martes, 8 de septiembre de 2009

Gli inglesi contro l'ENI: la BP ha fame

Giovanni Petrosillo
http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkVEAyykFEAwJXEtsW.shtml
Eccoli di nuovo al lavoro contro la nostra migliore impresa di punta, con l’intenzione di smembrarla ed impedire che questa possa proseguire sulla strada della penetrazione dei principali mercati mondiali a tutto vantaggio dell’economia italiana.

Perché il Financial Times invoca, per il gruppo Eni, la separazione delle rete energetica, con affidamento a soggetti diversi (privati) della distribuzione? Perché ciò migliorerebbe i nostri conti pubblici. Come sono premurosi questi inglesi!

Per il FT uno Stato indebitato come quello italiano deve strappare ogni centesimo ai propri assets al fine di migliorare la condizione del suo deficit. La verità è che trasformando l’ “animale strano a sei zampe” in una bestia finalmente domata e supina ai dettami di Bruxelles ci andrebbero a guadagnare i concorrenti di ENI, soprattutto inglesi e americani.

Addirittura, il quotidiano londinese sostiene che il modello ENI ha raggiunto i suoi limiti di sviluppo e deve pertanto voltare pagina altrimenti potrebbe non riuscire a staccare dividendi per i suoi azionisti. Anche qui, quanta premura! Perché gli inglesi non si preoccupano dei risparmiatori truffati dalle loro banche?

Il Financial Time, inoltre, dovrebbe pensare ai propri di conti considerato che sta attraversando una crisi nera ed è in gravi difficoltà finanziarie avendo perso, nel primo semestre 2009, il 40% dei profitti rispetto al 2008. Invece di fare interviste alla D’Addario, per screditare il premier Berlusconi, il FT dovrebbe cercare di spiegare le ragioni della debacle economica che sta facendo saltare le banche britanniche, allegramente coinvolte nella finanza champagne e salvate dagli interventi dello Stato.

In Inghilterra i principi del liberismo valgono solo ad intermittenza oppure non valgono proprio?Chiaramente sono tutti pretesti quelli del giornale economico londinese, rivolti ad indebolire il nostro paese in un settore strategico e determinante per gli equilibri internazionali, soprattutto laddove la securitizzazione della politica estera, in questa fase multipolare, passa, sempre più, attraverso le pipelines del gas e del petrolio.

L’Eni fa bene il suo mestiere e questo agli economisti di sua maestà non piace affatto.

Il gruppo Eni va smembrato - E il titolo accelera in Borsa (fonte il Giornale)

Paolo Stefanato
Il «Financial Times» sostiene la necessità di separare estrazione e distribuzione. La società: «Non è nei programmi». Più 1,2%Il Financial Times ha sostenuto ieri l’idea di una separazione tra le attività di produzione e di distribuzione all’interno del gruppo Eni.
Le finalità che potrebbero essere ottenute con un’operazione straordinaria di questo tipo si condensano in un’unica espressione: creazione di valore. Sulla scia dell’analisi del Ft il titolo Eni ha guadagnato in Borsa l’1,23%, in una giornata debole su tutti i mercati.

Il Ft richiama l’esempio di altri Paesi in Europa (in particolare, le operazioni analoghe che hanno interessato British gas); nella sua Lex column sul «cane a sei zampe», definito «un animale strano», si sottolinea che il break-up sarebbe conveniente per lo Stato «indebitato» (che possiede il 30% del gruppo ex pubblico) e interessato «a strappare ogni centesimo dai propri asset»; e si avverte, inoltre, che l’operazione - da condurre «a piccoli passi» - risponderebbe ai nuovi dettami dell’Unione europea.

Il quotidiano inglese porta anche un ulteriore elemento a sostengono della sua tesi: «Il recente taglio del dividendo dimostra che il modello ha raggiunto i limiti. Eni dovrebbe essere smembrata».

Che la separazione e l’autonomia dei business possa portare alla valorizzazione dei singoli rami di attività è un’opinione che spesso trova riscontro nelle riorganizzazioni dei grandi conglomerati industriali.

Nel caso dell’energia, tuttavia, molti fanno notare che nel settore sono a confronto i giganti di tutto il mondo, e solo la robustezza delle dimensioni permette di trattare a pari livello. Il Ft anticipa, tuttavia, questa argomentazione sostenendo che le due divisioni - produzione e distribuzione - anche se separate manterrebbero un peso sufficiente.

Oggi il gruppo Eni è suddiviso in quattro divisioni: E&P, ovvero esplorazione ed estrazione di idrocarburi (petrolio e gas), la più importante con 17,4 miliardi di euro di utile operativo (dati 2008) sui 21,7 dell’intero gruppo; G&P, che commercializza il gas e l’energia elettrica con questo prodotta, e che si occupa del trasporto attraverso i gasdotti (3,5 miliardi); R&M, che effettua la raffinazione e la distribuzione nelle stazioni di servizio (0,56 miliardi); Ingegneria e costruzioni (1 miliardo).

La tesi del quotidiano riguarda le prime due aree. L’analisi, giudicata «debole» da Ubs, ha trovato il favore del fondo Knight Vinke, che detiene l’1% di Eni: esso sostiene che l’unione di upstream e downstream (estrazione e distribuzione) crea vincoli finanziari, e che la struttura del gruppo guidato da Paolo Scaroni potrebbe essere migliorata.

Al suo azionista l’Eni ha risposto con una nota per ricordare i benefici strategici e commerciali dall’integrazione fra il gas marketing e il settore E&P, senza la quale molte operazioni internazionali non sarebbero state possibili: pertanto «non è in programma di separare i due business».

Il gruppo petrolifero sottolinea di avere già ristrutturato il gas regolamentato con la cessione di Stogit e Italgas a Snam Rete Gas «iniziativa salutata positivamente dagli azionisti». Quanto al dividendo, la riduzione da 0,65 a 0,50 euro dell’acconto di luglio trova motivazioni nelle incertezze del mercato e nella necessità di rafforzare quanto più possibile la struttura patrimoniale del gruppo.

NdR
Le maggiori multinazionali del petrolio e del gas -ora, cioè dopo il neoliberismo- non sono più le ex-famose "7 sorelle", nè le compagnie private, bensì quelle statali della Federazione Russa, della Cina, Arabia saudita,Venezuela e Iran.

La British Petroleum (BP) vorrebbe vivisezionare l'ENI e mettere le mani almeno su alcune delle sue parti. Vorrebbero una annessione progressiva, dopo svendite causate da una campagna internazionale diffamatoria e -soprattutto- dall'estinto valore della sovranità nazionale e del "bene strategico" avvenuto nella penisola.

La BP ha dalla sua parte il trasversale "partito anglosassone" che è una congerie arlecchinesca di lobbysti, funzionari politici e pennivendoli ignari, abituati a deridere l'importanza di una leva energetica propria che attutisca i costi della dipendenza energetica.
Non si sono ancora accorti che Wall Street e la City non sono nemmeno l'ombra di quek che rano solo 5 anni fa, che il dollaro è un valore sempre più virtuale, e che il profitto si torna a farlo nelle imprese, non più nel gioco d'azzardo delle Borse e dei valori cartacei.
Il "partito anglosassone" non ha ancora assimilato che il neoliberismo è morto e che siamo in piena de-globalizzazione.
Continuano a reggere il bordone agli anglosax ogni qualvolta l'Italia si accorda con la Russia, la Libia o l'Iran per trovare soluzioni alla propria dipendenza energetica.
Il "partito anglosassone" morde sempre all'amo dei "diritti umani" quando c'e' puzza di gas, ma non esige mai che a rispettarli siano anche Washington e Londra quando fanno mercato idrocarburifero con i feudali Sauditi e con gli Emirati. Da che parte stanno?
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