miércoles, 1 de junio de 2016

Maduro: Vincerebbe Sanders (se le elezioni negli USA fossero libere)

Trump "sta canalizzando una forza del cambio che soggiace occulta nella società nordamericana"

Tito Pulsinelli - " Se le lezioni negli USA fossero libere e non dipendessero da un sistema arcaico di 200 anni fa, Bernie Sanders sarebbe il nuovo presidente" ha detto il leader venezuelano Nicolas Maduro nel corso di una allocuzione televisiva. Si riferiva, in particolare, allo strano sistema elettorale in cui non sono i cittadini ad eleggere direttamente con i loro voti il presidente. Al loro posto, invece,
viene designato dai Collegi Elettorali indirettamente, con un'elezione di secondo grado.

Maduro segnala che il clamore dei lavoratori, afroamericani, la comunità dei latinoamericani è invisibilizzato. Oggi, più che mai,  non sono rappresentati nelle istituzioni e i loro interessi vengono negati da un sistema dove presidenti, senatori e deputati sono al servizio esclusivo dei finanziatori delle loro campagne elettorali. E queste sono determinate da quel ritualismo preventivo che camuffa una vera e propria asta, più o meno pubblica. Maduro, tuttavia, indica che Trump "sta canalizzando una forza del cambio che soggiace occulta nella società nordamericana". Come tale, potrebbe anche arrivare alla Casa Bianca.

E' una evidenza sempre più diafana che Hillary Clinton rappresenta il "partito globalista" (1)  si porge come la paladina delle ragioni dei finanzieri di Wallstreet, da cui ha ricevuto massicci finanziamenti, più ingenti di ogni altro pre-candidato. Interpreta l'ortodossia del più aggressivo espansionismo internazionale degli USA e la difesa del dollaro come unico strumento di intercambio globale, anche se è ormai sorretto solo dal muscolo militare. Non più dalla forza di un'economia che ha perso troppo terreno.

Con sfumature diverse, sia Sanders che Trump rimettono in discussione l'esportazione del sistema produttivo in altre latitudini e la de-industrializzazione interna su ampia scala. Concreta nel caso di Detroit, ridotta a simbolo e fantasma dell'ideologia della globalizzazione. I settori urbani impoveriti, i disoccupati o sottoccupati in aumento, persino la classe media in caduta libera, sono più sensibili alle argomentazioni di fondo che segnalano altre prospettive. C'è  un certo rigetto al "politicamente corretto", all'apologia dei gay come coperchio per qualsiasi pentola, o il  "diritto umanitario" accampato come pretesto per ogni e qualsiasi avventura nel mondo.

Hillary Clinton offre poche risposte convincenti a settori vasti come sconfinate praterie, e non sa far di meglio che timbrarli inutilmente come "populisti". Sta di fatto, altresì, che in modo speculare è in atto una sorprendente, spuria convergenza dei neocons e dell'estremismo republicano attorno alla Clinton e ai suoi liberal. E' il bacino di raccolta delle forze trainanti del "partito globalista" che ha stritolato nella sua morsa gli USA, da Reagan in poi.

Le scosse sismiche impresse al mondo con la militarizzazione della politica internazionale e l'imbarbarimento dell'elite finanziaria a danno del resto della società nordamericana, ha rimesso in movimento le forze più profonde presenti al suo interno (separatismo, antifederalismo, differenzialismo etnico ecc)  Scontro tra "populisti" e "globalisti"? Forse non è altro che una versione attualizzata della storica contrapposizione tra "isolazionisti" e "imperialisti". 

Oggi, di fronte all'inoccultabile declino dell'egemonismo assoluto, riprende forza chi ritiene che non è più recuperabile con strumenti militari. E si inclinano verso soluzioni in cui gli USA -pur non potendo più imporre la sua lex al mondo- utilizzi il suo tuttora elevato status per incontrare un nuovo modus vivendi con la Cina (prima economia) e con la Russia (primato militare). Questa sarebbe la via più idonea -a detta di molti- che garantirebbe  agli USA una posizione vantaggiosa.

Sull'altra sponda è schierato il continuismo espansionista che -dopo la sconfitta del colonialismo spagnolo in America all'inizio del 900- con l'annessione di Portorico, il dominio su Cuba e la guerra di conquista contro le Filippine, non ha più smesso di far proprio tutto quel che incontrava nella rotta verso i quattro punti cardinali.

Però ora il "warstate" non è piu un buon investimento, non garantisce il ritorno che ha sempre avuto, nemmeno al ceto medio. Ogni dollaro investito nelle guerre è produttivo solo per Wallstreet. E gli altri cominciano a sentire la nostalgia del "welfare state" e di un sano sistema produttivo locale. Si desidera una sopravvivenza meno depressiva, più lontana della paranoia massificata dalle insistenti psyops post-11S.

La lotta permanente contro il "terrorismo"  ha specializzato nell'arte di rimestare nel torbido, nella moltiplicazione dei conflitti urbi et orbi, o più semplicemente divenire un fattore cosciente di destabilizzazione internazionale. Anche degli alleati e collaboratori più vicini. Il costo per eternizzare il diritto del Pentagono al prelievo maggiore dall'erario pubblico, è diventato insostenibile con la crisi. Oltretutto, non è servito per annullare la vulnerabilità strategica verso i missili ipersonici della Russia e il suo sistema S-500 sperimentato in Siria.

L'irresponsabile fobia antirussa dilaga laddove la memoria storica si è evaporata. Cittadini della Federazione Russa, che lavorano e risiedono nagli USA, in un appello pubblico alla convivenza pacifica, hanno ricordato alcune cose. "Nel 1812, Napoleone invase la Russia; e nel 1814, la cavalleria russa entrava a Parigi. Il 22 luglio 1941, la Luftwaffe di Hitler bombardò Kiev. L'8 maggio 1945, le troupe sovietiche sfilavano a Berlino" (2).

Lo scenario è nuovo, la signora Clinton rischia, pertanto Obama contravviene ad ogni regola e trasforma il G7  in un comitato di attivisti impegnati nella sua campagna. Il "populismo" ha fatto tanta strada, se riesce ad inquietare persino gli ex sette grandi, tutti devoti della dottrina unica liberista.

NOTA
(1)  
La signora Clinton oppone sempre il mutismo a chi le domanda "Lei sa quanti soldi Lloyd Blankfein (direttore generale di Goldman Sachs, NdR) ha investito nel Fondo di investimenti di suo genero?". I suoi legami con Goldman Sachs sono quasi di tito carnale

(2) 
"Un avertissement russe" qui
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