domingo, 28 de febrero de 2010

Speciale Haiti (5): la tragica danza della pioggia


Ad Haiti non è ancora ufficialmente iniziata la stagione delle piogge, per fortuna manca ancora qualche mese come nel resto dei Caraibi, ma anche qui ci sono i mesi pazzi e alle 4 del mattino dell’11 febbraio, la capitale ha vissuto ore di disagio e paura per le piogge intense cadute durante alcune ore. Rispetto agli uragani che periodicamente sconvolgono il paese o alle piogge torrenziali di maggio e giugno quello dell’altra sera poteva considerarsi solo uno “sfogo temporalesco” notevole ma non eccessivo. Purtroppo anche un po’ d’acqua può far notizia.

Circa un milione e duecentomila sfollati si sono infatti ritrovati ai bordi di fiumi di fango e detriti, con le loro tende e i giacigli invasi dall’acqua, secondo un copione che potrebbe ripetersi ogni giorno se nelle prossime settimane non verrà risolto il problema delle abitazioni. Gli accampamenti ufficiali e spontanei che sono stati allestiti nei parchi, nelle piazze e per le strade non sono pronti per drenare i flussi d’acqua piovana e quindi gli interventi previsti dalla comunità internazionale, dalle autorità e dagli stessi campi autogestiti dovranno presto cercare di risolvere questo problema.

Ormai le cifre relative alle vittime hanno superato ogni stima iniziale e si parla di 220mila morti mentre dal punto di vista degli aiuti ricevuti i giornali locali (segnalo “Le Nouveliste”) riportano un altro dato allarmante fornito dal Bureau de coordination des affaires humanitaires (Ocha) che segnala che solo 50mila famiglie (cioè 272mila persone) hanno ottenuto “materiali d’emergenza” come tende e materassi. Per chi non ha un tetto proprio questi beni elementari si trasformano in preziose ancore di salvataggio e, sebbene non costituiscano una dimora stabile e dignitosa, sono pur sempre un appiglio utile e, direi, quasi un privilegio. Per questo motivo Evel Fanfan, il presidente dell’associazione (Aumohd) che ci ospita nel quartiere Delmas, ci aveva chiesto di portare tende e materiali da campeggio come le pile elettriche e i sacchi a pelo oltre alle sempre necessarie medicine. Anche qui nel parcheggio dove abbiamo piantato un paio di canadesi ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare protezione dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti, protette solamente da un telone di plastica, non venissero danneggiati.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Intanto però la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che siamo americani.

L’ambasciatore ha anche risposto a una domanda di un giornalista haitiano su una questione poco nota: una percentuale (intorno al 3%) dei soldi raccolti negli USA viene incamerata come contributo direttamente dall’esercito americano anziché venire usata per l’acquisto di ulteriori beni per gli haitiani e a questo Mr. Merten ha affermato che per ora gli Stati Uniti hanno stanziato ufficialmente 537 milioni di dollari e che quindi si giustifica un piccolo prelievo sulla raccolta fondi. E’ vero che ogni paese gestisce le proprie missioni umanitarie in modi differenti però possiamo dire che i cittadini americani che hanno donato per Haiti lo stanno effettivamente facendo col 97% del loro denaro e con il restante 3% stanno anche pagando la missione dell’esercito, cosa che forse non era chiarissima e che può assimilarsi a una tassa nascosta. E’ stato anche annunciato un relativo allentamento delle norme migratorie riguardanti gli haitiani che si trovavano negli USA prima del 12 gennaio e che potranno rimanere legalmente nel paese per altri 18 mesi.

Il 12 gennaio tutto il paese si ferma per ricordare le vittime del terremoto a un mese dalla catastrofe. Si pregherà dalle 7 del mattino alla sera tardi. Sarà un giorno di calma e di riflessione per cercare di intravedere la speranza, gli aiuti, la ricostruzione e il futuro.

Continuo a segnalare QUESTO LINK . per le donazioni dato che sto lavorando con loro qui a Port au Prince e stanno cercando in varti modi di aiutare la popolazione del quartiere esclusa dalla solidarietà internazionale ufficiale.

di Fabrizio Lorusso

A questo link invece c’è un album fotografico sulla capitale haitiana che spero possa interessarvi e da cui si può attingere citando la fonte (!):

http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

Speciale Haiti (4): video centro Port au Prince

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=YYNiTvn8FPU]

Come dicevamo nei diari e negli articoli pubblicati sul mio blog, su Selvas, su Carmilla, su LatinoamericaExpress e altri siti che ci aiutano nella diffusione delle notizie e i contributi da Port au prince, lo Stato haitiano è stato fisicamente distrutto e il presidente Renè Preval governa da una tendopoli con i ministri sopravvissuti e la protezione dell’Onu e degli americani arrivati in massa sull’isola (circa 20mila soldati). In questo video Paul e Evel, due amici che ci stanno ospitando ed aiutando qui ad Haiti, mostrano a me e Diego la distruzione che ha messo in ginocchia la capitale del paese, Port au prince e il suo centro.

Il palazzo nazionale e la cattedrale sono crollati così come i palazzi minesteriali e tantissimi uffici, abitazioni private e monumenti. L’80% delle costruzioni è stato danneggiato o distrutto, quindi la popolazione ha dovuto abbandonare le proprie case e andare a dormire per la strada e negli accampamenti. Anche in centro ne è stato allestito uno enorme che accoglie migliaia di persone. Sembra la fine di una guerra ma forse è solo l’inizio, l’inizio degli sforzi per costruire un paese nuovo o per ricostruire la stessa cosa, sia a livello sociale che a livello architettonico. La città di Leogane, a una trentina di chilometri da Porto Principe, è stata invece rasa al suolo.

Visto che spesso i media italiani seguono un caso che fa scalpore per prolungare la presenza di una notizia e in qualche modo cercano di trovare il “caso”, l’aspetto morboso o divertente, e così generano un interesse indotto in un pubblico ammaliato e stanco di parlare di terremoti e morti, ecco che anch’io voglio citare la soluzione di un caso che “ha fatto sclapore” ma che è stato abbandonato. Si tratta di quello degli americani membri di un gruppo religioso che avevano cercato di portarsi via 33 bambini haitiani che secondo loro avrebbero avuto un destino migliore mentre invece molti avevano i loro genitori qua a Porto Principe, li stavano quindi rapendo. Sono stati fermati alla frontiera e arrestati ma l’altro giorno un giudice haitiano li ha stranamente liberati. Non capisco la decisione ma credo che 20mila soldati USA e 537 milioni di dollari di aiuti lanciati su Haiti possano essere una pista per capire le influenze della Corte. Spesso non serve nemmeno tanto, bastano pochi dollari per cambiare il destino di un prigioniero ad Haiti. Oggi ancor di più visto che lo Stato è più assente che mai.

Appello per poter aiutare l’associazione in cui stiamo lavorando e che non ha altre risorse al momento (non iceve nulla nonostante i lodevoli sforzi della comunità internazionale…): http://prohaiti2010.blogspot.com/

sábado, 27 de febrero de 2010

Speciale Haiti (3): viaggio Santo Domingo Port au Prince

Centro106.jpgA quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince (o all’occorrenza Porto Principe), causando oltre 200mila morti e un milione di sfollati, il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo dato che gli scali aerei e navali internazionali sono controllati dall’esercito americano, dalla Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti) e dai contingenti militari inviati da tutto il mondo. Quindi per raggiungere Port au Prince, si deve passare dalla vicina Repubblica Dominicana. Partiamo in due da Città del Messico a Santo Domingo in aereo e poi da lì via terra si dovrà attraversare tutta l’isola da est a ovest lungo una strada precaria e trafficata, l’unica. Al nostro arrivo a Santo Domingo ci accoglie Narciso, un anziano giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro l’invasione statunitense fu più volte esiliato a partire dall’inizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.

A Santo Domingo

Narciso è un idealista generoso e combattivo che non esita a offrirci la sua ospitalità e i suoi scritti praticamente senza nemmeno conoscerci e decide di pagar lui un hotel nella zona coloniale della capitale dominicana solo per il fatto che stiamo andando ad Haiti per provare a dare una mano. Al check in della Copa Air in Messico constatiamo il raggiungimento del limite massimo di peso consentito, 46 kg a testa in totale: siamo strapieni di medicinali, tende, filtri per l’acqua, vitamine, bottiglie d’alcol, apparecchi vari come cellulari, macchine digitali e batterie, guanti da lavoro e perfino cancelleria, tutti beni che non si trovano ad Haiti oppure sono carissimi.

Verso sera io e Diego, il mio compagno d’avventure, restiamo soli con l’albergatore e questi, cercando di creare una maldestra complicità, ci spiega ridacchiando che Narciso è una “specie di comunista” e che sta sempre contro tutti i governi e che purtroppo, insomma, è stato sempre osteggiato perché non scende mai a patti e aderisce ai circoli di attivisti bolivariani promossi dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Il nostro non ha cattive intenzioni ma si accorge subito che forse è stato un po’ troppo spontaneo con due sconosciuti e quindi sente il dovere di una rettifica “beh, però è una gran persona oltre ad essere un cliente fisso!”. Notte, zanzare, pensieri. Sappiamo che dobbiamo prepararci a guardare in faccia persone che hanno perso tutto, che non hanno più una casa, una famiglia, un lavoro né uno Stato di riferimento dato che quasi tutti i ministeri e gli uffici pubblici sono crollati e il presidente Rene Preval prova a “gestire la cosa pubblica” tramite dei messaggi televisivi serali trasmessi da una tendopoli che è protetta dai mezzi blindati USA, dalla polizia locale e dai caschi blu dell’ONU. Gli autobus per Porto Principe partono uno dietro l’altro non appena si riempiono di persone da una stazione relativamente moderna dove bisogna fare la fila dal mattino presto per sperare d’ottenere l’agognato biglietto.Centro129.jpg La calca dentro e fuori dall’ufficio vendite è impressionante e i più agguerriti sono i gruppi di haitiani che confondono gli agenti della sicurezza usando un mix linguistico franco-creolo-spagnolo davvero ammirevole mentre io cerco di inserirmi in una curiosa fila circolare che degenera in bolgia ogni quattro minuti. Il Caribe Bus è per i ricchi: quaranta dollari USA di viaggio più altri trenta per tasse alla frontiera, varie ed eventuali. Verso le 9 salutiamo Narciso che ci ha pazientemente accompagnato anche in questa occasione e montiamo sull’autobus coi posti da conquistare e la fame già sedata da alcune tortine burrose consumate in caffetteria.

Storia e razzismo

Da oltre duecento anni due stati decidono le sorti dell’isola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che poi si chiamò La Hispaniola. La Repubblica Dominicana è un paese ispanofono più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una certa stabilità politica. Nel secolo XIX il paese più potente e fiero era invece Haiti mentre oggi, forzando un po’ una comparazione valida per molte terre di confine dell’America Latina, la Repubblica Dominicana arriva a rappresentare quello che sono la Costa Rica per il Nicaragua, l’Argentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè dei paesi confinanti e prosperi verso cui emigrare, con più lavoro e migliori stipendi ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come “etnicamente differente” (nera in questo caso) rispetto all’identità nazionale predominante (per esempio meticcia, europea o WASP). Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che “sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere un’immigrazione migliore”. Frasi spesso ripetute anche in casa nostra, mi pare. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere paura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina o la fobia del terromoto? Attenzione, dico io, noi veniamo dal Messico, culla della vendetta di Montezuma e del virus A H1N1, non avete paura?

Risentimenti

Per opera della stampa, del discorso politico, dell’ideologia nazionale e dei libri di storia di stampo revanscista è ancora vivissimo il ricordo della “vergognosa” conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, quarant’anni dopo Haiti, la quale seppe invece lottare e vincere contro la Francia di Napoleone già nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA e la primissima che abolì la schiavitù e volle sposare i principi della Rivoluzione francese. Dal canto loro gli haitiani hanno di che lamentarsi dei vicini dominicani che nel 1937, durante la lunghissima dittatura (1930 – 1961) del generale Trujillo e per ordine di quest’ultimo, si sono resi protagonisti di un vero e proprio olocausto, una persecuzione di haitiani che fece oltre 20mila vittime con il tragico pretesto di “ripulire la frontiera e la razza”.

Frontiera e polvere

La frontiera di Jimanì è un caos totale che ci fa perdere ore e ore in mezzo alla polvere delle strade sterrate e agli autobus parcheggiati col motore acceso in transito verso Porto Principe. Alcuni chilometri prima abbiamo superato i convogli e le ruspe dell’esercito italiano che stazionavano in alcune spianate ai bordi della strada principale, probabilmente in attesa di ripartire di notte per non creare ingorghi apocalittici ed evitare il caldo, e che pare abbiano dovuto fare un giro assurdo per i mari dei pirati prima di poter approdare nelle acque dominicane e proseguire via terra. Un po’ come noi insomma, ma forse meno motivati. Verso sera il traffico nei pressi della congestionata capitale haitiana completa l’opera e un viaggio di 6 ore teoriche si allunga fino a quasi 12 ore totali. Gli ultimi 30 chilometri prima dell’arrivo sono solo un’anteprima rispetto a quanto vedremo in città: un brulicare di gente per strada comprando, vendendo, cercando, trasportando e parlando; file di tende, materassi, coperte e dimore improvvisate sul ciglio della strada e sui marciapiedi distrutti, case crollate con oggetti, elettrodomestici e utensili che emergono dalla polvere come testimonianza di una vita che non c’è più, sparita nel nulla sotto le macerie o dispersa in una strada qualunque della metropoli senza legge. O meglio, senza Stato, che forse a volte è meglio se si riattivano le forme di vita comunitaria e autonoma ma non mi spingerei oltre. Qui la situazione è un’altra.

Port au Prince

Quando Evel e il suo amico poliglotta Paulo ci vengono a prendere in jeep alla stazione degli autobus è ormai notte ma la città continua a restare sveglia e a muoversi in cerca di cibo, acqua, giacigli, aiuti. L’odore acre e intenso che entra dai finestrini è la morte, ci dicono. E’ la puzza dei cadaveri che ancora sono sotto le macerie e non si possono portare via perché non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi. O forse è l’umore dei vivi che richiama i soccorritori sempre più scoraggiati ma con un filo di speranza, com’è successo oggi con il ritrovamento di un uomo ancora vivo dopo tre settimane di vita negli inferi. Centro005.jpgI nostri anfitrioni ci raccontano i primi momenti drammatici in cui sono riusciti a scampare il pericolo per pura fortuna e la fase seguente di normalizzazione che in realtà continua tuttora e andrà avanti per mesi, dato che la cultura della sopravvivenza a Porto Principe coincide con quella dell’emergenza permanente, basti pensare che meno di due anni fa furono gli uragani a sconvolgere la nazione più povera dell’emisfero occidentale. Le strade asfaltate sono solo quelle grandi e transitate, le arterie principali dell’ingarbugliato tessuto urbano. Invece le altre vie languiscono ai margini della tanto sognata e discussa modernità, prive di luce e servizi, incomplete e bucate a causa della corruzione politica che colloca il paese agli ultimi posti di tutte le classifiche stilate in materia e che da sempre ha mangiato le sue risorse e defraudato la sua gente come quando, per esempio, il figlio del dittatore François Duvalier, Jean-Claude, detto Baby Doc, che governò tirannicamente Haiti, la rovinò economicamente e poi fu accolto a Parigi in un esilio dorato nel 1986.

L’Aumohd

Arrivati. Evel Fanfan, l’amico haitiano che ci ha permesso di venire qui e che ci ospiterà nelle strutture della sua associazione, è il presidente dell’Aumohd, un gruppo locale di avvocati per la difesa dei diritti umani che spesso hanno dovuto conciliare le loro attività in campo giuridico con i compiti umanitari e di protezione della popolazione del quartiere in seguito a terremoti e uragani. Sfruttando la loro esperienza nel lavoro in favore delle persone condannate ingiustamente e gli abitanti dei quartieri disagiati, gli avvocati e i collaboratori dell’Aumohd stanno cercando sia di riprendere in parte le loro attività “ordinarie” sia di aiutare la gente del quartiere Delmas, la zona della periferia cittadina in cui ci troviamo, con dei progetti di cucina comunitaria, con la distribuzione di medicine, la fornitura di servizi di base come Internet ed elettricità per ricaricare i telefonini oltre alla ricerca dei famosi aiuti internazionali che ancora non hanno lambito né questo gruppo né la maggior parte della popolazione di Delmas che dorme per la strada e negli accampamenti. In questo senso stiamo promuovendo una raccolta fondi mirata a supplire la mancanza attuale di altre fonti di reddito per i membri dell’associazione e della comunità del quartiere che possono avere un impatto molto più diretto:

vi invito a sottoscrivere QUI.

di Fabrizio Lorusso

La supuesta "superioridad ética" del Occidente (1)

Quien a sí mismo conoce y cala

en los otros también,
que Oriente y Occidente se han unido,
aquí echará de ver.

Entre dos universos,
nuestra alma
se debe columpiar;
y si entre Oriente y Occidente gira,
botín incomparable logrará.

Johann Wolfgang von Goethe, [1]
West-Östlicher Divan (1819
)


El problema eurocéntrico


Shahid Alam

Ninguna otra civilización importante está tan profundamente influida por la autoestima, la autocomplacencia y la difamación del “Otro” como Europa Occidental y sus extensiones en ultramar, ni han infectado esas tendencias tantos aspectos de su pensamiento, sus leyes y su política. [2] Esas tendencias llegaron a su apogeo durante el siglo XIX, se retiraron brevemente después de la Segunda Guerra Mundial, pero han estado resurgiendo desde el fin de la Guerra Fría.

Durante varios decenios, los críticos han estudiado esas tendencias occidentales bajo la rúbrica del eurocentrismo, un complejo de ideas, actitudes y políticas que tratan a Europa – cuando conviene – como una unidad geográfica, racial y cultural, pero colocan a Europa Occidental y sus extensiones en ultramar al centro de la historia del mundo desde el año 1000 de nuestra era.[3]


A diferencia del tipo común de etnocentrismo, el eurocentrismo emergió como un proyecto ideológico – configurado por las elites intelectuales de Europa – al servicio del creciente expansionismo de Europa, iniciado en el Siglo XVI. Formula indiscriminadas pretensiones de superioridad europea en todas las esferas de la civilización. Desde esa perspectiva del mundo, sólo los europeos han creado historia durante los últimos tres mil años, comenzando con los antiguos griegos. En varios aspectos, esa centralidad es atribuida a la raza, la cultura, la religión y la geografía.

El principio organizador central del eurocentrismo es la división del mundo en mitades desiguales: nosotros y ellos, uno mismo y el Otro. Todas esas cualidades que los pensadores occidentales consideran como emblemas o fuentes de superioridad se colocan firmemente en la categoría de ‘nosotros’; y sus opuestos sse depositan en ‘ellos.’ La arrogancia de esta dicotomía es apabullante.


Una vez que se han fijado esas dicotomías, resulta fácil ‘explicar’ la supuesta centralidad de Europa en la historia. Un conjunto de características superiores –innatas, permanentes, únicas– son responsables de la ventaja occidental en todos los campos del esfuerzo humano, económico, tecnológico, militar, científico o cultural. Es una narrativa tautológica de la historia por excelencia.


A fin de ‘explicar’ la historia de la superioridad europea, los eurocéntricos tenían que comenzar por fabricar la historia de esa superioridad. Dotaron a ‘Europa’ de profundidad histórica apropiándose de Grecia y Roma; esto se logró mediante la definición de Europa como una unidad geográfica, racial y cultural. Además, negaron los orígenes orientales de la civilización griega, y, por el mismo motivo, pasaron por alto las conexiones del cristianismo primitivo con Siria y África del Norte. A fin de ocultar la amplia deuda de Europa Occidental con el Mundo Islámico devaluaron el nacimiento de nuevas formaciones culturales en Europa Occidental en los siglos XI y XII, fluyendo de contactos con los árabes en España, Sicilia y el Levante. En su lugar, esa historia se adelantó varios siglos para ubicarla en el norte de Italia, cuyo florecimiento cultural –definido como Renacimiento– se conectó a una recuperación ‘directa’ de la filosofía, las ciencias y la literatura griegas.


Los eurocéntricos construyen una historia europea que comienza en Grecia, migra hacia Occidente hacia Roma, y luego a puntos en Europa Occidental. Al ubicar los orígenes del Renacimiento en Grecia, los eurocéntricos muestran pocos problemas con respecto a los quince siglos durante los cuales las ciencias y la filosofía griegas –casi olvidadas en ‘Europa’– se cultivaban en Oriente Próximo.


Mientras fabricaban una historia sobre el ascenso de Occidente, los eurocéntricos también se ocuparon de negar que el resto del mundo tuviera alguna historia. Sí, la civilización comenzó en Oriente, pero, después de ese inicio, los asiáticos se quedaron inmóviles aferrados al pasado, obligando a la historia a moverse hacia Occidente para progresar. El pensador más radical de Europa en el siglo XIX, Karl Marx, también cayó en este mito de las sociedades estáticas asiáticas cuyo despotismo las privaba del motor del cambio ‘dialéctico.’


Durante las últimas décadas, esa historia eurocéntrica ha sido crecientemente disputada por los ‘pueblos sin historia,’ eruditos discrepantes en Occidente, y, lo más importante, por nuevos hechos en el terreno –el aumento de los movimientos de liberación nacional, el desmantelamiento de los imperios coloniales occidentales, las revoluciones socialistas en China y Vietnam, la revolución iraní, y, cada vez más, por el ascenso de varios importantes centros de dinamismo económico en Asia del este y del sur-. A pesar de ese desafío, el eurocentrismo sigue controlando los círculos dominantes en los grupos de expertos, los medios, el discurso político y los prejuicios populares de casi todas las sociedades occidentales. El peso y el impulso de las tendencias eurocéntricas, alimentadas por las mejores mentes occidentales durante siglos, no se pueden desmantelar en unas pocas décadas.


Violencia cartográfica

Las deformaciones eurocéntricas no han perdonado a la cartografía, la ‘ciencia’ de hacer mapas.

Europa es relativamente pequeña en relación con las grandes masas continentales al este y al sur, Asia y África. Los eurocéntricos podrían haber preferido argumentar que Europa ha mantenido su centralidad a pesar de su inferior tamaño, una prueba de su ventaja cualitativa sobre las masas continentales mucho mayores de Asia y África. Prefirieron hacer otra cosa. No pudieron dejar pasar las oportunidades presentadas por los mapas para apropiarse de los símbolos de superioridad en el campo de la cartografía.


Los poderosos merecen estar arriba. El eurocentrismo exigía que la cartografía colocara a Europa en la cúspide del mundo. Esto se logró fácilmente orientando el globo de manera que el Norte apareciera arriba en el globo, o, en el caso de los mapas, en la parte de arriba de la página. Siempre causa una cierta confusión entre mis estudiantes cuando cuelgo el mapa del mundo cabeza debajo de modo que el Norte queda abajo. Es un poco perturbador saber que no existe una lógica –nada natural– en los globos y mapas con el Norte arriba.


Los mapas del mundo no se hicieron en todas partes con la orientación del Norte arriba. En su apogeo, los musulmanes –cuando sus imperios se extendían de España a Khurasan e India– hacían mapas del mundo que ubicaban al Sur arriba, aunque con esto colocaban África por encima de las tierras islámicas centrales que iban del Nilo al Oxus. En su caso, tal vez, la orientación de los mapas no importaba tanto, ya que siempre estaban en el centro.


Además, los europeos se basaron en mapas del mundo que utilizaban la proyección cilíndrica de Mercator. ¿Fue accidental esa decisión? Reconocidamente, el mapa de Mercator era útil para los marinos, ya que una línea que conectara dos puntos en ese mapa mostraba la verdadera dirección. ¿Pero se espera que creamos que los capitanes de barcos tuvieron interés en –y el poder también– para imponer al resto de la sociedad mapas útiles para ellos? Es más creíble que los mapas de Mercator fueron elegidos porque exageraban considerablemente el tamaño de Europa, haciéndola del mismo tamaño, o más grande que África.


Increíblemente, algunos mapas de Mercator publicados en EE.UU. se empeñan en la violencia cartográfica. A fin de centrar a EE.UU. en sus mapas, a los editores no les importa dividir Asia por la mitad, colocando sus dos mitades en los extremos izquierdo y derecho del mapa. Importa poco que la bisección de Asia disminuya considerablemente el valor cartográfico de ese mapa truncado del mundo. Es una excelente ilustración de la primera víctima del eurocentrismo, la que hace caso omiso de la realidad, y su disposición a involucrarse en la violencia epistemológica a fin de colocar a Europa al centro del mundo. (continuará)


Referencias

1. (Trad: Rafael Cansinos Assens. En: Johann Wolfgang Goethe, Obras completas, tomo II, ed. Aguilar)

2. E. C. Eze, Race and the Enlightenment: A Reader (Blackwell, 1997); M. Shahid Alam, “Articulating Group Differences: A Variety of Autocentrisms”,Science and Society (Summer 2003): 206-18.

3. Para estudiar esta literatura vea: Andre Gunder Frank, “East and West,” en: Arno Tausch and Peter Herrmann, eds., The West, Europe and the Muslim World ( Novinka, 2006).

4. Octave Mannoni, Prospero and Caliban: Psychology of Colonization (University of Michigan Press, 1990): 24.

M. Shahid Alam es profesor de economía en Northeastern University. Este texto forma parte de su próximo libro: Israeli Exceptionalism: The Destabilizing Logic of Zionism (Macmillan, November 2009).

Para contactos: alqalam02760@yahoo.com.

Fuente: http://www.counterpunch.org/shahid02102010.html

viernes, 26 de febrero de 2010

Evo: Es una revolución económica, política y social (entrevista)

Roberto González Amador

Evo Morales hace la cuenta mentalmente: Hemos ganado seis elecciones en cinco años. Estamos igual que el Barcelona, que en un año ganó seis campeonatosde futbol, suelta con una sonrisa.

El presidente de Bolivia insiste en que un líder poco puede hacer si no cuenta con respaldo social. Respaldo social es lo que, afirma, sí ha habido en su país, donde los cambios emprendidos desde que asumió un primer mandato, en enero de 2006, entre ellos la nacionalización de los hidrocarburos, son irreversibles.

El proceso de cambios ocurridos en Bolivia en los últimos años muestra a otros países de la región que es posible diseñar políticas propias, dice el presidente Morales en una entrevista con La Jornada, realizada anoche, minutos antes de viajar de la ciudad de México a Cancún para participar en la cumbre de países de América Latina y el Caribe.

Antiguo dirigente sindical, fundador del Movimiento al Socialismo (MAS), aficionado al futbol y ejecutante de música, Evo Morales, de 50 años de edad, ganó la presidencia de Bolivia en las elecciones generales de diciembre de 2005, con 54 por ciento de los votos. A finales del año pasado se religió con 64 por ciento de los sufragios. En estos años dispuso la nacionalización de los hidrocarburos –el país cuenta con una gran reserva de gas– y asumió el control del litio, mineral empleado en la elaboración de baterías, considerado una de las fuentes de energía del futuro.

En 2007, una nueva Constitución creó en Bolivia un Estado plurinacional que dota de igualdad de derechos a todos los pueblos originarios. Su gabinete, de 20 ministros, está integrado a partes iguales por hombres y mujeres.

En enero pasado, cuando Morales tomó posesión para un segundo periodo de cuatro años como presidente, el escritor Eduardo Galeano consideraba que la importancia del proceso de cambios que ocurre en Bolivia es importante para ese país y el mundo, porque demuestra que el miedo no es invencible ni el racismo una fatalidad.

Evo Morales, en la entrevista con este diario, asegura que en su país han ocurrido cambios profundos que han convertido a los bolivianos –un país de mayoría indígena, de los más pobres de la región, pero que hace un año logró erradicar el analfabetismo– en actores centrales de la transformación.

–¿Qué significa hoy para América Latina lo que está ocurriendo en Bolivia?

–La estabilidad macroeconómica y la profundización y consolidación de la democracia son un ejemplo para que otros países de Latinoamérica puedan gestar sus propias políticas económicas sin el Fondo Monetario Internacional y sin Estados Unidos. Es el resultado concreto de los cuatro años de gobierno en Bolivia. Pero para eso son tan importantes las fuerzas sociales de cada país; solos, por más que seamos inteligentes, por más que trabajemos 20 o las 24 horas que tiene el día, es imposible.

–¿Cuál es el cambio más importante?

–Cambiar el modelo neoliberal, cambiar ese Estado colonial. En lo económico lo más importante es la recuperación o la nacionalización de los hidrocarburos. En lo social, una revolución social, con bonos y rentas y con créditos para dar oportunidad a la gente que se proyecte. Y en lo político, es una batalla permanente. Estamos igual que el Barcelona, que en un año ganó seis campeonatos y nosotros ganamos en cinco años seis elecciones, la última con más de 60 por ciento. Es un récord en los 184 años de vida republicana de Bolivia.

–¿Son cambios arraigados?, ¿existen condiciones para que permanezcan?

–Totalmente, estoy convencido, porque es un proceso de cambio sin retorno, es un camino sin retorno. ¿Por qué? Porque el pueblo siente que ha habido cambios profundos en cuatro años. Algunos datos: en 2005 las reservas internacionales de Bolivia eran mil 700 millones de dólares; ahora son 8 mil 700 millones. Nuestra balanza comercial es positiva, siempre era negativa. Y si sobre eso implementamos nuevas políticas de exportación en productos ecológicos, orgánicos, imagínese el crecimiento económico; si implementamos políticas de instalación de plantas hidroeléctricas y respetando el medio ambiente, Bolivia puede convertirse en el exportador de energía a los países vecinos. Entonces, por estos proyectos realizados y por proyectos a realizarse, es un proceso de cambio irreversible.

–¿Qué cambios han ocurrido en la mentalidad, en la conciencia del pueblo boliviano para que usted diga que este proceso es irreversible?

–El primer tema. Por primera vez hay un grupo de compatriotas que trabajan para el pueblo y no para su familia o su grupo de familias. Segundo. Es la primera vez en Bolivia que su presidente y su equipo dan más importancia a los pueblos que a las oligarquías. Por primera vez el pueblo, después de 184 años (desde la Independencia), siente que su Estado, su presidente, está en casa. Hay un bono para cada niño que va a clases, para cada persona que tiene más de 60 años; una mujer embarazada, de cualquier clase social, recibe un pequeño bono de alimentación, de control médico. ¿Qué familia no tiene una embarazada?, ¿qué familia no tiene un niño en la escuela?, ¿qué familia no tiene un abuelo? El Estado ahora llega a la familia, primera vez, antes no había eso.

–¿Cuáles cree que son los retos en América Latina para los movimientos progresistas?

–¿Los retos? La liberación, de la rebelión a la revolución, consolidar la liberación. Eso es un trabajo conjunto en los países donde hay procesos de liberación, como en Bolivia o Venezuela, que los pueblos acompañen. Y un pueblo donde hay gobiernos con mentalidad pro yanqui, pues sí, los pueblos tienen mucha responsabilidad para poder liberarse. Ésos son los retos que hay que enfrentar. Pero donde trabajamos el gobierno con los movimientos sociales, eso da esperanza a los países vecinos, por lo menos de liberación.

–¿Bolivia podría tener dificultades si dejara de recibir el apoyo del gobierno de Venezuela?

–Siempre dar oportunidad es tan importante. Una vez, cuando ya se ha encaminado, es seguir ese cambio empezado. Yo quiero ser muy sincero. El primer año de nuestro gobierno la presencia de Cuba y de Venezuela es tan importante. Por ejemplo, Misión Milagro (operación gratuita de la vista), hasta ahora tenemos más de 400 mil operados; es fundamental, por ejemplo, las fuerzas binacionales de Bolivia y Venezuela para atender algunas demandas en temas de caminos. Ya consolidado tenemos la obligación de volar con nuestras propias alas.

“Una vez le dije al presidente Fidel Castro, en 99 o 2001. Le dije: Póngase en mi caso, ¿qué hago si Estados Unidos me bloquea?, ¿cómo lo enfrento? Él me dijo unas palabras muy sabias: ‘primero, Bolivia no es isla como Cuba, y en Cuba hemos enfrentado el bloqueo económico. Segundo, Bolivia tiene países solidarios, a Cuba, tiene a (Hugo) Chávez (presidente de Venezuela), a (Luis Inazio) Lula (de Brasil). Tercero, Bolivia tiene recursos naturales, qué le importa el bloqueo’. Eso nos permitió enfrentar sin ningún miedo al Fondo Monetario Internacional o al gobierno de Estados Unidos.”

En septiembre de 2008, Evo Morales expulsó al embajador de Estados Unidos, Philip Goldberg, al que acusó de promover las acciones de la oposición de derecha contra su gobierno. Dos meses después suspendió indefinidamente las operaciones de la agencia antidrogas de Estados Unidos, la DEA, bajo la acusaciones de realizar acciones de espionaje y de conspirar contra el gobierno constitucional.

El mes pasado, la periodista Stella Calloni, corresponsal de La Jornada en Argentina, publicó Evo en la mira. CIA y DEA en Bolivia, que, entre otros temas, documenta una serie de acciones promovidas por esas agencias para desestabilizar al gobierno boliviano e, incluso, para acabar con la vida de su presidente.

Evo Morales considera la nacionalización de los hidrocarburos uno de los hechos más relevantes de su gobierno. Antes, las empresas trasnacionales apenas pagaban regalías (el equivalente a 18 por ciento del valor de lo extraído) al Estado.

En los últimos cuatro años de gobiernos neoliberales, de 2002 a 2005, sólo ingresaba el Estado por los hidrocarburos 2 mil millones de dólares. En nuestro gobierno, 8 mil millones de dólares. Por eso decía que en 2005 la inversión pública, 70 por ciento era de cooperación o créditos internacionales, ahora 70 por ciento es de los ingresos del Estado plurinacional, apunta.

Un frente de batalla permanente ha sido la campaña de los medios de comunicación contra él y su gobierno. La prensa boliviana dominante, ligada a los grandes intereses económicos, no duda en llamarlo macaco o en acusarlo de narcotraficante. La pro empresarial Sociedad Interamericana de Prensa (SIP) aseguraba permanentemente que en Bolivia no había libertad de prensa.

Entonces Evo Morales decidió invitar a los dirigentes de la SIP a que lo visitaran en su oficina presidencial. Así lo cuenta el presidente:

“Los miembros de la SIP decían: ‘se viola la libertad de prensa en Bolivia’. Yo pedí que vengan. Yo pedía que prepararan los documentos, porque nos acusaban de todo y de nada. Aceptaron y vinieron. Se sorprendieron, esperaban una charla. Pero convoqué a toda la prensa de Bolivia y del mundo para demostrar la verdad; les mostramos videos, publicaciones.

“Había (en la prensa) expresiones como ‘hay que matar a ese indio’, nos trataban de macacos. Se han sorprendido los miembros de la SIP, derrotados. Reconocieron públicamente que sí hay libertad de prensa, pero no reconocieron que me ofenden permanentemente. Si a un presidente lo ofenden, cómo ofenderán al pueblo. ¿Te imaginas?”

Remata:

Por eso aprendí en mi vida que a la adversidad hay que enfrentarla con la verdad. Ésa es mi experiencia y enfrenté con la verdad y los derroté.

miércoles, 24 de febrero de 2010

Raccolta Fondi Pro Haiti 2010

Raccolta Fondi Pro Haiti 2010

Appello

L'associazione di avvocati haitiani volontari AUMOHD, Action des Unité Motives pour une Haïti de Droit "è in dovere di lanciare un appello urgente a tutti i suoi amici e sostenitori, a tutti gli amici di Haiti per aiutarci tramite un contributo che ci possa permettere di supportare i senza tetto, ricostruire le infrastrutture distrutte dell'AUMOHD, e aiutare le famiglie in difficoltà."

http://www.selvas.eu/AppelloHaiti2010.html

http://prohaiti2010.blogspot.com
http://selvasorg.blogspot.com/2010/02/appello-per-haiti.html

L'Associazione Selvas.org consiglia di aiutare, attraverso una raccolta fondi, un'associazione locale, AUMOHDhttp://www.selvas.eu/newsHA0407.html composta da avvocati haitiani, che lavorando sul terreno e a stretto contatto con migliaia di famiglie, è il riferimento naturale di numerosi cittadini haitiani.
Selvas.org vi aggiornerà con corrispondenze e notizie sulla catastrofe, come dell'operato di questa associazione e della raccolta fondi.

Se vogliamo parlare di un futuro democratico e libero ad Haiti, se crediamo all'autodeterminazione dei popoli liberi da debiti economici infami, se ci sentiamo truffati nei più profondi sentimenti quando sentiamo parlare di "ABOLIZIONE del DEBITO" e scopriamo che si trasforma in "NUOVI CREDITI per LA RICOSTRUZIONE", e quando non possiamo andare ad Haiti ad aiutare, facciamo allora ciò che possiamo.Utilizziamo la nostra credibilità di Associazione che non ha mai usufruito di un finanziamento, che ha sempre lavorato gratuitamente per l'informazione e che solo grazie ai propri lettori deve la propria esistenza e diffusione, per

CHIEDERE A TUTTI VOI di AIUTARE ECONOMICAMENTE l'Associazione haitiana AUMOHD, nei modi e quantità di cui ognuno di voi dispone. Mettiamo a disposizione un sistema PayPal (http://www.selvas.eu/AppelloHaiti2010.html - http://prohaiti2010.blogspot.com ) per donare con carte di credito e un conto corrente di Selvas.org concoordinate bancarie IBAN

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IMPORTANTE
Per favore informateci quando e quanto donate: ti avviseremo se è andato a buon fine!
e-mail: info@selvas.org

SELVAS.org: Assoc. volontaria Osservatorio Informativo sulle Americhe via Delle Leghe 5 - 20127 Milano - Italia

AUMOHD:Action des Unité Motives pour une Haïti de Droit
19, Delmas 49, Port au Prince - Haïti : Président de Conseil: Me. Evel FANFAN-

Guarda i video di Fabrizio Lorusso e Diego Lucifreddi

1) http://lamericalatina.net/2010/02/14/video-port-au-prince-haiti-1-distruzione-dello-stato-centro-citta/

2) http://lamericalatina.net/2010/02/16/video-port-au-prince-haiti-2/

3) http://lamericalatina.net/2010/02/17/video-port-au-prince-haiti-3-cattedrale-a-pezzi-e-il-ritiro-americano/

martes, 23 de febrero de 2010

Evento a Roma per Haiti

ROMA DOMENICA 28 FEBBRAIO 2010

A sostegno della popolazione e della dignità di Haiti.

L'appuntamento è per le 19.30 in VIA SAN TOMMASO D'AQUINO 11/A.

Aperitivo + musica e videodiretta da Haiti

A seguire: Proiezione film THE AGRONOMIST di Jonathan Demme

Ingresso 3 euro + 3 euro aperitivo

L’intero ricavato della serata andrà in favore di Selvas.org che collabora con L'Associazione di avvocati haitiani volontari AUMOHD

Organizza AIN http://www.itanica.org/

Circolo Leonel Rugama

itanica.roma@libero.it

Appello

L'Associazione di avvocati haitiani

volontari AUMOHD, Action des Unité Motives pour une Haïti de Droit "è in dovere di lanciare un appello urgente a tutti i suoi amici e sostenitori, a tutti gli amici di Haiti per aiutarci tramite un contributo che ci possa permettere di supportare i senza tetto, ricostruire le infrastrutture distrutte dell'AUMOHD, e aiutare le famiglie in difficoltà."

Ecco i siti per le donazioni:

http://www.selvas.eu/AppelloHaiti2010.html

http://prohaiti2010.blogspot.com