lunes, 4 de febrero de 2008

Yolanda Betancourt: tornano i sequestrati

COLOMBIA, UNA SVOLTA
Tornano i sequestrati. Parla Yolanda Betancourt

di Simone Bruno

L’interessamento del presidente Chávez come mediatore tra governo di Bogotà e guerriglieri delle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias Colombianas) apre una nuova fase nei cinquanta anni della guerra civile colombiana. In gennaio le Farc hanno deciso di liberare due sequestrate da sei e sette anni ed è stata impressionante la capacità di convocazione di Chávez. In pochi giorni è riuscito a organizzare una carovana internazionale con rappresentanti di alto livello di 8 paesi. La storia è appena cominciata: bene e male. Bene la liberazione di Clara Rojas e Consueto Perdomo; male il perdurare del sequestro di Ingrid Betancourt, rapita il 23 febbraio 2002, e di altre centinaia di prigionieri. Nella lunga intervista nella casa di Rosales, Yolanda Betancourt, madre di Ingrid, affronta senza timori tutti gli interrogativi legati a questo sequestro e al fallimento parziale dell’ultima trattativa.
La ricerca di una soluzione negoziata del conflitto colombiano potrebbe voler dire che esiste una crescente sfiducia nei programmi di “sicurezza democratica” del presidente Uribe, in quella serie di leggi e piani militari che hanno come scopo l’eliminazione fisica del nemico guerrigliero.
Uribe nega l’esistenza di un conflitto, trasforma gli attori armati da politici a semplici terroristi e fa della via armata l’unica soluzione. Costruisce un discorso dove tutto ha senso solo se esiste un nemico da distruggere: i piani militari si susseguono, le battaglie si intensificano, i morti si contano a decine ogni settimana e la vittoria finale sembra sempre cosa di giorni.
Senza un nemico, il bellicoso presidente potrebbe andare in pensione insieme al suo governo, senza un nemico l’esercito colombiano non godrebbe degli enormi aiuti militari statunitensi, degli armamenti più avanzati e di un potere senza restrizioni sulla società civile.
I guerriglieri invece vogliono negoziare. Negoziando sono visibili, attori riconosciuti, escono dalle liste terroriste, raccolgono consensi e sperano di ottenere lo status di belligeranti. Durante i negoziati di pace la guerriglia si riproduce e spesso incontra interlocutori internazionali che le permettono di accreditarsi a livello mondiale.
E poi il conflitto è un affare per tutti: gli imprenditori possono far fuori i sindacalisti scomodi, come conferma il caso “Chiquita Brands”, la multinazionale della frutta, che ha ammesso di aver finanziato gruppi paramilitari; il governo reprime la protesta sociale, tacciandola di terrorismo e il narcotraffico fiorisce riempiendo le tasche un po’ di tutti.
Chávez ha provato ad avvicinarsi come mediatore a chi mediazione non vuole.
Questa guerra non avrà una soluzione dall’alto, non ci sarà nessun mediatore con la bacchetta magica. Questo conflitto avrà fine quando i colombiani diranno basta. Quando le famiglie che forniscono la carne da cannone (a volte un figlio nella guerriglia e uno nell’esercito) si stancheranno. Quando i militari di basso livello, quelli che marciano con il fucile nella giungla a 17 anni per far fuori i loro coetanei, smetteranno di farsi prendere in giro da generali sovrappeso e pretenderanno che i loro colleghi sequestrati tornino liberi. Quando si riconoscerà che nel paese esiste una guerra perché esiste un disagio sociale vergognoso che, né lo stato, né i guerriglieri sono capaci o si preoccupano di risolvere e che certamente ormai non sanno più interpretare.
Il tema del sequestro, anche se ben lungi dall’essere il più drammatico del paese, sembra riuscire a coalizzare una opinione pubblica assopita e distratta che vive questo conflitto interiorizzandolo e spesso negandolo.
Il sequestro è come un cordone che unisce le due parti di una Colombia rotta. Quella rurale che soffre le atrocità, i massacri e il “desplazamiento” e quella urbana, lanciata nella globalizzazione e nella modernità. Il sequestro porta il conflitto agli abitanti delle città e gli ricorda che la Colombia è un paese dove c’è una guerra civile, il paese dove tutto può accadere, anche il sequestro di Ingrid Betancourt, il 23 febbraio del 2002. Sei anni fa! [...]

Fonte: GALATEA febbraio 2008
http://www.galatea.ch/ppg.asp?navp=2c&IDP=873

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