martes, 31 de agosto de 2010

La Bolivia del siglo XXI

Martin Chambi


Un año antes de la actual enconada pelea de dos distritos (Oruro y Potosí) por un cerro de piedra caliza, comenzó a circular el “Diccionario latinoamericano de seguridad y geopolítica” (Editorial Biblos, Buenos Aires, 2009), escrito por un importante equipo de especialistas, bajo la dirección del académico Miguel Ángel Barrios (MAB), quien pretende unificar las categorías conceptuales en la pugna ideológica por la liberación nacional.

Barrios, en dos libros previos, referidos a Manuel Ugarte y Juan Domingo Perón, advierte que en el Siglo XIX se consolidaron sólidos países industriales, como Inglaterra, Francia, Alemania y Japón. En el Siglo XX, se pasó del bipolarismo, URSS – EEUU, al unipolarismo de este último, el que, paradójicamente, quedó debilitado en lo económico, cultural y financiero, de modo irreversible, al igual que la Unión Europea (UE). El fin del bipolarismo abrió paso, en el Siglo XXI, a un multilateralismo de naciones continente, entre las que se hallan Rusia, China, India y Brasil, si deja sus pretensiones hegemónicas frente a sus vecinos.

Por primera vez, desde hace 500 años, dice MAB, se está produciendo la des-occidentalización del mundo y la traslación sostenida de riqueza del Oeste al Este. Explica que existen dos conceptos de globalización: El de las potencias tradicionales que buscan mantener el dominio des regulado del mercado, mediante sus inescrupulosos Bancos, y el de las nuevas naciones continente industrializadas, que tratarán de controlarlos a través de sus lineamientos políticos y económicos. Sólo desde las naciones continente, añadimos nosotros, es posible pensar en alternativas al capitalismo y evitar que los costos ecológicos recaigan principalmente en los pueblos periféricos.

El rosarino Adolfo Perelman (inspirador de la Izquierda Nacional boliviana), reiteraba que “tener la verdad es una media verdad. La otra mitad depende de saber imponerla. Si no lo hacemos, moriremos con nuestra media verdad”. O sea que en tanto no se detenga el poderío de los banqueros, las múltiples opciones al sometimiento de los países oprimidos, entre las que se hallan el socialismo comunitario, capitalismo andino, retorno al ayllu o al Tawantinsuyo, proyectos autogestionarios, el cooperativismo y otras variantes seguirán siendo temas de múltiples foros, conferencias, libros e interminables debates, casi siempre financiados por entidades y países que coadyuvan a ese sometimiento.

EEUU y la UE, detalla MAB, usan su poder intangible (medios de comunicación y ONG) para tratar de aniquilar la raíz mestiza-biológica de la América morena (indo mestiza, en Bolivia), idiomáticamente cohesionada. El papel de la cultura, hoy, es el mismo que cumplieron los “Chicago Boys”, en la década de los noventa, para imponer el Consenso de Washington. Ahora hablan del post Consenso de Washington. Anota que el MERCOSUR debe ser el eje de la integración Sudamericana, el que necesita detener la ingerencia de EEUU, Europa y Asia. Su influencia debe extenderse a México y América Central, cuya importancia geo-cultural es indiscutible.

Recuerda que la nación continente latinoamericana tiene en Simón Bolívar a su máximo mentor. Su visión fue retomada por la “generación del 900” (a inicios del Siglo XX) por el uruguayo José Enrique Rodó, el argentino Manuel Ugarte, el venezolano Rufino Blanco Fombona y el peruano Francisco García Calderón. El proyecto de unión entre Argentina, Brasil y Chile (1953), propuesto por Perón a Getulio Vargas y Carlos Ibáñez del Campo, en 1953, retomó el horizonte de la nación inconclusa.

En ese contexto, Perón “es el primer teórico y político de la autonomía periférica en América Latina”. No es casual que la Secretaria de Estado de Bush, Condolezza Rice, lo calificara de semi-nazi,que Margaret Thatcher sostuviera que toda la culpa de lo malo que ocurre al Sur del río Bravo la tiene Perón y que el ex jefe de la Reserva Federal, Alan Greenspan, condenara a Perón por el alejamiento de Argentina de la cultura europea.

El diccionario de Geopolítica, reconoce MAB, debe ser enriquecido y complementado. Tiene la virtud, sin embargo, de rescatar figuras ignoradas u olvidadas, como la de José Ignácio de Abreu e Lima, que fue el único general brasileño que luchó junto a Bolívar en la gesta libertaria. En Bolivia, sin abandonar los logros contra el colonialismo interno, necesitamos contener la ingerencia de los centros de poder mundial, que, mediante sus organismos internacionales, empresas y ONG, han astillado espiritualmente al país y están impulsando enfrentamientos fratricidas.

Italia: Quanto vale lo show?

TP Dopo la liberazione del prigioniero libico condannato per terrorismo è avvenuto il ritorno in grande stile nei giacimenti libici di BP, ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips e della Waha Oil Company. Parigi val bene una messa, o coprirsi il capo con il velo islamico, ehm cospargersi di cenere la calvizie. A Londra sanno essere pragmatici, vanno al sodo. I loro emuli romani del trasversale partito anglosax, amano trastullarsi con i circenses e i purosangue berberi montati da amazzoni.

I quadri di questo partito adorano evangelizarsi con la lettura fissa del Financial Times, che in questi giorni hanno preferito tralasciare per baloccarsi a creare cortine fumogene mediatiche, a mò d'effetto laser di distrazione. Non è chiaro se lo show è quello del capo di stato libico o del cabaret Montecitorio. Tralasciamo, ma quanto vale questo show?

Gli anglosax i conti li hanno già fatti: 7% della proprietà di Unicredit è libico, l’ENI investirà 28 miliardi di dollari nel prossimo decennio, portando la Libia a fornire il 15% della produzione totale della parastatale italica. La Libia è il nostro primo fornitore di petrolio e terzo fornitore di gas, per un giro di oltre 10 miliardi di euro.

L’interscambio tra Italia e Libia nel 2009 ha superato i 12 miliardi di euro, con buone prospettive per il presente anno in cui è previsto una crescita del 5% dell’economia libica. Oltre a 1700 chilometri di autostrada, c’è in ballo l’interesse per la coperazione con Finmeccanica. Con i fondi sovrani Libyan Investment Authority e Libya Africa Investment Portfolio, per operare nei settori dell’aerospazio, elettronica, trasporti aerei. Sono altri 20 miliardi di euro.

Chi sono i “pagliacci” vittime sacrificali della “logica commerciale”? Il partito anglosax è incapace di vedere oltre il corridoio delle sue sedi politiche e mediatiche, ed antepone la sua logica di frammenti vaganti ad interessi più generali. L’immane sforzo per quagliare un frontismo antinano quale che sia, ha messo in evidenza che sono privi di una politica internazionale coerente. Si muove nel piccolo cabotaggio, naviga a vista.

Non c’è nulla di “pagliaccesco” nel rivendicare che il Mediterraneo diventi un mare riservato ai Paesi rivieraschi, chiuso alle navi da guerra delle potenze extra-mediterranee. Che c’è di “pagliaccesco” nell’aspirare a che gli europei meridionali -con i nordafricani e mediorientali- sappiano farne di nuovo un mare nostrum?

Il partito anglosax preferisce che continui a spadroneggiarvi la VI Flotta. I post-tutto si accontentano che il non-esercito europeo d'EuroNATO funga come controfigura.

Per chi volesse informarsi sommariamente sulle gesta del colonialismo italiano in Libia: http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/2010/08/il-nostro-debito-di-sangue-e-di-onore.html

Questo è un articolo di P. Ancona che prende posizione sulle scomposte e miopi reazioni di una vasta area (di cultura originariamente di sinistra), che si è unita al coro demonizzante contro il Trattato binazionale italo-libico. Un coro ampio che -dai post-fascisti ai post-comunisti- miete adesioni dappertutto, facendo leva sullo sciovinismo razzista e sull'amnesia della storia.

E' pensabile che possa esistere una "sinistra" che critica, minimizza o tergiversa sull'esemplare risarcimento dei danni del colonialismo? E' ancora lecito nascondersi dietro l'avversione per un lider per negare le ragioni storiche di una nazione colonizzata? Hanno imparato dagli USA ad esigere agli altri diritti umani che non rispettano. L'Italia ha fatto qualcosa che le fa onore, unico Paese che ammette e risarcisce i danni di guerre coloniali.

La pagina web di Bellaciao, dapprima ha pubblicato e poi ha cancellato il testo di Ancona, senza fornire nessuna spiegazione. Lo trovi qui: http://medioevosocialepietro.blogspot.com/2010/08/rispettare-gheddafi.html


Messaggi dei minatori censurati dal governo cileno: “Salvate i Mapuche!”



Martin E. Iglesias - Selvas.org
Nella Giornata Mondiale del Detenuto “Desaparecido” i 33 minatori seppelliti vivi in Cile, ricordano al mondo la lotta per la giustizia del popolo Mapuche.

Certe notizie anche se in superficie sono più difficilmente visibili, rispetto ad altre che devono emergere da 700 metri di crosta terrestre. A ricordarci questa banale, ma non meno importante condizione mediatica, sono proprio i 33 minatori intrappolati nella miniera San José a Copiapó, in Cile diventati, loro malgrado, gli attori principali di un operazione di riscatto dalle viscere della terra che occupa le prime pagine di tutti i notiziari mondiali da quasi un mese.

I loro messaggi sono stati largamente diffusi e confortano sulle loro condizioni di vita, proponendo agli spettatori televisivi globali drammatiche immagini di volti provati dal lavoro e dalla precarietà della condizione.
Alcuni messaggi, prima che visivi, sono stati cartacei e proprio il neo presidente del governo cileno, Sebastián Piñera, li ha esibiti davanti alle telecamere mondiali, appostate sulla bocca della miniera, per dimostrare la vicinanza del governo ad una classe lavoratrice che in Cile occupa oltre 800mila addetti, molti dei quali emigrati dal Perù o dalla Bolivia e comunque rappresentanti sociali delle classi più povere. Tra questi molti sono rappresentanti dei popoli originari del continente: Mapuche, Quechua o Aymarà.

Scripta Manent
Tra le missive esibite davanti alle telecamere, avide di notizie sulla salute degli intrappolati del sottosuolo, pare non abbiano avuto modo di palesarsi alcune che, evidentemente, contestavano il governo. I minatori, in due fogli di carta inizialmente censurati, si mostrano solidali con la battaglia civile intrapresa, oramai da quasi cinquanta giorni, da alcuni prigionieri mapuche in sciopero della fame e contestano le parole del premier chiedendogli per iscritto di “Stare zitto!”.

Trentatrè minatori sotterrati hanno così la pretesa di rendere visibile una battaglia civile che prosegue dalla dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990) e intrapresa a luglio da 32 prigionieri politici, vittime di una “legge speciale antiterrorista” che in Cile discrimina i popoli originari Mapuche e annienta le loro legittime richieste di riconoscimento. La lettera propone il parallelismo tra le due tragiche storie e riporta: “Liberate i Mapuche, da 41 giorni in sciopero della fame”.

Questo grande esempio di fratellanza scaturito da 700 metri di profondità dovrebbe fare arrossire chi, il 30 agosto, nella giornata internazionale del detenuto “desaparecido”, dimentica facilmente le ingiustizie ancora presenti nella “esemplare” democrazia cilena e rifiuta di confrontarsi con una storia, forse ancora troppo recente e addomesticata, intessuta di sparizioni (oltre 900 quelle denunciate nel solo 2009), violenze e detenzioni arbitrarie proprio a carico spesso dei rappresentanti del Popolo Mapuche, un tempo unica popolazione ad avere riconosciute le loro terre come uno Stato autonomo dalle corone spagnole, e ora bollati come terroristi e perseguitati a colpi di leggi speciali e violenza poliziesca.

Stati Uniti: Una pratica sistematica di stupri e abusi nei Centri di detenzione degli immigrati

Guadalupe Cruz Jaimes
(http://generoconclase.blogspot.com)
Considerati i numerosi casi di stupro e abusi sessuali di donne e di bambini migranti nei Centri di detenzione degli Stati Uniti, Human Rights Watch (HRW) ha inviato quattordici raccomandazioni al Governo di questo paese, affinché garantisca che queste vicende non si ripetano.

Tra le raccomandazioni che HRW segnala nel suo rapporto " Detenuti a rischio: abuso sessuale e molestie nei Centri di detenzione per migranti" vi è l'affermazione che le autorità di quel paese devono adottare norme di detenzione obbligatorie e applicabili in tutti i Centri di detenzione.
L'organizzazione internazionale sostiene che gli stupri e gli abusi sessuali non sono casi isolati ma prassi sistematica nei Centri di detenzione per migranti anche quelli cosiddetti "familiari" dove si registrano il maggior numero di reati perpetrati dalle guardie o dagli altri migranti, contro le donne e i minori.
Il record di aggressioni nel periodo 2005 - 2010, si registra in stati come il Texas,Florida, Washington, Arizona, Nueva York, Nueva Jersey, Wisconsin e California. I/le migranti aggrediti in questi Stati provengono dall'America Latina e dai paesi asiatici e la maggior parte sono stati arrestati a causa del loro status di migranti irregolari.

Nel 2007, cinque donne sono state detenute nel Centro di Porto Isabel in Texas, dove il custode Robert Luis Loya, entrò nella stanza del settore infermieristico del Centro e ordinò alle migrandi di spogliarsi toccando i loro genitali.

Tre anni dopo, alcune migranti del Centro di detenzione Don Hutto Center anch'esso in Texas, accusarono di abusi sessuali un dipendente del servizio "Immigrazione e dogane" che secondo le testimonianze, le "palpeggiò" durante il trasporto in aeroporto e in una stazione di servizio degli autobus, dove poi le migranti vennero rilasciate.

In Florida una migrante giamaicana è stata trasportata in un altro Centro di detenzione quando un agente dell"Immigrazione e dogane" (ICE) entrò a casa sua e la violentò. " Ho avuto paura per la mia vita, aveva una pistola.Speravo protegesse me, non che si approfittasse di me" ha dichiarato la donna nel 2007, da dodici anni negli Stati Uniti e madre di due bambini.

Alla violenza contro le donne migranti si aggiunge quella perpetrata dal personale dell'ICE contro i minori. Uno di questi casi si è verificato sempre in Texas dove nove bambini sono stati costretti a rapporti fisici e abusi sessuali.

Secondo Human Rights a causa della mancanza di informazioni disponibili non si può quantificare la dimensione del problema, tuttavia" si sono registrati troppi gravi casi per poterli ignorare"

La situazione comporta la necessità di un'indagine e di intervento rapido per correggere le evidenti carenze nelle politiche di detenzione, la pratica e la supervisione delle procedure alle quali sono assoggettati i migranti negli Stati Uniti.

Secondo un documento elaborato dall'organizzazione internazionale nel 2009 sono state arrestate più di 38mila persone che rappresenta un incremento del 64% rispetto al 2005. Il sistema di detenzione ha una popolazione media giornaliera di 31mila della quale il 9% è costituita da donne.

In risposta alle aggressioni fisiche e sessuali contro gli immigrati, l'Ice ha fatto " alcuni passi significativi per una riforma", ma ancora - afferma il rapporto- necessitano altre misure per garantire la sicurezza e l'equo trattamento degli immigrati nei Centri di detenzione.

Alcune di queste azioni che deve intraprendere il governo degli Stati Uniti sono informative circa le aggressioni sessuali denunciate, la garanzia che esse vengano esaminate, il miglioramento del controllo all'applicazione delle norme di detenzione in questi Centri.

Occorre inoltre accellerare l'implementazione delle norme di prevenzione e di risposta alle aggressioni e abusi sessuali in tutte le strutture che ospitano i detenuti Ice. Essi devono inoltre garantire che i detenuti siano informati sui loro diritti in materia di violenza sessuale.

Human Rights ha richiesto al Congresso degli Stati Uniti la pubblicazione degli archivi del Ice (Centro Immograzione e dogane) dei casi di violenza sessuale, abusi e molestie nei Centri di detenzione e di approvare una legge che stabilisca norme per le condizioni dei detenuti immigrati nei Centri.

(Traduzione a cura di Anita Silvano)

lunes, 30 de agosto de 2010

Italia: Amazzoni, cavalli arabi e petrolio


Tito Pulsinelli
Amazzoni, show, cavalli arabi, hostess, folklore sono le uniche parole che fuoriescono dalla bocca dei politici e dai titoli dei giornali. Parlare di petrolio, gas, è tabù! "Disneyland" rincara il post-fascista Fini, alludendo al suo Paese di nascita, a suo avviso succube della "..logica commerciale". I post-comunisti, invece, criticano persino lo storico ed esemplare risarcimento danni con cui l'Italia pone riparo ai crimini inflitti dal colonialismo.

Il resto del cabaret-Montecitorio intona un coro monocorde sui "diritti umani" calpestati dalla Libia, quegli stessi -però- di cui dimenticano di chieder conto ai loro sponsor di Washington per il business petrolifero con la feudale monarchia assoluta dell'Arabia saudita. Si, quella che lapida e mozza le mani. O con gli altri regimi di feudalismo relativo degli emirati.

I Di Pietro, Fini, Casini, Buttiglioni e troppi ecc, accettano che pecunia no olet solo quando Londra libera un prigioniero libico condannato per terrorismo, pur di assicurare contratti e giacimenti alla malconcia BP. Sono inflessibili moralisti e feroci oppositori quando l'Italia compie dei passi nella medesima direzione. L'Italia, non Berlusconi, nè governicchi dell'una o altra fattura. Giustificano, difendono sempre quel che fanno i loro sponsor, mai quel che intenta fare l'Italia per assicurare la diversificazione delle fonti di approvigionamento energetico.

I post-tutto la buttano sempre in politichetta perchè sono orfani di una visione geopolitica che assicuri maggiore autonomia all'Italia, per lo meno nell'aerea mediterranea. Orfani volontari, perchè sempre ne adottano una di importazione: Mosca, Washington o Bruxelles/EuroNATO. In nome dei diritti umani che Washington e Londra non rispettano -nè in casa nè altrove- vorrebbero che l'Italia dicesse no alla Libia, no alla Russia, no al Venezuela e no all'Iran. Che Fini,D'Alema,Bocchino&Casini di pietra dicano apertamente dov'è lecito comprare gas e il petrolio.

La soluzione offerta dall'oleodotto Nabucco è truffaldina. Che ci mettono gli Stati Uniti in questo affare? Solo il tubo. Gli europei ci mettono i soldi, gli idrocarburi li forniscono i centro-asiatici, gli altri incassano e controllano. Con la tuberia si garantirebbero a buon mercato il controllo strategico sull'Europa del sud e l'egemonia totale sull'Italia, già oberata da oltre 100 basi militari. Meglio, molto meglio, intavolare accordi direttamente con i Paesi esportatori di idrocarburi, prendendo esempio dai governi che si susseguono a Londra, Washington e Berlino.

Quattro dati sono immutabili: l'Italia ha una dipendenza totale; USA importa petrolio e non può venderci nulla; gli energetici ce li hanno quelli che ci li hanno (non quelli che si desiderebbe che li avessero); c'è il multipolarismo e i rapporti di forza globali sono mutati, non a favore degli "occidentali".

L'asse strategico si è spostato verso l'oriente, Roma deve tenerne conto e recuperare una minima iniziativa geopolitica. L'economia è diventata una variabile subordinata alle relazioni internazionali e alla sovranità reale dei grandi blocchi macroregionali. E' necessaro scegliere se appartenere all'Europa o agli Stati Uniti d'Occidente. Raffozare l'autonomia del blocco europeo o suicidarsi nel grande mercato transatlantico. Fini, D'Alema, post-fascisti, post-comunisti, post-tutto, ancora uno sforzo per essere uomini (di Stato)!

Venezuela: L'inflazione ai tempi di Naim, Petkof e Chávez

TP
Il tasso di inflazione in Venezuela è alto, come generalmente avviene in tutte le economie petrolifere o i mono-esportatori di materie prime. Cominciò ad impennarsi negli anni 80 e scalò a ritmi vertiginosi negli anni 90, collocandosi stabilmente tra il 40% e l'80%. Nel 1995 -guarda caso- negli anni rigogliosi del neoliberismo sfrenato e della apologia indiscriminata delle privatizzazoni forzate, l'inflazione arriva alla quota-Everest del 100%.

In quegli anni, gli "economisti" preferiti del fronte traversale del latifondismo mediatico -da CNN al gruppo Prisa-El País- che oggi descrivono in termini parziali ed apocalittici la situazione, o sparano dardi velenosi contro il governo di Caracas, erano ministri.
I vari Moises Naim o Teodoro Petkof, economisti di riferimento di Repubblica et similia non erano semplici giornalisti, liberi opinionisti che parlano-scrivono a bischero sciolto o propagandisti di complemento.

Entrambi sono stati ministri o hanno assolto incarichi di alto livello nei dicasteri economici di governi che portarono l'inflazione al 100% (sic), assistettero impavidi al crack del viernes negro, e soccorsero benignamente i banchieri che trafugarono all'estero 30 miliardi di dollari. I due "esperti economisti" Naim e Petkof erano ministri, non portaborse. Oggi recitano il ruolo di chi avrebbe la soluzione nel taschino, danno lezioni e puntano l'indice infuocato. Insomma, si atteggiano a verginali Cassandre geriatriche, con qualche credibilità per la platea internazionale. Ci vuole coraggio, soprattutto a prenderli sul serio.

Il Venezuela effettuò una svolta radicale dopo l'insurrezione popolare conosciuta come il caracazo, dilagata in tutte le maggiori città, cioè mandando a casa ministri alla Naim e un bipartitismo succube della finanza nazionale, esterna e del Pentagono. L'amnesia e la rimozione totale del passato, che non riesce ad occultare l'enorme coda di paglia, porta la strana coppia a dimenticare che Chávez è arrivato al governo nel 1999. E' sufficiente un'occhiata per verificare che l'inflazione da quella data si mantiene tra il 12 e il 30% -sicuramente alta- ma distante anni luce dai tassi kamikaze dei minitri Naim e Petkof.

Tutto sommato, questa coppia fa meno danni come giornalisti, con maggiori successi pecuniari personali di quando funestamente dirigevano le finanze del Venezuela. Meglio giornalisti ben prezzolati che ministri inflazionari al 100%.

Venezuela: J. Convitt desarrolló vacuna contra el cáncer


El médico venezolano, nacido en la ciudad de Caracas, Jacinto Convit y fundador del Instituto de Biomedicina de la Universidad Central de Venezuela, luego de tres años de investigación con inmunoterapias en pacientes con riesgos oncológicos, desarrolló lo que sería una vacuna contra el cáncer de mama, colon, estómago y cerebro.

Convit, informó que la vacuna ha sido aplicada en 20 personas y que sólo dos no han dado resultados positivos, porque uno era una paciente diabético y el otro se había aplicado quimioterapia, tratamiento que inhibe la acción de la inmunización.


El nominado al Premio Nobel de Medicina por haber descubierto la vacuna para la lepra y la leishmaniasis en 1988, declaró que cada paciente debe ser sometido a un tratamiento distinto en función de sus circunstancias particulares. Aunque no han calculado el costo de la vacuna, indicó que será totalmente gratis.

La vacuna está compuesta por células mutantes del paciente, las cuales poseen varios tipos de células y no una sola, "la mutación es la que provoca la recaída más adelante en el paciente, al combinar un gramo de células cancerígenas que tan sólo tienen si acaso el costo de 5 dólares, el paciente desarrolla una mejoría en su propio organismo por la producción de anticuerpos que destruyen las células cancerígenas", dijo Jacinto Convit.


El científico venezolano y acreedor de un premio Pr íncipe de Asturias de Investigación Científica y Técnica en 1987,
señaló que nunca ha trabajado en la medicina privada, pues su objetivo ha sido únicamente curar a la gente.

El tratamiento será suministrado en el hospital Vargas luego de que culmine todo el proceso de comprobación y efectividad. El oncólogo de 92 años afirmó que "desde el Hospital Vargas queremos contribuir en la vida de los pacientes, queremos impartir tratamientos, no buscamos dinero de nadie, sólo llamamos a los enfermos para que asistan a este instituto".


Se espera continuar verificando los resultados a mediano y largo plazo para determinar su verdadera efectividad, aunque hasta los momentos se han mostrado resultados positivos e importantes que pueden llevar a la cura definitiva del cáncer.

Iran ritira depositi dalle banche europee

Il presidente Mahmud Bahmani della Banca centrale dell’Iran ha qualificato come “misura precuzionale” il ritiro dei depositi e fondi iraniani dalle banche europee. L’UE aveva approvato una serie di restrizioni contro il commercio, con impedimenti di varia natura miranti e mettere in dificoltà il governo di Teheran.

Tra questi, figurano anche i trasferimenti bancari, con l'obbligo di notificazione quando sono superiori ai 10mila euro, è indispensabile l’autorizzazione se sono maggiori a 40mila .

L’Iran ritira i suoi depositi dalle banche europee per evitare il possibile pericolo di un “congelamento”. L’UE ha adottato misure per forzare gli iraniani a sospendere l’arricchimento dell’uranio, che si concentrano sul settore bancario, petrolifero e comérciale marítimo.

sábado, 28 de agosto de 2010

La ultra derecha mediática actúa concertadamente

Alberto Maldonado ARGENPRESS.info
He leído con atención las informaciones que han publicado estos días los diarios del sistema sobre el pleito que está por definirse en Argentina respecto de la posesión de un gran porcentaje de acciones en Papel Prensa (una empresa que controla la venta de papel periódico) en el que tienen acciones Clarín, el 49%, La Nación, el 22.5% y el Estado Argentino, el 27.5%; producto de una obscura transacción que se produjo cuando el país del sur estaba bajo las botas militares, una de las dictaduras más atroces e infames que se hayan dado en país alguno de América Latina (Solo un dato:30.000 desaparecidos(as) en 7 años de dictadura).

De lo que aquí se difunde, vía agencias internacionales, unos dicen que la señora Lidia Papaleo vda. de Graiver, fue amenazada por los militares (“firme o le costará la vida de su hija y de la suya” una amenaza que en esos tiempos era una sentencia a torturas y muerte) para que venda sus acciones precisamente a los diarios El Clarín y La Nación, los periódicos que estuvieron muy juntos en la “lucha contra la subversión” en Argentina. Otros dicen que la transacción accionaría, en este caso, fue libre y voluntaria.

Al margen de quién tenga la razón, debo referirme a este suceso porque, a pesar de que en Argentina, hasta nuestros días, están enfrentando tribunales penales los genocidas argentinos por los crímenes que cometieron contra su población civil, sin embargo, estos dos periódicos sipianos (de la SIP-CIA) con una impudicia y cinismos sin nombres, han lanzando a los cuatro vientos que lo que está haciendo la Presidenta Cristina Kirchner, es tratando de apropiarse de la empresa (Papel Prensa) para imponer una manipulación de los medios impresos del país, con los dos diarios incluidos.

“Coincidentalmente” en estos mismos días, la prensa sipiana continental desató un escándalo “de una disposición contraria a la libertad de expresión”, en Venezuela, porque un organismo de derecho local ha emitido una sanción contra el matutino “El Nacional” (de cerrada oposición al Gobierno de Hugo Chávez, desde luego) y ha advertido que los medios de comunicación no deben difundir gráficas de violencia, como la que publicó el referido diario, en primera página: una foto (trucada o no pero de fecha muy anterior) de un “anfiteatro” caraqueño, amontonado de cadáveres a la espera de su correspondiente autopsia.
El objetivo declarado del diario fue que con esa foto “quiso advertir” que en la capital venezolana se vivía un clima de terror delincuencial pero que el Gobierno hacía poco o nada por combatirlo. Es decir, “echarle el muerto” a Chávez de esta tendencia criminal, ahora que están en vísperas de unas elecciones parlamentarias previstas para fines de septiembre.

En Ecuador, desde hace rato, los medios sipianos (con El Comercio de Quito a la cabeza) se han dedicado a maximizar todo acto delictivo que se produzca en cualquier punto del país. Desde luego, hay una vieja historia de crímenes, secuestros, asesinatos, escándalos y asaltos que los medios sipianos los trataron, a su debido tiempo, con cierta prudencia (me refiero a los tintes amarillistas de la noticia); pero, a partir del gobierno de Rafael Correa, esos medios no escatiman espacios en dar informaciones de este tipo, cada cual más alarmante. Con seguridad, el crimen organizado y desorganizado ha crecido en el país (especialmente por razones sociales) pero de ahí a pintar un ambiente lleno de peligros y de incertidumbre, por culpa del gobierno, hay una distancia; pero la intención es clarísima.

Esa “tendencia”, sin embargo, no es la más significativa. Sin que se haya dado algún hecho concreto o que algún agente gubernamental haya intimado a alguien, a pretexto de una supuesta lucha contra la posibilidad de una “ley mordaza” tanto las radios del sistema como los canales de televisión abiertos pasan y repasan una “cuña-denuncia” según la cual, en el Ecuador de la “revolución ciudadana” se respira un ambiente de “peligro para la libertad de expresión” Aseguran que, de aprobarse el proyecto como está para segunda y definitiva votación en la Asamblea Nacional, se habrá dado un golpe “contra la democracia y la libertad”.

Está claro que el objetivo que persigue la comunicación sipiana (a través de unos cuantos asambleistas pelucones, que para eso están) es que la ley no sea ley. Ellos quieren que en este país andino, la SIP-CIA logre imponer uno de sus mandatos: “que en comunicación no hay mejor ley que la que no se dicta” y de paso consolidar lo que ha venido siendo “el catálogo del periodismo libre”: que los medios comerciales son impolutos por si mismos, que ellos son los dueños de la “libertad de expresión”, que nadie debería enjuiciarlos peor censurarlos y otras lindezas de este estilo.

Hace un par de semanas (jueves 12 de agosto/2010) El Comercio de Quito publicó una reseña informativa bajo este titular: “La libertad de prensa afronta un deterioro en los países andinos” La “redacción política” del diario se refería a un estudio que han hecho sobre la situación de la libertad de “prensa” (no de expresión) cuatro organismos: El Centro sobre Derecho y Sociedad (¿) el Consorcio Desarrollo y Justicia (¿), el Instituto de Defensa Legal (¿) y, cuando no, Freedom House, ese organismo yanqui que “hace estudios” respecto de nuestras realidades y presenta informes que nadie le ha pedido*.

Los relatores –como gustan llamarse estos diligentes “estudiosos”- dicen que han analizado la situación de “la libertad de expresión y de prensa” en Venezuela, Colombia, Ecuador, Perú y Bolivia y que han encontrado que, de “países de prensa libre” (en el 2000) hemos pasado a “parcialmente libres” a consecuencia de políticas cambiantes. Exceptúan a Colombia de la crítica, a pretexto de que en el 2000 ese país estaba afectado “por la violencia civil” pero no dicen ni media palabra sobre que en Colombia no es que se respetaron a los periodistas y medios de oposición sino que los pocos que quedaron vivos, lograron ponerse a buen recaudo, a tiempo.

Por el Ecuador, ha intervenido el señor César Ricaurte, fundador, dueño, director y mensajero de FUNDAMEDIOS* un organismo no tan fantasma que pocos saben quién lo financia y que trabaja para denunciar exactamente a Correa y sus “atentados” contra la prensa libre. Este sujeto –que tan siquiera es un periodista en ejercicio- se ha tomado la molestia de contar las veces (cerca de 100) que Correa “ha insultado a la prensa y a los periodistas” y eso lo presenta como “riesgos” contra la libertad de expresión. En cambio, ignora en sus cuentas las veces que los medios sipianos y sus periodistas estrella han dicho “samba canuta” del Jefe de Estado. Lo uno, para estos relatores sipianos es “ejercicio de la libertad de expresión, que está en peligro”; y lo otro “una agresión contra esa libertad” ¡Qué tal!

Lo anecdótico de esta información, es que los sabios relatores dicen que “Esa situación (de amenaza) también pudiera generar que la prensa se autocensure” como que si los medios sipianos nunca hubiesen usado la autocensura y la censura directa en la diaria información.
Todo el mundo sabe que los medios impresos y los medios audiovisuales del sistema, siempre han tenido “amigos de la casa” (los preferidos para entrevistas, para consultas, etc) y “enemigos de la empresa” para tipificar a todos aquellos que, por cualquier razón, generalmente ideológica, han pasado a formar parte del index que cada medio ha elaborado a su querer. Así que la censura y la autocensura han existido, existen y existirán siempre mientras exista el sistema que lo proteja.

En estos tiempos, el panorama descrito a través de unos pocos casos, lo que nos rebela es que los medios comerciales coinciden sin rubor en posiciones antagónicas frente a procesos políticos, económicos y sociales de cambios, que se vienen dando en nuestros países. Desde hace rato, se observa una manipulación informativa generalizada en contra de todo proceso de cambios o de transformaciones, por más mínimos que sean. El sistema imperante, (a través de sus medios comunicacionales) no quiere correr riesgos frente a la posibilidad de que las masas hambrientas y marginadas de nuestras sociedades, en procesos violentos o no, empiecen a minar los intereses del gran imperio y de las burguesías criollas.

No hay que olvidar que la gran prensa sipiana depende en altísimo porcentaje, de las “generosas fuentes de financiamiento” que tienen el título de “marketing” o de publicidad pagada. Y está claro que los sectores sociales en proceso de transformaciones y demandas, no tienen ni para su diario sustento; peor para pagar espacios de publicidad en tales medios. Y se da la incongruencia, en nuestros países, que la publicidad estatal, sigue alimentando con millones de dólares a sus verdugos.
Alberto Maldonado es periodista ecuatoriano.

viernes, 27 de agosto de 2010

Colombia:CONFLICTO, DROGAS Y PAZ

BAJO URIBE, LOS GASTOS MILITARES ALCANZARON EL 15% DEL PRESUPUESTO
Diego Otero Prada
www.cronicon.net/paginas/edicanter/ediciones47/nota10.htm
¿Qué habría hecho un país normal con cien mil millones de dólares? Tal vez solucionar su futuro para siempre. Pues bien: ese fue el gasto militar de los ocho años de Uribe.

LOS MÁS MÁS DE LOS MÁS

El conflicto interno colombiano, clasificado como "de baja intensidad" porque determina la muerte de más de mil personas por año, es responsable de una militarización impresionante del país, un gasto militar que se encuentra entre los diez más altos del mundo y un ejército propio de un imperio, ubicado entre los 17 más grandes del planeta.

En una situación como la de Colombia, con un conflicto que cumplió 46 años, el gasto militar comprende el que se clasifica como tal en el presupuesto de la nación, con un doble destino: el Ministerio de Defensa y la Policía Nacional. Pero, además, en él están parte de los "gastos en seguridad" del Ministerio del Interior y de la Justicia, y de agencias del gobierno como el Instituto Nacional Penitenciario y Carcelario, INPEC, el DAS, la Fiscalía, la Procuraduría y la Defensoría del Pueblo.

Y ESO NO ES TODO

Aparte de esos rubros hay otros que no se incluyen en este cálculo, provenientes de Municipios, Departamentos y entidades descentralizadas tales como ECOPETROL, Interconexión Eléctrica S.A., ISA, y empresas de telecomunicaciones o electrificadoras, que dedican recursos para defenderse de atentados a sus instalaciones o a su personal. Tampoco se incluyen los auxilios de gobiernos extranjeros que envían fondos para combatir a las guerrillas, los más importantes de los cuales son los de Estados Unidos a través del Plan Colombia, ni los presupuestos de las empresas industriales y comerciales del Ministerio de Defensa, como la Industria Militar, INDUMIL, ni el pago de pensiones, ni las demandas que cursan contra el Estado. Por lo tanto, las cifras que se dan se quedan cortas frente a lo que efectivamente se gasta para enfrentar el conflicto.

Sin tener en cuenta estos ítems, se encuentra que en el período 2002?2010 el gasto militar se acercó a cifras que oscilaron entre el 5,0 y el 6,0 por ciento del PIB.

CUADRO 1. GASTOS EN DEFENSA Y SEGURIDAD
Miles de millones de pesos

2002

% PIB

2010

% PIB

Ministerio de Defensa

6016

2,94

12.077

2,60

Policía Nacional

2867

1,40

7.770

1,67

Ministerio del Interior y de Justicia

481

0,24

969

0,21

DAS

47

0,02

116

0,02

Fiscalía

211

0,1

431

0,09

Defensoría del Pueblo

14

0,01

70

0,02

Procuraduría General de la Nación

52

0,03

102

0,02

Otros sectores del nivel central

14

0,01

130

0,03

Departamentos

8

0,00

15

0,00

Municipios

24

0,01

35

0,01

Plan Colombia

1016

0,50

1.100

0,24

Otros gobiernos extranjeros

253

0,12

250

0,05

Total

11.003

5,38

23.065

4,97

Porcentaje del Presupuesto

15,33

15,11

Fuente: Cálculos con base en información del Ministerio de Hacienda y Crédito Público.

EL CLUB DE LOS "MILLONARIOS"

En este cuadro se discrimina el gasto militar para enfrentar el conflicto interno colombiano en esos períodos, especificando los del Ministerio de Defensa y la Policía Nacional, y el 30 por ciento del correspondiente a entidades de los subsectores de justicia y seguridad, cifra que el investigador Luis Jorge Garay encontró que es la que se dedica a los aspectos que tienen que ver con la conflagración interna.

En total, los gastos pasaron de 11.003 miles de millones de pesos corrientes en 2002 a 23.065 miles de millones en 2010, con un incremento anual de 9,69 por ciento, en comparación con el aumento anual de la inflación, que fue de 4,93 por ciento. O sea, que el gasto militar tuvo un crecimiento real anual de 4,76 por ciento, para un aumento real en el período de 45,07 por ciento.

En proporción al PIB, el gasto militar en 2002 fue el equivalente del 5,38 por ciento, en 2004 subió al 6,02 por ciento, y en 2008 y 2010 bajó a 5,47 y 4,97 por ciento respectivamente. Pero, de cualquier manera, esas son las cifras más altas en América y Europa. En 2008, Colombia ocupó el décimo lugar en este gasto y sólo fue superada por Arabia Saudita, Israel, Omán, Chad, Jordania, Georgia, Eritrea, Irak y Emiratos Árabes Unidos.

EL TRISTE CAMPEONATO

En Latinoamérica, la mayoría de los países tenían en 2008 un gasto militar por debajo del 1,0 por ciento de su respectivo PIB (Argentina, Paraguay, México, Nicaragua, El Salvador, Guyana, Jamaica, Honduras, Panamá), otro grupo se encontraban entre 1,0 por ciento y 1,5 por ciento (Brasil, Venezuela, Perú, Uruguay y Bolivia), Chile se salía de la tendencia con 3,5 por ciento y Colombia era el caso excepcional con 5,47 por ciento.

En valores absolutos, con 12.468 millones de dólares, el gasto militar colombiano ocupa en 2010 el puesto 20 en mundo, muy por encima de todos los países de Latinoamérica y el Caribe, con excepción del Brasil. Por tamaño de las Fuerzas Armadas, en 2006 Colombia ocupaba el puesto 17, con 285 mil hombres. En Latinoamérica sólo la superó el Brasil.

MEDIO VIVOS, MEDIO MUERTOS

Los gastos militares del gobierno central y sus entidades descentralizadas representaron el 15,33 por ciento del presupuesto de la nación en 2002, cifra que bajó a 15,11 por ciento en 2010. Los de funcionamiento equivalieron a 26,33 por ciento y 23,13 por ciento en los mismos años y los de inversión a 9,12 por ciento y 8,62 por ciento.

Si se suman los gastos militares y los del servicio de la deuda externa e interna, se tiene que estos dos rubros representaron el 53,43 por ciento del presupuesto de la nación en 2002 y el 41,6 por ciento en 2010.

Desde un punto de vista macroeconómico lo anterior significa que en los ocho años del gobierno Uribe un 50 por ciento de los egresos de la nación estuvieron orientados al gasto improductivo, que impide dedicar las sumas que se necesiten en actividades con las que se aumente la riqueza futura.

Sería necesario matizar la afirmación anterior en caso de que el endeudamiento se hubiera utilizado para inversión. Pero no. Buena parte de esas sumas permitieron que dineros provenientes de impuestos pudieran orientarse para financiar la guerra y sostener el déficit fiscal.

CONFLICTO Y DESPILFARRO

De agosto 2002 a agosto 2010, es decir, en los ocho años de gobierno de Álvaro Uribe, Colombia destinó al gasto militar aproximadamente 100 mil millones de dólares, cifra impresionante que da una idea del despilfarro de recursos que implica el conflicto interno, sin incluir otros costos como los daños a la infraestructura, los secuestros, los delitos conexos, las muertes y los costos en la seguridad del sector privado.

De ahí que la mejor política para aumentar el crecimiento, el bienestar y la democracia sea la de acabar con el conflicto lo más rápidamente posible. La opción del diálogo es la más cuerda.

GOBERNAR DESPUÉS DE MORIR

Pero eso no es todo. El presupuesto presentado por el gobierno Uribe para 2011 sigue las mismas orientaciones de su período presidencial, con la circunstancia de que mientras suben las partidas militares, se disminuyen las dedicadas a agricultura, vivienda, educación y ciencia y tecnología.

En esta forma, los gastos para la guerra, incluyendo el Plan Colombia y otros, aumentan a 24.698 miles de millones de pesos, un incremento de 7,07 por ciento con relación a 2010, que representan un 5,09 por ciento del PIB, si se supone que este último tenga un crecimiento del 4,5 por ciento en 2011.

Como participación del presupuesto de la nación, el gasto militar asciende a 15,91 por ciento, el porcentaje más alto desde 2002. Es decir, que el gobierno Uribe deja un presupuesto nacional más militarizado y con menos recursos para el gasto social y para los sectores productivos.

Ese fue, quién lo creyera, su regalo de despedida.

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