viernes, 18 de diciembre de 2009

COP15: Diario da Copenhagen, Cina e USA sputano il rospo

Enrico Baj

Luca Manes www.altreconomia.it
Copenhagen, 17 dicembre, E venne il giorno del G2. Stati Uniti e Cina sono finalmente usciti allo scoperto. Per la verità i cinesi lo avevano già fatto in nottata con le possibili indiscrezioni sull’impossibilità di raggiungere un’intesa fatte trapelare ad arte da una “fonte anonima” a un giornalista dell’agenzia Bloomberg. Ma le seguitissime conferenze stampa delle due super-potenze e responsabili del 50 per cento delle emissioni di gas serra hanno fugati tutti i dubbi, qualora ce ne fossero ancora: a Copenaghen l’accordo è lontano, le speranze ridotte al lumicino.

Ad aprire le danze è stato il segretario di stato americano Hillary Rodham Clinton, che ha battuto molto sui fondi da destinare ai Paesi del Sud. “Tramite iniziative misto pubbliche-private e strumenti di finanza alternativa arriveremo a destinare alle realtà più povere ed impattate dal cambiamento climatico 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, partendo dal 2012”, ha affermato il ministro degli esteri Usa, parafrasando quanto detto dal Premier britannico Gordon Brown in plenaria poche ore prima.

A precisa domanda su quali fossero gli strumenti di finanza alternativa presi in considerazione, la Clinton ha preferito glissare, facendo capire che su questo fronte ci sono però delle opinioni differenti. Insomma, tirando ad indovinare, agli Usa non piace tanto la tassa sulle transazioni finanziarie che invece sembra più gradita a Regno Unito, Francia e Germania. L’incertezza rimane anche su quanto il pacchetto proposto dal segretario di stato sia basato su soldi pubblici e su quanto incidano invece gli investimenti e i prestiti dei privati.

“Siamo sulla stessa barca e dobbiamo attraversare il fiume insieme”. Citando questo proverbio cinese l’esponente dell’esecutivo guidato da Barack Obama ha richiamato tutti, ma in particolare la Cina, a un impegno comune per un intesa che non andrà comunque oltre un mero accordo politico su cui costruire un trattato vincolante nel corso del prossimo anno.

Senza un’intesa sugli standard di trasparenza -“che i cinesi devono accettare” - e su un impegno reciproco sul taglio delle emissioni - - “noi ridurremo del 17% entro il 2020 e del 42% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005” - salta tutto.
Così come potrebbe saltare la trasferta danese di Obama se non ci fosse più margine di manovra, ha fatto intendere la Clinton con una frase molto sibillina.

La risposta dei cinesi non si è fatta attendere. Invece del Premier Wen Jiabao, in conferenza stampa si è presentato il vice-ministro degli Esteri He Yafei che, in perfetto inglese, ha snocciolato i punti su cui c’è disaccordo. Praticamente ogni aspetto fondamentale del negoziato. Non è mancata la ormai consueta stoccata al governo danese sulle questioni procedurali.

Yafei ha chiarito che gli obiettivi di riduzione delle emissioni della Cina non sono sindacabili e saranno raggiunti anche qualora Copenaghen si dovesse concludere con un nulla di fatto. Quelli dei Paesi ricchi, invece, non sono ritenuti sufficienti. Il vice-ministro ha poi voluto rispondere senza mezzi termini ai richiami della Clinton sulla trasparenza. “Noi prenderemo degli obblighi vincolanti e che saranno pienamente verificabili, anche a livello internazionale”. Anche sui fondi c’è disaccordo. Quanto promesso dagli Usa e dagli altri Paesi occidentali non basta.

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