viernes, 30 de abril de 2010

Brasile: Due donne per la presidenza

Nonostante l'alta popolarità Lula lascia - Dilma e Marina si contendono la successione - Lula preferisce Dilma

Bruna Peyrot
La campagna elettorale per l’elezione in Brasile (3 ottobre 2010) del nuovo presidente della repubblica, e i nuovi governatori dei 27 stati che compongono questo paese – continente, dovrebbe iniziare ufficialmente il primo luglio prossimo, ma sin dall’autunno scorso le strategie politiche hanno costruito il cammino dei candidati.

Oltre a José Serra del socialdemocratico Psdb e già governatore di São Paulo e Ciro Gomes del Psb (Partito socialista), due donne si contendono la prima carica dello stato:
Dilma Roussef e Marina Silva. La prima è sostenuta da Lula, di cui è stata prima ministro delle Risorse minerarie ed Energia, poi della Casa Civil (specie di Ministero degli Interni) e dal Pt, il Partido dos trabalhadores. La seconda è stata per quasi sei anni ministro dell’ambiente di Lula, dal quale ha dato le dimissioni nel 2006, sostenuta dal Partido Verde.

La disputa elettorale è certo fra i due candidati simboli che aggregano la maggioranza e l’opposizione del paese, fra la coalizione di Lula e quella di Serra che si sono combattute nel corso di quasi un decennio. Lula è diventato un simbolo per il Brasile, al di sopra delle parti, potremmo dire, perché ha saputo interpretare l’identità profonda di un paese che anelava a contare nel mondo.

Ma come per tutti i personaggi simbolici, ha difficoltà a lasciare eredi altrettanto carismatici. Dunque, il confronto passerà forse più concretamente su programmi e visioni del futuro per una nazione ricca, anche se i ricchi pochi e le povertà ancora infinite. Lula ha scelto Dilma a succedergli. Mentre un’altra donna della sua storia politica, Marina, questa volta sarà un’avversaria.

Sono donne entrambe forgiate in esperienze politiche e umane densissime che, al di là delle percentuali di successo (Dilma è data per ora vincente per poco su Serra e Marina intorno all’8%), stanno portando a visibilità anime brasiliani importanti, non ultimo, una presenza al femminile interessante, priva di sterili ideologismi, aperta al futuro. Sono di origine sociali diversissime, Dilma figlia della classe medio alta straniera che ha avuto successo (il padre dirigente della siderurgica Mannesmann di Belo Horizonte era di origine ungherese).

Marina cresciuta in un seringal, villaggio di case palafitte dove abitano i seringueiros che estraggono il caucciù nell’Acre, nel nordovest brasiliano, nel cuore dell’Amazzonia, abitato da diversi gruppi di indios, diventato stato federale solo nel 1962. Per tutte e due la politica è stata ed è una scelta di vita, una passione che le ha unite, anche se oggi su fronti diversi. Per tutte e due la strada non è stata facile.

Dilma ha militato nel Colina (Comando de Libertação Nacional) e nella Var (Armada Revolucionária Palmares), formazioni della guerriglia contro la dittatura degli anni sessanta. Fu prigioniera per tre lunghi anni (1970-72) e anche torturata. Marina subì i disagi di un’infanzia povera, in ambienti malsani che le causarono infermità di cui ancor oggi paga le conseguenze. Studiò da pedagogista, come molti in Brasile che non possono permettersi una scuola privata, in istituzioni religiose, tanto che aveva pensato di diventare suora delle Serve di Maria.

La lotta contro la dittatura, pur nella sua durezza, ha aperto strade diverse per due donne che potevano avere già il destino segnato, l’una come brava figlia di famiglia, economista e studiosa, l’altra come figlia del popolo, analfabeta e sola nel suo destino di donna. Tutte e due hanno costruito dall’inizio dove si trovavano – Dilma nel Minas Gerais e poi nel Rio Grande do Sul, Marina in Amazzonia – il Pt, quel “partito dei lavoratori” che, scelta la battaglia non violenta, passo passo è arrivato alla guida del Brasile con Lula.

Dove sono, dunque, le differenze? Perché non sono rimaste insieme nello stesso partito?

I militanti del Pt se lo chiedono ancora oggi, ma non se ne stupiscono. Anzi, sembra quasi di cogliere nei loro commenti un’attenzione curiosa. Qualcuno dice che la presenza di Marina ha tolto al campo elettorale un carattere di troppo unanimismo intorno alla figura sostenuta da Lula. Altri aggiungono che Marina, pur essendo troppo monotematica, sta aprendo una dialettica interessante sulla preservazione dell’ambiente, così fondamentale per il Brasile, dove la natura, le risorse sotterranei e ora anche la scoperta del pre-sal (giacimenti petroliferi costieri) sono fondamentali per il proprio Pil.

Infatti, il suo dissenso fondamentale con i ministri del governo Lula con i quali aveva collaborato riguarda il modo di pensare lo sviluppo. Per Marina gli ambientalisti sono nello sviluppo. Per gli altri l’ambientalismo è solo una parte del progetto economico sociale brasiliano. E lo scontro più diretto non poteva essere che con Dilma Rousseff, la madre del Pac 1 e 2 (Plano de Aceleração do Crescimento).

I Pac sono un saper fare politico che incrocia la previsione con le ricerca e l’intervento sui territori, grandi piani di investimenti che la ministra della Casa Civil ha discusso girando in lungo e largo per il Brasile con governatori, sindacati, ong, associazioni, movimenti, istituzioni.. tutti insomma. Del primo Pac (primo mandato) sono state realizzate il 40% delle opere e speso il 63% del budget previsto. Il secondo sarà in mano a chi vince la presidenza della repubblica. Per questo Lula ha sostenuto fin dall’inizio Dilma, per continuità e competenza.

Oltre alle grandi infrastrutture previste (strade di collegamento fra nord e sud del paese, investimenti per future Olimpiadi e i mondiali di calcio), sono stati lanciati piani come “Luz para todos” e “mi casa, mi vida”. Tuttavia, la sua è una visione istituzionale, di grande capacità di mediazione, pur avendo un carattere focoso. Marina, invece, è focosa nella sua radicalità politica e sull’Amazzonia non viene a patti.

Durante il primo governo Lula (2003-2006) di cui è stata ministro dell’ambiente, 24 milioni di ettari “verdi” sono stati considerati riserva ambientale contro i 300mila del 2007. Dilma le chiedeva di accelerare le pratiche per l’esame dei territori in vista dell’attuazione del Pac 1.
Marina opponeva resistenza, fedele all’insegnamento del suo maestro Chico Mendes, ucciso nel 1988 da chi voleva impadronirsi senza regole dell’Amazzonia. La questione dell’energia fu un altro punto di frizione fra i ministri brasiliani: Lula, con Dilma, ha inaugurato ad Itabuna nel nordest, nello stato di Bahia, il più grande gasdotto brasiliano, quattro miliardi di dollari e 1387 Km che uniscono ora il sudest sviluppato al nordest povero, che permette di distribuire quasi ovunque il gas.

Ogni volta, tuttavia, che si costruiscono grandi opere, come le centrali lungo il rio Madeira in Rondônia, abitato da autoctoni, si crea il problema della loro trasformazione, a volte del loro spostamento, tanto che la modernità che pur porta benessere (luce, lavoro, qualche comodità in più) spesso viene combattuta da chi teme di perdere la propria identità indigena. Certo sono esigenze vere di , diciamo così, entrambe le parti che spesso non trovano conciliazione. Così, possiamo concludere, Dilma e Marina le rappresentano tutte e due in modo serio.

Agli elettori e alle lotte sociali sul campo, la risposta a queste scommesse che, come l’Amazzonia coinvolgono il destino di tutto il mondo per il loro impatto ambientale. E su quest’area tanto discusso, possiamo però essere certi che Dilma e Marina sono d’accordo: è uno spazio importante per il mondo, ma di sovranità brasiliana!
www.emigrazione-notizie.org

Medios unidos contra Venezuela (3/3)

¿Porque es tan especial Venezuela? Comparación con las leyes de Argentina, Estados Unidos, Bélgica, Dinamarca, Italia, Finlandia, Noruega - Mutismo sobre Honduras: 7 periodistas asesinados en dos meses

Alberto Valiente Thoresen
A pesar de ello, es importante recordar que estas leyes no son en absoluto un fenómeno exclusivo de Venezuela. Esto es de por sí decir poco, porque tampoco son el resultado de la imaginación de Chávez. El delito que los venezolanos llaman vilipendio de las autoridades públicas ha sido históricamente considerado una violación de la ley en muchos países, y no sólo cuando se dirige a las autoridades públicas.

Por ejemplo, en Argentina se especifica una legislación similar en los artículos 109 a 111 y 209 del Código Penal argentino. En España una legislación parecida está regulada por los artículos 205 a 216 del Código Penal. Hay incluso otro artículo relacionado: el numeral 3 del artículo 490, que especifica las penas por desacato al rey o su familia. En Francia, una legislación similar se conoce bajo los títulos de diffamation, injure y outrage. Los artículos 30 y 31 de la ley del 29 de julio 1881 (texto correspondiente a Diffamation, en el diccionario legal citado) contemplan la difamación de un organismo o agente público.

En Italia, legislación similar se ha especificado en los artículos 341 a 345 del Codice penale (Oltraggio a un pubblico ufficiale, Oltraggio a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, Oltraggio a un magistrato in udienza, Oltraggio a un pubblico impiegato y Offesa all’Autorita’ mediante danneggiamento di affissioni).

Hay conceptos jurídicos similares en los Estados Unidos. Por ejemplo, las nociones de "desacato a los tribunales y / o congreso" están teóricamente relacionadas a la noción de vilipendio de los funcionarios públicos en Venezuela. Muchos estados tienen también localmente lo que se conoce como "leyes de difamación o calumnia" (ley de difamación, en corto), aunque efectivamente no existe ninguna ley federal de difamación.

Es razonable pensar que esto tiene que ver con una posible contradicción entre estas leyes y la Primera Enmienda, que proteje la Libertad de Prensa. Sin embargo, los fallos de la Corte Suprema sobre casos de difamación y calumnia no han estado basados consistentemente en la Primera Enmienda. No obstante, en la sentencia de Sullivan vs. New York Times Co. de 1964, la Corte Suprema estableció que los funcionarios públicos o personas individuales, no pueden demandar por difamación, a menos que sea sobre la base de “malicia real". Esto se define como plena consciencia de que la información publicada / expresada es falsa. (Lea más sobre esta cuestión en un artículo escrito por el asesor legal Steven Pressman, publicado en línea por la Misión Diplomática de EE.UU. en Alemania)

Hay otros países en Europa que también tienen una legislación similar sobre difamación. Por ejemplo, en Bélgica se encuentra en los artículos 443 a 453 del Código Penal (TITRE VIII. Chapitre V Des atteintes portes a l’honneur ou la consideration des personnes). En Dinamarca, esta legislación se encuentra en el capítulo 27 de la Ley Penal, con mayor claridad en el § 267 (Kapitel 27, Fred-og ærekrænkelser). Las leyes penales danesas incluyen también una prohibición de insultar a las autoridades reales en el § 115.

En Finlandia, se encuentra en el Código Penal , capítulo 24 (titulado "Delitos contra la privacidad, la paz pública y la reputación personal»). De hecho, en Alemania, parece que este tipo de delitos están aumentando, de acuerdo con la Bundeskriminalamt - Estadísticas criminales federales de 2006 a 2008. En 2005, la cifra de casos registrados de insultos, chismes maliciosos y la difamación con declaraciones falsas, fue 179 721. Este número creció a 187 527 en 2006, 193 092 en 2007 y 193 617 en 2008.

Al igual que en el artículo 147 del Código Penal venezolano, Alemania considera el desprecio del Presidente Federal (§ 90 en el Strafgesetzbuch o Código Penal) como un delito, así como otros tipos de difamación. Éstos se especifican en la legislación penal: § 90 a y b, que penalizan la denigración de los órganos del Estado, sus símbolos, la Constitución y los órganos constitucionales, § 185, que prohíbe los insultos, § 186, que prohíbe chismes maliciosos; § 187, que tipifica como delito la difamación con declaraciones falsas, § 188, que penaliza la difamación y el chisme malicioso contra las personas de la vida política, § 189, que tipifica como delito el menosprecio de la memoria de los difuntos; § 192, que prohíbe los insultos, a pesar de estar basados en declaraciones ciertas y verificables; § 193, que especifica que incluso juicios críticos en búsqueda de intereses legítimos serán castigados si se traducen en insultos, dependiendo de la forma de expresión; § 194, que regula el enjuiciamiento penal en virtud de estos artículos, y § 199, que especifica qué clase de insultos mutuos pueden quedar impunes.

En Noruega, el Código Penal especifica en el capítulo 23 Æreskrenkelser § 246 a 254, que la difamación es un delito que puede ser castigado con multas o encarcelamiento de hasta tres años, en ciertos casos. De acuerdo al § 135 del mismo Código Penal, las personas que ponen en peligro la paz general, al ridiculizar o incitar el odio hacia la Constitución, o al provocar a cualquier parte de la población en contra de otra, serán sancionadas con multas o con detención o encarcelamiento de hasta un año de duración. El artículo § 101establece que la movilización hacia acciones violentas contra el Rey se castigará con encarcelamiento de al menos dos años y de hasta veintiún años. Insultar al rey es también punible con hasta cinco años de cárcel.

"El respeto al derecho ajeno es la paz"

La lista de leyes similares en otros países puede, por supuesto, ser más larga. También es importante señalar que el Pacto Internacional de Derechos Civiles y Políticos de las Naciones Unidas establece que:

"1. Nadie será objeto de injerencias arbitrarias o ilegales en su vida privada, su familia, su domicilio o su correspondencia, ni de ataques ilegales a su honra y reputación. 2. Toda persona tiene derecho a la protección de la ley contra esas injerencias o esos ataques" (Artículo 17).

Este mismo pacto establece en su artículo 19 que:

"1. Nadie podrá ser molestado a causa de sus opiniones. 2. Toda persona tiene derecho a la libertad de expresión; este derecho comprende la libertad de buscar, recibir y difundir informaciones e ideas de toda índole, sin consideración de fronteras, ya sea oralmente, por escrito o en forma impresa o artística, o por cualquier otro procedimiento de su elección. 3. El ejercicio del derecho previsto en el párrafo 2 de este artículo entraña deberes y responsabilidades especiales.

Por consiguiente, puede estar sujeto a ciertas restricciones, que deberán, sin embargo, estar expresamente fijadas por la ley y ser necesarias para: a) Asegurar el respeto a los derechos o a la reputación de los demás; b) La protección de la seguridad nacional, el orden público o la salud o la moral públicas".

Las preguntas importantes

Debemos preguntarnos entonces: ¿Qué hace que las leyes venezolanas y su aplicación en la detención Zuloaga sean tan especiales? ¿Por qué son tan importantes estas leyes en Venezuela, mientras no se mencionan en muchos otros países que también las tienen? La mayoría de los informes de los medios de comunicación nos pueden decir poco para responder a estas preguntas muy importantes. Sin embargo, es interesante ver cuánta atención relativa y parcial esta detención legal temporal del propietario de una cadena de noticias ha recibido.

Comparativamente, el ”incremento radical de la violencia contra periodistas en Honduras” ha sido menos prominente en los medios. Según el Comité para la Protección de los Periodistas, en 1992, dos periodistas fueron asesinados en Honduras. No hubo más periodistas asesinados en el país, hasta que un caso fue reportado en 2003. Este número aumentó a dos periodistas asesinados en 2009 y cinco durante enero-marzo, 2010. En realidad, los cinco de ellos, asesinados en el mes de marzo. Tal vez investigar profundamente este hecho nos traería un paso adelante en el logro de un mejor entendimiento de lo que podría estar en juego en Venezuela.

http://stolpkin.net/

jueves, 29 de abril de 2010

Europa, dos pasos atrás

Grosz

El colapso de Grecia es el primer síntoma del fracaso de la Europa minimalista del “mercado&moneda” – La subasta falsificada del sistema productivo del Este, su privatización forzada y generalizada, ha entregado como rehén mitad del continente al Fondo Monetario Internacional

Tito Pulsinelli

La verdad sale a flote en Europa, que se había abierto como acordeón enloquecido, donde los banqueros liberales marcaban el compás de las “anexiones” con la partitura de los cinco famosos “macro-indicadores económicos”. La borrachera post-Muro de Berlín había embriagado las elites que – con poco dinero – arrasaban las propiedades estatales de la mitad oriental del continente. La liquidación del patrimonio público de Europa del Este provocó un triunfalismo sin límites entre los tecnócratas de Bruselas y los banqueros centrales. Paga uno y llévate tres, así los bulímicos grupos alemanes, franceses e ingleses se volvieron obesos en un santiamén.

La ampliación a alta velocidad de Europa fue dictada por criterios exquisitamente macroeconómicos, sin ninguna evaluación geopolítica, o templada por un realismo gradualista y progresivo. Los chamanes neoliberales de Bruselas y de la BCE (banco central) tuvieron la idea genial de anexarse economías que eran planificadas a nivel central, totalmente centradas en monopolios estatales. Impusieron a marchas forzadas todo lo opuesto: privatización generalizada e indiscriminada, total apertura y anulación de todo tipo de protección social. Electrochoque con un formato democrático.

Estos “bolcheviques del mercado” de saco y corbata, en pocos años, instauraron un sistema en que todo el poder terminaba en las manos de los monopolios privados, sobretodo transnacionales. De esta forma privaron a todos los Estados orientales de cualquier protagonismo – aunque microscópico – en la economía, e incluso de cualquier entrada fiscal: hicieron polvo los erarios nacionales. Produzcan para la exportación, sean competitivos, repetía cínicamente la nomenklatura de Bruselas a los liliputienses del Báltico, a los rumanos, a los polacos y a los griegos, y demás.

Los entregaron a las manos rapaces del Fondo Monetario Internacional, que aplicó a mansalva la receta universal y unidireccional que ya había llevado a la quiebra de México y de Argentina, así como al súper-endeudamiento de Brasil.

Pero Buenos Aires se rebeló al FMI y obtuvo la reducción drástica de su deuda. Los brasileños rechazaron la dogmática fondomonetarista y, de deudores se transformaron en creedores financieros: ¡hoy prestan al mismo FMI! En el viejo continente, en cambio, el FMI encuentra inesperadamente una nueva Tierra Prometida.

Las elites, que han piloteado irresponsablemente hasta la “unificación” número 27, eran impulsadas por un único y maníaco espejismo neoliberal: mercado&moneda. No existen países, pueblos, sociedades: sólo mercados y PIB. En sus manos la Unión Europea es una criatura economicista sin alma. Con un Parlamento con poderes relativos, del que no deriva ningún gobierno representativo: la Comisión de Bruselas sólo es un puñado de boyardos designados por los gobiernos. No elegidos por los ciudadanos europeos. En el trono más alto está la cúpula del Banco Central Europeo, el verdadero gobierno de un conglomerado indefinido.

Europa es una cosa demasiado seria para ser dirigida sólo por banqueros y políticos de bajo perfil, totalmente subalternos a EE.UU., del que aún no advierten la crisis sistémica en que está sumergido. Así como no están conscientes de las potencialidades de Europa como bloque autónomo de primer plano, y de la necesidad histórica de contribuir concretamente a los nuevos equilibrios internacionales y al multipolarismo.

La subordinación es evidente en la ausencia de una proyectividad geopolítica por la imposibilidad de sostenerla militarmente de manera autónoma. La Europa del “mercado&moneda” está arrimada en la OTAN, es decir en un instrumento históricamente dispuesto para la defensa precipua de Estados Unidos. La veleidad estratégica que induce a ignorar el multipolarismo que se está consolidando, lleva al sueño tradicionalista y atrasado del frente común armado con Estados Unidos contra el Resto del Mundo.

Es el recurrente sueño pirático de los hidrocarburos mesopotámicos, de las amenazas crecientes contra un socio económico de consideración, como Irán, y el flanqueo en futuras aventuras bélicas en el mundo. Particularmente hacia la latitud amazónica y de los mega-yacimientos de Venezuela. La negación del multipolarismo entrampa en el horizonte ficticio y delimitado de la así llamada “comunidad internacional”, un eufemismo sustitutivo de EEUU+EuroOTAN.

El mundo va en otra dirección y deben tomarlo en cuenta a Bruselas y Estrasburgo. Pronto deberán dar varios pasos hacia atrás y disponerse al regreso a la casilla de partida: Europa a dos velocidades (J. Delors dixit). Ha llegado la hora de interrogarse seriamente acerca del papel de Gran Bretaña y de la Bolsa de Londres como sucursales continentales de EEUU y de Wall Street, y devolver a los banqueros un papel más adecuado a su oficio. Hacer banca y no – tras el escudo dogmático de una indefinida y supuesta “autonomía” – decidir sobre la unificación geopolítica de un polo de poder. Zapatero a tus zapatos.

Traducido por Clara Ferri

miércoles, 28 de abril de 2010

Europa, due passi indietro

L'Europa "mercato&moneta" azzerò tutti gli erari nazionali e si aggiudicò l'asta truccata dei sistemi produttivi dell'est - Indebitò i Paesi frettolosamente annessi e poi li consegnò al FMI

Tito Pulsinelli

Tutti i nodi vengono al pettine dell’Europa che si era aperta come una fisarmonica impazzita, dove i banchieri liberisti dettavano il ritmo delle “annessioni” con lo spartito dei cinque famosi “macroindicatori economici”. La sbornia post-Muro aveva inebriato le élites che –con pochi denari- facevano man bassa delle proprietà statali della metà orientale del continente. La liquidazione del patrimonio pubblico dell’Europa dell'est innescò un trionfalismo senza limiti tra i tecnocrati di Bruxelles e i banchieri centrali. Paga uno e prendi tre, così i bulimici gruppi tedeschi, francesi e inglesi diventarono obesi in un batter d’occhio.

L’allargamento ad alta velocita dell’Europa, venne dettato da criteri squisitamente macro-economici, senza nessuna valutazione geopolitica, o temperato da un realismo gradualista e pogressivo. Gli sciamani neoliberisti di Bruxelles e della BCE, ebbero l’idea geniale di annettersi economie che erano pianificate centralmente, totalmente imperniate su monopoli statali. Imposero a marce forzate l’esatto opposto: privatizzazione generalizzata e indicriminata, full apertura, azzeramento di ogni tipo di protezione sociale. Elettroshoc con un format democratico.

Questi “bolscevichi del mercato” in doppio petto, in pochi anni instaurarono un sistema in cui tutto il potere finiva nelle mani dei monopoli privati, soprattutto trans-nazionali. Privarono così tutti gli Stati orientali di ogni protagonismo –sia pure microscopico- nell’economia, e persino di ogni entrata fiscale: polverizzarono gli erari nazionali. Producete per l’esportazione, siate competitivi, ripeteva cinicamente la nomenklatura di Bruxelles ai lillipuziani del Baltico, ai rumeni, ai polacchi e ai greci ecc.

Li consegnarono nelle mani rapaci del Fondo Monetario Internazionale che applicò a man salva la ricetta universale e unidirezionale che aveva già portato al fallimento del Messico e dell’Argentina, e al super-indebitamento del Brasile.

Buenos Aires, però, si ribelló al FMI ed ottenne la riduzione drastica del suo debito. I brasiliani rifiutarono la dogmatica fondomonetarista e da debitori si transformano in creditori finanziari: oggi prestano allo stesso FMI! Nel vecchio continente, invece, il FMI ritrova inaspettatamente una nuova Terra Promessa.

Le élites che hanno pilotato irresponsabilmente fino alla “unificazione” numero 27, erano mosse da un unico e maniacale miraggio neoliberista: mercato&moneta. Non esistono Paesi, popoli, società: solo mercati e PIL. Nelle loro mani l’Unione Europea è una creatura economicista senza anima. Con un Parlamento dai poteri relativi, da cui non scaturisce nessun governo rappresentativo: la Commissione di Bruxelles è solo un manipolo di boiardi designati dai governi. Non dai cittadini europei. Sul soglio più alto, c’e’ la cupola della Banca Centrale Europea, il vero governo di un agglomerato indefinito.

L’Europa è una cosa troppo seria per essere plasmata solo dai banchieri e da politici di seconda fila, completamente subalterni a Washington, di cui non hanno ancora avvertito la crisi sistemica in cui è immerso. Così come non sono consapevoli delle potenzialità dell’Europa come blocco autonomo di primo piano, e della necessità storica di contribuire concretamente ai nuovi equilibri internazionali ed al multipolarismo.

La subalternità è lampante nell’assenza di una progettualità geopolitica per l’impossibilità di sostenerla militarmente in modo autonomo. L’Europa del “mercato&moneta” è intruppata nella NATO, cioè in uno strumento storicamente approntato per la difesa precipua degli Stati Uniti. La velleità strategica che induce ad ignorare il multipolarismo che si sta consolidando, porta al sogno passatista e ritardatario del fronte comune armato con gli Stati Uniti contro il Resto del Mondo.

E’ il ricorrente sogno piratesco degli idrocarburi mesopotamici, delle minacce crescenti contro un patner economico di riguardo quale l’Iran, ed il fiancheggiamento in future avventure nel mondo. Particolarmente verso la latitudine amazzonica e dei mega-giacimenti del Venezuela. La negazione del multipolarismo intrappola nell'orizzonte fittizio e delimitato della cosidetta "comunità internazionale", un eufemismo sostitutivo di USA+EuroNATO.

Il mondo sta andando in altra direzione e devono prenderne atto. Bruxelles, Strasburgo e la BCE ben presto dovranno fare vari passi indietro, e metter mano al ritorno alla casella di partenza: Europa a due velocità (J. Delors dixit). E’ ora di interrogarsi seriamente sul ruolo della Gran Bretagna e della Borsa di Londra come succursali d’oltre Atlantico e di Wall Street, e di restituire ai banchieri un ruolo più confacente con il loro mestiere. Fare banca e non -dietro lo scudo dogmatico d'una insindacabile "autonomia"- decidere dell'unificazione geopolitica di un polo di potere. A ciascuno il suo.

Messico: Imboscata a carovana internazionale: 2 morti

Oaxaca si tinge ancora di rosso - Fuoco contro delegazione dei diritti umani: 2 morti (uno straniero), 15 feriti, molti desaparecidos

Clara Ferri
A quattro anni dalle proteste del sindacato dell'educazione, che avevano trovato l'appoggio di vasti settori della società oaxaqueña, l'impunità resta di casa nello stato meridionale di Oaxaca, a forte prevalenza indigena. In realtà, dopo il ritorno al potere del governatore Ulises Ruiz, i soprusi e le violenze sono continuati in modo sporadico, ma costante. Ed è soprattutto nella regione abitata dall'etnia triqui dove si concentrano i casi più eclatanti, sicuramente per i tentativi di autonomia intrapresi dalla popolazione locale e la presenza di forti organizzazioni priiste, vicine al famigerato governatore.

Nel 2008 sono state assassinate due locutrici radio, Teresa Bautista e Felicita Martínez, mentre si recavano alla capitale statale ad un incontro di radio comunitarie; il 17 aprile scorso è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco José Celestino Hernández Cruz, responsabile di una Casa dello Studente finanziata dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni. Oggi, 27 aprile 2010, una carovana internazionale, costituita da più di cento persone tra osservatori internazionali e attivisti locali (della Sezione 22 del Sindacato dell'Educazione, della APPO e di vari collettivi aderenti, come Vocal e Cactus) e diretta al Municipio Autonomo di San Juan Copala, cade in un'imboscata dell'organizzazione paramilitare e filopriista Unidad de Bienestar Social de la Región Triqui (UBISORT).

Il saldo della pioggia di proiettili è di 2 morti (tra cui uno straniero) e almeno 15 feriti, oltre a un numero ancora imprecisato di desaparecidos (tra cui spiccano vari nomi di attivisti della APPO già colpiti dalla repressione in passato). I paramilitari hanno assediato il luogo e non permettono nemmeno il trasporto dei feriti a strutture ospedaliere; la polizia statale, d'altro canto, dichiara la propria impossibilità di intervenire e se ne lava le mani Mentre le elezioni statali si avvicinano (luglio prossimo), il messaggio dell'establishment locale è chiaro: nessuna autonomia è possibile, il PRI è ben lungi da mollare la presa su Oaxaca.

Emboscada en Oaxaca: 2 muertos
Caravana de solidaridad que iba rumbo al Municipio Autónomo de San Juan Copala en la Región Triqui de Oaxaca, integrada por observadores internacionales, integrantes de CACTUS, VOCAL, de la Sección 22 del SNTE y de la APPO, fue balaceada en la comunidad de La Sabana controlada por la organización Unidad de Bienestar Social de la Región Triqui (UBISORT). Esta organización está impidiendo el rescate de los heridos. Reportes indican que hay al menos 15 heridos, se desconoce si hay muertos y se reporta que Alberta Cariño, directora de CACTUS, se encuentra desaparecida. Tememos que esta acción constituya una provocación que pueda utilizarse para justificar la militarización de la región Triqui.



MEDIOS UNIDOS CONTRA VENEZUELA (2/3)

¿Por qué es tan especial Venezuela? Medios de comunicación de todo el mundo han estado informando acerca de las amenazas planteadas por Hugo Chávez a los periodistas y la libertad de expresión...

Alberto Valiente Thoresen

La mayoría de los informes también se olvidan de mencionar que lo que ha sucedido en Venezuela no es el resultado de los caprichos repentinos del Presidente. En realidad, las cosas se presentan a menudo como si el presidente Chávez ha repentina y arbitrariamente decidido suprimir a los periodistas críticos en el país. El hecho es que las acciones de la Policía y el Fiscal General responden a requerimientos determinados en artículos específicos del Código Penal venezolano. Las reformas a las leyes penales fueron aprobadas por la Comisión Legislativa Nacional y la Asamblea Nacional de la República Bolivariana de Venezuela, en marzo de 2000 y abril de 2005, respectivamente.

Estas reformas se hicieron a través de procesos democráticos formales. Esto fue incluso antes que los partidos derechistas decidieran boicotear las elecciones parlamentarias de diciembre de 2005. Por lo tanto, aún tenían una representación considerable en la Asamblea Nacional de Venezuela. La oposición en esta asamblea estuvo representada principalmente por algunos partidos en el "Bloque por El Cambio" y el "Bloque por la Autonomía Parlamentaria".

Sin embargo, a pesar de ello, los artículos 147, 296 y el Título III, Capítulo VIII, del Código Penal venezolano (artículos 222 a 228) de 2005 están probablemente influenciados por los temores asociados a un entorno generalizado de conspiración contra el Presidente. Estos temores no eran infundados. Esto es más evidente si tomamos en consideración la intentona golpista de 2002 y entre otras cosas, el boicot derechista a las elecciones de diciembre de 2005.

Además, se ha señalado reiteradamente que los canales de los medios de comunicación de derechas jugaron un papel crítico en estos intentos de sabotaje. También ha habido indicios (aún no comprobados) de la cooperación en América para llevar a cabo acciones similares de sabotaje contra los gobiernos de izquierda en Haití, Bolivia, Ecuador y Guatemala, durante los últimos años. Una corroboración probable de estos temores fue el exitoso golpe de Estado en Honduras, el 28 de junio de 2009.

Un conflicto legal: ¿Libertad o libertinaje?

A pesar de este contexto, hay muchas razones para ser críticos de la existencia teórica de las leyes de difamación reunidas en los artículos 147, 296 y el Título III, Capítulo VIII, del Código Penal venezolano, titulado: " De los ultrajes y otros delitos contra las personas investidas de autoridad pública". Principalmente porque estas leyes pueden ser abusadas en la práctica, permitiendo que los líderes políticos reduzcan sin fundamento la libertad de expresión de los opositores políticos. Sin embargo, esto no quiere decir que no puede haber también argumentos razonables para la existencia de leyes tan cuestionables y su aplicación en Venezuela.

Esto puede resultar desalentador para los partidarios de un mundo en blanco y negro. Pero a veces hay más matices y las cosas no son tan simples. En algunos casos, no existe necesariamente una contradicción entre las leyes de difamación y la libertad de expresión, incluso en condiciones de otra manera poco democráticas.

Un ejemplo histórico notable es el juicio Zenger en la colonia de New York en 1935. John Peter Zenger fue acusado de difamación por el delito de publicar "libelos sediciosos" en contra de William Cosby, el gobernador de la colonia. A pesar de que los miembros del jurado habían sido cuidadosamente seleccionados por el gobernador Bill Cosby, el veredicto fue "inocente". Los miembros del jurado consideraron que si bien los artículos de Zenger habían sido insultantes, todas sus declaraciones estaban basadas en hechos comprobables.

Para algunos, este juicio sirvió como precedente y estableció a la argumentación factual como la base de la democracia estadounidense. Además, puso de manifiesto que la libertad de expresión y las leyes de difamación pueden coexistir de una manera aceptable, siempre y cuando el poder Judicial funcione sobre la base de la evidencia demostrable. Esta coexistencia puede servir para afirmar la libertad en lugar del libertinaje.

Este caso pone en relieve histórico por qué el periodismo crítico de alta calidad no puede centrarse únicamente en uno de los aspectos problemáticos de un conflicto legal. Debe tomar en consideración la mayor cantidad de aspectos posibles, así como el contexto en el que el conflicto se produce. No basta con centrarse en un solo lado de la moneda de la cuestión de la libertad de expresión, olvidando que esta libertad es a menudo limitada (formal o informalmente) por las convenciones que tratan de prevenir la injuria, o la violación de la integridad de otras personas y ciertas instituciones.

Esto es aún más importante si tomamos en cuenta que en ocasiones excepcionales, las personas con libertad para expresarse acumulan grandes cantidades de poder y controlan medios de comunicación masiva. Por lo tanto, tienen una mayor responsabilidad de usar su libertad de manera constructiva. Tampoco es mucho más útil ser crítico de la aplicación de las leyes en Venezuela, utilizando el mismo marco político empleado para analizar la aplicación de la ley en otros contextos diferentes. (continuará)

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