jueves, 10 de mayo de 2012

Il pensiero molle (2)

Martino F. Rizzotti

In effetti, l’unica volta che mi ha invitato a casa sua… era quasi impossibile muoversi: scatoloni fino al soffitto pieni di grattugie, schiaccianoci di bosso, insalatiere di bachelite, dischi anni sessanta, copertine di dischi, soprattutto copertine di dischi. E due jukebox. Gli ho chiesto perché non metteva un banchetto al mercato, mi ha guardato come fossi pazzo: lui ci teneva alle sue cose.
Insisto: “Sembri un cadavere, hai due occhiaie!”

“Ieri sera ero lì con una vedova…”.
Lui è sempre lì con una vedova.
“Ti pareva. Quante ne consoli adesso come adesso?”
“Ne ho sottomano tre. - (Nonostante la notevole bruttezza: il naso attorcigliato, gli occhi bovini e una calvizie notevole ne ha sempre sottomano tre.) - Ieri sera ero con una bergamasca, in un bosco. Eravamo lì in macchina e ho visto arrivare uno con una faccia! Magari era solo un guardone, ma pioveva, non si vedeva bene. Una paura! Ho messo in moto e dopo un paio di chilometri mi è scivolata una ruota in una roggia. Sono arrivato a casa che saranno state le tre. E’ stata una bella avventura, però! Mi sono proprio divertito.”
“E perché non vai a dormire, che è l’una?”

“Cosa credi? Stamattina ho insegnato. Oggi pomeriggio non avevo ripetizioni, allora sono andato a trovare un mio vecchio allievo. Devi vedere come mi vuole bene: viene lì, mi abbraccia, sbava tutto…”
E’ un sentimentale. Poi tenta il colpo: “Ah, senti, domani mattina devo andar a Tolone, c’è uno che ha la copertina del primo disco di Elvis uscito in Francia. Sono già in contatto? Vieni?”
“A Tolone?” trasecolo.
“Andiamo e veniamo in giornata. Dormo qui da te, partiamo presto.”
“Guido io, naturalmente, e ci metto pure la benzina, i pasti…”
“Sì, dai, cazzo, sono a pula. Ho appena speso due milioni e mezzo di dischi.”
“E io che volevo venderti una copertina dei Beatles fatta in Thailandia” scherzo.
Lui?!: “Pirla, lo sai quanto vale una copertina cosi?”
Tiro a indovinare: “Cinquanta grattugie? Cento?”
“Dai, pirla, fa su una pastasciutta aglio e olio. Ho una fame!”
“No, davvero Luigi, oggi ho sfacchinato tutto il giorno.. E poi c’è…” e indico la camera.
Ma lui è informato: “Ma se è andata a fare uno stage, pirla, lo sanno tutti. E’ un’altra. Chi è’, fa’ vedere…”

Lo blocco in corridoio.
“Ah, già che sei qui, - insiste - traducimi questa lettera in inglese.”
“Altri dischi?”
“No, è che con l’ultima spedizione me n’è arrivato uno con la copertina difettosa. Ne approfitto per ordinare qualcosa.”
“Fa’ così: domani, quando torni da Tolone, vai a Bergamo a consolare la tua vedova e verso le tre vieni qui che scriviamo la lettera. Sta solo attento a non addormentarti in macchina.”
“Non mi è mai successo niente.”
Guida in modo spaventoso, nei rettilinei si appisola. Ha un’altra esigensa: “Ah, è tanto che volevo chiedertelo: mi traduci le parole della canzone di quella pubblicità là, famosa, di quello che gioca al biliardo? A me quella canzone là mi fa impazzire.”

“Che pubblicità?”
“Di quello in pigiama…”
“In pigiama? Adesso si gioca a biliardo in pigiama? Non lo sapevo.”
“Oh, ma scherzi o cosa? Ma dove vivi? E’ l’intimo uomo che va di più adesso.”
“Io non mi ricordo mai che prodotti pubblicizzano”.
“Tu non hai mai capito un cazzo” sentenzia convintissimo.
“A proposito, se vuoi una scatoletta di acciughe, sai, per il viaggio, dovrei avercela: l’ho comprata sei mesi fa.”
Ci pensa su poi rifiuta: “No, fanno venire sete. Dai, piuttosto, regalami quel vasetto lì, che tanto tu non apprezzi l’oggetto.”
Glielo do poi lo spingo verso la porta, energicamente. Mi saluta: “Ciao, pirla”
E’ soddisfatto. Qualcosa ha rimediato, ma non vuole sentirsi in debito; ribadisce: “Tanto quel vasetto qui non vale niente”.

Fela Kuti
Quella notte ho avuto tutti gli incubi immaginabili - dieci anni in cella con un maoista ortodosso, un cappellano che cercava di convertirmi con altri mezzi e gli scherzetti dei secondini sadici che ti invitano alla fuga per spararti impunemente -  ma la mattina alle 9 ero già al bar. Non il mio però, e del Carluccio e degli altri disgraziati come me, quello era chiuso da due mesi perché in ritardo col pagamento delle mazzette ai vigili. Nel bar del Fifì. Dovevo intercettarlo. Era lui quello della barca, quello dei costumi griffati. Due anni prima l’avevano nominato cavaliere del lavoro che ci teneva tanto. Lui subito a comprare lo yacht e via a Cavallò, a mescolarsi con la crème della crème. Non se l’era filato nessuno, tagliato fuori dai party, perfino dalle sparatorie! E non aveva conosciuto nemmeno un nobile. Gli industrialotti di qui, dopo la storia del Casiraghi, che ha sposato una discendente dei pirati di Montecarlo, non pensano ad altro.

Di solito il Luciano, il barista dei vip, non mi vede nemmeno, pensa che gli rovino l’immagine. Stavolta sono in giacca e cravatta e le scarpe inglesi di mio zio – me le presta un annetto, per ammorbidirgliele. Gli chiedo un caffè doppio per carburare e mi leggo La gazzetta dello sport, solo la pagina dell’ippica, due volte. Arriva la signora Lagioia, praticamente mia cognata; va a lezione di tennis. Mi spiega, angosciata, il suo problema: non le entra il rovescio. Mi lascia in una nuvola di profumo da soffocare. A ruota ecco il dottor Lagioia, vent’anni più di lei, dirigente, con tuta griffata. Saltella. Poi si mette a sniffare.

“Che profumo! - fa. - Chi è passata di qui, la Schiffer? Io quella lì me la farei subito. Qui così, su due piedi”, si produce in gesti osceni. In questo paese di serve si sa tutto di tutti, ad esempio che lui con sua moglie non scopa da una vita. Intanto, davanti al bar, si  raggruppa il solito gruppetto: il neurologo - moglie alcolizzata, - un agente di borsa famoso perché brindando all’assassinio di Moro era volato alto, due imprenditori ramo spugna – mogli e amanti manomesse dai chirurghi estetici, irriconoscibili.
Chiedo di Fifì: “Viene anche lui con voi, a trottare ad andatura stabile?” che sarebbe la traduzione di jogging.
Il signor Lagioia fa una smorfia: “Quello lì? Non sta neanche in piedi…“
“Sai mica dov’è?”

Dice di non saperne niente e si mette in testa alla combriccola. Tutti che saltellano come grilli, tutti super accessoriati. Solo di orologi al polso… il mio amico Carletto aveva calcolato che facendo il colpo si sistemava per la vita. “Eccola là la società civile - penso io – quelli con gli istinti animali, quelli della distruzione creativa.”
Avevo appena letto sul supplemento culturale dell’Unità, organo del partito dell’Amazzonia, un inedito in cui Pasolini spiegava forme e dimensioni dei cazzi borgatari, quantità e qualità del loro sperma… insomma tutte informazioni utili per fare bella figura alla City. Sul muro davanti a casa mia una scritta enorme inneggia a Lefèbvre, il cardinale ultra-reazionario che fa un po’ schifo anche alla chiesa, sotto… una croce runica. La gioventù è sana. La Gianna, per esempio, è laureata alla Libera Università di Lingue e Comunicazione, è vestita Armani ma non ha la solita aria da “All’alba vincerò”.

“Come mai così elegante?” mi chiede.
E’ una giornalista free-lance, ti nota solo se ha bisogno.
“Sono elegante perché penso ai mercati.”
“Spiritoso. Offrimi un caffè.”
“E anche due scoop.”
“Di musica? Guarda che di musica so tutto. Hai già sentito l’inedito di Fela Kuti?”, mi chiede e si accomoda. E’ fresca di parrucchiera e truccatrice, una bambola di celluloide.
“Scusa, ma se è inedito come facevo a sentirlo?” obietto.
Fa la faccia schifata, mi correggo: “Ah, sì, certo, il mistico ungherese che canta la messa in gregoriano.”
“Vedi che non sai niente. E’ una collaborazione con  Roy Anders.”

Anders, Anders….? Non so chi sia. Da quando il Manifesto pubblica anche i programmi della tv parabolica ho smesso di comprarlo. Adesso prendo Liberazione; la redazione è sempre in sciopero, così risparmio. Cerco di cambiare discorso: “Sai cosa mi hanno raccontato? Che l’assessore ai lavori pubblici di un paese qui intorno ha rastrellato il 50% dei terreni agricoli; i proprietari gli cedono la metà, lui gli fa passare la strada e diventano subito edificabili.”
“Capirai, lo sanno anche i polli. - Sbuffa annoiata. - E il secondo scoop che dicevi?”
“Che i reni non li predano solo ai bambini in Guatemala, che forse non è neanche vero, o ai condannati a morte in Cina, che è verissimo, ma in una clinica qui  vicino, a due passi. So nomi e cognomi.”

Ha ordinato un cappuccino.
“Capisci? - insisto. - Ho appena saputo di un primario che ha predato un rene ad un omosessuale impazzito.”
“Un omosessuale? Interessante.”
“Beh, anche se era normale…”
Si è impuntata: “Perché, secondo te, gli omosessuali non sono normali?”
Noi della classe operaia siamo molto indietro rispetto all’avanguardia, che sarebbe lei. Cerco di rimediare: “Volevo dire… anche se era eterosessuale…”
“Ah ah, però tuuu… hai detto normale! Guarda che siamo tutti omosessuali, solo che la maggioranza non ha il coraggio di ammetterlo. Siamo una società di merda. Guarda, io… se decido di fare un figlio lo faccio con un omosessuale.”
“Se lo siamo tutti, omosessuali, dov’è il problema? Ah, so anche il nome del tipo che gli han fregato il rene.”
Si inalbera: “Ma allora, se sai già tutto, scrivilo tu il pezzo!”

Io non faccio mica il giornalista, lunedì comincio un altro lavoretto, impacchetterò regalistica. Lei si incazza con il Luciano che le ha portato il cappuccio: “Avevo detto caldo con la schiuma tiepida!”
“Tu, Felice, - mi spiega - sei proprio un ingenuo, credi che a denunciare gli scandali la gente vada a sinistra. Due anni di mani pulite e cos’è successo, eh?”
“Vedremo alle prossime elezioni, ma l’atmosfera è strana. A noi operai adesso ci chiamano gli umili…”
“E sai quando è girato il vento?”
Lo so ma non mi lascia il tempo di rispondere.
“Quando hanno toccato la guardia di finanza. Capirai, in questo paese di merda chi non ha problemi con la guardia di finanza?”
Il commercialista più in voga, qui, è laureato in farmacia, non capisce niente di bilanci e ha tanto di quel lavoro che, come vice, ha assunto un  veterinario. Il trucco? Suo fratello è capitano di finanza.

“Volevo chiederti un favore - fa, suadente. - Tu conosci il Gipi, quello che sta con la Titti?”
“Quella con le tette marmoree? Trova ogni scusa per sfregartele addosso,” spiego.
Mi guarda schifata: “Il solito maschilista. Comunque, ti do un consiglio: quella lì mollala, è una stronza spaziale, è fuori come un balcone. Sai, pensavo: la rivista del Gipi non ha neanche una rubrica sulla musica e io so tutto sui darkravers.”
“Toglimi una curiosità - le chiedo. - Perché voi intellettuali di sinistra vi occupate di queste cose esotiche se i proletari preferiscono San Remo?”
“A parte che il business dei fiori, a San Remo, è in mano alla ‘ndrangheta… e poi non cambiare discorso, cazzo! Se gli parli tu al Gipì… che è pappa e ciccia con tuo zio...”
E’ sveglia, ha ereditato due miliardi cash, vuole sfondare nel giornalismo. Gipì dirige una rivista di soffietti economici, che cosa c’entri con il darkraver non riesco a immaginarlo ma non si nega aiuto ai bisognosi.

Barbershop   quartet
Provo dal barbiere, non il mio e del Carluccio e di tutti gli altri disgrasià, con cucina nel retro, che spussa di aglio e peperonata. Suscito un certo stupore. Sperando che appaia Fifì, mi siedo e ascolto compunto Ugo, tricologo esperto di mercati. La sua frase più celebre è: “Al giorno d’oggi le donne non sono più all’altessa di lavare come una volta”, cioè a mano. Noto che, mentre incassa il ventimila, tira fuori un pacchetto e lo apre con cura, neanche fosse un bigné. Invece è uno swacht. Il cliente – lo conosco di vista – sospira: “Bello, ma... i miei due cretini mi costano cinquemila lire al giorno solo di gatorade. Gliel’avrò detto cento volte a mia moglie che non ci stiamo dentro nel budget e lo sai cosa mi ha risposto: Piuttosto che non dargli il gatorade ai miei figli… vado a battere.”

Penso che avrebbe successo. A noi, che siamo quasi germanici, piacciono laide.
Noto una caricatura di Ugo, toupé favoloso, forbici che emettono lampi; l’ha fatta suo figlio che, a dieci anni, disegnava come un professionista. Voleva andare all’artistico. “All’artistico! A drogarsi, a diventare culattone!” gli ha urlato Ugo; gli ha dato tante di quelle sberle sull’orecchino! “L’orecchino vabbè, ce l’hanno anche quelli della televisione, “… ma l’artistico sembra un centro sociale!” e, secondo le aquile che ci amministrano e i boccaloni che li votano, il problema di Milano sono i centri sociali, anzi uno solo, il Leoncavallo. 
“Quel ragazzo lì - spiega Figaro - ha un istinto per i circuiti elettrici che quest’estate suo zio se l’è tirato dietro a lavorare e ha già guadagnato i suoi bei soldini! Io gli ho detto così: Te vai al serale, studi da perito e intanto lavori con lo zio, ti fai la macchina, ti aiuto io per le rate. Ci ho ragione o no? E infatti adesso non parla più di disegnare, ha la sua bella macchina, la morosa, è contento.”

(A parte che ha tentato di suicidarsi).
“Che se tutti fanno gli artisti, - chiosa infine il tricologo - noi cosa mangiamo?”
“I circuiti elettrici” dico io.
“Sì, sì, te scherzi - mi fa. - Lo sai cosa mi ha detto il Fifì?”
“Quando?”
“Sarà stato qui una mezz’oretta fa. Mi ha detto che se non era per tuo zio non ti prendeva mica a fare quel lavoro lì che vai a fare… come si chiama?”
“La regalistica.”
Mi aveva promesso, il Fifì, che mi faceva lavorare tre giorni a impacchettare regali per i suoi clienti. “Siamo già a novembre - mi aveva spiegato - e per la regalistica ci vuole  la tempistica… in cui giovedì era arrivata quella del silver” (lui pronuncia tutto come è scritto), “che poi siamo usciti a cena; una porcona spaziale.”
Ugo s’interrompe per rispondere al telefono. Sento che parla di investire nel farmaceutico. Mette giù la cornetta e si rivolge a me: “Questo qui è come te, non vede l’affare.”
Adesso tutti parlano del mercato, bisogna seguire il mercato, fare quel che dice il mercato. Al festival dell’Unità, quest’anno, avevano messo la roulette. “Ma allora, invece di farci votare, - dico io - perché i capi dei partiti non vanno direttamente in borsa? Si mettono a strillare il nome del loro partito e si vede se i titoli vanno su o giù. E’ più comodo.”
“Te non hai mai capito un casso”, commenta Ugo.

Comunque, visto che il Fifì si era già fatto tosare, invento una scusa e torno al bar dei vip. 
Con un latitante in casa e un piano di espatrio non privo di rischi mi sento ringiovanito, pieno di energia nervosa. In un angolino della testa però mi frullano due versi di una poesia di Corso – sedimenti della mia fase hippy: “Dovrei sposarmi/dovrei esser buono?” Sì, dovrei sposarmi, così qualcuna mi porterebbe le arance in carcere. Incrocio Teresa, quarantenne libertina, che mi fa, entusiasta. “Di’, ma chi è quel tipo lì che hai in casa? L’ho visto sul balcone… è fichissimo. Io, lo sai che mi piacciono solo i neri, però questo qui… come si chiama? Me lo presenti?”

Il cretino si è già fatto vedere dai vicini. E se qualcuno, esperto in fisiognomica, lo riconosce? Anni fa era sulle prime pagine dei giornali. C’è un poliziotto che vive nel mio quartiere, sveglissimo. Decido di correre a casa per mettere in guardia il Luca. Davanti al bar Castello incrocio di nuovo il ragiù. Con fare nostalgico mi indica il bar dove i democratici cristiani si rilassavano dopo le riunioni col parroco. Ormai è chiuso, e il fatto lo rattrista, lo rende rapsodico: “C’erano certe puttanone del Polesine! Coi nostri soldi mantenevano la famiglia e compravano la dote alle sorelle che andavano suore o si sposavano. Noi, del paese, non i veneti come tuo papà buonanima, avevamo il nostro, di giardino, non l’orto di guerra. Facevamo certe verze per la caseula. Però ci vogliono tre brinate, se no… non viene mica buona. Ti dico una cosa: nel dopoguerra abbiamo mangiato anche i gatti - sono buonissimi - ma ci siamo rimessi in piedi in fretta.”

Gli devo ripromettere che andrò a raccogliere i suoi cachi; solo così riesco a liberarmene. Compero il Trotto e il Galoppo, un libro sui cavalli (mi do all’ippica, ho spiegato), un po’ di vivande e rientro a casa come un fulmine. Luca mi ha svuotato il frigo e dorme come un bebè.
Mi faccio un panino, gli lascio un biglietto con l’ordine di non uscire in terrazzo per nessunissima ragione (“Hai già un’ammiratrice”, sottolineato tre volte) e torno al bar.
Non faccio in tempo a sedermi che mi sento toccare la giacca.
“Bella, dove l’ha comprata?”
“Regalo del mio zio” rispondo, che tra l’altro è vero; me l’ha passata perché non ci stava più dentro.
“Ah, scusa, Felice, non ti avevo riconosciuto.”
Prima guardano quanti milioni indossi poi che faccia hai. E’ Gipì, con la sua donna, quella dalle tette marmoree, che potrebbe essere sua figlia.
“Ho bisogno di parlarti” mi dice.
“Pagami una birra” butto lì.

Cerca Raffaele, un collaboratore della sua rivista di soffietti economici che deve consegnargli un pezzo sulle finanziarie pugliesi e è introvabile.
“Lunedì devo mandare la rivista in tipografia e ho due pagine vuote”.
“Ti interessa un pezzo sui darkravers?” chiedo fingendomi disinvolto.
Tettenuove aguzza le orecchie: “Se è roba di quella stronza della Gianna…” minaccia.
“Vorrà dire che chiudo con tre foto di top model e un soffietto” fa lui, intimorito.
“Perché - obietto facendo il finto ingenuo - il pezzo del Raffaele è di denuncia?”
“Fa’, fa’ il moralista tu. Continua così che farai strada.”
“Gipì - gli chiedo – che nudo metti in copertina, stavolta?”
“Una con un culo così.”
“Che suona il violoncello?”
“Come fai a saperlo? Ti hanno fatto una spiata? Chi?”
“Ho tirato a indovinare. Lo sai che in pubblico non posso neanche aprirla la tua rivista, mi guardano storto, come se stessi leggendo roba porno.”
“Se vedi il Raffaele digli che se non si sbriga…”

Questo Gipì  ha fatto il giro delle quattro chiese: giornali di estrema sinistra per farsi la mano, poi sinistra, centro e destra per farsi la villa con tavernetta. Il Raffaele invece, essendo giovane e cresciuto a tv, non è neanche in grado di distinguere i fatti dalla pubblicità; tanto meno di svelare il mistero delle finanziarie pugliesi che stanno crescendo come funghi. Gli chiedo, al Gipì, se è ancora membro del comitato per la deontologia professionale; s’incazza.
Ma ecco arrivare i trottatori ad andatura stabile, capeggiati dal dott. Lagioia, che si mette a fare stretching su una sedia. Ci confida che anche lui ha il bancone da bar in casa e “come mi diverto a fare il barman!” Ordina il cocktail dell’atleta e racconta al Gipì che appena va in pensione fonda una società di consulenza sui sistemi di produzione giapponesi.
“Se mi comperi due pagine ti faccio un’intervista, con foto e tutto,” gli fa il Gipì, speranzoso.
“Per il logo ho già in mente un bozzetto, una modella in tanga.”
Per il culo aveva già in mente il modello, facevano un fotomontaggio…
“La qualità totale” commento.
Si volta verso di me: “Bella quella giacca lì. E le scarpe, …inglesi?”
Poi mi riconosce: “Ah, Felice, salutami mia sorella. Con tutti gli impegni che ho non riesco mai a vederla” beve il cocktail dell’atleta e annuncia di aver premura.
“Ma dove va così di fretta, dottore?” gli chiede il barista.
“Devo essere al campo verso l’una, per la partita. Devo motivare lo spogliatoio. Se non fanno gruppo mi sbagliano i rombi.”

Consulta l’orologio d’oro (undici milioni, minimo), grida: “Just in time” e se ne va saltellando. Qualità totale, zero stock e just in time sono i suoi ritornelli. Che poi, tradotti in italiano, significano: ritmi di lavoro bestiali, pagamenti ai fornitori… con calma, tempi di consegna dei trasportatori… strettissimi, camion ribaltati sull’autostrada… un sacco. In paese abbiamo avuto tre camionisti morti, ma erano del meridione.
“Io, se proprio voglio andare allo stadio - commenta il Gipì - vado a San Siro. Ho un amico che mi presta l’abbonamento del Milan. Bello comodo, in mezzo ai vip, papale papale. Vuoi mettere?”
Certo che un bel coro di vip che intona “arbitro ebreo, stessa razza, stessa fine”…
“Quello lì è fuori di testa, - continua - a furia di correre un giorno o l’altro gli viene un infarto. Ma lo sai che ha una cannuccia nel pirla per… hai capito?”
“No.”
“Problemi di prostata.  Ormai, quello lì, eh?” scuote la testa e fissa la sua bella.
“Cosa guardi me? Quello lì non mi è mai piaciuto.”

Fingono di essere una coppia aperta, ma, in pratica, è aperta solo lei…
Appena usciti i trottatori, il barista pulisce la sedia sporcata dal Lagioia e commenta: “Gli piace fare il barista, a quèl lì. Però viene qui a sporcare. Andrà in pensione con un sei sette milioni al mese, minimo. Io, al suo posto, sai cosa farei? Ai Caraìbi, con un bicchiere di tequila in questa mano qua e le tette di una mulattona in quest’altra. Se proprio bisogna morire d’infarto...” continua
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