lunes, 12 de agosto de 2013

Reportage sul Brasile (1/4)

 Dilma Roussef e il PT hanno capito che la strada per canalizzare le richieste di partecipazione giovanile espresse dai manifestanti e per avvicinare la politica alle necessità dei cittadini è la concretizzazione della  Riforma Politica, sempre rimandata: un dibattito vecchio di almeno venti anni ma ogni volta affossato in Parlamento.

Adriana Bernardotti 
Su un punto convengono Dilma Roussef, Lula e il Papa sudamericano – che ha deciso molto opportunamente di fare il primo bagno di folla all’estero nel paese leader dell’America Latina: la guarigione per i mali della società passa dal ripristino della politica, non dalla sua negazione.
“Il futuro esige oggi riabilitare la politica, una delle forme più alte di carità”, ha detto Papa Francesco davanti ad una platea gremita di dirigenti politici,
istituzionali e imprenditoriali brasiliani, giorni fa nel Teatro Municipale di Rio de Janeiro, “questo senso etico è una sfida senza precedenti”. Sono gli stessi uomini dell’establishment che resistono fieramente a qualsiasi intervento su un sistema politico, come quell’attuale brasiliano, che favorisce la corruzione e il potere incontestato dei caciques.

Concetti similari erano stati espressi dall’ex presidente Lula da Silva a metà del mese di luglio in una conferenza rivolta ai giovani in un campus universitario: “Il peggio che può accadere nel mondo è che le persone accettino la negazione della politica” e ha invitato i ragazzi a “non rifiutare i partiti” ma, al contrario, ad “entrare in politica, perché all’interno di ognuno di voi c’è il politico perfetto che desiderate. Al di là di questo non esiste una soluzione”.

In un editoriale pubblicato recentemente sulla web del New York Times, riflettendo sulle proteste che hanno sconvolto il Brasile, l’ex presidente Lula segnalava che “le preoccupazioni dei giovani non sono solo materiali. Vogliono un maggiore accesso alle attività ricreative e culturali. Ma soprattutto, chiedono istituzioni politiche più pulite e più trasparenti, senza le distorsioni del sistema politico ed elettorale anacronistico del Brasile, che ha recentemente dimostrato di essere incapace di gestire la riforma”. Lula sostiene senza esitazione la proposta di Dilma: un plebiscito popolare per garantire una riforma della politica.

Dopo l’iniziale stupore e tentennamenti di fronte alle massicce proteste di giugno, la Presidente Dilma Roussef ha cercato di cavalcare la tigre con una riforma del sistema politico che essenzialmente propone un cambiamento nella presentazione delle liste elettorali e – per quanto paradossale possa sembrare al lettore italiano – l’incorporazione del finanziamento pubblico per le campagne politiche. Oggi la politica è finanziata da miliardarie donazioni di privati, come negli Stati Uniti, con il risultato che lo Stato brasiliano è prigioniero dell’intricata rete degli interessi privati. Per quanto concerne le liste, la proposta di riforma di Dilma punta a rafforzare la governabilità, dando maggiore autonomia ai Partiti nella definizione delle candidature. Il sistema attuale per l’elezione al Parlamento è di tipo proporzionale, nel senso che l’elettore esprime la sua preferenza e poi, con i voti sommati di tutti i candidati dello stesso partito, si costruisce un quoziente che, quanto maggiore è, più posti fa ottenere per il singolo partito.

Nel fragore delle giornate più calde di fine giugno, Dilma ha convocato i 27 Governatori di Regione (Stati) e i 26 Sindaci delle città capoluogo a un grande “patto nazionale” per sollecitare al Parlamento l’approvazione di un referendum popolare  sulla proposta di convocazione di un’Assemblea Costituente, con l’unica missione di discutere di riforme politiche. “E’ necessario costruire una vasta riforma politica per ampliare gli orizzonti della cittadinanza“, diceva allora la Presidente, perché “il Brasile è maturo per avanzare” in quella direzione.

L’iniziativa è stata subito contestata da diverse sponde. I giuristi dell’Ordine di Avvocati (OAB) hanno voluto “manifestare alla Presidente il rischio istituzionale e il pericolo che significa per le istituzioni la convocazione di una costituente”, cercando di dimostrare che “allo lo scopo di fare una riforma politica è possibile, necessario, urgente, oltre che più veloce e più efficace, cambiare la legge elettorale e la legge sui partiti politici, senza alterare la Costituzione federale”, secondo quanto dichiarava il presidente dell’istituzione Marcos Vinicius Coelho  ai giornalisti.

Per rifiutare l’iniziativa i politici dell’opposizione hanno attaccato su un altro punto, allegando che uno dei poteri del Presidente è proprio quello di convocare l’assemblea costituente, senza il passaggio da un referendum popolare. E’ evidente che il percorso scelto dall’Esecutivo, convocando la partecipazione popolare per la riforma, vuole porsi come una strategia per forzare o vincolare il raggiungimento di un’iniziativa che è stata ripresentata al Parlamento senza successo diverse volte e nella forma di differenti progetti dal 1995.

La riforma politica è soltanto uno dei cinque capitoli che compongono il grande Patto Nazionale proposto da Dilma ai capi regionali, ma è sicuramente il traguardo più difficile per il Governo. Gli altri “patti” vogliono dare risposte ai problemi dei trasporti, la salute, l’educazione e la corruzione, cioè tutti i principali argomenti sollevati dai manifestanti e sui quali stanno emergendo alcuni primi consensi e risposte concrete. Si avanza sulla destinazione delle royalties sull’esplorazione e sfruttamento del petrolio oceanico, sui servizi pubblici di educazione e salute; sull’inasprimento delle pene per corruzione e malversazione di denaro pubblico; sugli investimenti nel settore trasporto con, ad esempio, la riduzione dei costi del diesel per il settore. Tuttavia la riforma politica è tema urticante tanto per gli oppositori come per molti alleati del Governo: intervenire sull’attuale logica di finanziamento privato ai partiti politici è una minaccia per gli interessi di molti parlamentari.

Stracciando la proposta originale di assemblea costituente, Dilma ci riprova sulla via del referendum o plebiscito (che secondo la legge richiede l’approvazione delle due Camere), allo scopo di raggiungere l’agognata riforma entro le elezioni di ottobre 2014. Il Partito Trabalhista (PT) sostiene questa posizione in Parlamento, con il supporto dei suoi alleati del Partito Democratico Laborista (PDT) e del Partito Comunista di Brasile (PCdB), ma la coltellata arriva da un altro alleato, quello di maggior peso parlamentare e fondamentale nell’architettura di potere dell’Esecutivo: il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB).


Il gruppo del Vicepresidente della Repubblica, Michel Temer, e del Presidente della Camera di Deputati, Henrique Eduardo Alves, annunciò il 10 luglio che non ci sono le condizioni per realizzare le consultazioni prima di ottobre e che qualsiasi riforma sarà applicabile soltanto nelle elezioni municipali del 2016 e non in quelle generali del 2014. L’alleato più forte si univa così alle voci dell’opposizione politica, guidata dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, del Partito della Socialdemocrazia (PSDB), che aveva manifestato immediatamente la sua contrarietà al metodo proposto da Roussef.

PPPP
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Il sistema brasiliano favorisce la frammentazione delle forze e un altissimo regionalismo a livello politico: è difficile per i partiti raggiungere una presenza nazionale, perciò la capacità per allestire e condurre alleanze è cruciale per garantire la governabilità. IL PT, nonostante il suo consolidamento grazie all’esperienza di governo, ha dovuto costruire, per le elezioni del 2010, un’alleanza con il PMDB e altri partiti minori, come il PSB, il PDT, il PR e il PCdoB, che hanno contribuito con proprie candidature a seconda della rispettiva forza nei diversi stati regionali.

In ogni caso non soltanto gli alleati pongono ostacoli alla riforma di Dilma: questi sorgono anche nelle file del suo stesso partito. Il deputato PT per San Paolo, Candido Vaccarezza, presidente della commissione di lavoro parlamentare per l’analisi del progetto, manifestò che le modifiche non dovevano entrare in vigore per le prossime elezioni presidenziali, meritandosi quindi una contestazione del capogruppo del partito di governo,  José Guimaraes. Lo stesso Vaccarezza è autore di un progetto di legge per implementare un controllo elettronico bancario per identificare i finanziatori nelle campagne elettorali, un ruolo, questo di controllore, riservato finora alla giustizia elettorale mediante la semplice fiscalizzazione delle fatture consegnate dai partiti. Questa proposta a favore della “trasparenza” nei finanziamenti privati è stata accolta con dure critiche sia dai media (controllati dall’opposizione conservatrice) che dal potere giudiziario, che teme così perdere prerogative.
 
Secondo il giornalista Rodrigo Vianna della pubblicazione brasiliana di sinistra Carta Maior, se fossero approvati i due item della riforma politica – finanziamento pubblico e lista elettorale unica –, la sinistra guadagnerebbe forza nelle future elezioni; è comprensibile quindi che i media conservatori si oppongano. Periodici come O Globo, Veja y Folha “possono attaccare dicendo che il voto su una lista completa significa la dittatura di partito, la dittatura del PT o che il PT vuole impedire al popolo di votare liberamente per i loro candidati” e possono opporsi al finanziamento pubblico sostenendo che “significa una maggiore spesa a favore dei politici corrotti” e che è “più giusto che ognuno si paghi la propria campagna invece che i costi ricadano sulle spalle del popolo”.
La riforma politica deve seguir adesso l’iter parlamentare, che si prospetta travagliato.
 fonte: www.cambiailmondo.org


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