jueves, 7 de enero de 2016

Guerre Stellari, il messaggio: super-ricchi contro tutti gli altri


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fondamentalismo morale manicheo e banalità individualiste

John Wight Film e propaganda politica hanno a lungo camminato mano nella mano. Infatti, se mai un medium era adatto alla propaganda è il medium del cinema. E se mai ad un’industria potrebbe essere attribuita la creazione di una realtà alternativa in modo così pervasivo da riuscire a convincere generazioni di Americani e di altri in tutto il mondo che l’alto è basso,
il nero è bianco e la sinistra è destra, quella industria è Hollywood.
George Lucas, il creatore della saga di Guerre Stellari, che, includendo questa ultima puntata, ha sfornato sette film da quando l’originale è apparso nel 1977, è (insieme a Steven Spielberg) un figlio della reazione alla contro-cultura americana degli anni Sessanta e Settanta.

Sebbene siano entrambe frutto degli anni Sessanta – un decennio in cui la cultura e le arti, in particolare il cinema, sono state nella prima linea di resistenza al complesso militare-industriale degli Stati Uniti – Lucas e Spielberg sono giunti alla ribalta a metà degli anni ’70 con film i quali piuttosto che mettere in discussione il ceto dirigente, invece abbracciavano il suo ruolo sia come protettore del popolo americano che come arbitro della morale della nazione.

Il sipario cominciò a scendere sul periodo più culturalmente vitale, emozionante ed intellettuale del cinema americano – responsabile della produzione di classici come ‘Bonnie e Clyde’, ‘MASH’, ‘L’ultima corvè’, ‘Il braccio violento della legge’, ‘Il mucchio selvaggio’, ‘Taxi Driver’, ‘Apocalypse Now’- con ‘Lo squalo’ di Spielberg nel 1975, seguito nel 1977 da ‘Guerre Stellari’ di Lucas. Il primo spaventò l’America, mentre il secondo la fece di nuovo sentire bene con se stessa.

Entrambi i film insieme generarono l’alto concetto di successo commerciale, in cui gli spettatori erano invitati ad emozionarsi piuttosto che a pensare, permettendo loro di sospendere l’incredulità e di fuggire la realtà invece di condividere l’esperienza di confrontarsi tramite storie in cui personaggi estranei esprimevano l’angoscia, frustrazione, rabbia, e disaffezione che essi stessi stavano sperimentando nella loro vita, inducendo così un senso di solidarietà.

Era l’epoca dell’anti-eroe, di molti protagonisti per i quali il sistema ed il conformismo erano il nemico, e che aravano il proprio solco a prescindere dalle conseguenze. La messa in discussione dell’autorità e delle verità da essa ricevute rifletteva un Paese i cui giovani e meno giovani erano affamati di cambiamento radicale. La guerra in Vietnam, il Watergate, i movimenti neri per i diritti civili e nazionalisti avevano scosso la società americana e, con essa, la sua cultura e i relativi riferimenti.

Ma verso la metà degli anni ’70, con la fine della guerra del Vietnam, e con la contro-cultura in affanno, era arrivato il momento di mettere in scatola tutta quella alienazione, rabbia e ribellione e consentire alla mitologia del ‘Sogno Americano’ e della democrazia di riaffermare il proprio dominio.

Nella sua impareggiabile storia di questo periodo vitale del cinema americano – ‘Easy Riders, Raging Bulls’- l’autore e critico della cultura Peter Biskind scrive: “Al di là del suo impatto su marketing e merchandising cinematografici, Guerre Stellari ha avuto un effetto profondo sulla cultura. Esso ha beneficiato del ridimensionamento degli anni di Carter [il presidente Jimmy Carter], la marcia verso il centro che seguì la fine della guerra del Vietnam.”

 
Questa marcia verso il centro divenne una marcia verso destra sotto Reagan, che si manifestò ad Hollywood come stagnazione artistica e culturale, in cui registi come Spielberg e Lucas diventarono meno attenti alla sceneggiatura e al personaggio e più concentrati sulla spettacolo. Più grande, più forte e più ricco era il mantra come due personaggi tridimensionali e trame che il bambino medio con una dotazione di pastelli e un po’ di immaginazione potrebbe mettere in piedi.

Biskind scrive: “Lucas sapeva che i generi e le convenzioni cinematografiche dipendono dal consenso, la rete di assunti condivisi che era stata compromessa negli anni ’60. Stava ricreando e riaffermando questi valori, e Guerre Stellari, con il suo fondamentalismo morale manicheo, i suoi cappelli bianchi e cappelli neri, ripristinò il lustro a valori logori come eroismo ed individualismo.”
In questo ultimo Guerre Stellari, diretto da J.J. Abrams, Lucas si accontenta di essere accreditato per la scrittura dopo aver venduto l’esclusiva a Disney nel 2012 per 4,05 miliardi di dollari. Sì, avete letto bene; l’ha venduta per 4,05 miliardi. Quella quantità di denaro comprerà un sacco di sciabole di luce.

Disney e Abrams hanno fatto un salto indietro nel tempo al fine di aggiornare la saga, tornando alle sue radici con la riproposta di Hans Solo (Harrison Ford), la Principessa Leia (Carrie Fisher), Luke Skywalker (Mark Hamill), e le vecchie icone predilette Chewbacca e R2D2. Per gli appassionati di Guerre Stellari c’è anche il ritorno del Millennium Falcon, la mitica navicella spaziale di Hans Solo. L’antagonista del film, Darth Vader, si chiama Kylo Ren, interpretato da Vladimir Putin… scusate, Adam Driver. Con questo personaggio si trova la sola interessante modifica nella trama. Intendiamoci, dicendo questo, stiamo parlando di ‘interessante’ rispetto al resto della trama. Non stiamo parlando di Roman Polanski e ‘Chinatown’ qui.

Nel film ci sono anche importanti ruoli per due relativi sconosciuti, entrambe britannici: Rey, attraverso i cui occhi  si sviluppa la narrazione, è interpretato da Daisy Ridley, mentre Finn è interpretato da John Boyega.
Per tutto il clamore che ha circondato la sua apparizione, e le recensioni entusiastiche che ha raccolto, l’ultima puntata dell’infinita ed esageratamente di successo saga di Guerre Stellari – ‘Guerre Stellari: il risveglio della forza’’ – è banale in maniera così imbarazzante ed autoreferente che è impossibile uscirne senza zoppicare.

Forse l’aspetto del film che più colpisce non è la battaglia del bene contro il male che ritrae, ma il fatto che Harrison Ford sia stato pagato 76 volte più del nuovo arrivato Daisy Ridley per recitare in esso. Il pacchetto finanziario del 73enne comprende un compenso iniziale sulla soglia di 20 milioni di dollari più lo 0,5 per cento dei ricavi lordi del film, che si stima raggiungeranno l’enorme cifra di 1,9 miliardi di dollari.

Ciò prova in modo assoluto che la storia dell’America non è il bene contro il male, o la luce contro le tenebre. E’ invece la storia dei super-ricchi contro tutti gli altri.

Fonte
traduzione di F. Roberti qui
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