viernes, 1 de marzo de 2013

La formazione dei padri gesuiti (3/4)

Martino Fausto Rizzotti - Nel tardo pomeriggio, su sollecitazione di Padre Padovan, i prefetti, benchè non fosse sabato, ordinarono ai ragazzi di fare la doccia. Era successo questo: verso le due, Padre Padovan, entrando nell'aula studio dei piccoli per riprendere un suo allievo che non aveva terminato i compiti, aveva esclamato, in perfetto francese: "Aprite le finestre, c'è un profumo qui dentro!"  con una smorfia di disgusto. Lo faceva sempre, quando entrava in una classe, ma questa volta la puzza di sudore era talmente forte che gli era venuto un conato
di vomito. Aveva ordinato a  Padre Tramonti di strigliare quella massa di sudicioni che, dopo la gita, si erano lavati sommariamente con l'acqua fredda: "Puzzano come l'inferno! E anche lei, non vede come ha ridotto la sua tonaca?". Se n'era  andato scuotendo la testa.

Il ragazzo chiese il permesso di fare il bagno invece della doccia. Non lo aveva mai fatto prima e aveva voglia di provare. Immerso nell'acqua calda, evitò accuratamente di guardarsi ma quando si passò il sapone nei pressi delle parti intime non poté trattenersi: cos'era quella cosa calda e grossa che non aveva mai notato prima e che adesso tirava verso l'alto così forte e...  così piacevolmente? Eppure era parte di lui! E quei peli? Non li aveva mai visti. Si lasciò scivolare nell'acqua, chiuse gli occhi, cercò le parole di una preghiera senza riuscirci. Era agitato.

 Ritornato nell’aula-studio si accorse di essere stato l'ultimo a rientrare. Padre Tramonti gli diede un'occhiata distratta e tornò alla sua lettura. Lui si sedette, aprì il coperchio del banco e trovò un bigliettino piegato in quattro. Meravigliato lo aprì. Vide il disegno di un cuore e questa frase: "Non potremo mai amarlo abbastanza, vero?" Aprì il suo diario: un altro bigliettino: "Fino a quando sarai la fidanzata di tutti?". Si riferivano a Gesù? Allora perché non avevano scritto questi pensieri sul quaderno del gruppo mariano? Non capiva, era turbato. Chiese il permesso di recarsi dal Padre spirituale. Appena lo vide entrare, padre Richetti, arrossì violentemente: così pulito e pettinato gli sembrò un angelo.

"Vorrei confessarmi," disse il ragazzo, timidamente.
"Chiudi la porta e inginocchiati," gli rispose il prete e indossò i paramenti. Mentre il ragazzo finiva la preghiera preparatoria, Padre Richetti si accorse di tremare. Decise di essere rapido e brusco: "Hai peccato?"
 "Sì, Padre, oggi, durante la gita, ho toccato Enrico..."
 "Dove?"
 "Sul braccio. L'ho preso per un braccio perché non mi stava a sentire..."
Padre Richetti provò gelosia per quel seminarista che era stato toccato dal ragazzo.
 "Le amicizie particolari sono proibite, lo sai? E' il primo punto del libretto sugli abiti che vi ho dato un mese fa. Non ci hai riflettuto abbastanza. Le amicizie particolari portano ai toccamenti, che sono molto pericolosi. E poi?"
 "Durante il bagno mi sono guardato e ho visto una cosa brutta."

Padre Richetti aveva fretta di porre termine a quella confessione che lo eccitava. Gli ordinò dieci visite a Gesù e due rosari da dire prima di addormentarsi, lo assolse, si mise a sedere e aprì un libro.
 "Dovrei parlarle" disse il ragazzo, sostando in piedi dietro la scrivania.  Voleva chiedergli il significato delle frasi che aveva trovato sui bigliettini. Il padre spirituale alzò lo sguardo, arrossì violentemente e si sentì perduto.
 "Vieni qui vicino, - gli disse  - spiegami bene che cosa hai visto facendo il bagno."
 Il ragazzo si avvicinò, anche lui arrossendo: "I.. i... i peli... e una cosa, un coso..."
 Il prete gli prese una mano, l'avvicinò al suo pene e gli chiese, a bassa voce: "Così?"
 "Sì."
 "Però tu non hai fatto... - gli chiese strofinando la mano del ragazzo sul suo pene eretto - non hai fatto... cosi?"
 "No" disse il ragazzo senza togliere la mano. Si fidava ciecamente del Padre spirituale.

Improvvisamente padre Richetti rovesciò la testa all'indietro ed emise un rantolo. Il ragazzo sentì sussultare la "cosa grossa" e la tonaca che diventava appiccicosa. Il Padre gli allontanò la mano, emise un lungo sospiro poi, imbarazzato, gli ordinò con una strana voce roca: "Vai, vai a studiare".
Uscendo dalla stanza il ragazzo notò il letto sfatto del padre e provò pena per lui. Gli pareva che dovesse essere molto triste vivere solo. A lui piaceva addormentarsi nella camerata in compagnia di tanti altri ragazzi. Chiese a Padre Richetti: "A lei piace dormire solo soletto? Non ha paura?"
 Il Padre spirituale sgranò gli occhi. "Mi sta tentando ancora - pensò. - E' un demonio." 

 Il primo maggio i seminaristi si recarono alla stazione per accogliere Padre Gori, appena fuggito dall'Albania; veniva per un periodo di riposo. I prefetti avevano parlato a lungo ai ragazzi di quell’eroico missionario che da bambino aveva trovato, miracolosamente,  nella biblioteca della sua parrocchia, una copia degli esercizi spirituali di S. Ignazio e, arrivato al paragrafo 95, aveva sentito la chiamata di Gesù. L'immagine che S. Ignazio gli chiedeva di evocare si era formata così limpida, così vivida nella sua mente che si era precipitato a casa per annunciare a sua mamma: "Il re mi ha detto che vuole sottomettere al suo potere tutto il territorio degli infedeli e mi ha chiesto di andare con lui, accontentandomi di mangiare e di bere come lui..." 

Lei l'aveva guardato stupefatta: "Vuoi mangiare come un re?" "Sì, e come il re voglio faticare di giorno, vegliare di notte." "Ma i re non fanno mica quelle cose lì, le fanno fare agli altri" gli aveva spiegato la mamma. "Non hai capito niente! Il  mio re è nostro Signore che ha detto a tutti gli uomini di voler sottomettere al suo potere tutto il mondo e tutti gli avversari per entrare nella gloria del Padre. Io lo seguirò nelle sofferenze e nella gloria".

 In Albania Padre Gori aveva patito la prigione e la tortura e, sempre miracolosamente, era riuscito a fuggire. Prima del suo arrivo Padre Tramonti aveva raccontato più volte come, la notte della fuga di Padre Gori, nel cielo di Tirana fosse apparsa una croce luminosa che aveva scacciato tutte le nuvole e che queste, disperdendosi, avevano formato nel cielo il nome del missionario. Poi una lingua di fuoco si era sprigionata dalla croce e aveva fuso le sbarre del carcere, cosicché Padre Gori era arrivato in Italia senza sapere come. Del resto... anche alla nascita di Padre Matteo Ricci, il grande missionario che aveva sbalordito i cinesi con la sua sapienza sconfinata e la sua memoria prodigiosa, in cielo era apparsa una croce e le nuvole avevano formato il nome del futuro apostolo della fede. Questi miracoli, sosteneva Padre Tramonti, erano importanti non in se stessi ma in quanto dimostravano l'esistenza e la bontà di Dio.

 I seminaristi erano emozionatissimi. Si aspettavano un gigante, nel corpo come nella fede, un esempio luminoso di quanto li attendeva sulla via della dedizione alla Chiesa di Cristo. In stazione, oltre a loro, c'erano due persone: Mario e una splendida ragazza dallo sguardo impertinente. Era Giuseppina, venuta a salutare suo fratello che partiva per l'Inghilterra. In presenza della donna i seminaristi tennero gli occhi bassi, Padre Colombo, il nuovo rettore, si avvicinò ai due e li salutò cordialmente. 

Regalò al mezzadro un'immagine del Sacro Cuore e gli consegnò un bigliettino con l'indirizzo di un convento cui avrebbe potuto rivolgersi in caso di bisogno spirituale. Il mezzadro non diede segni di riconoscenza; passò l'immaginetta alla sorella che la infilò ridendo nella borsetta e i due fratelli si allontanarono lungo la pensilina. Appena il treno per Milano si mise in moto Giuseppina mandò al fratello, che si sporgeva dal finestrino con espressione spaurita, grandi baci cinematografici; poi s’incamminò verso la frazione del Fico. Sarebbe rimasta qualche giorno a sbrigare le ultime faccende di famiglia.

 Poco dopo fu annunciato l'arrivo del treno che trasportava Padre Gori. I seminaristi si disposero in coro, dai bassi ai soprani, padre Sartori impugnò il diapason, lo fece vibrare picchiandoselo in testa, lo accostò all'orecchio e intonò le varie sezioni. Il rettore e i prefetti si avvicinarono alla banchina. Il treno si fermò sferragliando e da un finestrino spuntò una faccia spaventata. "Presto, Padre, scenda" gli gridò il nuovo rettore ma il missionario si voltò più volte a guardare i passeggeri, come per assicurarsi che nessuno lo seguisse. 

"Il treno riparte, presto" insistette ancora il rettore e finalmente Padre Gori trovò il coraggio di scendere. Subito i seminaristi intonarono un poderoso "Gloria". Terrorizzato, il Padre fece un balzo all'indietro e sarebbe finito sotto le ruote del treno se il rettore non l'avesse afferrato per un braccio. Mentre risalivano verso il seminario, il missionario si guardò numerose volte alle spalle e inciampò nelle sue stesse gambe; solo  in chiesa sembrò  tranquillizzarsi.

 Nel pomeriggio tutti gli abitanti del seminario si riunirono nella sala teatro. Padre Gori fu fatto accomodare al posto d'onore, alla sua destra sedette il nuovo rettore, alla sua sinistra padre Padovan, accanto a lui il contrito e affamato padre Richetti, affiancato da  padre Cassina, letteratura e storia. Padre Merli, famoso matematico, si era ricavato un posticino nascosto, rasente il muro. 

Era un vecchietto malfermo e tremolante, dalla salute compromessa, che si faceva aiutare dai prefetti nella correzione dei compiti. Capelli bianchi, magrissimo, sorrideva spesso con un'espressione ebete. Era molto silenzioso e appartato, raramente i seminaristi lo incontravano fuori delle aule, spesso si  assentava dalle lezioni. Se gli si chiedeva quanti nuovi teoremi aveva contribuito a risolvere si schermiva: "Non sono cose importanti, è la fede che conta,  la  fede risolve tutto."

 Il programma dei festeggiamenti prevedeva un discorso di benvenuto al Padre missionario, un'ora di canti di montagna e una rappresentazione teatrale. Il Padre rettore aveva lasciato a Padre Padovan, che aveva accettato senza esitazione, l'onore del discorso di benvenuto. Gli si offriva l'occasione di rifarsi dallo smacco subito a Notre Dame dove, al termine della sua tonante predica, legando due parole che non andavano legate, aveva sollecitato i francesi, gli orgogliosissimi francesi!, non ad essere degli eroi, com'era nelle sue intenzioni, ma... degli zeri! Gelo, vergogna! Con spirito bellicoso occupò il proscenio, fece spegnere le luci in sala, chiese un faretto puntato sulle sue note e tra lo stupore dei seminaristi, che si attendevano un panegirico del Padre missionario o almeno una rievocazione dei miracoli grazie ai quali Gesù l'aveva liberato dalle grinfie dei comunisti, annunciò il proposito di analizzare in dettaglio la figura del demonio, commentando analiticamente gli esercizi spirituali dal comma 325 al 336. 

Padre Gori accolse l'annuncio battendo entusiasticamente le mani e i ragazzi furono contenti della sua felicità; la festa era stata organizzata in suo onore. Nella scelta del soggetto Padre Padovan era stato ispirato dall'incidente occorsogli il giorno prima. Stava facendo la sua passeggiatina digestiva dal seminario alla chiesetta di S. Cristoforo quando, arrivato nei pressi del sagrato, aveva sentito delle risa sguaiate: la Santina e la Giuseppina se la spassavano. Questo aveva irritato non poco il Padre, che detestava ogni manifestazione scomposta e il riso in particolare. 

Si era subito voltato e si era diretto verso il seminario ma, per tutta la durata della discesa, nonostante affrettasse il passo, quelle risa immonde lo perseguitavano, diventando anzi sempre più forti e più volgari! L'episodio gli aveva ricordato il 335, un paragrafo che descrive con precisione assoluta due caratteristiche del comportamento demoniaco: lo strepito e l'agitazione; lui lo aveva immediatamente collegato al 325, che paragona il comportamento del demonio a quello della donna. Ritornato nella sua  stanza si era segnato alcune parole a mo’ di appunti: debolezza, ira, spirito vendicativo, malizia, dannato disegno, finte consolazioni, coda serpentina, insinuazione pungente (oltre a strepito e agitazione, naturalmente).

 Mentre Padre Padovan  si dilungava nel suo commento ai vari paragrafi scelti, pochi metri lontano, nella stanza di fratel ciabattino, scelta da Padre Moroni per il delizioso profumo di tabacco che vi aleggiava, si svolgevano gli ultimi preparativi dell'atto unico che sarebbe andato in scena dopo i canti di montagna. Emanuele, il basso naturale, il ginnasiale alto, dal corpo molle e informe e dai lineamenti indefiniti, avrebbe fatto la parte del primo sacerdote del tempio; il ragazzo avrebbe interpretato Gesù. L'atto unico era appunto intitolato: il piccolo Gesù nel tempio. Questo testo  insipido non era stata la prima scelta di Padre Moroni, ma ogni altra proposta era stata cassata dai superiori. Comunque, con qualche segreta modifica di suo pugno, la doppia natura - divina e umana - di Cristo veniva tratteggiata più chiaramente di quanto l'autore avesse concepito. 

Gli attori avevano provato per quindici giorni, sottraendo ore allo studio e alle preghiere ed erano pronti. Mancava solo il trucco. Ad Emanuele fu cosparso il capo di cenere, con un tappo bruciato gli vennero disegnate rughe e occhiaie, così che sembrasse un gran sacerdote vecchio e infido. Quanto all'abbigliamento, Padre Moroni avrebbe preferito una semplice tonaca, di quelle usate normalmente dai padri, così da attualizzare la pièce, ma Padre Tramonti lo aveva tanto pregato, tanto scongiurato di esercitare la virtù della prudenza che optò per una specie di caffettano ricavato da una vecchia tenda tarlata.

 In teatro il coro attaccò la canzoncina "Per una cana ontolada" e il ragazzo chiese a Padre Moroni il significato di quel testo bizzarro. Il Padre arrossì e gli rispose che... sì... le parole erano un po' ... non molto... insomma... ma la musica carina, effettivamente, e non poco ironica, poi gli impose di stare zitto, estrasse da una borsa un fondo tinta, il rimmel, la cipria e un rossetto e lo truccò. Il ragazzo era  infastidito e turbato dai profumi. Emanuele lo invitò a guardarsi allo specchio. 

"Ara ara come ti se beo”, guarda, guarda come sei bello," gli diceva ma lui rifiutò di specchiarsi. Non voleva commettere un peccato di vanità. Gli fu fatta indossare una specie di veste dai colori sgargianti. Il coro fece una pausa, tra i seminaristi si diffuse la voce della miracolosa trasformazione del ragazzo, alcuni vennero a sbirciare e rimasero a bocca aperta. Padre Moroni pensava: "Se sapessero che i trucchi me li sono fatti prestare dalla Giuseppina, capirebbero la lezione evangelica della Maddalena" ma preferì mantenere il segreto. 

Aveva incontrato Giuseppina la sera prima, sul sentiero che portava alla chiesa di S. Cristoforo, avevano chiacchierato amabilmente, lui aveva capito subito che la signorina faceva il mestiere e si era giustificato ricordando la frase del Vangelo: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra.” Parlandole, era rimasto affascinato: “Che bellezza sconvolgente, che temperamento! Una grande attrice, in potenza, a parte l'accento dialettale, così espressivo, del resto..." Le aveva chiesto in prestito i trucchi e lei aveva accondisceso con grazia: "Se tutti i preti fossero come lei, Padre..." e aveva pensato: "Fa bene a truccarsi, è proprio brutto!". 

Quando Padre Tramonti vide la bizzarra tonaca del ragazzo si mise a ridere e disse: "Mi ricorda qualcosa... ah, certo... l'iconografia copta moderna... quei Gesù..." Padre Moroni sorrise e aggiunse: "... mooolto stravaganti... tipo musical americano?" Ma Padre Tramonti non aveva mai visto un musical americano. Poi Padre Moroni divenne serio, fece segno al prefetto di seguirlo in corridoio e gli espresse  la sua indignazione per quanto era avvenuto a Portella della Ginestre. 

"Non è con le stragi che noi vinceremo il comunismo! Questi peccati mortali, queste stragi dovrebbero essere condannate dalla Chiesa con tutta la forza". Tramonti gli rispose che lui si atteneva al  compito stabilito dai superiori,  di concentrarsi  sui doveri quotidiani. E Padre Moroni pensò: "E' un bravo novizio ma non ha ancora il coraggio di usare la sua testa". 
 L'atto unico fu un grande successo; quel Gesù così spontaneo, così disinvolto e così meravigliosamente truccato aveva letteralmente rapito gli spettatori.

 Il programma della giornata prevedeva anche una "tenzone poetica". I partecipanti erano stati invitati ad appendere le loro composizioni sui muri di una saletta normalmente adibita a lavanderia che, per l'occasione, i fratelli avevano svuotato e ripulito. La gara era aperta a tutti, seminaristi, fratelli, padri; l'unica regola era l'anonimato. Dopo la merenda la saletta venne riaperta. C’erano dieci poesia appese; le cinque ispirate alla vicenda di Padre Gori ne lodavano l'eroismo e ne esaltavano il martirio, quattro parlavano di amore mistico e una se la prendeva con Napoleone: "Napoleon - diceva - che delusion, la tua rivoluzion!" 

L'autore dei tre sciocchi versi fu subito individuato nel figlio di un medico, un burlone, la sincerità della cui vocazione era messa in dubbio da più di un padre. Ma il medico, che non sopportava quel figlio avuto prima del matrimonio, era molto generoso con il seminario. Le poesie eroiche erano opera evidente dei piccoli, come rivelavano le calligrafie infantili e l'ingenuità dei testi; le poesie mistiche erano opera di padri e di ginnasiali. Una iniziava così: "Quando tornerai/ troverai la casa pulita/ le tendine nuove...". La giuria, composta da Michele - un ginnasiale effeminato che, essendo giorno di  festa, esibiva un completino tirolese  - e dai padri Tramonti e Moroni non ebbe dubbi. L’autore della poesia sulla palpitante attesa dello sposo divino fu premiato con un crocefisso tascabile che avrebbe ritirato in segreto.

 Dopo cena Padre Moroni ritornò da Giuseppina, le restituì i trucchi e si trattenne a chiacchierare con lei, per gettare un seme di pentimento in quell'anima confusa che abitava in un corpo meraviglioso. Non voleva accusarla, solo toccarle il cuore con parole dolci e appropriate. Sostavano sotto un  melo selvatico. L'oscurità della notte celava il prognatismo pronunciato e il leggero strabismo del padre che avevano spaventato la ragazza al loro primo incontro. 

Giuseppina non riusciva a cogliere il significato delle parole del sacerdote ma era incantata dal tono della sua voce: finalmente un uomo che parlava con dolcezza, che non emetteva versi orribili, che non urlava parolacce come facevano i suoi clienti durante l'orgasmo. Quando padre Moroni ebbe esaurito i suoi oscuri argomenti, lei lo abbracciò  e gli fece sentire il calore dei suoi seni. Il padre s’irrigidì, Giuseppina scappò via. Rientrando a casa si domandò come mai quei religiosi avevano così paura delle donne e preferivano i ragazzini, come si mormorava in paese. (continua)

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