lunes, 28 de enero de 2013

Argentina ed Italia a confronto di fronte all’aggressione degli avvoltoi internazionali


Marco Nieli Quando torno periodicamente in Italia per le vacanze estive di gennaio, amici e conoscenti puntualmente mi chiedono: “ma lì come va?” La mia risposta di solito è circostanziale: “tutto sommato, potrebbe andare peggio, visto quello che questo paese ha passato negli ultimi 45 anni e poi, bisogna analizzare anche la tendenza presente e futura, non solo la storia recente. Ne riparliamo tra 10 anni…”. Una risposta più articolata, invece, potrebbe seguire il filo delle riflessioni che qui tento di svolgere. Poiché gli Italiani non sembrano rendersi ancora sufficientemente conto della trappola per topi nella quale stanno per cacciarsi
[conl'indebitamento con l'FMI, il Fiscal Compact firmato con l'UE e le politiche di austerità "espansiva" (sic?)], l’esempio argentino può davvero essere prezioso.
Ancora oggi, questo paese paga le conseguenze disastrose di una politica di indebitamento selvaggio con gli organismi finanziari internazionali (iniziata all’epoca della Dittatura Militare del ’76-’83), della quale politica si sono beneficiate soprattutto le corporationsnazionali e internazionali, la rendita finanziaria e gli strati alti della classe media. Il proletariato industriale, i vecchi e nuovi poveri delle villas-miseria e la stessa classe media urbana (per non parlare delle popolazioni mestizas e native del nord) hanno subito unicamente le conseguenze negative di questa politica di tagli alla spesa sociale, demolizione dello Stato sociale dell’epoca menemista e privatizzazioni indiscriminate.
Vivendo e lavorando in Argentina, ci si può rendere conto nella quotidianità del grado di deprivazione e impoverimento della cultura materiale (dal know-how tecnologico, cardine del sistema produttivo nazionale al sistema delle infrastrutture), della perdita di qualità del sistema d’istruzione e formazione tecnica (praticamente azzerata, quest’ultima, nell’epoca menemista) e della disperazione sociale inculcata in un’intera generazione riguardo alle possibilità di auto-determinarsi in economia come in politica, con il tipico senso di inferiorità indotta: noi non siamo capaci al pari degli altri popoli “civili”, un tipico riflesso del meccanismo pedagogico e psicologico di massa favorito dal dominio neo-coloniale).  Come illustrato mirabilmente da un grande intellettuale argentino, di orientamentoradical-nacionalista e poi filo-peronista, A. Jauretche, nel suo Manual de las zonceras argentinas.
Tutto ciò è difficile spiegarlo e farlo comprendere al popolo italiano, che non ha mai provato sulla propria pelle le conseguenze di una seria politica di austerità e tagli alla spesa sociale, imposta dal FMI, dalla Banca Mondiale e dai vari “avvoltoi” della finanza internazionale. Con l’aggravante di una politica monetaria basata sul cambio fisso (qualcuno ricorda in Europa il cambio dell’1 a 1 argentino? (NdR 1 peso uguale a 1 dollaro), per giunta sprovvista di sovranità e totalmente delegata alla BCE, ossia a una federazione di organismi bancari privati. Parlo qui, ovviamente, degli Italiani in generale, sorvolando sui Meridionali, che invece politiche simili le hanno già provate negli anni seguenti l’unificazione e che sembrano però aver rimosso, volenti o nolenti, questo trauma storico.
La maggioranza degli Italiani appare allo stato frastornata, confusa, sicuramente divisa per effetto della manipolazione mediatica, che appiattisce l’opinione pubblica sulla dogmatica del pensiero unico neo-liberista (dettata dai centri decisionali della trojka, dal potere bancario internazionale e dalle agenzie di rating, guarda caso tutte targate USA), favorendo al contempo la frammentazione sociale e l’individualismo (l’egoismo cinico del “si salvi chi può”). Unici tentativi di reazione, allo stato, il Movimento 5 Stelle, con la sua forza dirompente basata sull’esperimento di democrazia diretta (pur con tutte le ambiguità del caso) e, come espressione di una società che aspira a farsi società politica, i numerosi Comitati di lotta, dal No-Tav, al No-Debito, dai pastori sardi ai Forconi Siciliani, passando per i gruppi dell’ALBA e del “Cambiare si può” (confluiti recentemente nella lista “Rivoluzione Civile”), etc. Un inizio di reazione, che già pur rappresenta qualcosa, anche se troppo poco al momento, secondo me, data la gravità della situazione.
Per questo, ritengo, che dovremmo studiare con maggior attenzione e fare tesoro dell’esperienza argentina di questi ultimi 10 anni (2003-2013), come anche, ovviamente del suo importante alleato politico e partner economico, il Venezuela bolivariano. Forse il caso argentino, ancora più del Venezuela, può essere utile agli Italiani, non solo per i noti legami identitari e culturali dovuti al consistente flusso migratorio dall’Italia (circa 16 milioni di discendenti su una popolazione complessiva di 40), ma anche perché la società e l’economia argentina presentavano, agli inizi degli anni ’70, notevoli analogie con quella italiana (un’organizzazione sociale diffusa, con settori di classe media consistenti; un’economia industriale sviluppata, di cui una parte importante gestita dallo Stato; un sistema di welfare e di diritti sociali, ispirato ai principi del Keynesismo; marcati squilibri tra il centro (Roma, Milano e alcune regioni del nord in Italia; Buenos Aires in Argentina) e la periferia (il sud e le isole in Italia; le province del nord, soprattutto Tucuman, il Chaco e del sud, la Patagonia, in Argentina). 
Se nel giro di circa 35 anni, con la terapia d’urto prima della Dittatura e poi delle politiche neo-liberiste di Menem, la sovranità economica argentina è stata completamente spazzata via, fino alla catastrofe del Corralito (2001) e alla rivolta popolare del Que se vayan todos (che ha segnato, indubbiamente, un punto di svolta e di reazione della società argentina al massacro sociale che stava subendo), perché dovrebbe risultare ozioso credere che le stesse conseguenze catastrofiche potrebbe sperimentarle a breve anche l’Italia? Non si tratta di fare i profeti di sventura o i disfattisti, come spesso viene rimproverato alle voci discordi dal coro dai “nuovi mandarini” di regime, ma semplicemente di applicare un minimo di buon senso all’analisi dei dati di fatto dell’andamento dei due paesi.
Quello che sto cercando di dire è che, se abbiamo molto da imparare dalle esperienze traumatiche vissute dal popolo argentino, preda storicamente delle ricette neo-liberiste e della speculazione finanziaria, moltissimo dovremmo anche imparare dalla sua capacità attuale di resistenza agli avvoltoi di oggi e di sempre, sia sul piano delle politiche governative adottate dai Kirchner, sia su quello, ancora più prezioso, delle nuove forme di lotta sociale messe in campo dalla società civile (movimento delle fabbriche auto-gestite, associazioni alla Barrios de Pié, organizzazioni studentesche, sindacati indipendenti alla CTA, comitati popolari ecologisti e anti-mineria, movimenti dei nativi, fino ad arrivare al movimento pro-ALBA, Marea Popular e alla lotta dei tercerizados dei trasporti e del petrolio). 
Con l’importante differenza che il radicamento sui territori di queste lotte hanno portato l’Argentina a costruire, negli ultimi due anni, almeno due grandi progetti di alternativa al kirchnerismo (già di per sé più avanzato di qualsiasi governo Prodi o Bersani che potremmo mai pensare di avere in Italia): il F.A.P. (Frente Amplio Progresista), progetto di liberazione nazionale di sinistra (Izquierda nacionalista) a guida H. Binner e ilFrente de Izquierda, più classista e internazionalista, guidato dal Partido Obrero di J. Altamira.
Da molti indizi convergenti, è dato intendere che, nei prossimi quattro anni, l’indirizzo delle politiche per il recupero della sovranità politico-economica dell’Argentina sarà conteso tra questi tre modelli, di cui uno, social-democratico e progressista, confermato con il 54% dei consensi alle Presidenziali dell’ottobre 2011 (il Frente para la Victoria di C. Fernandez de Kirchner) e un altro, il F.A.P., impostosi con il 17% dei voti come seconda forza del paese (scavalcando le ormai fatiscenti opposizioni di destra). Uno scenario politico infinitamente più spostato a sinistra, come si vede, di quello nostrano, se non altro per lo svuotamento e il disorientamento delle proposte di destra, Union Civica Radical, in primo luogo. Sarà lecito pensare che a un tale scenario odierno, impensabile fino a venti anni fa, abbia massicciamente contribuito il totale discredito e perdita di credibilità dell’F.M.I., della Banca Mondiale e dei vari governi fantoccio etero-diretti, succedutisi nell’attuazione delle ricette da loro imposte all’Argentina (fino alla rocambolesca fuga in elicottero di de la Rua nel 2001)?
Sul braccio di ferro tra le due Cristine (Cristina Fernandez de Kirchner, Presidenta degli argentini e Christine Lagarde, Presidentessa dell’F.M.I.) abbiamo già informato in passato. I punti di vantaggio della politica economica odierna del governo progressista sono, a nostro avviso, una politica monetaria sovrana (con la Banca Centrale stabilmente controllata dal Governo), un programma di investimenti pubblici che favorisce la crescita economica e dell’occupazione (tipica in quest’ottica, la nazionalizzazione con indennizzo delle quote della YPF detenute dalla spagnola Repsol operata nel corso di quest’ultimo anno) e la diversificazione degli accordi commerciali con i nuovi partners della scena mondiale allargata (Cina, Giappone, Brasile, Venezuela, Iran, Russia, etc.). Il tutto unito a un’importante opera di rivendicazione della sovranità geo-politica (si pensi al caso Malvinas) dell’Argentina presso tutte le sedi internazionali (ONU in primis, ma anche e soprattutto con l’appoggio dell’ALBA e del Mercosur).
L’insieme di tutti questi fattori di recupero della sovranità ha fatto sì che la minaccia di espulsione dal F.M.I. per la data dello scorso 17 dicembre, cadesse nel vuoto, nella totale dimenticanza e trascuratezza dei media di regime in Occidente.
La notizia che invece è passata attraverso i nostri media, anche se su di un piano defilato, è la parziale vittoria di Cristina nella contesa giudiziaria con i fundos buitre (fondi avvoltoio), che aveva portato al sequestro della goletta argentina Libertad nel porto di Accra (Ghana) nel passato mese di dicembre. Lo scorso 9 gennaio, la goletta è ritornata a Mar del Plata, dove è stata accolta trionfalmente da un popolo argentino festante, strettosi intorno alla sua Presidenta, dopo le proteste di piazza dell’8-N.
Senonché, questa battaglia vinta rischia di trasformarsi in una guerra di trincea e non sappiamo quanto potrà durare. albainformazione
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