Montevideo -
"Nessuno lo torturerà per strappargli la verità. Nessuno potrà obbligarlo a raccontare che fine hanno fatto i desaparecidos. Avrà quelle garanzie che le sue vittime non hanno avuto", scrive Gente d'Italia, quotidiano delle americhe diretto da Mimmo Porpiglia.
Sul volto un pò stanco di Silvia Bellizzi sorella di uno dei 200 uruguayani vittime di sparizione forzata negli anni della dittatura, resta un sorriso amaro, gelato in un dolore che non ha trovato ancora pace con la giustizia. Pensa alle pantofole del dittatore Gregorio "Goyo" Alvarez, quelle che indosserà nel carcere per militari Domingo Arena a Montevideo dove è rinchiuso da lunedì scorso, e pensa ai pozzi fangosi dove sono stati detenuti per anni gli oppositori del suo regime, alle sevizie che hanno subito, alla fame, al freddo.
Non è vendetta, quella di Silvia, è l'incertezza a logorarla. "Goyo" è stato ritenuto responsabile per il crimine di "sparizione forzata", ma se non parlerà, se la verità non verrà fuori, suo fratello Humberto resterà ancora desaparecido e il delitto continuera' a perpetrarsi.
Silvia aveva 19 anni quando Andres Humberto sparì nel nulla. Viveva nella casa di Montevideo con i suoi genitori Andres e Maria entrambi di San Basile in provincia di Cosenza. Suo fratello invece si trovava a Buenos Aires dove si era trasferito tre anni prima.
In Argentina condivideva un appartamento con alcuni amici e insieme ad uno di loro gestiva una piccola agenzia di pubblicità oltre ad un banchetto di alimentari per arrotondare lo stipendio. Humberto in Uruguay, dove la dittatura si era imposta nel 1973, aveva militato nel movimento studentesco della ROE ( Resistencia Obrero Estudiantil).
"Ma in Argentina non faceva politica attiva", sottolinea Silvia, come se solo il fatto di avere delle opinioni possa bastare a giustificare il crimine che ha subito.
In Sud America per qualcuno è così, e Silvia in trent'anni ha dovuto imparare a difendersi. Dai "se", dai "ma" e dal silenzio degli altri. Le manette ai polsi del militare Alvarez, dell'uomo che guidava l'esercito quando un gruppo di uruguyani arrestati illegalmente in Argentina furono consegnati alle autorità uruguyane nel 1978 e che il 17 dicembre del 2007 è stato condannato al carcere dal giudice Charles, aiutano a parlare chi non era abituato farlo.
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