sábado, 18 de septiembre de 2010

USA: Uso di droga in aumento, la colpa è degli “altri”

Tito Pulsinelli
Il governo degli Stati Uniti ha diramato l’annuale pagella sulla condotta degli altri Paesi nella lotta al narcotraffico. Contemporaneamente, però, sono disponibili anche i dati che confermano l’aumento dei consumatori interni, saliti ad oltre 21 milioni. Esilarante, se non fosse tragico. E’ come se i campioni dell’obesità raccomandassero la dieta più salutare e compilassero la guida Michelin della cucina internazionale. Responsabilizandola del proprio alto livello di colesterolo. C’è di più: bacchettano anche i Paesi colpevoli del “transito” delle derrate nocive che ingurgitano smodatamente.

Nell’ultima hit parade entrano per la prima volta il Costa Rica, Honduras y Nicaragua, escono il Brasile e Paraguay, confermato il dito puntato contro l’Afganistán, Bahamas, Bolivia, Birmania, Colombia, Costa Rica, la República Dominicana, Ecuador, Guatemala, Haiti, Honduras, India, Jamaica, Laos, Messico, Nicaragua, Pakistan, Panama, Perú e –off corse- Venezuela.

Curiosamente, la Colombia e il Messico ricevono un’indulgenza quasi plenaria dalla Casa Bianca perchè “continuano ad esercitare pressione contro i narcotrafficanti” (sic). Nonostante la produzione del primo esportatore mondiale di cocaina sia in ascesa e che in Messico –con l’esercito totalmente utilizzato in funzione antinarcos- i morti ammazzati ammontino a 24000 nell’ultimo triennio. Forse quel tipo di “pressione” è gradita perchè consente l’istallazione di basi militari o l’intervento aperto del Pentagono.

In ogni caso, a scanso di equivoci, la “Bolivia ed il Venezuela sono Paesi inadempienti in modo dimostrabile” dei trattati internazionali. Il governo di Obama può esibire- in modo altrettanto dimostrabile- un risultato positivo per non ostentare più la corona mondiale del consumo di stupefacenti? E’ riuscito a diminuire le ascendenti importazioni di cocaina ed eroina? Ha aumentato la spesa per il recupero terapeutico delle vittime delle narcomafie? Non si hanno neppure notizie di risultati positivi nella lotta al “lavaggio dei narcodollari” o di qualche sequestro nel circuito bancario USA.

Il presidente boliviano Evo Morales ha rinviato al mittente le accuse “..fino a quando manterremo una posizione anticapitalista ed antimperialista gli USA infangheranno la Bolivia”. L’“Indagine nazionale sulle droghe e la salute” condotta su 67000 consumatori per conto delle autorità nordamericane, conferma che la politica di strumentalizzazione manichea finora seguita, impedisce la valutazione corretta del grave fenomeno.

Il consumo di droghe ha raggiunto il livello più alto degli ultimi sette anni, e si è dilatato sia tra i giovanissimi che tra i cinquanta-sessantenni (più 3,5% rispetto al 2002). Risente delle sequele della grave crisi economica: il 17% dei disoccupati consuma droghe contro l’8% che ha conservato l’impiego. Gli allucinogeni sono utilizzati da oltre 1 milione di persone e 760000 fanno uso dell'extasy. In rialzo il consumo dell’anfetamina che si era stabilizzato, con una estesa tendenza all’eccesso di consumo dei farmaci e all’autoricettazione.

“Sono risultati sconfortanti ma non sorprendenti. Nell’ultimo biennio è diminuita tra i giovani la percezione della pericolosità delle droghe. Nel passato questo preannunciava un incremento del consumo” dice G. Kerlikowske, direttore del Controllo Antidroga della Casa Bianca.

Il bilancio è cupo ma non si bisbiglia nessuna critica ufficiale, nè si concretizza un bilancio complessivo sulla secolare lotta manu militari alle droghe pesanti. Genera una crescente irritazione il manicheismo sciovinista con cui scaricano le responsabilità sempre su altri. Il Presidente dominicano L. Fernandez ha replicato seccamente: “Nell’area dei Caraibi transita la droga perchè negli Stati Uniti non si fa abbastanza per diminuire i consumatori”.

Dal Messico, il presidente Calderón e il suo predecessore Fox, hanno sostenuto che è una battaglia ormai persa e si deve pensare alla legalizzazione della cocaina. Se non altro per strappare alle mafie la lucrativa economia criminale, che ormai dispone di forza finanziaria e militare per destabilizzare ed attaccare direttamente gli Stati. Il fatturato dei carteles messicani ammonta a 32 miliardi di dollari. E le cose sono precipitate dal 2004, quando i colombiani cominciarono a pagare in merce che cominciò ad essere venduta massivamente in Messico per trasformarla in monetario.

Senza legalizzazione, le mafie continuano ad accumulare potere e le società nazionali si dissanguano per finanziare –senza esito- gli apparati repressivi, polizieschi, giudiziari e nelle terapie preventive, di recupero o contenimento. E non si riesce a interrompere la scia di sangue e di vittime, soprattutto civili.

Per recuperare credibilità, Washington dovrebbe finalmente occuparsi del suo “fronte interno”, e affrontare le tossicomanie con un'ottica non militare. Gli esorbitanti investimenti militari in Colombia e la presenza “occidentale” in Afganistan non hanno -stranamente- ottenuto la riduzione delle esportazioni della coca e dell’oppio. C’è del marcio a Wall street.



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