lunes, 4 de febrero de 2019

Venticinque anni fa, la ribellione indigena del Messico - Grandezza e limiti dell’esperienza zapatista


La coscienza umana non muore mai. 
Si addormenta, vegeta, cade a volte 
in uno stato letargico, però arriva il 
momento in cui si sveglia e, in qualche 
modo, recupera il tempo perduto 
Raoul Vaneigem


Claudio Albertani

Un quarto di secolo, una vita. Da dove cominciare? Dai ricordi. Il 31 dicembre del 1993, il Messico si disponeva a inaugurare il Trattato di Libero Commercio con l’America del Nord, firmato pochi mesi prima con gli Stati Uniti ed il Canada (Tlcan, o Nafta in inglese). Io vivevo qui dal 1979 e avevo
percorso il paese in lungo e in largo, un po’ come hippie ed un po’ come giornalista. Ero un fervente lettore di Malcolm Lowry, D. H. Lawrence e Jack Kerouac e, come loro, ero rimasto ipnotizzato dalla bellezza di queste terre, ma anche dalle sofferenze che trasudano.

Del Messico mi affascinavano le culture indigene ed il passato: la rivoluzione, Ricardo Flores Magón e Emiliano Zapata, di cui ancora discorrevano i vecchi nei villaggi. Amavo i cieli tersi della Sierra Madre, i paesaggi sontuosi del tropico ed ancor più il clima mite dell’altopiano; mi attraeva perfino Città del Messico che conservava una dimensione umana e non era la metropoli mostruosa di oggi. Per molti di noi, reduci dei ruggenti anni settanta, il Messico era una specie di oasi di libertà, un rifugio che ci aveva permesso di conoscere nuovi orizzonti e, soprattutto, stare alla larga da un Italia, in preda alla depressione e al pentitismo.

Sapevo bene, al tempo stesso, che il paese corrispondeva ancora alla lapidaria descrizione che ne aveva dato Victor Serge, il rivoluzionario russo-belga che qui era morto nel 1947: “un paese a due colori, senza classi medie o con una classe media insignificante: in alto, la società del dollaro; in basso, la primitività, e spesso la miseria, dell’indio”.[1] Lo stesso paese profondamente razzista che descrive il regista Alfonso Cuarón, in Roma, film di successo, recentemente presentato al festival di Venezia.

Contro la corrente

Quel 31 dicembre, i principali quotidiani e telegiornali festeggiavano l’imminente entrata del paese nello sfavillante regno della merce e la gente affollava i supermercati per il cenone della notte di San Silvestro che qui chiamano Noche buena. Mentre il presidente Carlos Salinas de Gortari, dell’inossidabile Partido Revolucionario Institucional (Pri), celebrava il vertice della sua carriera, molto lontano dai bagliori della città, migliaia di miliziani dell’allora sconosciuto Ejército Zapatista de Liberación Nacional (Ezln) avanzavano silenziosi nella notte. Poche ore dopo, all’alba, facevano irruzione nella storia occupando militarmente sette città del Chiapas: San Cristóbal de Las Casas, Las Margaritas, Altamirano, Oxchuc, Huixtán, Chanal e Ocosingo.

Risiedevo a Tepoztlán, un villaggio del Morelos, però conoscevo bene il sud-est, giacché lavoravo presso Noticias de Guatemala, un’agenzia di stampa, oggi estinta, che seguiva le lotte sociali del martoriato paese centroamericano. Andavo e venivo con frequenza, quasi sempre in macchina o in autobus e, quando potevo, mi fermavo a dormire a San Cristóbal, punto di sosta e bella cittadina coloniale. Sapevo che il Chiapas rassomigliava molto al Centroamerica ed ero stato più volte nella Selva Lacandona dove, accanto alle disastrate popolazioni maya locali, sopravvivevano a stento migliaia di rifugiati guatemaltechi, anch’essi in gran parte maya, che fuggivano da una terribile guerra di sterminio.

Il primo gennaio, un sabato, festeggiavano l’anno nuovo a casa mia due amici guatemaltechi, entrambi militanti de la Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (Urng), il pool di organizzazioni guerrigliere che lottava da decenni per cambiare le condizioni di vita nel vicino paese. Ricordo ancora il loro piglio, tra il perplesso e l'eccitato, quando, verso mezzogiorno, una collega giornalista mi telefonò da San Cristóbal per avvisarmi che era scoppiata la rivoluzione... Era l’epoca in cui le guerriglie centroamericane battevano in ritirata e la stessa Urng, militarmente ancora solida, ma certo non vincitrice, stava cercando di concludere in maniera dignitosa estenuanti trattative di pace che si protraevano da anni.

Il momento non era favorevole. Dopo la fine vergognosa del mal chiamato “socialismo reale”, i movimenti sociali sembravano assopiti ed i partiti che ancora si proclamavano di sinistra vivevano una crisi terminale. Il pensiero unico imperava nel mondo intero, mentre il capitalismo di stampo neoliberista era spacciato come il solo orizzonte possibile, il punto di approdo necessario di ogni civiltà. Negli Stati Uniti, Francis Fukuyama proclamava trionfalmente la fine della storia e, dall’altra parte dell’Atlantico, Margaret Thachter rincarava la dose: There Is No Alternative, TINA, “non vi è alternativa”.

In Messico, le cose non andavano meglio: il movimento 500 Años de Resistencia Indígena, Negra y Popular perdeva colpi, dopo l’importante ciclo di manifestazioni continentali, contestazioni e contro-celebrazioni del quinto centenario (1992). Come è normale, non mancavano le proteste e le manifestazioni di scontento, soprattutto per via delle continue frodi elettorali, però l’opposizione era demoralizzata e disorganizzata. Sebbene non vi fosse traccia di un movimento operaio indipendente, sparuti gruppi di contadini ed indigeni continuavano a resistere nelle zone rurali.  Negli ambienti di sinistra, si tentava di rompere il cordone ombelicale con il modello sovietico ed alcuni ex comunisti cercavano di costruirsi una fiammante rispettabilità “neoliberista”. Uno di questi, il noto politologo Jorge Castañeda, aveva appena pubblicato un libro che decretava la scomparsa della guerriglia... [2]

“La festa, per quanto riguarda il governo messicano, è bella che rovinata”

Seguirono momenti di scetticismo, perché le reti sociali non esistevano ancora ed il primo gennaio in Messico, non solo non escono i giornali, ma neppure si trasmettono notizie per radio e televisione. Nondimeno, presto si seppe che era tutto vero e che non si trattava di una rivolta spontanea, ma di una vera e propria insurrezione armata, preparata e pianificata scrupolosamente durante anni.

Un’organizzazione militare, appunto l’Ezln, dichiarava guerra allo stato messicano e pubblicava un manifesto, la Dichiarazione della Selva Lacandona, che, basandosi sulla costituzione messicana, rivendicava il diritto del popolo a rovesciare il governo inalberando la lotta degli indigeni contro la povertà e la disuguaglianza. Invece del marxismo-leninismo, il documento invocava principi elementari della giustizia sociale come pane, salute, educazione, casa, pace, democrazia, libertà... “Siamo il prodotto di 500 anni di lotte”, vi leggiamo tra l’altro. “Stiamo morendo di fame e di malattie curabili. (…) La nostra è una misura disperata, però giusta”.[3]

Erano parole semplici, ma incisive che fecero presa su milioni di persone in Messico e nel mondo intero.  “Non credo ai miei occhi”. scrisse Gianni Proiettis da San Cristóbal. “Sono due ragazzine con lunghe trecce nere, il profilo maya, le carabine a tracolla. Si aggiustano i fazzoletti rossi intorno al collo e mi sorridono. (…) La festa, per quanto riguarda il governo messicano, è bella che rovinata”.[4] Nel frattempo, i miliziani dell’Ezln avevano assalito la caserma Rancho Nuevo, nei pressi di San Cristóbal, e liberato i detenuti (salvo i narcotrafficanti) del carcere. A Las Margaritas, fecero prigioniero il generale Absalón Castellanos, ex governatore del Chiapas, accusato aver organizzato torture, sequestri e morti di attivisti indigeni. Lo liberarono il 16 febbraio, condannandolo a vivere il resto dei suoi giorni con la vergogna di essere stato perdonato dalle persone alle quali aveva arrecato tanto male.

Dopo la sorpresa iniziale, l’esercito scatenò una dura controffensiva con un massiccio spiegamento di forze e intensi bombardamenti aerei. In pochi giorni vi furono più di 400 morti (le cifre reali non le sapremo mai), in parte tra i civili ed in parte a Ocosingo, dove era rimasto intrappolato un contingente dell’Ezln tra il due e il quattro di gennaio. Una delle perdite più sentite fu il sub comandante Pedro, capo di stato maggiore dell’Ezln, provato militante di origine urbano. Morì a Las Margaritas, vittima di una pallottola perduta.

Presto, si venne a sapere che tra i ribelli spiccava un tale Marcos, un giovane non indigeno, la cui immagine con pipa, passamontagna e cartucciera fece rapidamente il giro del mondo. Di statura media, sui 35-40 anni, bianco, occhi chiari, Marcos era dotato di un lungo naso, notevoli capacità comunicative ed una buona dose di auto-ironia, virtù poco frequente nelle guerriglie latinoamericane. Divenne rapidamente l’idolo dei giornalisti che si disputavano l’onore di intervistarlo. Ricordo che un giorno alla domanda: “-Voi appartenete alla teologia della liberazione?”, lui rispose più o meno così: “-No. Noi ci liberiamo senza teologia.”

Alt al massacro

La stampa reagì in maniera disordinata. Alcuni intellettuali (fra i quali spiccano Antonio García de León, Carlos Montemayor, Pablo González Casanova, Rodolfo Stavenhagen ed alcuni altri) si pronunciarono rapidamente a favore di aprire trattative di pace. Però vi furono anche opinioni niente affatto indulgenti. Il 2 gennaio, La Jornada -che poi sarebbe diventato uno dei principali canali di comunicazione dell’Ezln- pubblicò un articolo di fondo molto duro, intitolato “No ai violenti”.

Sullo stesso quotidiano, il poeta Octavio Paz scrisse: “è una ribellione irreale, condannata al fallimento. Non corrisponde alla situazione del nostro paese, né alle sue necessità ed aspirazioni attuali”.[5] Molti si rifiutavano di credere che una guerriglia di quelle dimensioni potesse insediarsi in Messico. “Sembrava – scrisse in seguito lo storico Enrique Krauze- che fosse caduta su di noi una meteorite, non dallo spazio siderale bensì dal passato”.[6] Gli insorti non erano reliquie della storia, bensì uomini e donne in carne ed ossa, il prodotto assolutamente “contemporaneo” dei disastri causati dal capitalismo.

Al tempo stesso, la gente comune, quella che alcuni chiamavano “società civile”, cominciò ad organizzarsi per frenare la guerra. A partire dal 10 gennaio, centinaia di migliaia di persone si manifestarono a Città del Messico ed altrove. Fu una reazione spontanea, di massa, ed è uno dei ricordi più belli che conservo di quei giorni agitati. In tali circostanze, il 12 gennaio il governo Salinas dovette cedere alla pressione popolare decretando il cessate il fuoco unilaterale. Il 15, le parti accettarono la mediazione di Samuel Ruiz, il vescovo di San Cristóbal, che gli indigeni chiamavano Tatic (padre in tzotzil), e che godeva della loro fiducia, ma non di quella del governo che, a torto, lo considerava il vero istigatore della ribellione.

Visitai le zone del conflitto tra il 20 ed il 27 di gennaio come traduttore (inglese-spagnolo) al seguito di una delegazione indigena internazionale, promossa da Rigoberta Menchú, premio Nobel della pace, 1992.[7] In un piccolo autobus, affittato per l'occasione ed equipaggiato con grandi cartelli di pace, la nostra carovana percorse centinaia di chilometri nelle regioni del conflitto conoscendo villaggi e campi di rifugiati. Entrammo anche in un carcere dove erano detenuti dei presunti prigionieri zapatisti, la gran maggioranza dei quali si proclamava innocente. In molti luoghi, ricevemmo la denuncia di casi di tortura, sequestro, assassinio e minacce ad organizzazioni di difesa dei diritti umani.

Sebbene fosse già in vigore la tregua, i segni della guerra erano un po' ovunque. Il palazzo del comune di San Cristóbal era ancora occupato dall'esercito che, con mezzi blindati, impediva l'accesso alla piazza principale. Non c’erano turisti e, ovunque, si notava la presenza di una gran quantità di militari. Per le strade, i posti di blocco facevano pensare alla Bosnia, più che al Messico che conoscevo ed amavo. I pochi veicoli non governativi che circolavano erano di giornalisti che portavano bandiere bianche e scritte “prensa”. Moltissimi i blocchi stradali con soldati in assetto di guerra, carri armati e mitragliatrici puntate contro i passanti. Noi ci chiedevamo: se in Messico succedono queste cose, come andrà a finire nel resto del mondo?

Bilancio provvisorio

Sono passati venticinque anni. Non direi che il Messico sia cambiato in meglio: in America Latina, continua ad essere il paese con la maggiore concentrazione della ricchezza ed il saccheggio dei popoli indigeni non si è arrestato. Sono sicuro, tuttavia che, se non ci fossero stati gli zapatisti il Messico sarebbe un paese molto peggiore. Essi -e prima di loro i movimenti guatemaltechi e sudamericani- hanno il merito non solo di aver denunciato le inaccettabili condizioni di povertà in cui versano i popoli originari, ma anche la ricchezza delle loro culture, cosmovisioni e concezioni del rapporto tra l’essere umano e la terra. Benché il razzismo non sia stato debellato, essere indigeni oggi è meglio di essere indigeni allora. Come ha scritto Hermann Bellinghausen, non c’è un solo popolo indigeno del Messico che non sia in debito con gli zapatisti.[8]

Grazie al ciclo storico che comincia il primo gennaio del 94, oggi non è possibile pensare esclusivamente ai diritti dell’individuo: bisogna ammettere che gli esseri umani vivono in collettività e che queste posseggono specifiche caratteristiche culturali, etniche, linguistiche e religiose. Nel febbraio del 1996, l’Ezln ed il governo messicano firmarono gli Accordi di San Andrés, una serie di impegni volti a garantire un nuovo rapporto tra lo stato, la società ed i popoli indigeni. È vero che tali accordi non sono mai stati rispettati, però continuano ad essere un’importante piattaforma di lotta che da coesione al movimento. Nello stesso anno, in ottobre, gli zapatisti contribuirono a fondare il Congreso Nacional Indígena (Cni), la prima organizzazione di portata nazionale, indipendente dallo stato.

A partire dagli anni duemila, nel contesto della violenza paramilitare scatenata dallo stato messicano contro i movimenti indigeni (si ricordino i massacri di Acteal e El Bosque e, fuori dal Chiapas, quelli di Aguas Blancas e El Charco, tra molti altri), l’Ezln si è ripiegato nei territori che controlla: una parte de Los Altos, regione montagnosa del Chiapas centrale, ed alcune fasce della Selva Lacandona. Lontano dai riflettori della politica, ha messo in pratica un progetto di autonomia regionale, le giunte di buon governo o “caracoles” (chiocciole in spagnolo), collettività basate sul principio della rotazione delle cariche, il mutuo appoggio e la proprietà comune della terra. Ha creato scuole alternative, istituzioni culturali ed un sistema sanitario efficace che abbina la medicina tradizionale con quella occidentale.[9] 

Ma vi è molto di più. Gli zapatisti hanno forgiato un discorso politico che ha rinnovato le lotte sociali a livello planetario e ha contribuito a creare il primo grande movimento sociale contro la globalizzazione neoliberista. In un’epoca caratterizzata dalla dittatura del denaro, essi hanno difeso “uno stile di vita fondato sulla solidarietà, la gratuità e la creatività che sostituisce il lavoro”.[10] Hanno dato vita a incontri “intergalattici” dove, a differenza, per esempio, dei vecchi partiti comunisti, non hanno mai preteso di offrire soluzioni valide ovunque e per tutti, ma hanno sollevato le questioni centrali del nostro tempo: la fine della civiltà del denaro, la  riscoperta della comunità, la democrazia diretta, l’identità e la differenza, il potere.[11]

“Siamo soli”

Gli zapatisti hanno fatto questo ed altro. Meritano dunque il rispetto e la solidarietà di tutti coloro che lottano per un mondo migliore. Oggi, tuttavia, essi si ritrovano soli. “Ve lo dico chiaro e tondo. Siamo soli esattamente come venticinque anni fa. (…) Ci ignorano”, afferma amaramente il sub-comandante Moisés, attuale portavoce dell’Ezln.[12] Come spiegarlo? Non si tratta unicamente del logoramento naturale di un movimento che resiste da un quarto di secolo senza arrendersi.

Nel corso di questi anni, sono sfilate per le montagne del sud-est messicano migliaia di persone provenienti da decine di paesi che hanno interagito con l’Ezln e le comunità in resistenza. Non sempre, tuttavia, i rapporti umani nati nei territori liberati sono cresciuti all’insegna della cooperazione e della fraternità. Vale la pena leggere in proposito il citato libro di Giuseppe Martinelli che mette in giusta luce la grandezza, ma anche i limiti dell’esperienza zapatista.

Dice Moisés: “Se abbiamo ottenuto qualcosa, è solo grazie al nostro lavoro e se abbiamo sbagliato, è solo colpa nostra. (…) Alcuni avrebbero voluto dirci cosa fare e cosa non fare, quando parlare e quando non parlare. Li abbiamo ignorati”. Non sono soltanto parole. È molto tempo che l’attitudine degli zapatisti si è indurita e questo spiega, almeno in parte, perché un buon numero di persone ed organizzazioni hanno optato per prendere distanza. Varrebbe la pena di chiedersi, ad esempio, che fine hanno fatto le reti di solidarietà europee.[13] A principio del 98, poco dopo il massacro di Acteal, fummo in grado di organizzare a Roma una manifestazione di protesta alla quale parteciparono circa 40 mila persone. Quante ne parteciperebbero adesso, se dovesse succedere nuovamente qualcosa di simile?

È vero che l’Ezln, come tutti gli eserciti, ha una struttura militare gerarchica ed autoritaria. È forse per questo che i suoi dirigenti preferiscono circondarsi di fedelissimi, piuttosto che accettare la critica fraterna di persone solidali ma anche pensanti. Una cosa è certa: nel corso di questi anni, coloro che si sono azzardati a esprimere dubbi sulle numerose svolte politiche, spesso discutibili, del comando zapatista, sono stati cacciati, quasi sempre accusati di colpe stravaganti.

Chiarisco che non alludo affatto ai partiti di sinistra o di destra con i quali l’Ezln è stato fin troppo indulgente, visto che nel 1994, favorì il voto per Cuauhtémoc Cárdenas del Partido de la Revolución Democrática (Prd) e nel 2000, concesse il beneficio del dubbio a Vicente Fox del Partido Acción Nacional (Pan). Mi riferisco invece ai collettivi autonomi e ai molti compagni che sono stati esclusi senza ragioni chiare. Si è perso in tal modo l’entusiasmo iniziale e sono rimasti principalmente “compagni di strada”, certamente generosi, ma non sempre efficaci e frequentemente settari. Il risultato è che a poco a poco gli zapatisti hanno perso la capacità di comunicazione che aveva fatto la loro fortuna al principio.

Il governo di Amlo

A partire dal primo dicembre dell’anno scorso, il Messico ha un governo di sinistra che si proclama erede dei grandi movimenti sociali del passato. Il presidente Andrés Manuel López Obrador (Amlo) del Movimiento de Regeneración Nacional (Morena) afferma di voler avviare la quarta trasformazione del paese dopo la guerra d’indipendenza (1810-1821), la guerra di riforma (1858-1861) e la rivoluzione (1910-1917). Promette di cambiare le cose agendo alla radice. Giura di farla finita con la corruzione e con trent’anni di liberalizzazione selvaggia che ha reso i poveri più poveri e i ricchi più ricchi. Assicura di rappresentare gli interessi degli uni e degli altri e pretende di essere amico di tutte le persone di buona volontà.

Sarà vero? Bisogna dire che i circa 30 milioni di messicani che hanno votato per Amlo non sono tutti di Morena e non credono necessariamente alle sue promesse. Sono semplicemente dei cittadini che hanno manifestato por la via elettorale il loro ripudio per i governi anteriori. È utile esaminare rapidamente quello che ha fatto il nuovo governo in questi primi mesi. Ha cancellato la costruzione di un contestato aeroporto nei pressi di Atenco, il villaggio alla periferia di Città del Messico che da anni è simbolo della resistenza per la difesa del territorio. Ha aumentato il salario minimo e i prezzi di garanzia dei prodotti contadini e, soprattutto, non ha represso lo storico sciopero degli operai dell’industria manifatturiera (le cosiddette “maquiladoras”) a Matamoros che hanno così potuto strappare un’importante vittoria al capitale transnazionale, la prima in decenni.[14]

Ha inoltre vietato il fracking -una tecnica particolarmente tossica per l’estrazione di gas dal sottosuolo- ed avviato una (difficile) campagna contro la corruzione, specialmente in Pemex, l’industria parastatale del petrolio che da anni era sistematicamente saccheggiata dai suoi stessi dirigenti e dal sindacato. Ha recuperato la tradizionale indipendenza della politica estera messicana e non si è prestato alla manovra di Trump contro il governo del Venezuela. Sul fronte dei diritti umani, ha liberato una ventina di prigionieri politici (dei circa 500 che ci sono, in gran parte insegnanti), ha nominato giornalisti di riconosciuta probità a dirigere le agenzie statali di informazione e la radio pubblica. Ha creato, infine, una commissione speciale per ritrovare gli studenti scomparsi di Ayotzinapa (2014).

Ma non è tutto oro quello che luccica. Tra le tante iniziative controverse -spesso giustificate con un discorso “indigenista”[15]- c’è in primo luogo, il (mal) chiamato “treno maya”, una linea ferroviaria che attraverserà cinque stati del sud-est: Tabasco, Quintana Roo, Yucatán, Campeche e Chiapas. È lodevole ridare vita alle devastate ferrovie messicane; il problema è che Amlo non ha consultato le popolazioni locali, come invece avrebbe dovuto farlo secondo la Convenzione 169 della Organizzazione Internazionale del Lavoro. In opinione di Carlos Navarrete, prestigioso antropologo specializzato in cultura maya, il progetto causerà gravi danni ecologici, sociali ed archeologici alla regione, mentre i benefici saranno solo per gli imprenditori del turismo.[16]

Gli ambientalisti contestano anche il progetto di corridoio interoceanico dell’istmo di Tehuantepec che avrebbe effetti disastrosi sull’ecologia locale e il progetto di piantare un milione alberi con fini commerciali di Alfonso Romo, capogabinetto di Amlo, nonché controverso imprenditore del settore agroindustriale. Preoccupano anche progetti di privatizzazione dell’acqua, del vento, dell’educazione e della biodiversità. Il presidente ha inoltre offerto alla Nestlé, una delle multinazionali più odiate del mondo, di costruire una fabbrica di caffè solubile a Veracruz, il che ha provocato la giusta indignazione degli agricoltori locali.[17] Su altre questioni, ad esempio le miniere a cielo aperto che arrecano danni gravissimi e sono fonte di sanguinosi conflitti, il silenzio de Amlo è sospetto.[18]

L’iniziativa di gran lunga più perniciosa è la creazione di un corpo militare, la Guardia Nacional, che legalizza l'intromissione dell’esercito nelle questioni di ordine pubblico, il che significa accrescere il processo di militarizzazione iniziato dai governi anteriori. L’esercito non è meno corrotto della polizia e non bisogna dimenticare che alcuni tra i più sanguinari cartelli della droga (gli Zeta, ad esempio) sono stati creati proprio da ex militari. Le organizzazioni di difesa dei diritti umani fanno notare che l’esercito messicano, oltre ad essere implicato in vari casi di complicità con il narcotraffico, è responsabile dei peggiori crimini di lesa umanità della storia del Messico: dal massacro di Tlatelolco (1968), a quello di Iguala (2014) passando per le politiche di terra bruciata in Guerrero, Chiapas, Oaxaca ed altre zone rurali.

E gli zapatisti?

In tale situazione, l’Ezln che ha sempre mostrato una speciale antipatia nei confronti di Amlo, ha irrigidito le sue posizioni. Cito di nuovo Moisés: “colui che sta al potere distrugge il popolo del Messico, ma soprattutto i popoli originari; è contro di noi, e specialmente noi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Perché? Perché gli diciamo chiaro che non abbiamo paura”. Più avanti rincara la dose: “noi non gli crediamo. Solo perché la madre terra non parla, altrimenti gli direbbe -fottiti! Perché la terra non parla, ma se parlasse, -no, vai al diavolo! (…) Non temiamo la sua Guardia Nacional”. Infine, se la prende con quelli che hanno votato per Amlo: “ben trenta milioni di persone che non capiscono lo spagnolo, credono a colui che dice tutte queste menzogne”.[19]

         Sono parole estremamente dure e non ricordo che l’Ezln le abbia usate contro governi anteriori. Sono giustificate? Direi di no e non perché io creda alle promesse di Amlo. Non mi sembra sensato offendere 30 milioni persone che simpatizzano con il nuovo governo, anche perché, in buona parte, sono le stesse che da 25 anni sostengono gli zapatisti e non li lasciano “soli”. Per quanto criticabile sia Amlo -e lo è, senza dubbio-, bisogna prendere atto che se avesse vinto chiunque dei suoi avversari sarebbe stato molto peggio. Faccio notare che María de Jesús Patricio, Marichuy, la candidata dell’Ezln e del Cni, non riuscì a raccogliere neppure il numero di firme necessario per essere inclusa nelle schede elettorali.

         Insultare non è una politica intelligente e non porta lontano. Mi sembra molto più sensata, ad esempio l’attitudine degli studenti superstiti del massacro di Ayotzinapa, avvenuto nel 2014 a Iguala, e dei loro familiari, i quali non sono certamente sprovveduti né moderati.[20] Essi, che hanno dato vita ad uno de movimenti sociali più importanti degli ultimi anni, preferiscono offrire al governo di Amlo l’opportunità di fare chiarezza sulla sorte dei loro cari. E questo non significa, evidentemente dargli un assegno in bianco.

Non mi trovo d’accordo con la “Lettera di solidarietà e appoggio alla resistenza e autonomia zapatista” che circola nelle reti sociali da metà gennaio e che hanno firmato centinaia di persone, tra le quali si trovano vari amici miei. “Denunciamo in anticipo qualsiasi aggressione contro le comunità zapatiste, direttamente da parte dello stato o attraverso gruppi e organizzazioni civili, armate o meno”.[21] Como ha osservato Armando Bartra, si denuncia “in anticipo” qualcosa che sta per succedere ed in questo momento nulla di tutto ciò è in vista.[22] È chiaro che il governo de López Obrador, come qualsiasi altro, non risponde agli interessi delle comunità ribelli, tuttavia è altrettanto evidente che non ha nessun interesse di riprendere la guerra, almeno adesso. Quando il pericolo non è reale, questo tipo di denunce possono risultare controproducenti.

 È lecito chiedersi, in tale situazione, cosa faranno gli zapatisti. Nonostante gli errori, il loro legato continua ad essere positivo. La lotta per la difesa della cultura e dei diritti degli indigeni è più valida che mai. L’Ezln può esigere il compimento degli accordi di San Andrés, riprendere le trattative con il governo, strappare nuove concessioni e convertirsi, per questa via, in una cassa di risonanza dei movimenti indigeni che si oppongono ai mega progetti. Infine, non possiamo dimenticare che gli zapatisti sono, insieme agli insegnanti della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, il principale bastione dell’opposizione organizzata in Messico ed uno dei riferimenti mondiali dei movimenti anticapitalisti. Il loro futuro importa a tutti coloro che hanno a cuore la causa umana.

Città del Messico, 2 febbraio 2019

[1] Victor Serge, “Lettres à Antoine Borie (1946-47)”, Témoins. Cahiers indépendants, 21, febbraio 1959, lettera del 21 agosto 1946,

http://www.la-presse-anarchiste.net/spip.php?rubrique114


[2] Jorge Castañeda, La utopía desarmada. Intrigas, dilemas y promesas de la izquierda en América Latina, 1993, Messico, Joaquín Mortiz/Planeta.

[3] “Dichiarazione della Selva Lacandona” in Piero Coppo/Lelia Pisani (a cura di), Armi Indiane. Rivoluzione e profezie maya nel Chiapas messicano, Edizioni Colibrì, Milano, 1994, pp. 125-132. Pubblicato in febbraio del ‘94, però circolato poco, questo è il primo libro sulla ribellione zapatista uscito in Italia.

[4] Gianni Proiettis, “I miserabili maya non pazientano più. Battaglia con l’esercito lungo la rotta del turismo d’oro”, L’Unità, 3 gennaio 1994. Il governo messicano non hai mai perdonato a Proiettis il peccato di essere stato il principale cronista italiano della ribellione zapatista durante diciassette anni e lo ha espulso dal Messico il 15 aprile 2011.

[5] La Jornada, 7 gennaio 1994.

[6] Enrique Krauze, Redentores. Ideas y poder en América Latina, Editorial Debate, Messico, 2011, p. 461.

[7] Claudio Albertani, “La guerra delle formiche”, in Coppo/Pisani, op. cit., pp. 99-110.

[8] Hermann Belinghausen, “Las victorias del Ezln”, La Jornada, 31 diciembre 2018

[9] Giuseppe Martinelli, Eternamente straniero. Un medico napoletano nella Selva Lacandona, BFS, Pisa 2018.

[10] Raoul Vaneigem, “Zapatistas por la vida”, La Jornada, 20 gennaio 2019.

[11] Alessandro Simoncini (a cura di), Percorsi di liberazione. Dalla Selva Lacandona all’Europa. Itinerari, documenti, testimonianze del Secondo Incontro Intercontinentale per l’umanità e contro il neoliberismo di Madrid, Edizioni della battaglia, Palermo, 1997,

[12] Parole del Subcomandante Insurgente Moisés, 31 dicembre 2018, http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/01/04/parole-del-ccri-cg-dellezln-ai-popoli-zapatisti-nel-25-anniversario-dellinizio-della-guerra-contro-loblio/

[13] Guiomar Rovira, Zapatistas sin fronteras. Las redes de solidaridad con Chiapas y el altermundismo, México, 2009, ERA e Claudio Albertani, « Pain it black, Blocchi Neri, Tute Bianche e Zapatisti nel movimento antiglobalizazione », varie edizioni, disponibile nel sito: http://www.ecn.org/contropotere/download.htm

[14] La "histórica" huelga de 45.000 obreros en la frontera norte de México que sacude a la industria automotriz de Norteamérica.

https://actualidad.rt.com/actualidad/304323-historica-huelga-45000-obreros-frontera

[15] Giovanna Gasparello, “los megaproyectos y el inalterable discurso indigenista”, http://ojarasca.jornada.com.mx/2019/01/11/los-megaproyectos-y-el-inalterable-discurso-indigenista-7560.html

[16] Judith Amador Tello, “El Tren Maya y su impacto en las comunidades”, Proceso no. 2203, 27 novembre 2018.

[17] “Cafetaleros rechazan instalación de planta procesadora de Nestlé en Veracruz”

https://desinformemonos.org/cafetaleros-rechazan-instalacion-planta-procesadora-nestle-veracruz/

[18] Francisco López Bárcenas, “El extractivismo y las luchas socioambientales”, La Jornada, 28 dicembre 2018.

[19] Parole del Subcomandante Insurgente Moisés, 31 dicembre 2018, cit.

[20] Claudio Albertani/Manuel Aguilar Mora (coordinadores), La noche de Iguala y el despertar de México, Juan Pablos Editor, México, 2015.

[21] http://unitierraoax.org/carta-internacional-de-solidaridad-y-apoyo-a-la-resistencia-y-autonomia-zapatista/

[22] Armando Bartra, “No afilemos cuchillos”, Correo ilustrado, La Jornada, 18 gennaio 2019




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