martes, 7 de agosto de 2018

ROCCO SCOTELLARO, POETA di TUTTI I SUD

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Un intellettuale meridionale, poeta della Lucania, narratore originale, dirigente sindacale dei contadini a cavallo della guerra, sindaco di Tricarico, sociologo-narratore. E' Rocco Scotellaro (1923-1953) non ancora sepolto completamente dall'oblio cui sono condannate le spiccate personalitá pensanti del sud, quelle che non appartengono ad una elite ermetica che si autoriproduce.
«È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi/ con i panni e le scarpe e le facce che avevamo. / Le lepri si sono ritirate e i galli cantano, /ritorna la faccia
di mia madre al focolare» scandisce il consapevole Rocco. "Noi nei sentieri non si torna indietro/altre ali fuggiranno /dalle paglie della cova/l’alba è nuova, è nuova".
Carlo Levi 
 L'amicizia sconfinata e protettrice di Carlo Levi lo rese piú forte e fu come una bussola per Scotellaro, nella fatica di scrivere la forza della radice, con i riti viventi della identitá. Con la sofferenza dei coerenti affaccendati a spianare futuro, a coniugare sempre la dignitá dei cafoni con la compassione. A risaltare l'energia dell'equitá, inesaurita sorgente della bellezza. «Oggi, ancora e duemila anni/ porteremo gli stessi panni / Noi siamo rimasti la turba/ la turba dei pezzenti/quelli che strappano ai padroni / le maschere coi denti». 

A Rocco lo innalzarono fino a indossare la fascia di sindaco, in quel dopoguerra di tozzi di pane duro e trascendenti speranze concrete. Lui si preoccupó di portare il sapere nella scuola fatta costruire e nella vita sociale: cancellare l'analfabetismo e aprire i sentieri del mondo che si stagliava oltre Tricarico. Dal basso ventre della politicheria, biascicate dicerie di malevoli non disinteressati, gli aprirono le porte del carcere. Vi rimase due mesi prima che i giudici incenerissero la calunnia. 


Peró nulla tornó allo stesso posto, e con la sconfitta del 1948 che consegnava l'Italia alla "normalizzazione ammericana", anche Rocco Scotellaro non fu piú come prima. Uscí di scena il sindaco-poeta, che accettó la proposta dell'amico Manlio Rossi Doria ad unirsi  all'Osservatorio Agrario di Portici. Continuó a scavare lo stesso solco con l'aratro della sociologia. Indaga sulla cultura e sulle condizioni di vita delle popolazioni di tutto il Meridione. 
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Carlo Levi 
Raccoglie cinque storie di vita tra i contadini di Tricarico, memorabili autobiografie orali marcate di semantica autentica, non decaffeinata. Prese cosí  forma Contadini del Sud (1), pubblicati nel 1954 dopo la morte di  Scotellaro. Anticipa un metodo e un percorso di ricerca ripreso successivamente anche da Danilo Montaldi in Autobiografie della leggera e Gianni Bosio in Il trattore di Acquanegra. 
La terza stazione del poeta lucano lo porta fino a Torino, cosí come poi faranno milioni di meridionali fino agli anni 70. «Ho perduto la schiavitù contadina, / non mi farò più un bicchiere contento, /ho perduto la mia libertà. /Città del lungo esilio /di silenzio in un punto bianco dei boati, […], / devo disfare i miei bagagli chiusi, /regolare il mio pianto, il mio sorriso". Ebbe tempo di stringere relazioni con la comunitá raccolta ad Ivrea. Solo qualche anno dopo venne stroncato da un infarto e ritornó nella terra. Proprio Adriano Olivetti si preoccupó di ricordarlo con il semplice e rude stelo a forma di albero di pietra, posto sulla sua tomba.

L'altro ricordo ci proviene da Carlo Levi, incaricato di dipingere la Lucania per i festeggiamenti del Centenario della riunificazione dell'Italia del 1961. Nel trittico, che qui inseriamo, compare con forza piú volte Rocco Scotellaro, bimbo e uomo. Ma era veramente un poeta contadino? Montale dice di sì: “Egli fu come Sergio Esenin o Attila Joszef, due dei più raffinati artisti della moderna poesia europea".

Se la Basilicata ha ceduto il passo alle pale eoliche e all'inutile volgaritá globalizzata, Rocco Scotellaro rimane un suo interprete piú alto, compreso in tutti i sud del mondo che ancor oggi abitano le religioni della terra e della sacralitá della vita sopra ogni economia.


(1) Contadini del Sud, Bari, Laterza, 1954 
Carlo Levi
LA MIA BELLA PATRIA
Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.


Ho perduto la schiavitù contadina

Ho perduto la schiavitù contadina,

non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Addio, come addio? distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata 
che sei la donna che ha partorito,
e i fratelli miei e le case dove stanno
e i sentieri dove vanno come rondini
e le donne e mamma mia,
addio, come posso dirvi addio?
Ho perduto la mia libertà:
nella fiera di Luglio, calda che l'aria
non faceva passare appena le parole,
due mercanti mi hanno comprato,
uno trasse le lire e l'altro mi visitò .
Ho perduto la sçhiavitù contadina
dei cieli carichi, delle querce,
della terra gialla e rapata.
La città mi apparve la notte
dopo tutto un giorno
che il treno aveva singhiozzato,
e non c'era la nostra luna,
e non c'era la tavola nera della notte
e i monti s'erano persi lungo la strada.
BIGLIETTO PER TORINO
Torino larga di cuore
sei una fanciulla, mi prendi la mano.
Io mi ero messo in cammino:
mi hanno mandato lontano.
qui, gente che ti sogna come me
nel vento delle Fiat.
Mi hanno coccolato sulle ginocchia
i duri miei padri saraceni,
ridacchiavano alle mie stornellate;
mi facevano saltare come un pupo
le belle donne nere.
Un giorno li vidi piangere,
c’erano dei tuoni scuri nell’aria
e non sapevano piangere
con quelle facce dure.
E io sulla ginocchia cantai un’altra canzone.
Allora mi tennero a terra, dissero:

– Va là, sai camminare da solo.
Con quanta lena me ne sono venuto
a toccare l’azzurro delle tute:
voglio dirlo a quegli altri, ai saraceni.

Passaggio alla città

Ho perduto la schiavitù contadina,

non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso.
Addio, come addio? Distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata.



Le viole sono dei fanciulli scalzi


Sono fresche le foglie dei mandorli

i muri piovono acqua sorgiva
si scelgono la comoda riva
gli asini che trottano leggeri.
Le ragazze dagli occhi più neri
montano altere sul carro che stride,
Marzo è un bambino in fasce che già ride.
E puoi dimenticarti dell’inverno:
che curvo sotto le salme di legna
recitavi il tuo rosario
lungo freddi chilometri
per cuocerti il volto al focolare.
Ora ritorna la zecca ai cavalli,
ventila la mosca nelle stalle
e i fanciulli sono scalzi
assaltano i ciuffi delle viole.

I pezzenti 

E' bello fare i pezzenti a Natale

Perché i. ricchi allora sono buoni;
è bello il presepio a Natale
che tiene l'agnello
in mezzo ai leoni.

GIOVANI COME TE


Quanti ne fissi negli occhi

superbi della strada, erranti
giovani come te.
Non hanno in ogni tasca
che mozziconi neri
di sigarette raccattate.
Non sanno che sperdersi
davanti alle lucide vetrine
alle dicende dei bar
ai tram in rapida corsa
alla pubblicità
padrona delle piazze.
Tanto perché il tempo si ammazzi 
cantano una qualsiasi canzone,
in cui si chiamano fuorviati, si dicono
amanti del bassifondi
e si ripagano di comprensione.
Una canzone è per covare insano amore
contro le ragazze cioccolato
che sono un po’ le stelle sempre vive
che sono la speranza
d’una vita sorpresa in un sorriso.
E quanti, ma quanti
vorrebbero la luna nel pozzo
una loro strada sicura
che non si rompa tuttora nei bivi.
Quando compiono un gesto il solo gesto
son lì coi mietitori
addormentati ai monumenti
che aspettano la mano sulla spalla
del datore di lavoro.
Sono coi facchini di porto
contenti della faccia sporca
e le braccia penzoloni
dopo che il peso è rovesciato.
Son sprofondati talvolta in salotti
a far orgia di fumo e d’esistenzialismo
giovani malati come te di niente.
Spiriti pronti a tutte le chiamate
angeli maledetti
coscritti e vagabondi,
compagni dei cani randagi,
la nostra è la più sporca bandiera
la nostra giovinezza è
il più crudo dei tormenti.
Or quando la terra accaldata
ci mette addosso la smania del fuoco
nei lunghi meriggi d’estate, 
è tempo di crucciarsi
di dir di sì all’Uomo che saremo
e che ci aspetta
alla Cantonata
con falce e libro in mano!
Napoli, giugno 1946





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