lunes, 5 de marzo de 2018

In ricordo di Hugo Chavez


 


                                                                                      
Giulietto Chiesa  Hugo Chavez è la spiegazione del perché, in tutta l’America     Latina, la parola socialismo ha ancora un profondo significato, mentre in         Europa lo ha perduto quasi del tutto.     Questa spiegazione è, prima di tutto,     nei numeri. Nei circa 20 anni in cui         Chavez fu al potere in Venezuela, con    alterne vicende, quel paese si portò al  primo posto del continente                                                                     
                                                                                      

Un paese che ha meno disoccupazione  di tutti gli altri; che ha un’assistenza  sanitaria senza confronti (con l’aiuto    di Cuba). 

E’ un elenco che si può estendere a tutte le sfere della vita venezuelana. Certo, tutto ha una sua spiegazione e le percentuali si comprendono solo se si tiene conto che il punto di partenza fu tremendamente basso. Ma, proprio per questo, proprio tenendo conto della disperazione sociale che Chavez trovò, si capisce la difficoltà e la grandezza dell’opera compiuta.
Chavez fu socialista perché amava il suo popolo e, con questo, si potrebbe chiudere il discorso, perché in questa frase si trovano tutti i motivi che lo spinsero al potere, e ai quali egli si attenne durante tutta la sua vita. Fu per questi motivi e per la incrollabile tenacia con cui li attuò, che egli divenne l’odiato spauracchio del mainstream occidentale. Al solito: la danza la guidava il Dipartimento di Stato americano. 

E dietro, in coda, c’erano tutti i giornali e le catene televisive americane, Cnn a far da guida agli altri, in tutto il mondo. Dei giornali e delle televisioni italiane, pubbliche e private, è inutile parlare poiché il loro compito è stato quello di copiare i docenti americani. Repubblica, Corriere, La Stampa non hanno fatto nulla per distinguersi. Al contrario hanno fatto di tutto per essere identici tra di loro. 

Lo chiamavano “dittatore socialista”. Intendevano insultarlo doppiamente con quei due aggettivi, ma, venendo da quelle bocche, i due epiteti si trasformavano in un doppio riconoscimento solenne.

Strano dittatore è colui che vince, con larghissimo margine, tutte le elezioni cui partecipa. Strano dittatore colui che, rovesciato da un colpo di stato benedetto da Washington, nel 2002, viene riportato al comando da una sollevazione di popolo.
Certo fu un leader d’acciaio, che non fece complimenti con gli avversari. Gli avversari non furono più gentili di lui. S’ispirò a Bolivar che, nell’agosto 1805 giurò di liberare l’America Latina dal dominio dei potenti  che la opprimevano. Quel giuramento fu fatto a Roma, a Monte Sacro, rendendoci lontani compagni di strada di un percorso non ancora compiuto. Ma pochi sanno che il modello di Chavez, non meno di Bolivar, fu Salvador Allende. 
Una volta disse infatti che lui si sentiva, come Allende, “pacifista e democratico”, ma aggiunse, (dopo avere ben studiato il golpe, organizzato da Henry Kissinger, che portò all’assassinio del legittimo presidente cileno) che “a differenza di Allende, noi siamo armati”.  Questo per ricordare ai sepolcri imbiancati che lo criticavano che fare una rivoluzione non era – e non può mai essere – un picnic gioioso e felice.
Sapeva che riprendere nelle mani dello stato il controllo dei profitti petroliferi, avrebbe provocato reazioni furibonde dei padroni del nord e dei loro servi venezuelani, nascosti nelle ville lussuose a tramare contro i poveri. Li combatté con le armi legali a disposizione. Sapeva che solo in questo modo avrebbe potuto distribuire tra il suo popolo quelle immense ricchezze di cui non aveva mai potuto godere.
Finché visse fu invincibile. Parlò incessantemente con il suo popolo in quelle incredibili maratone televisive che milioni ascoltavano perché le sentivano sincere, ma che erano anche lezioni di storia patria, scuola di formazione culturale di massa, insegnamenti di autodifesa. Gli occidentali, istupiditi dalle loro televisioni, ironizzavano. Ma Chavez aveva capito meglio di loro i segreti della comunicazione. E poiché non voleva ingannare o istupidire, con la pubblicità e l’intrattenimento yankee, semplicemente parlava. Sapeva che c’era poco da ridere.
Ovvio che, adesso che non c’è più, s’intensificheranno le manovre per cancellare il suo lascito politico. La capacità di corruzione e di violenza dell’Impero occidentale è immensa e resistervi non sarà facile. Le riserve petrolifere del Venezuela, che si dice siano le più grandi del pianeta, sono un obiettivo cruciale. Washington vuole fare del Venezuela l’Arabia Saudita che si affaccia sui Caraibi. I conti della Federal Reserve sono in grave difficoltà a qualcuno deve comprare i certificati di credito del Tesoro Usa, visto che la Cina ne compra sempre meno. Dunque dal Nord verranno venti di tempesta che gli stessi sepolcri imbiancati dei giornali italiani qualificheranno come “ritorno alla democrazia”.
Cercheranno di radere al suolo l’esperienza di Chavez anche per chiudere la strada che egli aveva contribuito ad aprire, di liberazione di tutto il continente. Hugo Chavez aveva infatti pensato e realizzato una politica latino-americana, investendo negli ultimi anni oltre 36 miliardi di dollari in aiuti ai paesi fratelli del continente, scambiando petrolio in cambio di carne uruguayana, ad esempio, e prestando denaro a tassi d’interesse così bassi da fare imbestialire gli gnomi del Fondo Monetario Internazionale.
Il Venezuela di Chavez ha ora dunque molti amici in America Latina e molti nemici fuori. Si vedrà da che parte penderà la bilancia. Noi, qui in Europa, possiamo fare poco per aiutare quei popoli. Ma possiamo imparare da loro molte cose. Dovremo farlo, in fretta, perché anche da noi si tenterà di stroncare ogni accenno di rivolta. 

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