sábado, 3 de diciembre de 2011

IL BOOM (4/4)

Si conclude qui il viaggio in cui M. F. Rizzotti ci ha catapultato in un'altro tempo, quasi un'altra era, che stride con il presente molto di piú d'un color seppia con il fotocolore. Irridiscenze contrastanti che abbagliano ma orientano piú di quel che si crede. Nel frattempo, l'editore Morellini ha pubblicato  l'ultimo lavoro di Martino "L'amore precario",  vedi qui qui.
Martino F. Rizzotti
La cura del sonno era riservata a chi pagava, quindi non potevo permettermela; gli shock all'aceticolina erano ritenuti troppo pericolosi e io troppo giovane per spedirmi d'urgenza all'aldilà; rimanevano gli shock insulinici e quelli elettrici. Di fronte a un caso grave come il mio, di un mezzo culatone depresso e pelabròk, gli psichiatri di Bizzozero optarono per un doppio trattamento: shock insulinici alternati a shock elettrici. Nel nostro reparto c'era una grande pulizia e rami di pini secolari sfioravano le finestre delle camerate, insomma nel suo genere era un bel posto. Fuori, negli spaziosi giardini, si aggiravano i pazienti del manicomio di cui eravamo l'anticamera.


Mio padre era un viaggiatore eccezionale: quando veniva a trovarmi in clinica mi portava i saluti della famiglia, qualche frutto di stagione e schizzava a prendere le sue famose coincidenze. Arrivava a casa a tempo di record, senza la più pallida idea riguardo al mio stato di salute. Forse credeva nella massima: "lo scopo del viaggio è il viaggio stesso". Una volta mi ha trovato che stavo buttandomi dalla finestra. Il mio reparto era a pianterreno e questo dovette convincerlo che ero assolutamente pazzo. Lui, quando ci descriveva le sue fantasie suicide, dava l'impressione di aver pensato a tutto: avrebbe inghiottito un veleno poi, con una corda al collo, non molto robusta, si sarebbe lanciato dal campanile del paese, che era altissimo, non prima di essersi sparato uno o due colpi in testa (qui era in dubbio, ci chiedeva consiglio); la corda si sarebbe rotta e lui si sarebbe spiaccicato a terra, se gli andava bene… sul parroco. E' morto nel sonno, serenamente. Nei primi anni cinquanta, durante i pasti, ci intratteneva così; per errore gli avevano diagnosticato un male incurabile.

Queste descrizioni ci mettevano di malumore, mia sorella piccola sputava la minestra fatta con le verdure del suo orto e lui lo prendeva come un affronto personale. Allora, siccome secondo la sua rigida etica le donne non si picchiano nemmeno con un fiore, se la prendeva con me, mi tirava i panini in testa, che io schivavo tuffandomi; così sono diventato un buon portiere.
Mia mamma si vedeva già vedova con tre figli a carico e spesso piangeva a dirotto, lui invece, quando era in buona, sognava di metterci tutti su un carretto e di fare gli zingari, forse in onore della nonna croata o forse per gli effetti della guerra. I più spaventati ne avevano dedotto che bisognava "stare nel mazzo", nel sacco delle vittime, a spartirsi le inevitabili bastonate, lui sognava di andarsene per il mondo, a casaccio.


Ma per tornare alla clinica... Gli psichiatri di Bizzozero ce la mettevano tutta. Durante la mia permanenza hanno utilizzato lo shock aceticolinico per curare un procuratore di Borsa che aveva fretta di tornare alle sue azioni e obbligazioni e l'hanno mandato al creatore. A me gli shock insulinici, con le loro convulsioni e il coma, facevano venir voglia di buttarmi dalle finestre, quelli elettrici mi mettevano fame. Pasto e cena, ci servivano certe cotoletta alla milanese, anche due, anche tre e patatine fritte buonissime. Era la più realistica mensa di zombi che abbia mai frequentato: nessuno capiva un cazzo, nessuno ricordava niente, orientamento spaziale zero.
Trovare il sale era un rebus. Tranne uno che soffriva di reazione catastrofica: bastava spostargli le ciabatte, che lui sistemava con precisione millimetrica lungo la base delle piastrelle, perché desse in escandescenze. Al mattino l'infermiere, un ex seminarista vanesio, ci svegliava cantando in mezzo latino "Aderisce al pavimento l’aa-nima mea". Ci svegliava con la messa da morto, il pirla!


Chi è costretto a subire violenza senza potersi difendere non ha mai molto da raccontare: il gran spavento, lo shock. Appunto! Me ne fecero una quindicina, non potrei dire esattamente quanti perché dopo i primi tre non ero già più in grado di contare. Un mattino, mentre sto uscendo da un coma insulinico, lecco d'istinto la carta di una caramella e il pirla si mette a inveire: "Hai rovinato l'effetto, se fai così altro che un mese!" Quel limite di 30 giorni dopo i quali si diventava pazzi di stato era usato dagli infermieri come uno spauracchio. Erano loro a riferire ai medici che si guardavano bene dal parlarci. Del resto cosa avrebbero potuto cavare da teste che avevano così diligentemente shakerato? A loro attenuante bisogna dire che ci facevano gli elettroshock sotto anestesia, così evitavano le fratture ossee.


Questi “trattamenti” mi avevano confuso al massimo. Viene a trovarmi il Felice, in bici, mi racconta dei rapporti che ha usato sui tornanti della Marcolina e non riesco a seguirlo. Mi ricordo solo che quella salita, da giovane, mio papà la faceva due volte la settimana per recarsi negli uffici di Varese per conto del Cotonificio. Così, risparmiando i soldi che la ditta gli passava per il biglietto del treno, si era comperato la radio Magneti Marelli che avevamo ancora in casa. Sì, qualcosa del passato mi frullava per la testa ma il presente mi sfuggiva del tutto. “Adesso tuo papà una cosa così non potrebbe più farla. – commenta il Felice. - Adesso al Cotonificio hanno messo l’ufficio tempi e metodi, con un professorone apposta, che manda i suoi scagnozzi in giro per i reparti con il cronometro in mano. Anche ai camionisti come mio papà gli contano le ore e i minuti. Guai se si fermano a comprare qualcosa, se fanno una pausa in più. La Villa dice che faranno sciopero”.


“La Villa?” gli ho chiesto.
“Quella della CGIL, che vive in quel posto di merda là… le case più brutte del Cotonificio... come si chiama?”
Ci ero passato davanti mille volte ma non mi veniva il nome.
“Il Cairo” si è ricordato il Felice.
La Villa, a vederla, non le davi due lire: piccola, cicciottella, tranquilla. In sezione, quando parlavano della “via italiana al socialismo” sospirava:”Ma cuma l’é lunga!”
“Mio papà dice che se fanno sciopero mandano i celerini a picchiare gli operai… Si è già trovato un altro posto, da capetto…”


Io l’ho guardato con un’espressione così assente che lui ha cambiato discorso e mi ha raccontato anche com’era finita la storia del Carluccio. Il giorno dopo la vittoria il potenziale milionario si era presentato in fabbrica dove il collega lo aspettava con una certa ansia. Invece di estrarre il libretto degli assegni, che non possedeva, gli aveva dato una vigorosa pacca sulla spalla e gli aveva detto: “Carluccio, te sei proprio un bravo ragazzo, come il tuo papà, che io ero tanto amico del tuo papà”, che poi non era neanche vero. E così per un mese: pacche e bravo ragazzo, pacche e tanto amico del papà. Non gli ha restituito nemmeno i soldi delle consumazioni; il Carluccio si è messo il cuore in pace, ha continuato a lavorare in fabbrica e a fare la ligéra, che c’era portato. A me, i coma insulinici mi avevano dato una tale familiarità con la morte che, tolte le cotolette impanate, non mi interessava nient'altro. Il trentesimo giorno sono stato dimesso e ho dovuto ritornare alla Montecatini.


Ma la Montecatini non m’ha lasciato il tempo di crogiolarmi nella mia apatia, confusione, smemoratezza, nella mia debolezza fisica. Il medico aziendale mi ha ritenuto in grado di riprendere il lavoro - di intendere non se ne parlava nemmeno - e così sono tornato in fabbrica. In quel periodo, verso le quattro del pomeriggio, veniva a trovarmi un nano in tuta, ciuffo cotonato e scarpe con rialzo ortopedico. Era incredibilmente borioso. Voleva che lo aiutassi a scrivere missive a una sua innamorata che con lui faceva la difficile. La conoscevo bene, abitava nel mio stesso cortile e giocando a nascondino avevo potuto seguire lo sviluppo del suo seno portentoso. Il nano mi leggeva da un Segretario Galante le pagine scelte per abbagliare l'amata, i cui tentennamenti, secondo lui, avevano un'origine letteraria. Gli davo retta... per dire com'ero ridotto!

Perfino l'addetto alle pulizie, un vecchietto che appariva verso le quattro e mezza e subito mi mostrava la patta dei pantaloni che, con qualsiasi clima, indossava sotto la tuta e le macchie dello sperma che sosteneva di aver appena prodotto a seguito di sensazionali prestazioni, in piedi, di corsa, hop hop, tra un bidone di urea e un sacco di poliuretano... perfino lui non mandavo a quel paese. Aveva fatto la marcia su Roma e immediatamente dopo si era specializzato nel saccheggio di osterie. Bastonato l'oste col pretesto che era un porco socialista, si gettava sui salamini di cui era ghiottissimo.


Un giorno il biancochiomato in persona mi chiede se voglio prendere il patentino per l'uso dei gas tossici. Lo guardo con occhio spento ma senza odio - oh, sublime efficacia della psichiatria! - e lui si affretta ad assicurarmi che, comunque, continuerò a lavorare nel suo reparto. "L'ispettorato del lavoro - mi spiega - esige che in fabbrica ci sia un certo numero di patentati. Siccome sugli impianti pericolosi ci mandiamo i meridionali che non riuscirebbero mai a superare l'esame, noi facciamo prendere il patentino a gente più sveglia - te, per esempio, e siamo a posto con la legge."


Dovevo studiare una ventina di paginette corpo 14 e mi sembravano uno scoglio insormontabile; esitavo perfino a sfogliarle. Ma c'era un vantaggio: due pomeriggi la settimana lasciavo il reparto e andavo in un auletta dove, assieme ad alcuni impiegati amministrativi, venivo intrattenuto da un pompiere gioviale. Raccontava che solo dopo aver distrutto alcune fabbriche aveva imparato che l'acqua non sempre spegne gli incendi chimici, specie se c’è di mezzo il carburo. Un giorno apro il manualetto e a pagina otto scopro, nero su bianco, l'origine delle mie difficoltà sessuali che tanto avevano turbato gli psichiatri: il gas emanato dalla mia trafila.


Un attivista della CISL voleva che mi iscrivessi al suo sindacato; mi prometteva mari e monti: che mi riparava la pompa, - era lui il tènico - che in meno di un anno mi faceva fare il salto di livello, da manuale semplice a manuale specializzato... Anche volendo non avrei potuto accontentarlo, mio padre mi avrebbe ammazzato: noi solo CGIL. E poi il sindacalista, un omone grande grosso e soddisfatto di sè, che a tutte le ore del giorno succhiava uno stuzzicadenti a riprova del raggiunto benessere proteico, aveva un'aria infida, trescava con il salumiere biancochiomato. Non l'ho mai visto lavorare. Con l'eccezione del fresco diplomato Entella, la gerarchia di reparto mi ha fatto capire quanto fossi stato ingenuo da studente fissandomi sul messaggio - la chimica - invece che sul medium: Rogghegher, la fanatica dell'Erz Gebirge, la Nutella, il preside avevano fatto ogni sforzo per iniziarmi alla vita vera e io non li avevo capiti.


Per dire com'ero conciato: in quel periodo mi piaceva il miscelatore a V. Stava nel mio locale preferito, lo stanzone dei mulini, era fatto di due cilindri convergenti, di acciaio luccicante e non veniva quasi mai usato. Per azionarlo salivo su una scala, svitavo il coperchio, versavo una speciale, costosissima farina di plastica, aggiungevo i colori che mi passava il perito Entella, chiudevo, mettevo in moto e rimanevo incantato ad ammirare i suoi giri sghembi. Negli ultimi mesi della mia permanenza alla Montecatini mi è capitato di caricare il miscelatore prima di aver chiuso l'estremità inferiore; allora la preziosa farina si sparpagliava sul pavimento e era da buttar via.
Entella si limitava a sospirare; aveva compassione di un mentecatto. Ormai non distinguevo più il prima dal dopo, il davanti dal didietro, ormai, grazie agli psichiatri di Varese, ero davvero un caso clinico. Mi era rimasta solo una vaga memoria muscolare cui aggrapparmi e il miscelatore a V lo usavo pochissimo. (Comunque, grazie, buon perito Entella!)


6. Invece il Domenico, con un colpo di genio, è diventato imprenditore. D'accordo con il suo padrone, che ci metteva i dané, con l’altro amante della Rosalinda - praticamente già suo socio – e con il sindaco che aveva le “aderenze politiche”, ha fondato una nuova società per la movimentazione di materiale stradale con sede nel paesello natio di Rosalinda e ce l’ha rispedita con la carica di direttrice del magazzino. Dirigeva dal tinello. Di tanto in tanto, ma senza esagerare, le inviavano qualche pezzo di macchinario fuori uso, un rottame, che lei faceva sistemare in una stalla dismessa, per l’occasione trasformata in "sede legale" della ditta.

In base a questo onesto escamotage, come lo chiamavano loro, ricevevano i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno, che il sindaco, con le sue "aderenze", non aveva difficoltà a procurarsi. (Anche mia mamma aveva "le aderenze" ma all'intestino e andava a Bognanco a curarsele, quando poteva permetterselo). Oltre ai soldi della Cassa la nuova ditta aveva ottenuto, com'era suo diritto, la defiscalizzazione degli oneri per i dipendenti che lavoravano al Nord, in quanto assunti da un'azienda del Sud. Così anche il mio paese, nel suo piccolo, ha contribuito alla soluzione della questione meridionale.

Certo, niente in confronto all'invenzione partorita anni dopo al bar Castello, quello con le puttane del Polesine, da altri democristiani “pieni di aderenze”: lo sviluppo portentoso della S.I.R., una vecchia industria chimica. Usavano come materia prima i soldi dello stato e con una formula segreta… quelli che non si mettevano in tasca li facevano evaporare. Lì il Dario ha fatto una strepitosa carriera. Non si è mai capito bene che ruolo avesse, a parte quello di procurare zoccole ai soci e gigolò alle loro signore, ma è arrivato a far parte del consiglio di amministrazione.


Il Domenico e la Piera si sono sposati in settembre. La cerimonia ha avuto luogo con tutto lo sfarzo del caso: lei in abito bianco castigato, come la vergine che era, lui in nero, con la sua bella cravatta crema e un giglio all'occhiello in onore di S. Domenico Savio vergine. Sperticate le lodi del parroco al "confratello" Domenico e alla "confratella" Piera - scettica la perpetua - generosa l'offerta dello sposo alla parrocchia. Il bello addormentato in Africa si era trascinato fino in chiesa forse con l’intenzione di opporsi al matrimonio ma si era appisolato. Mia mamma, appena tornata dallo spettacolo, ha fatto la sua prima e ultima esternazione femminista: "Oggi tutti parlavano della sposa, da domani parleranno solo del marito." Nel pomeriggio i freschi coniugi sono partiti per San Remo, perché il Domenico ci teneva a vedere "personalmente lui con i suoi occhi, dove che si tiene il festival della canzone".


Io, pagamentu... avrei dovuto pensare alla carriera in fabbrica. Mio padre, su questo tema, mi aveva dato suggerimenti realistici, frutto di un'esperienza secolare di gilde e di miseria: "Nessuno ti insegnerà mai niente, il mestiere bisogna rubarlo", mi diceva. Quando, da piccolo, lo aiutavo nell'orto di guerra, per inculcarmi questa norma basilare mi rifiutava la benché minima spiegazione. Mentre percorrevo chilometri, dal pozzo alle aiuole, portando acqua con due lattine da cinque litri cui aveva applicato, come maniglie, del filo di ferro taglientissimo - ma non spinato – si aspettava che gli rubassi con gli occhi i segreti che si premurava di nascondermi. In ogni lavoro, anche il più automatizzato, ci sono margini di miglioramento, magari impercettibili, cui ci si aggrappa come ad una zattera nel tentativo di rendersi indispensabili.

Avrei potuto imitare i miei colleghi più laboriosi e inventare, ad esempio, una preparazione estetica delle lasagne di plastica o un tipo di carezza audace che abbreviasse i tempi della mescola... ma non riuscivo a concentrarmi su questi nobili obiettivi. Neanche la proposta, fattami balenare insistentemente in famiglia, di comprarmi, col tempo, un'auto seminuova, attizzava in me il sacro fuoco dell'ambizione. Pensare al futuro? Non riuscivo a pensare nemmeno a quello che facevo sul momento. Se prendevo un treno compravo il biglietto di sola andata, figurarsi se elaboravo piani per l’avvenire.


In ottobre è scoppiata la crisi di Cuba, il blocco navale; il Kennedy, che piaceva tanto alle mie sorelle e che l’anno prima aveva fatto la figura del deficiente con l’invasione della Baia dei Porci, adesso a momenti scatenava la guerra atomica! Sono state settantadue ore di tensione, con mio papà che si staccava dalla radio solo per comprare l'Unità e fumava più del solito; c'era cenere dappertutto, per terra, sul buffet, sulle sue camicie, il tagliere sempre sporco - per risparmiare lui tritava le cicche dei toscani con la mezzaluna, ci aggiungeva il trinciato forte e quello era il suo tabacco da pipa. Il risultato era un fumo così denso che non riusciva a andava in alto, stanziava al pelo del tavolo. C'è stato un periodo che, da bambino, mi toccava camminare a quattro zampe perchè il fumo mi arrivava giusto in bocca. Quando non c'erano le crisi politiche, la cenere del toscano la raccoglieva in un vasetto di bachelite e la usava come dentifricio; non è mai andato dal dentista.

Insomma, per mio papà era un periodo di soddisfazioni internazionali - i russi avevano sparato un uomo nello spazio, gli americani dopo la legnata che avevano preso dai cubani erano andati via di testa, pensavano alla guerra atomica. Ma sul fronte interno era il contrario: a Bergamo i celerini avevano picchiato i lavoratori in sciopero, in parlamento Scelba, ministro degli Interni, si vantava delle manganellate distribuite dai suoi pretoriani, dei caroselli delle sue camionette. Mio papà aveva ripreso a frequentare la sezione del partito e lei, mia mamma, pensava alla casa della Collina e al suo zio Gigin che, sessant’anni prima, portava a casa tanta selvaggina, si preoccupava delle figlie che volevano comprarsi le gonne nere da lutto per sembrare più magre. Soprattutto non sopportava di avere un uomo in casa tutto il giorno.


Ma la Villa era diversa. Al Cotonificio volevano i tempi e metodi moderni? Cominciassero con le paghe moderne! Al tavolo delle trattative, questa tessitrice che aveva la quinta elementare diventava un gigante e non solo per le gambotte corte. Quando anche il rappresentante del sindacato cattolico era lì lì per cedere (quello della UIL, un nostro vicino, non cominciava nemmeno a combattere, tanto era venduto) lei, sindacalista CGIL, non faceva una piega, non si lasciava incantare dai numeri e dai paroloni con cui il professorone credeva di farla su e era più a fare svelta di lui i conti. Ha minacciato lo sciopero sapendo che le sue donne l’avrebbero seguita. “Prufesùr – gli ha detto – a noi del suo giornalino aziendale, delle sue cassette dei suggerimenti, come che si chiamano, che ha fatto mettere nei reparti, gh’interèsa minga. A noi ci interessano le paghe, i dané! Ci spettano.”


Il successo dello sciopero sembrava così improbabile che i carabinieri non si sono neanche dati pensiero d’avvvisare la questura in tempo. La mattina presto sono arrivati davanti al portone del Cotonificio e hanno trovato solo a Villa, suo marito e tre o quattro comunisti che ridevano. Alle otto meno dieci la Villa è andata incontro alle prime operaie, hanno fatto finta di chiaccherare del più e del meno, quelle sono tornate sui loro passi e hanno passato la voce ai pochi che arrivavano. Era già tutto organizzato. Le sburele bergamasche, che in fabbrica ci andavano accompagnate dalle suore, sono state tra le poche a entrare, ma non avevano scelta, se no le cacciavano dal convitto dove vivevano intanto che si facevano la dote per sposarsi. All’una è ripresa la trattativa.


Il giorno dopo, a cena, mia sorella ragioniera, che da un mese era stata promossa segretaria del professore, ci ha raccontato che lui non voleva cedere ma il padrone, uno svizzero, l’ha fatto smettere di parlare e ha firmato l’aumento. Era in ritardo nella consegna di una partita di gabardine e poi aveva fretta di provare la Ferrari che gli avevano appena consegnato. Mio papà ha riso sotto i baffi che non aveva: “E’ stato il Moroni a dirmi della penale… Gli avevo chiesto come mai allo spaccio tessuti non si trovava più un metro di gabardèn.” Il Moroni, un impiegato amministrativo, era il suo socio a scopa liscia. Lo sapevo che, come ordinava il partito, anche quando giocava a carte, mio papà vigilava, applicava scrupolosamente la linea e, con la parola e con l’esempio, faceva opera continua. Mia mamma si è arrabbiata. Era preoccupata delle conseguenze: se si veniva a sapere che lui… con gli scelbini che… e non eravamo mica in Russia…; insomma ha dimostrato che di politica se ne intendeva, faceva un po’ di rabelotto, di confusione, ma se ne intendeva.

E non voleva più passare una vita di spaventi come aveva fatto durante la guerra, con tre figli piccoli e il marito che faceva l’eroe. Per tranquillizzarla, mio papà, dopo cena, ha messo in un pacchetto la Beretta e i proiettili che nascondeva sopra l’armadio dai tempi della Resistenza e le ha promesso che buttava tutto nell’Olona. Io l’ho seguito senza farmi accorgere. E’ andato da un’altra parte.

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