martes, 7 de junio de 2011

Perù: Politiche sociali, sovranità, integrazionismo sudamericano

Il feticcio neoliberista della "crescita economica" non ha dimininuito il 30% di povertà critica, non ha tamponato l'emoraggia dell'emigrazione, nè ha portato l'acqua potabile e l'energia elettrica in tutte le case
Tito Pulsinelli
Il "progetto-Paese" di Ollanta Humala raccoglie il consenso di un peruviano su tre, ma per arrivare alla presidenza era indispensabile un'allenza elettorale che gli ha garantito la vittoria di stretta misura. Cionostante, abbondano quanti si avventurano in "analisi" ardite, basate sulla disamina della biografia o della carta di identità "ideologica" del neo-presidente per cercare di intravedere il futuro del Perù. E' come basare la meteorologia sulla vivisezione delle viscere dei volatili. Ha forse qualche senso radiogafare la "ideologia" di Bersani-Casini-Bocchino-Di Pietro per antevedere il futuro prossimo degli italiani? Forse la "ideologia" di Zapatero, del portoghese Socrates o del greco Papandreu ha impedito l'applicazione integrale del dikat fondomonetarista
o della BCE? E quelli che sicuramente li rimpiazzeranno non saranno entusiasti amanuensi delle politiche eleborate esternamente dal FMI?
Nel Perù, Ollanta Humala si è affermato sostenendo che il feticcio della "crescita economica" non ha dimininuito la soglia del 30% di povertà critica, nè ha tamponato l'emoraggia dell'emigrazione, nè ha portato l'acqua potabile e l'energia elettrica in tutte le case. Dice che non basta creare crescita e ricchezza: deve arrivare concretamente alla gente.Il suo governo si è impegnato ad includere come cittadini -come soggetti di reddito e consumo- gli ampi settori storicamente emarginati. Non è più possibile che le multinazionali si approprino -praticamente- delle risorse minerali nazionali solo al costo di scarni salari. Humala attingerà qui i mezzi per finanziare la robusta spesa sociale preannunciata, che punta a somministrare più salute, istruzione ed assistenza previdenziale.

Il blocco sociale di Humala, ben più coeso ed ampio dell'alleanza elettorale, incarna di fatto il "partito della nazione" orientato a recuperare sovranità con più equità sociale, e si contrappone al "partito globalista" (o "partito imperiale") che riflette gli interessi storici delle elites neocoloniali. E dei loro inservienti e guardaspalle, delle multinazionali e dei settori locali legati al mercato internazionale.Questa polarizzazione, il ritorno del localismo e del nazionalismo -che è cosa assai diversa da quello colonialista, espansionista e militarsista che fu dell'Europa- sono un contraccolpo e conseguenza degli eccessi disintegratori del neoliberismo. Sono una barriera e freno.

Humala, come gli altri leader sudamericani che sbriciolarono il "Consenso di Washington" nell'ultimo decennio, ha saputo far convergere i settori popolari ancor più  emarginati dal neoliberismo, accanto ai settori produttivi piccoli e medi che vivono del mercato interno, e che vedono come un gran pericolo il trattato per il libero commercio tra Stati Uniti e Perù. Il liberismo nato e battezzato con la dittatura di Pinochet, e poi imposto con la forza al resto del continente, è in aperto arretramento in terra sudamericana. Ha perso smalto mitologico e spinta propulsiva, di pari passo con la decaduta supremazia assoluta degli Stati Uniti in campo economico, commerciale e finanziario. Oggi, ci sono alternative non solo per differenziare i mercati per le materie prime, ma per i prestiti, forniture tecnologiche e persino militari.

Ollanta Humala, è consapevole che l'oligarchia di Lima ed i suoi alleati esterni, non si fermano davanti a nulla, e rispettano i verdetti elettorali solo quando confermano il loro potere totale. Vogliono continuare a designare un ministro delle finanze di loro gradimento, perciò ieri hanno provocato un meno 12% nella Borsa. In America latina i voti non sono sufficienti per garantire nuova istituzionalità o cambiamenti: bisogna difenderli e convalidarli con la lotta sociale nelle strade. In Venezuela, per sloggiare Chávez ci fu un golpe nel 2001, un "Plan Balboa" elaborato in sede NATO, e la chiusura di tutti gli impianti petroliferi  (e non) durata quattro mesi. Un autentico capitolo di guerra economica che inferse danni per 12 miliardi di dollari: fecero fiasco. In Bolivia, giocarono la carta del separatismo della regione amazzonica, ma all'ambasciatore USA -lì trasferito dal Kosovo- non riuscì la letale destabilizzazione. In Ecuador, è recente il sequestro del presidente Correa in una caserma, destinato a innescare un golpe che non si consolidò per mancanza di sostegni.

Nell'ambito geopolitico, l'arrivo di Humala porrà fine all'automatico allineamento del Perù con gli Stati Uniti e decadrà il tentativo di "sponda del Pacifico" -con il Cile e Colombia- in funzione anti-integrazionista per ostacolare l'UNASUR. Il Perù diventa un'altra vertebra vitale della colonna portante  sub-continentale delle Ande. Dalle calde acque Caraibiche del Venezuela, passa per l'Ecuador, per la Bolivia e ora si consolida a Lima.
La diminuita conflittualità e l'intesa sorta con il nuovo governo della Colombia, consapevole che non è saggio, nè sufficiente l'anemico mercato nordamericano come sbocco per le esportazioni, ha finora indotto il congelamento delle sette basi concesse agli USA dall'ex narco-presidente Uribe. Le elites di Bogotà hanno percepito che il blocco sudamericano è una realtà a cui non possono più voltare le spalle. La cordigliera delle Ande, pertanto, conferma la sua funzione vitale di perno dell'intera regione, che si struttura attorno al Paese-continente brasiliano.
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