lunes, 11 de octubre de 2010

Cina: Imprenditori di Hong Kong al contrattacco

Ivan Franceschini

Dopo la calda primavera dei lavoratori cinesi, per il mondo imprenditoriale è giunto il momento del contrattacco. Una reazione silenziosa e strisciante, ma molto più efficace delle rumorose proteste con cui migliaia di migranti hanno levato la propria voce. Il South China Morning Post del 21 settembre riporta infatti il successo degli imprenditori manifatturieri di Hong Kong nella loro azione di lobbying presso le autorità di Pechino contro alcuni progetti di legge finalizzati a rafforzare il diritto dei lavoratori del Guangdong a contrattare collettivamente con i propri datori di lavoro salari e benefits, nonché il diritto a prendere parte alla gestione delle imprese. La proposta, di cui si parla da tempo ma che era stata ripresa solamente un paio di mesi fa come panacea per i disordini operai, avrebbe dovuto essere discussa alla fine di settembre all’Assemblea popolare provinciale, ma è stata cancellata dall’agenda politica.

Chi si occupa di lavoro in Cina, sa che si tratta di un film già visto. Non è infatti la prima volta che la comunità imprenditoriale straniera interferisce pesantemente sul processo legislativo cinese al fine di tutelare i propri interessi. È ancora fresco nella memoria collettiva ciò che avvenne nel 2006, in occasione del dibattito pubblico sulla nuova legislazione sui contratti di lavoro. Nel marzo di quell’anno, seguendo una consuetudine consolidata nel tempo, le autorità cinesi avevano divulgato sul web e sui media tradizionali una prima bozza della nuova Legge, al fine di testare gli umori della popolazione.

Avevano avuto un riscontro con pochi precedenti: nell’arco di appena un mese, avevano ricevuto oltre 192.000 commenti, per la maggior parte provenienti da lavoratori e comuni cittadini, una quantità inferiore solamente a quella registrata nel 1954 in occasione della consultazione sulla Costituzione.

Troppi diritti, l’investitore straniero si lamenta
Tra i commenti pervenuti figuravano anche dei testi inoltrati dalle organizzazioni imprenditoriali straniere, in particolare l’American Chamber of Commerce di Shanghai, lo US-China Business Council e la Camera di Commercio Europea in Cina. Si trattava di corposi documenti in cui si analizzavano non senza errori ed imprecisioni i contenuti della bozza in questione e si concludeva che qualora la legge fosse stata approvata così com’era, vale a dire con norme molto favorevoli a lavoratori e sindacati, ci sarebbe stata una fuga generale degli investimenti esteri.

Lo USCBC a proposito si dimostrava molto esplicito, affermando nel proprio commento che “la bozza di legge [avrebbe potuto] ridurre le opportunità di lavoro per i lavoratori cinesi e avere un impatto negativo sulla competitività e sull’appeal della Rpc come una destinazione per gli investimenti stranieri”. Inutile dire che nelle bozze successive della legge non c’è traccia degli articoli più controversi, ad esempio le norme che assegnavano al sindacato un sostanziale diritto di veto sui regolamenti aziendali.

Interessi incrociati e strategie
Nel 2006 questa vicenda ha fatto scalpore in tutto il mondo, con i media internazionali che la descrivevano come l’ennesima dimostrazione dell’ipocrisia occidentale nei confronti della Cina e degli altri paesi in via di sviluppo. Descritta in questo modo, effettivamente la vicenda sembrerebbe configurarsi come una sorta di scontro tra il bene e il male, la storia di una lotta tra un governo caritatevole che ha a cuore gli interessi dei propri cittadini e un malvagio gruppo di stranieri che pensano solamente al proprio interesse.

In realtà, i termini della questione sono leggermente più sfumati e molte domande rimangono ancora aperte. In particolare, rimane un dubbio di fondo: sulla Legge sui contratti di lavoro si è avuta una reale interferenza oppure si è semplicemente trattato dell’ennesima strategia delle autorità cinesi per rafforzare il proprio consenso?
Prima di azzardare una risposta, c’è però una precisazione da fare. Se realmente si è trattato di una strategia consapevole delle autorità – cosa che personalmente non credo – si è trattato di un gioco molto rischioso per il governo centrale. Da un lato la leadership cinese infatti poteva avere un certo interesse a mostrarsi una “vittima” dell’avidità degli imprenditori stranieri, proponendosi come promotrice degli interessi dei lavoratori, dall’altro però nel farlo ha dovuto trasmettere un’immagine di grande debolezza, mostrandosi assolutamente incapace di dettare legge in casa propria.

I piedi in testa? Sì, prego…
Ora gli stessi dubbi vengono nel leggere la nuova vicenda della contrattazione collettiva nella provincia del Guangdong: possibile che il governo locale più ricco e potente di tutta la Cina si faccia mettere i piedi in testa da un gruppo di imprenditori di Hong Kong?
In realtà, non potrebbe essere altrimenti, almeno se si considera l’importanza che gli investimenti esteri ricoprono nello sviluppo cinese. Per molti sarà scontato, ma forse è opportuno ricordare che, lungi dall’essere “onnipotenti”, le autorità di Pechino (e delle varie provincie) si trovano a dover gestire e coordinare complicati intrichi di interessi, emanazione di gruppi sociali che spesso entrano in conflitto tra loro. Nonostante tutte le dichiarazioni di principio sulla necessità di creare una “società armoniosa” e tutte le implicazioni del caso, il collante della stabilità sociale rimane tuttora la crescita economica, in quello che alcuni hanno definito come una sorta di “patto sociale” tra lo Stato e i suoi cittadini.

Anche se questa lettura pecca di un’eccessiva schematicità, è difficile negare che per molti anni ancora la Cina continuerà ad aver bisogno dei capitali esteri per alimentare la propria crescita. Proprio per questa ragione possiamo essere ragionevolmente certi che dovrà passare molto tempo prima che i grandi gruppi imprenditoriali smettano di dettare a legge nei campi di loro interesse, primo fra tutti il lavoro. E su questo non c’è sciopero o protesta di lavoratori che tenga.
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