viernes, 11 de noviembre de 2016

Trump vince e cade la cortina di ferro globalista


Tito Pulsinelli - E' accaduto "l'inpensabile", si è avverato "l'inimmaginabile": la realtà reale, vale a dire quella che è occultata con determinazione feroce dai Big-Media, ha preso il sopravvento e si è imposta al fu pensiero unico. E' crollata la nuova cortina di ferro del globalismo, cadono nella polvere i nuovi dei della comunicazione intesa come costante intossicazione deliberata, inganno perpetrato a freddo o
-più semplicemente- come guerra psicologica ai danni di tutto quel che diverge o resiste alla elite globalitaria.

La sconfitta della candidata che "non poteva perdere" o che poteva "solo vincere", ridimensiona l'ego e mortifica l'orgoglio non tanto degli scrivani -che non ne posseggono alcuno-  ma di tutta la classe dirigente politica europea ora in carica.

Hanno brillato come galoppini affannati per dare vigore alla campagna elettorale della Clinton. Per interferire con esortazioni a reti unificate a votarla e scongiurare l'arrivo del barbaro Trump. Alla stregua di qualsiasi vedettes dello spettacolo, star, cantanti cantori delle multinazionali, pornostar e ballerine. Tutto l'ambiguo milieu dei nuovi ricchi che abbonda tra i fans dell'avvocatessa esageratamente arricchita grazie alla politica. Merkell come Lady Gaga, Renzi simil-Bono, tutto fa brodo. Eppur si perde. Non era già stata sconfitta da Obama? Quando  chiamano nessuno si tira indietro e -dall'Italia alla Germagna fino alle cimici baltiche- calarono trafelati su Washington.

Questo la dice lunga sulla sulla qualità umana, lungimiranza strategica e perspicacia politica di chi regge l'Unione Europea (UE), ora più che mai corpo estraneo e separato dall'Europa reale. Non si sono ancora ripresi, paralizzati da incredulità e smarrimento struggente. Come nel caso del Brexit, loro non prevedono nulla, non anticipano, non elaborano varianti: sono dei ferventi credenti della Chiesa dei Santi Globalisti degli Ultimi Giorni.

Loro non ebbero nulla da ridire al "buffone" George W. Bush e alle sue guerre insensate, trovarono normale che il "buffone" Reagan anticipasse i tempi diventando il Gran Privatizzatore, però trovano inconcepibile che il "buffone" Trump sia presidente del Paese di cui sono vassalli. Sono allarmati che possa rivelarsi una mina vagante, un volgare e velleitario de-globalizzarore. Come una scossa sismica che scompagina e rimette in discussione dogmi ed equilibri dell'era presente. La paranoia come strumento della governabilità si dilegua come la psicosi del "muoia Sansone" tanto cara alla Fondazione Clinton.

Quando i liquidatori di nazioni ed economie che erano utili alle maggioranze, prendono in ostaggio e dirigono gli Stati avvalendosi soopra ogni cosa dei sostegni mediatici, deridono la memoria e la coscienza storica -di cui sono assolutamente privi- e il risultato è la scomparsa della lucidità strategica e una autamatica sudditanza garantita.

Abusano del manicheismo, creano "mostri" immaginari e non captano che Trump ha ricevuto i voti reali degli "invisibili". I disoccupati o sottoccupati che non appaiono nelle statistiche truccate; la classe media rovinata, quei 100 milioni di nordamericani che recimolano molto meno di mille dollari mensili;  quelli che sono stanchi per le troppe tasse e per un esangue erario consacrato agli immani costi bellici ecc.

Ignorano che le fughe di documenti non si devono solo a WikiLeaks ma anche a quei funzionari nordamericani interni alle istituzioni dell'intelligence, schifati della corruzione e dell'impunità dei Clinton, che hanno reagito come patrioti. Irridono la rete dei micro-media liberi che da vari mesi li diffondevano ed avevano anticipato lo scenario che oggi è diventato cronaca. Non si smorza l'arroganza dei big-media sconfitti, ma non sono decisivi nella scalata al potere politico.

Divers sons de cloche au sein de l’UE sur la victoire de Trump

La cortina di ferro mediatica è crollata perchè difende solo gli interessi dei suoi proprietari. E' estranea ai problemi comuni della gente e ostile verso coloro che li patiscono. Trump si è imposto a tutto questo e ai banksters, e costituisce una forza reale che cambia l'equazione politica negli USA e quella geopolitica all'esterno. Una cosa è sicura: è rimasta fuori della Casa Bianca colei che aveva preannunciato l'inasprimento del conflitto in Siria e una rapida escalation bellica con la Russia, con il chiaro obiettivo di coinvolgere l'Europa e combattere sul suo territorio (1).

Il trattato di libero commercio con il Pacifico verrà rivisto, corretto e congelato, mentre quello Transatlantico si avvia alla camera mortuaria. Tra le "mostruosità" di Trump vi è l'intenzione di ri-localizzare e frenare l'esportazione del sistema produttivo, applicando tasse doganali per difendere la rimanente stuttura industriale rimasta. Le grida strazianti contro questo delitto di "leso neoliberismo" preannunciano che l'onda espansiva e marziale del globalismo si attenua. E' di ritorno il neo-protezionismo, riaffiora la corrente storica dell' "isolazionismo", traballa l'atlantismo diventato una specie di invalicabili colonne d'Ercole, la NATO dovrà rimodellari e adattarsi al nuovo contesto.

Dagli Stati Uniti arriva una lezione di ribellione e speranza: è possibile far saltare il gioco truccato del sistema ridotto a simulazione, e scombinare i giochi cinici di quanti pubblicamente dicono che è arrivato il tempo delle oligarchie finanziarie. E che referendum e elezioni sarebbero fastidiosi rituali, da ignorare o annullare quando il risultato è avverso.

La pusillanimità sta di casa a Bruxelles, non si può scaricare sui popoli europei che intravedono come senza sovranità nazionale non è possibile alcuna sovranità popolare. Che faranno gli Junckers, i Martin Schutz e i Tusk?  La Commissione destabilizzerà gli USA? Per salvare la modernità e il progresso, ordinerà qualche boicottaggio o rieditarà una piazza Maidan a New York? L'orologio dell'Europa segnala che sta scadendo il tempo per mandare a casa la sua dirigenza non-eletta. In Europa c'è l'urgenza di una leadership verace in ogni Paese, cioè francese in Francia, italiana in Italia, non americanista.

(1) "Voglio dire alla comunità mondiale che sebbene metteremo sempre avantigli interessi degli USA, noi vogliamo dialogare equamente con tutti i popoli e tutte le nazioni. Cercheremo un terreno comune, non l'ostilità; la coperazione non il conflittoª  (dal discorso di accettazione di Trump)




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