa perla "...dal governo brasiliano, francamente, non possiamo accettare lezioni".
Dal Giappone che non consegna D. Zorzi, dalla Francia e dall'Inghilterra -invece- il Mantica le lezioni le accetta di buon grado, a capo chino.
E il La Russa si guarda bene dall'invocare sospensioni di competizioni sportive, o il boicottaggio del sushi o del wisky.
Con il Brasile salta fuori l'arrogante, provinciale e miope complesso di superiorità eurocentrico, il disprezzo verso il mondo in via di industrializzazione, e pretendono che gli "italos" che vivono in Brasile facciano la clacque.
**** "Se dalla comunità italiana..ci fosse un sostegno -continua il Mantica- in caso di buon esito dell'estradizione, potremo dire che siamo stati tutti determinanti. Solo partecipando in questo senso potremmo dirci una vera comunità nazionale e non un semplice insieme burocratico di certificati e documenti".
Il problema è proprio che non si è neppure un "semplice insieme burocratico", visto che per un rinnovo del passaporto -non certo l'ottenimento della nazionalità italiana per i figli e nipoti- l'evanescente burocrazia consolare condanna a tempi biblici di attesa.
Gli "italos" -e discendenti- sono consapevoli che la Farnesina fornisce il peggior servizio, e lo constatano direttamente stando a contatto con gli spagnoli, portoghesi, francesi, e comparando le prestazioni, l'efficienza e la rapidità dei loro servizi consolari. Manca molto per formare un discreto "insieme burocratico di certificati e documenti", all'altezza dell'era informatica.
*****L'affaire Battisti è diventato una formidabile arma di distrazione di massa, per distogliere l'attenzione dal preannunciato "meno 2,5%" della produzione e gli inevitabili effetti collaterali: disoccupazione, pignoramenti, crollo della rendita famigliare, ripresa dell'emigrazione.
Il Mantica e il La Russa fomentano il risentimento contro il Brasile, ma "l'insieme burocratico di certificati e documenti" li lascia soli in questa stolta e nostalgica pretesa.
Nei Paesi sudamericani hanno saputo trovare soluzioni ai gravi conflitti sociali degli anni 70, al punto che oggi vari ex-guerriglieri sono vicepresidenti della Repubblica, ministri o alti dirigenti governativi.
In Italia non si vuole voltare pagina, non c'è perdono, e si vuol mantenere occulto il valore sociale del forte conflitto degli anni 70. I post-fascisti e i post-comunisti hanno dimenticato che il guardasigilli Togliatti, nel 1948 firmò l'amnistia che liberò tutti i prigionieri della lunga guerra civile e della guerra. Togliatti dopo solo tre anni, loro nulla dopo trenta!
Non si pretenda che Paesi che hanno superato traumi più gravi dei cosiddetti "anni di piombo" accettino di contravvenire alle loro leggi. Se Battisti è stato condannato per "associazione sovversiva" è evidente la natura sociale dei suoi capi di imputazione. Non è un narcotrafficante, nè un terrorista, e nemmeno un bancarottiere (come quello che l'Italia non consegnò al Brasile). Se i giudici brasiliani ricordano che Battisti è stato condannato in base a una "normativa giuridica di emergenza", li si può smentire?
*****Il Mantica e il La Russa credono che il Brasile è una "repubblica delle banane". Crasso errore: e' una economia più forte di quella italiana, con un PIL più elevato, e quest'anno non soffrirà decrescita alcuna; è un Paese che si appresta ad essere un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Gli "italos" sono meno ignoranti di quanto loro credano e non li seguono nell'avventurismo e nella mancanza del ridicolo.
Primo ministro turco abbandona per protesta Foro di Davos

Traduco dall'inglese Gianluca Bifolchi
http://achtungbanditen.splinder.com/
Il primo ministro turco furibondo per il dibattito su GazaDAVOS, Svizzera - Il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è infuriato nel corso di un acceso dibattito sulla guerra di Gaza con il Presidente d'Israele Shimon Peres al World Economic Forum, giovedì.
In uno dei più drammatici momenti che si sono visti nei solitamente quieti meeting di Davos, Erdogan ha abbandonato la sala alla presenza del Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon e altri membri della tavola rotonda, lamentando che i suoi commenti sul conflitto erano stati tagliati.
"Non penso che verrò ancora a Davos dopo questo perché non mi avete lasciato parlare ", ha esclamato il primo ministro mentre andava via, sebbene abbia detto più tardi che potrebbe riconsiderare la decisione.
Erdogan ha criticato Peres per aver gridato mentre si rivolgeva a lui, aggiungendo che lui non aveva gridato per rispetto alla sua età.
Erdogan, che guida uno dei pochi paesi musulmani che hanno relazioni diplomatiche con Israele e che ha cercato di svolgere un ruolo di pace nel conflitto mediorientale, ha detto che Israele aveva condotto azioni "barbare" a Gaza.
"Voi (israeliani) state uccidendo la gente", ha detto.
Erdogan ha criticato il pubblico di funzionari internazionali e alti dirigenti d'impresa per aver applaudito la difesa d'Israele da parte di Peres sulla guerra di Gaza, che ha prodotto più di 1300 morti tra i palestinesi, in maggioranza civili.
"Trovo molto triste che la gente applauda ciò che lei ha detto perché molte persone sono state uccise", ha esclamato mentre veniva fermato al moderatore, David Ignatius, giornalista del Washington Post.
"Non daremo inizio di nuovo al dibattito perché non c'è tempo", ha detto Ignatius nella sua rimostranza contro il premier turco.
Peres aveva ripetuto la propaganda israeliana.
"La tragedia di Gaza non è Israele, è Hamas", ha detto Peres. "Hanno messo su una dittatura, molto pericolosa".
Con 'dittatura' Peres si riferiva al governo democraticamente eletto di Hamas, la sola democrazia nel mondo arabo.
Puntando un dito verso Erdogan, ha detto che la Turchia avrebbe fatto lo stesso se i razzi fossero stati tirati su Istambul.
Ban, Erdogan, il segretario generale della Lega Araba Amr Mussa e Peres erano seduti l'uno di fianco all'altro per il dibattito.
Il segretario generale delle Nazioni Unite ha invitato Israele a porre fine al blocco di Gaza e Hamas a mettere fine alla sua violenza.
Prima aveva lanciato un appello internazionale per più di 600 milioni di dollari per fronteggiare l'emergenza a Gaza.
Erdogan e Peres hanno parlato a telefono dopo il dibattito e l'anziano ottantacinquenne presidente israeliano si è scusato per l'accaduto, riferisce l'agenzia di stampa turca Anatolia.
Erdogan aveva fatto tentativi per mediare tra Israele e la Siria proprio prima della guerra di Gaza, che ha ripetutamente criticato.
"Sono un leader internazionale che dice che l'antisemitismo è un crimine contro l'umanità. Ho detto questo lo stesso giorno che sono diventato primo ministro e anche prima", ha dichiarato Erdogan.
Ha lamentato che a Peres erano stati dati 25 minuti per parlare nel dibattito mentre lui ne aveva avuti solo 12.
Grandi assembramenti di folla hanno atteso all'aeroporto di Istambul nelle prime ore del mattino, con molte persone che agitavano bandiere turche in appoggio al loro primo ministro.
Erdogan ha osservato che "Ciò [che Peres] ha detto non è vero".
"Le nostre parole non sono dirette al popolo d'Israele, non sono dirette agli Ebrei, sono dirette solo al governo d'Israele", ha spiegato.
Turquía abandona Foro de Davos: censura pro-Israel
Erdogan S. Peres, Ban ki-moonEl primer ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, salió furioso el jueves de un debate en el Foro Económico Mundial de Davos sobre el conflicto de Gaza, acusando a los organizadores de no dejarlo hablar tras una larga intervención del presidente israelí, Shimon Peres. Peres acusó a gritos a Hamas de las muertes de los civiles palestinos. Señalando con el dedo a Erdogan, dijo que él hubiera hecho lo mismo si cohetes cayeran a diario sobre Estambul.
Foro Social M: Belem, pianeta Porto Alegre

di Maurizio Matteuzzi
"E ora dove si va, dopo otto anni e cinque presidentiBelem (Brasile), inizia oggi il Forum sociale mondiale della crisi globale e delle svolte a sinistra latinoamericane. Ma per i movimenti sociali, i nuovi governi sono amici o nemici?
Quando tutto cominciò, otto anni fa a Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul, all'altro capo dell'immenso Brasile, arrivarono in 20 mila per «resistere» alle nefandezze economiche, sociali e politiche del neo-liberismo ancora imperante pur se ormai in evidente declino e gridare che «un altro mondo è possibile».
Oggi, qui a Belém, nel Pará, estremo nord-est, il più grande porto dell'Amazzonia prima che il Rio delle Amazzoni si getti nell'Atlantico, sono arrivati, stanno arrivando, arriveranno in più di 100mila per continuare un cammino lungo e tortuoso come il fiume, e cercare quell'«altro mondo» che non solo è possibile ma ormai è sopratutto urgente.
Il collasso non del capitalismo (per quello ci vorrà ancora del tempo) ma del capitalismo finanziario, del neo-liberismo e del (falso) libero mercato, con la tremenda crisi economica (e sociale) in cui è sprofondato il mondo, conferma le previsioni di quell'avanguardia generosa e visionaria della società civile che si riunì nel 2001 nella città governata allora dal Pt del candidato Lula.
Sono passati solo otto anni che sembrano otto secoli. Il mondo non è più quello di prima, l'America latina - il triste laboratorio sperimentale del neo-liberismo degli ultimi trent'anni del '900 - non è più quella che era. Allora Lula era ancora l'eterno candidato apparentemente condannato alla sconfitta, Evo Morales soltanto un leader cocalero del Chapare, Rafael Correa un giovane economista cattolico in cerca di una sua strada nella vita, Fernando Lugo faceva ancora il vescovo nel derelitto Paraguay.
L'unico già in sella era il bollente Hugo Chávez in Venezuela, ma non era visto, ancora, come uno degli «eroi» dell'altro mondo possibile. Poi c'era George W. Bush alla Casa bianca... Oggi quei cinque velleitari di allora sono presidenti della repubblica, frutto non solo ma anche della cultura politica di cui l'Fsm era portatore.
E alla Casa bianca c'è Obama che ha vinto la corsa anche grazie alla straordinaria mobilitazione della società civile statunitense da sempre molto rappresentata e attiva da Porto Alegre in poi.
Un migrante ex-sindacalista presidente del Brasile, un indio presidente della Bolivia, un meticcio presidente del Venezuela, un prete della teologia della liberazione presidente del Paraguay, un nero presidente degli Stati uniti. Per questo l'edizione di Belém del Forum sociale mondiale che si apre domani e durerà fino al primo febbraio, «è la più importante dopo la prima del 2001». La più importante perché se allora si trattava solo «di resistenza» ora si tratta di fare il passo successivo e mettere a punto «un'agenda» d'azione praticabile ed efficace in una situazione completamente diversa.
E' qui che il Forum social mundial si spacca. Come nell'appuntamento del 2006 a Caracas, inevitabilmente egemonizzato da Chávez, anche a Belém 2009 la divisione passa - schematicamente - fra due schieramenti. Quelli che, fedeli alle origini e alla «carta dei principi» sono propensi a fare della società civile e dei movimenti - saranno 400mila quelli presenti provenienti da 150 paesi - il clou incontrastato dell'Fsm, lasciandolo libero di «navigare in mari sconosciuti» che non sono necessariamente quelli dei «governi progressisti» dell'America latina (anzi per molti aspetti criticabili).
E quelli che nel 2009, con la crisi globale in atto, sostengono che l'Fsm debba stringere sui governi che chi più e chi meno hanno preso le distanze dal neo-liberismo e battuto nuove rotte. Dice Emir Sader, sociologo brasiliano e uno dei componenti del Consiglio internazionale che in senso lato dirige l'Fsm, che «il Forum social ha avuto molta importanza nella resistenza al neo-liberismo. Ma è rimasto indietro nelle proposte perché si è sempre concentrato sulla società civile lasciando fuori dalla porta i governi.
Adesso abbiamo la chance di cambiare strada». Per Sader «il momento topico» dell'appuntamento di Belém sarà quindi giovedì prossimo quando è prevista una grande serata in cui i partecipanti del Forum s'incontreranno con i magnifici cinque: Lula, Chávez, Morales, Correa e Lugo.
Non concorda Francisco Whitacker, un altro dei fondatori e dei membri del Consiglio internazionale, che ribatte: «Tutti i presidenti invitati dalla società civile sono i benvenuti a patto che non interferiscano né prevarichino la attività dell'Fsm».
Questa divisione fra «movimentisti» e «istituzionali» non sarà facile da risolvere, come non lo fu a Caracas (ma là c'era solo Chávez...). E andrà a toccare inevitabilmente anche altri nervi sensibili: da cosa sia la società civile fino a cosa sia oggi la sinistra. Roba non da poco.
E' vero comunque che questa nona edizione è molto speciale. Innanzi tutto la scelta della sede. Belém, «la città dei manghi», è un posto molto lontano, difficile da raggiungere, pochi turisti e quindi pochi alberghi. Ma Belém è la porta dell'Amazzonia e l'Amazzonia e gli indigeni dell'Amazzonia, 500 mila sui 25 milioni di persone che abitano l'inferno verde, sono i protagonisti assoluti di questo Forum e saranno presenti a migliaia da ogni parte del continente.
Questo vuol dire la scelta di Belém, anche senza trascurare il fatto che come Porto Alegre (e il suo bilancio partecipativo) nel 2001 era il fiore all'occhiello del Pt, oggi il governo del Pará vede alla sua testa - attivissima nell'organizzare l'evento - la governadora Ana Júlia Carepa anche lei del Partido dos Trabalhadores (e della sua ala più radicale e critica della moderazione di Lula).
jueves, 29 de enero de 2009
Foro Social Mundial: Links y conexiones
Foro Social Mundial inicia con grandes expectativas y retos. En el marco de la crisis global las organizaciones sociales e indígenas se congregan en el séptimo Foro Social Mundial a debatir en los diferentes ejes temáticos sus propuestas.
La Minga Informativa recoge estos debates en http://www.movimientos.org/fsm2009/, además de audios en http://www.radioteca.net/indice.php?id_usuario=1300027 y fotos en http://www.movimientos.org/fsm2009/fotos.php*
Protagonismo indígena en el Foro Social MundialEl inicio de las actividades en el Foro Social Mundial estuvo marcado por el protagonismo del movimiento indígena quienes convocan a Movilización Global en defensa de la Madre Tierra. (CAOI)
28/01/09 http://www.movimientos.org/fsm2009/show_text.php3?key=13644*
Comenzó el Foro Social Mundial en Belem de Para, BrasilEste 27 de enero las calles de Belem de Pará, en la Amazonia fueron escenario de una gran marcha, expresión de la riqueza diversa y a la vez idéntica de los seres humanos que se unen en la convicción general de que otro mundo es posible. (José Ramón Vidal y Tamra Roselló)
27/01/09 http://www.movimientos.org/fsm2009/show_text.php3?key=13641*
Foro Mundial Teología y Liberación apuesta por la ecología. Definido como un “gran espacio donde se puede dialogar y superar los fundamentalismos” se desarrolló en Belem el tercer Foro Mundial de Teología y Liberación (FMTL), en días previos a la séptima edición de Foro Social Mundial (FSM). (ALAI/Minga Informativa)
27/01/09 http://www.movimientos.org/fsm2009/show_text.php3?key=13642*
Por descolonialidad y Buen Vivir Pueblos Indígenas inician actividades en el Foro Social Mundial 2009. Convocan a MingaGlobal en defensa de la Madre Tierra y al Foro Social Mundial Temático “Crisis civilizatoria, Descolonialidad y Buen Vivir” en enero del 2010. (CAOI)
26/01/09 http://www.movimientos.org/fsm2009/show_text.php3?key=13630*
Unificar as lutas por um mundo melhor De 27 de janeiro a 02 de fevereiro Belém se transformará na cidade das lutas sociais por um mundo melhor. Com a realização do Fórum Social Mundial mais cem mil pessoas de diferentes partes do planeta se encontrarão em nossa cidade para debater e construir caminhos novos para a humanidade. (Vía Campesina – Pará) 26/01/09 http://www.movimientos.org/fsm2009/show_text.php3?key=13626
Minga Informativa de Movimientos Socialeshttp://movimientos.org/
miércoles, 28 de enero de 2009
Haaretz accusa di "antisemitismo" il Venezuela
Il ministro degli Esteri Maduro, ha replicato seccamente "La comunita' musulmana, ebrea, cristiana, e tutte le altre, sanno perfettamente che la discriminazione religiosa non e' un problema presente nella nostra societa' , ne' ora ne' mai".
Maduro ha aggiunto che l'articolo diffamatorio di Haaretz e' una risposta dell'elite di Tel Aviv per alimentare coralmente una campagna di destabilizzazione del governo venezuelano.
La netta condanna dell'invasione di Gaza, sancita con l'espulsione dell'ambasciatore israeliano dal Venezuela, e l'invio di 80 tonnellate di aiuti alla popolazione stremata di Gaza, viene sanzionata con la ormai classica -ed automatica- accusa di antisemitismo. Chi critica la politica dei governanti israeliani e' antisemita, senza se e senza ma.
Chi critica la politica della signora Merkel, invece, non e' antiariano, antitedesco o antieuropeo. Perche'?
La classe dirigente israeliana si pone al di sopra e al di fuori della critica, cosí come non ha mai tenuto in nessun conto le decisioni dell'ONU, ne' ha reso noto il tracciato esatto delle sue frontiere. L'accusa di antisemitismo e' un marchingegno passepartout con cui autoassolvere se stessi e cercare di tappare la bocca ai Paesi e alle personalita' critiche.
La bolla di scomunica lanciata da Frattini contro Santoro, riflette l'intima connotazione sionista delle inclinazioni del ministro, ma e' soprattutto un ricatto grossolano per censurare una delle poche voci critiche che hanno osato rompore la disinformatia imperante.
L'appropriazione indebita della genitura di Sem, fino a farne un monopolio di casta, da problema storico diventa dogma ideologico.
Foro Social M: La crisis de los medios de comunicación
Foro de Medios Libres abre el debate en Belém (FSM). En la antesala del Foro Social Mundial, se realizó en Belém do Pará el 1° Foro Mundial de Medios Libres
www.Púlsar
El Foro reunió este lunes a comunicadores de medios alternativos y comerciales, así como investigadores en comunicación para analizar el contexto comunicacional mundial. Este encuentro es una de las acciones definidas en junio de 2008, cuando 400 integrantes de medios étnicos, juveniles y de mujeres, entre otros, se reunieron en Río de Janeiro.
En la antesala del Foro Social Mundial, se realizó en Belém do Pará el 1° Foro Mundial de Medios Libres. El objetivo es definir estrategias para ampliar el movimiento medialibrista, basado en modelos alternativos al periodismo de mercado.
Rita Freire, integrante del Instituto Paulo Freire y de Ciranda, explicó que el Foro de Medios Libres “nació en Brasil a partir de la percepción del conjunto de los movimientos de comunicación de que estamos en el mismo debate, en el mismo frente”.
El Manifiesto de los Medios Libres hace énfasis en la necesidad de incidir en la definición de políticas públicas de comunicación. Apunta a la democratización de la asignación de la pauta pública atendiendo a criterios equitativos y no meramente mercantiles.
Plantea, además, la exigencia al gobierno federal de apoyar la realización de una Conferencia Nacional de Comunicaciones y fomentar el pluralismo a través del impulso de la producción y circulación de contenidos. Asimismo, el texto reafirma la exigencia de modificar el marco legal que regula la asignación de frecuencias de radio y televisión.
El Manifiesto también detalla acciones y propuestas para fortalecer el movimiento de medios libres a través de herramientas y modos de producción y gestión colaborativos basados en el intercambio. En ese sentido, este primer Foro Mundial de Medios Libres es una manifestación de aquellos principios.
Durante la jornada se reflexionó sobre los medios de comunicación en el contexto de crisis actual.
Rita Freire enfatizó en que “los daños a la población y el medio ambiente están directamente relacionados con la producción de pensamientos y la circulación de información que fortalece los procesos dominados por el capital financiero y las grandes corporaciones”.
Agregó que “no es posible pensar que la cobertura de la crisis producida por los medios masivos va a dar cuenta de las posibles salidas a este fenómeno”. “En esta mesa hemos reflexionado acerca de cómo los medios próximos a los movimientos sociales se reúnen para transformarse en herramientas que confronten con unos medios que están sostenidos en un modelo fallido, a la vera del abismo”, aseguró Freire.
"Los medios de comunicación viven su propia crisis credibilidad, objetividad, legitimidad y de información"
A decir de Pascual Serrano, del sitio Rebelión de España, y de Luis Hernández Navarro, de La Jornada de México, los medios de comunicación viven su propia crisis credibilidad, objetividad, legitimidad y de información.
Durante el Foro de Medios Libres, los analistas señalaron que los periodistas obstruyen el diálogo entre líderes políticos y ciudadanos, que el mito de la objetividad se ha caído, y que la dinámica acelerada impide a los medios profundizar en los temas importantes.
Pascual Serrano reseñó que hace poco más de un año la crisis económica mundial que se vive ni siquiera se vislumbraba en los medios de comunicación más grandes del mundo.
El periodista español recordó que la televisión cubana transmitía en ese entonces una mesa de debate con expertos en economía mundial, quienes predecían lo que estamos viviendo actualmente.
Según Serrano, esos periodistas fueron invisibilizados por los grandes medios de comunicación.
Además, agregó que los grandes medios se victimizan argumentando que la información fidedigna no llega siempre a ellos.
Sin embargo, Serrano se preguntó: “¿Quiénes sino ellos tienen la información y le hacen el juego a los gobiernos?”.
Bernardo Cucinski, periodista brasileño, remarcó el aspecto perverso del tratamiento de los medios sobre la crisis. “Una prensa que no sabe explicar lo que está sucediendo, se convierte en un medio catastrofista y sensacionalista”, subrayó.
Ramonet: “Los medios dominantes dominan menos” En conversación con Púlsar, el periodista de Le Monde Diplomatique realizó este lunes una descripción alentadora del contexto comunicacional. “Este es un momento de relativo optimismo”, resumió.
Ramonet señaló que hoy existe un debilitamiento del poder mediático porque “los grandes periódicos apostaron por una alianza con el poder financiero”.
Durante su intervención en el Foro de Medios Libres, el periodista señaló que “en unos pocos años se pasó de tener grupos de comunicación muy dominantes y arrogantes a grupos que están muy golpeados”.
Por otra parte, Ramonet indicó que “hay innovaciones importantes en el uso de la comunicación ligera que permitió una mayor participación de la sociedad en la elaboración del discurso mediático”.
Ante esta situación, el analista internacional expresó que “es precisa una segunda reflexión sobre una alternativa comunicacional”.
martes, 27 de enero de 2009
Battisti/Farnesina: 2 pesi 2 misure, con Francia e Brasile
italiano-español
Il rifiuto del Brasile a concedere l'estradizione di Cesare Battisti ha sollevato un gran scalpore mediatico in Italia, a cui prendono parte -oltre alla Franesina- anche gli animatori e i fantasisti di quasi tutte le sponde radio-televisive. E' un fatto ma e' necessario chiedersi perche'. Il Brasile ha preso la medesima decisione che adotto' la Francia nel passato, dove Cesare Battisti -e qualche altro centinaio di italiani- visse per ben 11 anni.
Con il governo francese, la Farnesina non alzo' mai i toni e mantenne la questione sul piano dell'ortodossia diplomatica. Il "pressing" totale sulle autorita' brasiliane, pertanto, e' di difficile comprensione.
Soprattutto quando motivano la loro decisione, asserendo che nelle carte processuali arrivate dall'Italia, e' chiaramente specificato che Battisti venne condannato per "associazione sovversiva". Per il Brasile, questo e' un reato inequivocabilmente politico o sottintende la natura sociale dei reati addossati a Battisti durante la sua latitanza.
L'altro punto nodale messo in risalto a Brasilia, e' che i reati ccontestati risalgono al periodo 1977-1979, quando in Italia era in atto un forte scontro sociale e vennero adottatate "norme giuridiche di emergenza". Queste norme ridussero il pieno diritto alla "difesa ampia" dell'imputato.
Questi sono i due punti nodali che -in base allo Statuto del Rifugiato e la Legge 9.474- permettono alle autorita' brasiliane di rifiutare estradizioni e concedere l'asilo umanitario. La polemica di questi giorni elude queste due argomentazioni, e fa sfoggio della tipica arroganza di chi strilla piu' forte.
Sullo sfondo, pero', rimane la contraddizione insanabile di due scelte diverse per lo stesso imputato e per lo stesso caso: una con la Francia, l'altra con il Brasile. Dipende dalla diversa statura geopolitica dei due Paesi? Sarebbe un errore di forma e di sostanza. L'economia brasiliana e' piu' grande di quelle di vari dei Paesi del G8, che rimangono tali solo perche' ignorano la realta' della Cina e dell'India. La scelta "non diplomatica" di Roma, e' controproducente perche' tocca il nervo della "sovranita' nazionale", a cui Brasilia e' molto sensibile e orgogliosa.
español
Agencia do Planalto
El Ministro de la Justicia, Tarso Genro, negó el pedido de extradición del escritor italiano Cesare Battisti. La decisión fue hecha pública la noche del martes pasado, día trece. Italia condenó el escritor a la pena de prisión perpetua. En el pedido de extradición, Italia lo acusa de cuatro homicidios que habría acometido entre 1977 y 1979.
Hoy, con cincuenta y dos años, el exguerrillero se encuentra encarcelado en la Penitenciaría de Brasilia, capital del país, desde el dieciocho de marzo de 2007. De acuerdo con la nota, el ministro Tarso Genro se decidió por la concesión de refugio porque Italia reconoce la connotación política de la prisión de Battisti. En la sentencia consta que el italiano cometió un crimen de asociación subversiva.
Tarso Genro alega que los homicidios imputados a Battisti ocurrieron en un período en el cual el Estado Italiano había creado normas jurídicas de excepción. Así el exmiembro del PAC no habría tenido el amplio derecho a la defensa. La decisión del ministro toma por base el Estatuto de los Refugiados y la Ley 9.474.
En ambos, el refugio “fundado en temor de persecución por motivos de raza u opinión política” está respaldado. El secretario general del Ministerio de las Relaciones Exteriores de Italia, Giampiero Massolo, dijo estar perplejo con la decisión brasileña. http://www.radioagencianp.com.br/
De San Pablo, Brasil, de la Radioagencia NP, Augusto Juncal.
Estados Unidos recortara' financiamiento para Plan Colombia
“...tenemos que aceptar ciertas realidades. Una es que hay una recesión económica bastante fuerte en todo el mundo. Otra, por supuesto, es un nuevo gobierno y un nuevo Congreso en los Estados Unidos”, según declaraciones del embajador Brownfield al diario El Tiempo de Bogotá publicadas ayer.
Colombia es el tercero País en el mundo beneficiado por "ayudas" del presupuesto de Estados Unidos. Desde 2000, Washington ha entregado a Bogotá más de 5.000 millones de dólares en el area militar para la lucha contra los grupos ilegales y el narcotráfico.
Cat Stevens: Ai bimbi di Gaza gli utili di una canzone
L'incisione del brano puo' essere scaricato dal sito dell'artista
Obama y las profundas corrientes de la historia
secretario general de la Federación Italiana Emigrantes e Inmigrantes FIEI
Nada se crea nada se destruye, dicen. Todo permanece transformándose, o todo se transforma permaneciendo.
Obama recupera antiguos tonos y banderas, aquellos de los "padres fundadores", los que hicieron la primera grande guerra de independencia y se emanciparon de la colonización inglesa.
Aquellos que hicieron la guerra civil en contra de la esclavitud. En el medio está la revolución francesa, la de "la egalité, liberté, fraternité".
Tonos que nos dejan un poco perplejos a nosotros los europeos, más acostumbrados a la gestión de la normal administración, al pragmatismo -algunas veces ideológico- que deja intacta la estructura de las cosas.
Obama recupera la esencia mestiza de América, los sufrimientos de las generaciones pasadas, en particular de los hombres y las mujeres que en la oscuridad, sintiendo además "el azote del látigo", hicieron América.
Sin ellos, sin las multitudes de negros y emigrantes que "cruzaron los océanos", non existiría América.
Falta, tal vez, una consideración similar para los pueblos que en América ya existían; de aquellos, aniquilados por millones, Obama no hizo mención alguna.
Sin embargo esta es la realidad de los hechos: La América actual es efectivamente el producto de los emigrantes y de los esclavos africanos, juntos, lo sabemos, por lo menos desde que el pequeño grande hombre contaba sus peripecias y desde que Kevin Costner bailaba con los lobos, del genocidio de sus primeros moradores, los-aborígenes nativos.
Escuchando Obama, me venían a la mente algunos discursos del mestizo Chávez, por su referencias a Bolívar, interprete de la liberación truncada y fallida, el juramento en el Monte Sacro, el llamado a los millones de desheredados del sur, aquellos que empezaron a dar señales de vida a final del siglo pasado, aquellos que llevan al poder en Brasil, al emigrante del norte-este y obrero metalúrgico Lula, aquellos que eligen a Evo Morales, primer indígena que regresa al poder en Bolivia, luego de 500 años de dominación blanca y gringa.
Los sobrevivientes de la terrible estación de los años´ '60 y '70, encarcelados, descuartizados, desaparecidos, que llegan al poder por vía democrática en Venezuela, Brasil, Argentina, Uruguay, Chile, Bolivia, Paraguay, donde un obispo como recuerdo y fruto de la breve y, al mismo tiempo, grande época de las misiones jesuitas, Fernando Lugo, gobierna el país guaraní.
Recordaba que en el lejano 2001, seis meses antes de Genova y ocho meses antes de las Torres gemelas y del comienzo de la guerra infinita de la bandas de los cuatros, en Porto Alegre se reunió por primera vez, aquel mundo de los derrotados, junto a los campesinos asiáticos y africanos, a los "rebeldes" europeos, con muchos premios Nobel e intelectuales de distintas latitudes marginados por los medios de comunicación "mainstream".
Allí se encontraban también los norteamericanos que han crecido con las notas de Peete Seeger y de Woody Gutrie, cuyas canciones de los años '40 antecedieron, el 19 de Enero, el juramento de Obama, como hoy nos lo recuerda Alessandro Portelli.
Allí estaban los pacifistas israelitas y palestinos. Estaban también, como he recordado en otras oportunidades, millares de descendientes de los emigrantes italianos en América Latina.
Los indicios de un nuevo mundo se avizoraban por primera vez juntos, al mismo tiempo, desde todas partes del planeta, para decir que "otro" mundo era - y es - posible.
En la tarde del 11/09, recibí una llamada telefónica de una querida amiga que me dijo, desconcertada: "ahora todo lo que se estaba (construyendo será destrúido)". Y llegó , en efecto, Afganistan con el Mullah Omar y llegó Irak, con sus armas de destrucción masivas, y los millares de muertos civiles. Y, por última, y en extremis, llegó Gaza, donde las víctimas del pasado se transformaron, ahora, nuevamente en bestias.
Sin embargo es importante recordar que antes del 11/09 hubo la crisis de la "new economy clintoniana": aquella enorme ampolla especulativa que había descubierto "la economía inmaterial", como solución subsidiaria al "problema" constituido por el crecimiento del conocimiento global, del trabajo intelectual no reconocido.
Era el intento de sujetar dentro del mecanismo capitalista, el enorme valor de la sabiduría universal difusa, el intento de utilizar, como nuevo método de valorización el conocimiento de las personas que viajaban por la red, en internet, este camino que - tal vez -nos demuestra, por primera vez en la historia, como el espíritu humano, junto a sus brazos, constituye la fuente imprescindible del conocimiento y de la riqueza.
La caída de las bolsas mundiales que habían realizado inversiones en este conocimiento libre y difuso convenció a la "leadership" de la necesidad de hacer la guerra.
Con todos sus vasallos, "valvassori e valvassini", comprados -(muchos)- o no -(lamentablemente muchos también)-.
La regresión hacia el burqa -(islámico y doméstico)- y las otras infinitas razones en favor de la guerra que hemos tenido que tragarnos en estos diez años, son las mismas que hoy hacen afirmar a nuestro ministro de relaciones interiores que es un escándalo orar (a los islámicos) frente a las iglesias católicas. ¿ A caso Dios, si existe, no es único e inconmensurable?
Y Cristo, adorado - como la Virgen Maria - por los seguidores de Hallah, el profeta máximo, inclusive más grande que Mahoma -(valiente pero simple amanuense de la divinidad)-, ¿no es él, a caso, el hombre de la esperanza que el cardinal Martini, perdedor frente al pontífice alemán, intentaba interpretar en contra de la lógica del asedio y del miedo?
Ahora que Obama, con su diccionario de palabras necesarias para el lenguaje adecuado al décimo año del tercer milenio, le habla al mundo, se empiezan a vislumbrar los cambios en las distintas posiciones.
Seguramente el comunismo ha fracasado. O mejor dicho el socialismo real. Sin embargo es necesario interpretar las palabras de los padres fundadores.
De su interpretación dependerá el movimiento del mundo.
"Llegará algún día un hombre de ojos claros que leerá de nuevo aquellas de Francisco" decía Pasolini en "Uccellacci ed Uccellini" (Pajarracos y Pajaritos).
Vendrán desde el sur, hombres y mujeres, podríamos decir, hoy a reverdecer las mismas palabras, hermano sol, hermana agua, etc..etc... La batalla de la estética, de la hermenéutica, de las puntualizaciones del poder, no se ha acabado en lo absoluto. La grande crisis que según la Banca Europea "involucrará a las generaciones futuras", es la gran oportunidad de la historia.
De seguro que la estupideces relacionadas con las medidas del relanzamiento de la economía -(capitalista)-, del rescate de los bancos, de la protección de los intereses difusos de aquellos que se han enriquecido en los años de la guerra infinita, hacen el par con el debate parroquial entre el PD y el PDL, comisión de vigilancia de la RAI , con el intento de relanzar la lucha entre pobres y emigrantes, último pretexto de reserva de un poder nacional que se dispone a abandonar el país.
Casini, leader de UDC dijo el martes pasado que dentro de tres o cuatro meses, "la gente nos lanzará tomates o algo más" si no solucionamos los problemas. "Saggia apostrofe a tutti i caccianti". ("Sabia apóstrofe a todos los -interesados-).
Sin embargo los problemas no tendràn soluciòn si no hay una nueva y equilibrada redistribución de la renta y la riqueza. “Hacia adentro y hacia afuera de las fronteras", como ha dicho el gran jefe Obama.
www.emigrazione-notizie.org
Procuratore del Brasile: archiviare estradizione di Battisti
A Battisti, in passato, le autorita' francesi riconobbero diritti analoghi a quelli che il Brasile si accinge a concedergli. Lo scrittore visse in Francia durante undici anni, e nessun governo italiano esercito' pressioni simili a quelle che la Farnesina ha adottato contro il Brasile, e che respinge come limitazione alla sovranita' nazionale.
Essere ebrei: distinzioni
(testo apparso su La Jornada di Mexico, ed è opera di una ebrea italo-messicana)
Il sionismo allude al movimento nazionalista e colonialista ebreo che fin dalla fine dell'Ottocento si è proposto la creazione dello Stato di Israele. Ha promosso, e promuove, l'immigrazione degli ebrei in Palestina, l'ancestrale terra promessa. Prese il nome da Sion, una collina di Gerusalemme, e acquistò uno spessore politico grazie all'impulso del giornalista austriaco Theodor Herltz.
Il programma del primo congresso sionista, tenutosi nel 1879 a Basilea asseriva: "il sionismo vuole creare una casa per gli ebrei in Palestina, sotto la protezione della legge pubblica". Il movimento si stabilì a Vienna, dove Herltz fondò il settimanale ufficiale "Die Welt"; i congressi sionisti si tennero ogni anno, almeno fino al 1901.
Visto in questi termini, è possibile "sentire" e accompagnare la chimera di un popolo che coltiva legami spirituali e aspira alla creazione di una nazione propria. Ciò che diventa problematico è la svolta espansionistica-terrorista che acquisisce questo progetto nella seconda metà del Novecento, e gli irreparabili costi storici ed umani che ne fanno da corollario. Senza l'accoppiata anglostatunitense, il sionismo non avrebbe realizzato vari suoi propositi nei primi anni del secondo dopoguerra.
I primi immigranti ebrei giunti in Palestina-Israele alla fine dell'Ottocento erano europei. Conclusa la seconda guerra, e in seguito all'evidenza delle proporzioni dello sterminio nazista e il conseguente danno della popolazione ebrea, il movimento sionista concentrò i suoi sforzi nei confronti degli ebrei che abitavano nei paesi arabi e mussulmani.
Negli anni '50 del Novecento vennero praticamente svuotate le comunità ebraiche dei paesi arabi; ebrei, le cui famiglie avevano vissuto durante secoli in società arabe e mussulmane, emigrarono nel nuovo Stato: Israele. Grazie alla Legge di Ritorno del 1950 arrivarono in Israele circa 100.000 ebrei nati in Etiopia e chiamati dispregiativamente falashas: "esiliati", "stranieri", "erranti". La memoria collettiva israeliana si assimila alla narrativa sionista basata sulla storia degli ebrei dell'Europa.
Tale narrativa non solo non prende in considerazione la storia degli ebrei dei paesi arabi, ma si è anche sforzato per la "dearabizzazione" etnocida del giudaismo. E tutto in nome di un'ideologia statalista sulla quale si è stabilito il sionismo, che ricorda usi e costumi delle nazioni sudamericane ancorate all'utopia della "nazione bianca".
Malgrado la metà della popolazione sia giunta dai paesi arabi islamici e si situi geograficamente in Medio Oriente, lo Stato d'Israele riflette se stesso e si presenta davanti al mondo intero come nazione occidentale. Fino agli anni '40 tra arabi mussulmani ed ebrei esistevano legami quotidiani di vicinanza e convivenza.
All'interno dei collettivi dispari e mescolati non erano ancora nati sentimenti nazionalisti. Ebrei ed arabi vivevano insieme "nel bene e nel male". Il movimento sionista ha contribuito a corrompere i vincoli tra mussulmani ed ebrei. Il sionismo bellicoso e militare ha abolito il lascito spirituale del giudaismo in questa terra devastata. Ci sono frasi che commuovono lo spirito.
Nel suo magnifico libro autobiografico Errata, George Steiner ci lascia una prosa chiaroveggente: "Purtroppo non posso sentirmi parte di questo contratto con Abramo. Per questo non possiedo un feudo convalidato dalla divinità in un pezzo di terra del Medio Oriente, né in nessun'altra parte. È un difetto logico del sionismo, un movimento politico-laico, invocare una mistica teologico-scritturale che, a dire il vero, non può essere sottoscritta" (…)
"Sarebbe scandaloso che i millenni di rivelazione, di appello alla sofferenza, che l'agonia di Abramo e di Isacco, del Monte Moriah e di Auschwitz, dessero come risultato finale la creazione di uno Stato-nazione armato fino ai denti, di una terra per speculatori e mafiosi… come tutte le altre".
Continua in altri paragrafi sorprendenti: "Tutti siamo invitati della vita […] siamo invitati a questo minuscolo pianeta e siamo risultati essere invitati vandalici e sterminatori […] mammiferi capaci di raggiungere elevati livelli di comprensione e creatività etiche, anche se persistentemente territoriali, aggressivi verso i loro rivali, proclivi al contagio dell'odio collettivo, ai riflessi omicidi del gregge, sono chiamati a ideare istituzioni di civismo e collaborazione altruista nella polis, nella moltitudinaria città degli uomini […] questo strano bipede distrugge per il piacere di distruggere".
Come conclusione preliminare: essere ebreo non allude ad una determinazione biologica né particolarità psicologica. Non esiste un'"anima" o "essenza" ebrea. Essere ebreo è un "frammento" di un procedimento di verità, un "dato" che lo fa "apparire" in questo modo nello spazio sempre politico degli altri.
È possibile che la maggioranza degli ebrei non siano in verità "distintivi" del giudaismo. Non è meno vero che verrebbero rifiutati per la loro ortodossia endogamica, classista e razzista. La condizione ebraica è estremamente dispari; gli ebrei sono gente mescolata. Essere ebreo nella diaspora, persino come condizione esistenziale "paria", non corrisponde per forza all'appartenenzia di un "popolo". Addirittura nemmeno a un "noi" storico.
La "giudaicità della diaspora" implica una memoria emotiva. Memoria, perché è la somma di tutti i racconti, multipla e frammentaria, impossibile da ridurre a un solo slogan, rappresentare un solo volto.
Tuttavia, questa disparità ed eterogenizzazione della condizione ebrea non ci lascia indenni e il silenzio furtivo diventa incomodo. Ebrei onesti, siano essi "puro sangue", o eventualmente "goy", "intruso" o "paria" (secondo l'espressione di Max Weber, George Simmel e Hannah Arendt), meticci o bastardi del giudaismo, soffriamo lo stesso straziamento.
La mostruosità inumana con cui la coppia Bush-Stato di Israele, davanti alla "tristezza obiettiva" della maggioranza degli spettatori della polis, si è accanito contro "i figli più poveri" della terra palestina, esibendo senza instinti le morti infantili agghiaccianti (oltre alla prepotenza geopolitica e boriosità bellica sinistra) ci abbandona e sprofonda nell'impotenza, la vergogna e l'ignominia.
Abbiamo subito una regressione radicale. La peggior catastrofe nella nostra abituazione all'orrore e alla perdita assiomatica di coscienza critica. Impossibile sfuggire alla dichiarazione. Ci confina questo fatto alla pena intima e costante.
traduzione di Clara Ferri
lunes, 26 de enero de 2009
Obama ¿Que cambio esperamos?
Los escenarios políticos de la región latinoamericana y del mundo se modifican de un día a otro, y cada modificación trae aparejada la idea de cambios de nuevas oportunidades; es lo que vimos con Evo Morales, pues un indio llegó a la presidencia de Bolivia, o con Fernando Lugo, un sacerdote en la presidencia del Paraguay.
Es lo que ahora se observa en relacion con el nuevo presidente de EEUU Barak Obama. Con la gran diferencia que EEUU es potencia mundial. Sin embargo la prudencia en el análisis no debe ir en contra de los aspectos objetivos, ni mucho menos, o en contra de las declaraciones del propio Barack Obama.
Así, las declaraciones de Obama unos días antes de su toma de posesión en Univision, descalificando al gobierno de Chávez, limitando el alcance de las medidas hacia Cuba y con ratificación del embargo hacia esa isla, anuncian que estamos ante el riesgo de tener un presidente que haga lo mismo que una decena que le antecedieron con el tema cubano, y ello nos dice que en relacion con los intereses norteamericanos, no hay muchos cambios que esperar aunque cambien de gobernantes.
Ya hace muchos años sabíamos que desde la perspectiva de funcionarios norteamericanos, EEUU no tenía amigos sino solo intereses, y aunque en los casos de Cuba o Venezuela no se trata de nuevas amistades las que podrían ver la luz, si es necesario subrayar que con diverso tono, la rispidez se mantiene.
Funcionarios designados para la política exterior se han referido al caso cubano con muchas dudas, a Venezuela con condiciones y dentro de estas, una firme condena a las posibilidades de apoyos políticos a las FARC de Colombia. Y este conjunto de declaraciones, son de suyo preocupantes. Aunque por supuesto, ninguna es en si misma concluyente.
Ya tuvimos en los últimos años, como presidentes de la nación mas poderosa del mundo, a un vaquero, un cacahuatero, y ahora un afrodescendiente, pero en el tema cubano, pareciera que no hay mucho que esperar.
Tenemos la más alta expectativa de nuevas relaciones, que se expresen en el entierro de la guerra fría, pues las medidas hacia Cuba no son más que restos de la misma, y la visión primitiva para aproximarse a Chávez son igualmente ecos del mundo bipolar comunismo-anticomunismo.
Parecería entonces que la visión de OBAMA de los asuntos internacionales no varia mucho, y que el guión que le han preparado, es el mismo que antes transitaron Bush padre e hijo o Clinton y Carter. Ello a pesar de las declaraciones de Cuba o de Chávez expresando la disposición a una mejoría de las relaciones.
Tanto Cuba como Venezuela han sido por demás cautos al momento de valorar los alcances del posible cambio en los Estados Unidos en las relaciones bilaterales.
Es cierto que el anuncio de cierre de la prisión de Guantánamo en Cuba es algo positivo, pero ese anuncio no termina con la ocupación de esta parte del territorio soberano de Cuba, ni nos dice cual puede ser el destino de los prisioneros, muchos de los cuales no son terroristas ni nada por el estilo.
En otro orden de ideas, este anuncio no modifica, de momento, la política de embargo comercial que existe desde hace unos 50 años.
Está pendiente observar cual es el proyecto de rescate de la economía que trae el presidente Obama. Y dentro del proyecto de rescate, habría que observar cual es el rol que se asigna a la renegociación del DR-CAFTA, ofrecida en el marco de la campaña electoral.
Sabremos entonces si estamos ante una variable neoliberal pintada de afrodescendiente o ante la continuidad de los más oscuros designios de los asesores de Bush, o en presencia de un cambio de importancia que nos haga pensar en una nueva época. Quien viva, verá.
La ola de expectativas que se desencadenaron con la elección de Obama, que en si mismo es un hecho cultural, no deben limitarse al hecho de un afrodescendiente en la casa blanca.
El nuevo presidente norteamericano tiene la enorme tarea de convencer con hechos de que encarna un intento de abrir una era novedosa. Su sola presencia como afrodescendiente, que de todas maneras es algo para recordar no alcanza para constituir una nueva época.
Bolivia: 60% vota nuova Costituzione
La Costituzione e' stata approvata in un referendum popolare, non con manovre di corridoio nelle aule legislative, e questo conferisce alla nuove regole del gioco un valore morale e sociale di primordine.
Oggi ha perso il razzismo atavico, l'ingiustizia sociale, la discriminazione istituzionale che era pane quotidiano nella Bolivia del blocco dominate, piegato agli interessi del latifondismo neo-schiavista.
Il referendum e' stata una sconfitta secca per gli Stati Uniti che -da sempre- si sono alleati con i latifondisti, con l'elite corrotta e ostile alla maggioranza nazionale. Quando i movimenti popolari si avvicinavano troppo al potere politico, la Casa Bianca fece sempre ricorso alla pianificazione di sanguinosi colpi di Stato.
Adesso, non e' piu' possibile, ed e' il segno dei nuovi tempi.
La Bolivia oggi ha deciso che non saranno piu' possibili latifondi superiori a 5000 (cinquemila) ettari. E' un gran giorno per i boliviani, l'inizio di un'altra storia.
No es una guerra, es una matanza
No es una represalia, no son los cohetes artesanales que han vuelto a caer sobre territorio israelí sino la proximidad de la campaña electoral lo que desencadena el ataque.
No es la respuesta al fin de la tregua, porque durante el tiempo en el que la tregua estuvo vigente el ejército israelí ha endurecido aún más el bloqueo sobre Gaza y no ha cesado de llevar a cabo mortíferas operaciones con la cínica justificación de que su objetivo eran miembros de Hamas. ¿Acaso ser miembro de Hamás despoja de condición humana al cuerpo desmembrado por el impacto del misil y al supuesto asesinato selectivo de su condición de asesinato sin más?.
No es un estallido de violencia. Es una ofensiva planificada y anunciada hace tiempo por la potencia ocupante. Un paso más en la estrategia de aniquilación de la voluntad de resistencia de la población palestina sometida al infierno cotidiano de la ocupación en Cisjordania y en Gaza a un asedio por hambre cuyo último episodio es la carnicería que en estos días asoma en las pantallas de nuestros televisores en medio de amables y festivos mensajes navideños.
No es un fracaso de la diplomacia internacional. Es una prueba más de complicidad con el ocupante. Y no se trata sólo de Estados Unidos que no es referencia moral ni política sino parte, la parte israelí, en el conflicto; se trata de Europa, de la decepcionante debilidad, ambigüidad, hipocresía, de la diplomacia europea.
Lo más escandaloso de lo que está pasando en Gaza es que puede pasar sin que pase nada. La impunidad de Israel no se cuestiona. La violación continuada de la legalidad internacional, los términos de la Convención de Ginebra y las mínimas normas de humanidad, no tiene consecuencias.
Más bien, al contrario, parece que se premia con acuerdos comerciales preferentes o propuestas para el ingreso de Israel en la OCSE.
Y qué obscenas resultan las frases de algunos políticos repartiendo responsabilidades a partes iguales entre el ocupante y el ocupado, entre el que asedia y el asediado, entre el verdugo y la víctima. Qué indecente la pretendida equidistancia que equipara al oprimido con su opresor. El lenguaje no es inocente. Las palabras no matan pero ayudan a justificar el crimen. Y a perpetuarlo.
En Gaza se está perpetrando un crimen. Lleva tiempo perpetrándose ante los ojos del mundo. Y nadie podrá decir, como en otro tiempo se dijo en Europa, que no sabíamos.
Teresa Aranguren, Pedro Martínez Montávez, Rosa Regás, José Saramago, Pilar del Río, Cármen Ruiz Bravo, Belén Gopegui, Constantino Bértolo, Santiago Alba Rico.
Bolivia dice Si a la nueva Constitución
La mayoría de la población se ha manifestado por apoyar la propuesta de nueva Constitución y al mismo tiempo quiere limitar la tenencia de la tierra a un máximo de 5.000 hectáreas. Esas son las tendencias del voto en las mesas de votación cuyo escrutinio ya fue terminado.
domingo, 25 de enero de 2009
Presidentes sudamericanos al Foro Social Mundial
sábado, 24 de enero de 2009
Carta a Obama: Cierre la Escuela de las Americas
Sr. Barack Obama
Presidente de Estados Unidos
Presente.
Desde el sur hemos escuchado que Usted quiere introducir cambios en el gobierno de Estados Unidos, y que busca relaciones de respeto mutuo con otros países.
Un primer paso necesario para la construcción de relaciones horizontales con sus vecinos aquí en el sur consideramos que debe ser el cierre de la Escuela de las Américas. Esta academia militar estadounidense ha traído solamente dolor a nuestros pueblos durante lo largo de sus 62 años de existencia. Miles de personas de nuestros pueblos han sido desaparecidas, asesinadas y torturadas por graduados de la Escuela de las Américas.
Sr. Presidente, tenemos esperanzas en Usted. Martín Luther King decía que la paz no es la ausencia de conflictos sino la existencia de justicia. Nosotros le pedimos que cierre la Escuela de las Américas y que apueste por la paz y por la justicia que son los únicos caminos para que la humanidad pueda sobrevivir.
Respetuosamente,
FIRMAR AQUI www.salsa.democracyinaction/org/o/727/t/3823/petition.jsp?petition_KEY=1806
MAS INFORMACION EN www.soawlatina.org
Generale F.Mini: La barbarie strategica
gen. Fabio Mini
I danni collaterali sono per definizione quelli causati ai civili quando si tenta di colpire gli obiettivi militari. Sono danni previsti o imprevisti, frutto dell' imprecisione delle armi o di errore. Durante la guerra del Kosovo il portavoce della Nato utilizzò il termine in maniera estensiva e assolutoria anche quando l' attacco contro strutture civili era intenzionale.
Veniva così derubricato un evento che poteva essere un crimine di guerra e le vittime diventavano responsabili di trovarsi nel posto e nel momento sbagliati.
Il caso ha fatto scuola e oggi la gente si è abituata all' inevitabilità delle vittime civili durante ogni tipo di conflitto, compreso quello tra guardie e ladri. Dal punto di vista militare è il segno della regressione della guerra tra avversari asimmetrici: regressione di umanità e di strategia.
La prima diventa ancora più grave perché sostenuta dalla seconda che spesso viene spacciata per "evoluzione". La realtà è che le vittime civili, in barba a tutte le norme del diritto internazionale, dei codici militari e dei costumi di guerra, sono tornate ad essere il vero obiettivo delle guerre.
Si è tornati alla distruzione "strutturale" adottata nella seconda guerra mondiale con i bombardamenti a tappeto e in Vietnam con il napalm. Questa guerra sembrava finita quando si è voluto distinguere fra forze combattenti e non combattenti, quando l' etica ha richiamato le norme di protezione dei civili e quando lo stesso interesse consigliava di limitare i danni perché, come disse Liddell Hart, «il nemico di oggi è il cliente di domani e l' alleato del futuro».
Questa guerra sembrava finita per sempre quando dalla distruzione nucleare si è passati al precision strike, l' attacco di precisione, che rappresenta la rivoluzione strategica e tecnologica più importante e costosa dell' ultimo mezzo secolo.
Di tutto questo si è persa traccia e memoria e gli imbonitori che indulgono nella giustificazione militare dei danni collaterali sono analfabeti di ritorno. Con i nuovi eserciti e le nuove armi i danni collaterali dovrebbero tendere a zero e con i nuovi avversari, arcaici e disperati, non ci sono strutture militari e produttive da distruggere per piegare la volontà di resistenza.
Ci sono solo case, chiese, moschee e persone, donne, bambini. Tutte cose facili da colpire e allora la vera sfida strategica non sta nel come distruggere, ma nel come non coinvolgere gli innocenti.
In Cecenia, Afghanistan, Libano e, oggi, a Gaza la strategia deliberata di colpire i civili per far mancare il sostegno della popolazione agli insorti, ribelli e cosiddetti terroristi è un' altra regressione. Riporta alla guerra controrivoluzionaria, che invece ha fatto sempre vincere i ribelli, e alle nefandezze delle occupazioni coloniali.
Anche le giustificazioni e il mascheramento di queste regressioni con strumenti di propaganda sono dejà vu. Sono cambiati i nomi e alcuni strumenti, ma gli effetti sono sempre gli stessi. La guerra psicologica che tenta di dimostrare che i civili non sono i nostri obiettivi ma le vittime dell' avversario che li usa come scudo non è cambiata da millenni, per questo il nemico è sempre stato "scellerato".
Si usano gli stessi messaggi anche se al posto di proclami e infiltrati si utilizzano volantini, radio, televisioni, ambasciatori e lobby politiche. Ieri, la popolazione priva di sistema d' allarme, sapeva dell' imminente attacco dal rumore dei bombardieri. Pochi minuti per scappare.
Oggi si telefona alle vittime, ma questo, come allora, non aiuta chi è intrappolato come un sorcio e non può andare altrove. Appare solo cinico.
L' ultima novità della guerra psicologica è che non si rivolge più all' avversario, ma alle proprie truppe e, soprattutto, all' opinione pubblica interna e internazionale. Quest' arma di manipolazione delle masse e di distruzione delle intelligenze è diretta verso le proprie forze e i propri alleati e ogni soldato sa che nulla è più pericoloso del cominciare a credere alla propria propaganda.
Gli eserciti più potenti del mondo non sanno riconoscere e affrontare le nuove forme di guerra asimmetrica. Non sanno penetrare, discriminare, selezionare e operare chirurgicamente. Non sanno gestire il proprio eccesso di potenza e hanno perso la coscienza dell' inutilità e della illegalità delle distruzioni civili. Non si rendono conto che questo serve solo a imbarbarire la guerra: un lusso che i terroristi possono permettersi. Noi no.
FONTE: La Repubblica
viernes, 23 de enero de 2009
jueves, 22 de enero de 2009
Foro Social Mundial en la Amazonía: medio ambiente tema central
www.ecoportal.com
Se prevé que el encuentro agrupe a más de 120.000 participantes y convertirse en el foro más concurrido de todos los celebrados hasta ahora. Ya están organizadas más de 600 actividades en las calles de Belem y en las sedes de las universidades Federal de Pará y Federal Rural de Amazonia (UFPA y UFRA).
Este año la sede del Foro Social Mundial (FSM) es una ciudad de la región amazónica, con un gran patrimonio medio ambiental, que según los organizadores invitará a desarrollar un buen número de alternativas para afrontar temáticas como la crisis mundial ambiental y la seguridad alimentaria.
Al encuentro, que se celebra de forma paralela al Foro Económico Mundial en Davos, Suiza, en el que se dan cita empresarios, líderes de transnacionales y ministros de Hacienda y Economía de gobiernos de todo el mundo, asistirán los presidentes Luiz Inácio Lula da Silva (Brasil), Hugo Chávez (Venezuela), Evo Morales (Bolivia), Fernando Lugo (Paraguay) y Michele Bachelet (Chile).
Esta será la novena edición del FSM, un movimiento que nació con la consigna "un mundo mejor es posible" y ha tenido gran repercusión internacional. Comenzó en Porto Alegre en 2001, tuvo otras ediciones brasileñas en 2002, 2003 y 2005, llegó a la India en 2004, abarcó tres países en 2006 (Malí, Paquistán y Venezuela), volvió a centralizarse en Nairobi en 2007 y se transformó en Día de Acción de Movilización Global en 2008 en más de 80 países, entre ellos España.
Actividades programadas
El FSM contará con más de 600 actividades, que tendrán lugar del 27 de enero al 1 de febrero. Entres ellas, destacan:
- Día de la Pan-Amazonia: será una jornada dedicada a llevar al mundo las voces de la Amazonia y se constituirá de diversas actividades, como testimonios, conferencias, así como celebraciones y exposiciones culturales.
- Seminario 'La política comercial de la Unión Europea en América Latina: desenmascarando la Europa Global y los Acuerdos de Asociación': este seminario discutirá los impactos de los Acuerdos de Asociación de la UE con los diferentes países y regiones de América Latina y el Caribe, así como hablará de las alternativas políticas emergentes que permitan garantizar los derechos fundamentales de los pueblos y la gestión democrática de sus recursos naturales.
- Seminario ‘Migraciones sin muros ni directivas: la Europa Global/Fortaleza y la situación de los migrantes en América Latina y Europa: tratará de trazar un panorama de los flujos migratorios intra e intercontinentales, permitir el intercambio de experiencias (condiciones de acogida y movilizaciones entre actores europeos y latinoamericanos) y reflexionar sobre los modos de lucha y medios de acción. También se trata de tomar en consideración la puerta de entrada latinoamericana de los territorios franceses (Guyana y Antillas Francesas).
- Seminario ‘Desmantelando el Poder de las Transnacionales: Experiencias y estrategias de los pueblos de América Latina y Europa’: uno de los objetivos añadidos de esta actividad será articular el Grupo de Trabajo ‘Transnacionales’, de la red ‘Nuestro Mundo No Está En Venta’ (OWINFS), una red mundial de organizaciones, activistas y movimientos sociales abocados a combatir los acuerdos de comercio e inversiones que promueven la globalización orientada por las transnacionales.
- Seminario ‘La política comercial de la Unión Europea en América Latina: estrategias de resistencia bi-regional y alternativas’: tomará la forma de una sesión de discusión de estrategias con el objetivo de promover las articulaciones y trabajo conjunto de movimientos y organizaciones sociales de América Latina, el Caribe y Europa.
La edición de Madrid
Nuestro país acogerá, paralelamente, el II Foro Social Mundial de Madrid, que se inaugurará el próximo viernes 23 de enero en el Instituto Lope de Vega de Madrid y se celebrará a lo largo de ese fin de semana en distintos espacios.
Contará con diversos talleres sobre la crisis financiera que sacude occidente y sobre alternativas políticas y sociales al neoliberalismo, entre otros, además de conciertos y otras actividades. www.ecoportal.net
Amnesty I: Israele uso' fosforo: le prove
"Abbiamo visto strade e vicoli pieni di prove dell'uso del fosforo bianco, con alcuni grumi ancora fumanti e residui di ordigni" - ha dichiarato Cristopher Cobb-Smith, un esperto in armi che fa parte, con altri tre colleghi, della missione di Amnesty International. "Lo scopo del fosforo bianco è di provocare una cortina fumogena atta a favorire il movimento delle truppe in un campo di battaglia; è un'arma altamente incendiaria che non dovrebbe mai essere usata in aree dove si trovano i civili".
"Un uso così estensivo in aree densamente popolare è di per sé indiscriminato. Averlo usato ripetutamente in questo modo, nonostante le prove dei suoi effetti indiscriminati e il suo impatto sulla popolazione civile, è un crimine di guerra" - ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty su Israele e i Territori occupati palestinesi. Quando il fosforo bianco entra in contatto con la pelle può continuare a bruciare anche in profondità, fino a raggiungere la massa muscolare e la spina dorsale.
Tra le zone più colpite dal fosforo bianco vi è la sede dell'Unrwa, l'agenzia dell'Onu per i rifugiati a Gaza City, attaccata dalle forze israeliane il 15 gennaio. Sempre quel giorno, ordigni impregnati di fosforo bianco hanno colpito anche l'ospedale al-Quds di Gaza City, provocando un incendio che ha costretto lo staff sanitario a evacuare i pazienti
Alcuni giorni fa durante il programma "L'arca dei diritti" di Ecoradio, è stata intervistata la ricercatrice Donatella Rovera. Nell'intervista, realizzata mentre era in procinto di entrare nella Striscia di Gaza, la Rovera descrive i primi risultati delle sue ricerche e denuncia gli attacchi indiscriminati compiuti sia da Hamas che dall'esercito israeliano, sostenendo la necessità di inchieste indipendenti per individuare e punire i responsabili dei crimini di guerra commessi nelle tre settimane della campagna militare "Piombo fuso".
Nei giorni scorsi Amnesty International ha chiesto all'Onu "un'azione decisa per accertare la totale responsabilità per i crimini di guerra e le altre gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario". E ieri Amnesty ha chiesto l'avvio immediato di un'inchiesta indipendente sul bombardamento della sede dell'Unrwa (l'agenzia dell'Onu per i rifugiati) di Gaza. Tra le zone più colpite dal fosforo bianco vi è anche la sede dell'Unrwa, l'agenzia dell'Onu per i rifugiati a Gaza City, attaccata dalle forze israeliane il 15 gennaio scorso.
Sempre quel giorno, ordigni impregnati di fosforo bianco hanno colpito anche l'ospedale al-Quds di Gaza City, provocando un incendio che ha costretto lo staff sanitario a evacuare i pazienti.
Dopo le prime rivelazioni del quotidiano britannico 'Times' sull'impiego di "proiettili al fosforo bianco" nella Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano - in base al Trattato di Ginevra del 1980 il fosforo bianco "non può essere usato come arma di guerra nelle aree popolate da civili, anche se non ne è vietato l'impiego come cortina fumogena o come bengala per illuminare le aree" dove operano le truppe - sono state numerose le denunce di "armi proibite" impiegate dall'esercito israeliano.
Tra queste i proietti 'Dime' (Dense inerte metal explosive) al cui utilizzo - come ha riportato il 'New weapons committee' sarebbero da attribuire tante amputazioni riscontrate su bambini e donne che sono stati ritrovati con braccia e gambe amputate, ma senza nessun frammento nel resto del corpo. [GB]
http://www.unimondo.org/
Caso Battisti, che la facciano finita
Franceso Giappichini
http://www.musibrasil.net/
Il sottosegretario agli Affari esteri, Alfredo Mantica, si é recentemente scagliato contro la comunitá italiana in Brasile, additandola come corresponsabile – col proprio assordante silenzio, dice lui – del riconoscimento dello status di rifugiato politico a Cesare Battisti. (A questo link si puó accedere al Comitato di solidarietá nei confronti dell’ex militante, ndr).
E quindi del probabile diniego all’estradizione. Ecco, a nostro parere l’onorevole Mantica ha colto perfettamente il punto: agli italiani presenti in Brasile, si tratti di turisti dal lungo soggiorno, o di bisnipoti di antichi emigranti, della vicenda non interessa prorio nulla.
O meglio, sono semmai indignati dalla determinazione italica nel voler incrinare i rapporti diplomatici con la decima potenza mondiale, oltretutto in un periodo di grave crisi economica.
Del resto, come il suddetto onorevole dimostra di sapere, la vicenda non puó certo interessare i cosiddetti oriundi, che si sentono in primo luogo brasiliani, e se proprio debbono fare il tifo, lo fanno a difesa della propria sovranitá nazionale.
Passando ai migranti di prima generazione, dal pizzaiolo che sforna pizze a Fortaleza, all’imprenditore dell’interland paolista, va anche peggio, dato che da anni si sentono abbandonati dalle autoritá – specie quelle diplomatico-consolari – della madrepatria.
Aggiungiamo poi, prima di rimandarvi al servizio pubblicato sul portale della “Fondazione italiani” dedicato all’argomento, che i brasiliani – ma non solo loro – sono estremamente gelosi della propria sovranitá territoriale. Ma per la Francia, gli Stati Uniti, o la stessa Italia all’epoca del caso Sigonella, non valeva la stessa cosa?
E concludiamo con un’ulteriore osservazione, che a nostro parere spiega questo supposto sgarbo diplomatico piú di ogni altra pleonastica elucubrazione politologica. Il Brasile, e Mantica senz’altro lo sa, é una Nazione giovane, anziché una gerontocrazia come il Belpaese, ancora alle prese con vecchi rancori e con i fantasmi del passato.
Il decennio dei Settanta é quindi percepito come qualcosa di maledettamente remoto, in cui gran parte dell’Europa (quella dell’est, e non solo) era governata da governi dittatoriali, in cui in Argentina sono scomparse diciottomila persone, in cui Pol Pot poteva permettersi il lusso di massacrare due milioni di persone.
Quello che peró il sottoscritto non accetta é che le meschinitá, la conflittualitá, e il linguaggio da trivio ormai tipici della politica italiana, siano giunti a contaminare i rapporti – diplomatici e quindi anche economici – col Brasile. Perché le autoritá italiane non debbono tutelare solo gli interessi delle vittime del terrorismo, ma anche quelli di chi opera – in tutti i sensi – col Paese sudamericano.
http://blog.musibrasil.net/2009/01/22/caso-battisti-che-la-facciano-finita/
miércoles, 21 de enero de 2009
Mexico: Protesta frente embajada de Estados Unidos
El martes 20 de enero, alrededor de 500 personas expresamos nuestro fuerte apoyo al pueblo palestino en un mitin ante la embajada de Estados Unidos en México, y nuestro repudio a una de las más grandes atrocidades en la historia de la humanidad cometida contra mujeres, hombres, niñas, niños, civiles, gobernantes, militantes, doctores, reporteros, trabajadores de rescate, animales, escuelas, hospitales, casas, tierra, aire, mar en Gaza por el estado terrorista Israel que pretende despojar y desaparecer a un pueblo entero.
Mandamos a George W. Bush al basurero de la historia con decenas de zapatos lanzados a su imagen por unas enormes resorteras y con demandas para su enjuiciamiento por crímenes contra la humanidad.
También enviamos una advertencia a Barack Obama en el día de su inauguración que el mundo está harto del financiamiento y apoyo político de su gobierno para el estado asesino de Israel. Hubo fuertes críticas por su silencio ante la matanza en Gaza y una gran falta de confianza en el nuevo presidente para cambiar la política de su país.
El gobierno de México también recibió duras críticas por su complicidad en la masacre en Gaza por la falta de ruptura de relaciones diplomáticas y comerciales con el Estado ilegítimo de Israel.
Convocado por el Movimiento Mexicano de Solidaridad con Palestina, el mitin contó con la participación de varias organizaciones sociales y políticas, incluso grupos de maestros y estudiantes. A pesar de las tediosas explicaciones de unas organizaciones con respecto a sus posiciones ideológicas sobre Israel y Palestina, la urgencia que muchos sentimos se expresó en un bloqueo espontáneo en el Paseo de la Reforma y un breve roce con la policía del Distrito Federal, sin problemas mayores. Aunque algunos organizadores vieron la acción como una provocación, otros eran más tolerantes a diferentes expresiones de solidaridad.
Nadie confía en Israel para mantener su supuesto cese de fuego y es obvio que las acciones en apoyo al pueblo palestino deben continuar.
EEUU:Congresista pide postulación indefinida
Josè Serrano quiere la ampliación de las postulaciones, ahora limitados a un máximo de 10 años.
La solicitud fue introducida el 6 de enero y de ser aprobada, Barack Obama podría tener la oportunidad de ser el segundo presidente de los Estados Unidos en gobernar más de dos períodos.
Salvador: FMLN es la primera fuerza política
El FMLN logró mayor número de diputados y más de 80 alcaldías.
“Este día el FMLN se convierte en primera fuerza política del país, tal y como lo vaticinamos. Tanto en votos para alcaldes como para diputados”, destacó el coordinador general del FMLN.
El candidato presidencial Mauricio Funes, dijo que el ganador en estas elecciones ha sido el FMLN, “.. nivel nacional tenemos la mayor votación, se equivocan aquellos que dicen hoy que ganaron San Salvador, porque hoy ganamos más diputados, más alcaldías”.
Obama: Sara' giudicato per il suo operato
Tito Pulsinelli
Obama si e' istallato alla presidenza mantenendo alte le aspettative e la speranza, indispensabili in uno dei momenti piu' critici, cruciale per la nazione nordamericana, scossa da sismi che ne hanno ridimensionato l'egemonia sul resto del mondo.
La simbologia indotta dagli eventi che hanno marcato il debutto di Obama, evoca e rimanda in modo convergente a due cose: e' finita un'epoca, c'e' bisogno di una rifondazione radicale. Si tratta, pero', di un'impresa storica che va oltre le vicissitudini di un corto periodo presidenziale.
Obama qualcosa di chiaro l'ha detta: ci vuole un nuovo inizio, dove prevalga la solidarietá e la coesione, bisogna superare il darwinismo sociale su cui ha prosperato solo il 5% della popolazione.
Se sono rose, fioriranno. La realta' ereditata e' quella di un disastro sociale, che sta tracimando dal finanziario all'economia reale; dalla Borsa alle Banche, dagli azionisti ai detentori di carte di credito, fino ai consumatori dei supermercati.
Obama solletica l'orgoglio dei suoi concittadini, toccando l'argomento sensibile del "sogno americano" che tornera' ad essere tangibile e possibile. E' una buona arma retorica che scuote nel profondo, pero' questo mito identitario e' un valore soprattutto materiale. Legato alla possibilitá di redistribuire eccedenze che provenivano dalla rendita di posizione sul resto del mondo.
Potra' Obama garantire il tenore di vita piu' alto ai suoi connazionali che vivono al di sopra delle loro possibilita' dal 1972 (perlomeno)? Come dare sostanza al "sogno americano" se il dollaro non e' piu' la principale divisa internazionale? Il mondo e' sempre meno disponibile a finanziare i consumi e gli sprechi ecologici degli Stati Uniti, o continuare a subire passivamente la depredazione "finanziaria".
Obama ha ereditato un Paese in aperto declino e deve decidere su che rotta indirizzarlo e che posto vuole occupare nel nuovo scenario multipolare. La scelta fatta dagli USA, dopo l'implosione dell'Unione Sovietica, si e' rivelata una fantasia megalomane: non riescono piu' ad essere i direttori d'orchestra del mercato-mondo. E nemmeno a imporre lo spartito a tutti gli orchestrali.
L'oltranzismo delle elites WASP, in osmosi con l'oligarchia finanziaria sionista, ha lasciato macerie sociali all'interno, e due guerre perse all'esterno. Ci vorrebbe una virata strategica, ma lo lasceranno fare?
Non sopravalutiamo il potere politico in nessun Paese, men che mai negli Stati Uniti, dove il potere economico, militare, finanziario,mediatico -e relative lobby- conformano una vera e propria "democrazia rappresentativa oligarchica".
Obama sará giudicato per le sue opere, non per i discorsi. Per essere meglio di Bush non ci vuole molto. Altra cosa, pero', e' se sara' all'altezza della gravita' della situazione del suo Paese e del declinante egemonismo imperiale. Ci si augura -almeno- che sia uno dei pochi Presidenti democratici a non dichiarare guerre o guerricciole.
In America latina -al di lá degli equilibrismi diplomatici- non ci si aspetta nessuna svolta significativa: la Colombia continuera' ad essere coccolata, il Messico sara' oggetto di crescenti e soffocanti "attenzioni", e con il Brasile tenteranno l'intesa cordiale.
Tra i consiglieri piu' intimi di Obama, la presenza di un dichiarato sionista -combattente in una delle troppe guerre di Israele- viene interpretata come un sinistro presagio che non lascia spazio all'ottimismo, meno all'illusione.
Israel: Sí usamos fosforo...pero es legal
La edición electrónica del diario "Maariv" precisa que el Ministerio de Defensa informó de que está realizando una investigación conjunta con la Comandancia Sur del Ejercito y la Fiscalía militar para estudiar cómo fue utilizada esa munición durante la ofensiva "Plomo Fundido" en la franja de Gaza.
El Ejército israelí, agrega el diario, ha abierto una investigación tras la denuncia de esta organización, y sostiene que empleó proyectiles de artillería con fósforo para crear cortinas de humo, y que su contenido son telas impregnadas con esa sustancia.
martes, 20 de enero de 2009
Gaza sin bombas ¿hasta cuando?
Tito Pulsinelli
También ayer –domingo- cayeron 12 cohetes más allá de la frontera de Israel, en aquellos territorios que solían pertenecer a los palestinos, hoy encerrados en el gueto de Gaza. También ayer, como al principio de la invasión y de las destrucciones indiscriminadas de seres humanos y objetos que han indignado al mundo.
Sin embargo, ayer el gobierno de Tel Aviv suspendió unilateralmente las acciones bélicas y empezó a retirar la armada. Hamas dijo, "de acuerdo, tienen una semana para la retirada completa y para la apertura de las fronteras".
Parece la secuencia de una película en la que la trama se revela totalmente diferente de los manifiestos y de la campaña publicitaria para su lanzamiento en el mercado. ¿Qué ocurrió? ¿Qué indujo al cambio repentino a los que habían hecho oídos sordos a las condenas urbi et orbi? ¿Qué fue lo que ablandó los corazones de piedra que habían rechazado con desdén las condenas del Consejo de Seguridad y de la Asamblea General de la ONU? ¿Y luego las de la Cruz Roja Internacional, de Amnestía Internacional y de la mayoría de los gobiernos de Países no europeos?
¿Es el "primer milagro" de Obama? ¿Acaso Tel Aviv no quiere aguar su fiesta de toma de posesión de la Casa Blanca? Sin embargo, doce cohetes Kassam han sido lanzados también ayer. Lo que demuestra que Hamas sigue en pie y que para destruirlo se necesita conquistar palmo a palmo su territorio, casa por casa, piso por piso.
La operación militar israelí se detuvo antes, no cruzó esa línea, que es la de la "guerra asimétrica" ortodoxa en la que se estancaron Estados Unidos en Irak y la OTAN en Afganistán.
Es el umbral en el que la tecnología bélica y los tecnoguerreros pierden superioridad y se vuelven bastante vulnerables. Y se necesita conquistar la mente, los corazones, no sólo espacio urbano.
Cuando no se puede aniquilar a un enemigo, sería sabio negociar y encontrar soluciones que sean algo más que un nuevo intervalo hasta el siguiente recrudecimiento de violencia. Tel Aviv y –sobre todo- sus patrocinadores nada pueden hacer contra "el arma demográfica" palestina y la fuerza de una resistencia decidida a ya no dar marcha atrás.
Que los patrocinadores digan claramente si el 15% del territorio residual es demasiado –o demasiado poco- para un Estado palestino. Que digan abiertamente que Palestina no es "una tierra sin pueblo para un pueblo sin tierra" y que borren este dogma sionista asumido como mito fundador y doctrina del Estado de Israel.
Mientras tanto, el derrotado número uno es el mito de la omnipotencia y invencibilidad militar de los guerreros de Israel. ¿Una superpotencia nuclear contra un grupo de terroristas? En apenas dos años ha tenido que retroceder frente al partido-milicia de Hezbollah; y hoy no ha podido desintegrar a Hamas, es más le confirió un gran prestigio y respiro político.
Contra la lógica inexorable de la guerra, en la sociedad civil internacional se ha arraigado la práctica del boicot como instrumento de presión concreto, no violento, desde abajo.


