martes, 31 de diciembre de 2013

Vicepresidente boliviano: Vediamo un'Europa che langue, abbattuta

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Intervento del Vicepresidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia,  Alvaro García Linera, nel IV Congresso della Sinistra Europea a Madrid (13 - 15 dicembre 2013) 

Buona sera a voi tutti. Permettetemi di congratularmi per questo incontro della Sinistra Europea, e, a nome del nostro Presidente Evo, a nome del mio paese, del nostro popolo, ringraziare per l’invito che ci avete fatto per condividere un insieme di idee, di riflessioni in questo importantissimo congresso della Sinistra Europea. Permettetemi di essere diretto, franco, ma anche propositivo. Che vediamo da fuori dell’Europa? Vediamo un’Europa che langue, vediamo un’Europa abbattuta,

vediamo un’Europa concentrata su se stessa e soddisfatta di sé, vediamo un’Europa in un certo modo apatica e stanca.

Sono parole molto brutte e molto dure, ma è così che vediamo l’Europa.

È rimasta indietro l’Europa delle luci, l’Europa delle rivolte, l’Europa delle rivoluzioni. Indietro, molto indietro, è rimasta l’Europa dei grandi universalismi che hanno mosso il mondo, e che hanno spinto i popoli di molte parti del mondo ad acquisire una speranza e a mobilitarsi intorno a quella speranza. 

 Indietro sono rimaste le grandi sfide. Quell’interpretazione che facevano e che fanno i post-modernisti della fine delle grandi narrazioni, alla luce degli ultimi fatti, sembrano restare solo i grandi affari dei grandi gruppi e del sistema finanziario.

Non è il popolo europeo quello che ha perso la virtù, né ha perduto la speranza, perché l’Europa alla quale mi riferisco, stanca, l’Europa esaurita, l’Europa piena di sé, non è l’Europa dei popoli, che è azzittita, asfissiata. E l’unica Europa che vediamo nel mondo è l’Europa dei grandi consorzi d’impresa, l’Europa neoliberista, l’Europa dei grandi affari finanziari, l’Europa dei mercati e non l’Europa del lavoro.


Carente di grandi dilemmi, di grandi orizzonti e speranze, si ode –parafrasando Montesquieu-  si ode solo il deplorevole rumore delle piccole ambizioni e dei grandi appetiti.

Delle democrazie senza speranza e senza fede sono democrazie sconfitte. Delle democrazie senza speranza a senza fede sono democrazie fossilizzate. In senso stretto non sono neanche democrazie. Non c’è democrazia valida che sia solo un appiglio annoiato a istituzioni fossili in cui si compiono riti ogni tre, ogni quattro o cinque anni per eleggere quelli che decideranno malamente sui nostri destini. 

Tutti sappiamo, e nella sinistra più o meno condividiamo, un pensiero comune su come siamo arrivati a tale situazione. Gli studiosi, gli accademici, i dibattiti politici ci danno un insieme di assi interpretativi su quanto stiamo male e su come ci siamo arrivati.

Un primo criterio condiviso di come siamo arrivati a questa situazione è che capiamo che il capitalismo ha acquisito, senza dubbio, una dimensione geopolitica planetaria assoluta. Il mondo intero si è globalizzato. E il mondo intero diventa un grande laboratorio mondiale. Una radio, un televisore, un telefono non hanno più un’origine di creazione, ma il mondo intero è diventato l’origine della creazione. Un chip si fa in Messico, il progetto si fa in Germania, la materia prima è latinoamericana, i lavoratori sono asiatici, l’imballaggio è nordamericano e la vendita è planetaria.

Questa è una caratteristica del moderno capitalismo, è fuor di dubbio, ed è a partire da questo che bisogna agire.


Una seconda caratteristica degli ultimi vent’anni, è una specie di regresso a un’accumulazione primitiva perpetua. I testi di Karl Marx, che descrivevano l’origine del capitalismo dei secoli XVI, XVII, oggi si ripetono e sono testi del XXI secolo. Abbiamo una permanente accumulazione originaria che riproduce meccanismi di schiavitù, meccanismi di subordinazione, di precarietà, di frammentazione, descritti mirabilmente da Carlo Marx. Solo che il capitalismo moderno riattualizza l’accumulazione originaria. La riattualizza, la espande, la irradia ad altri territori per estrarre maggiori risorse e più denaro. Ma insieme a questa accumulazione primitiva perpetua (che definirà le caratteristiche delle classi sociali contemporanee, sia nei nostri paesi sia nel mondo, perché riorganizza la divisione del lavoro localmente, territorialmente, e la divisione del lavoro del pianeta), insieme a questa abbiamo una specie di neo-accumulazione per espropriazione. 

Abbiamo un capitalismo depredatore che accumula (in molti casi producendo nelle aree strategiche) conoscenze, telecomunicazioni, biotecnologie, industria automobilistica. Ma in molti dei nostri paesi accumula per espropriazione. Vale a dire occupando spazi comuni: biodiversità, acqua, conoscenze ancestrali, boschi, risorse naturali. Questa è un’accumulazione per espropriazione, non per generazione di ricchezza, ma per espropriazione di ricchezza comune, che diventa ricchezza privata. Quella è la logica neoliberista. Se critichiamo tanto il neoliberismo è proprio per la sua logica depredatoria e parassitaria. Più che un generatore di ricchezza, più che uno sviluppatore di forze produttive, il neoliberismo è un espropriatore di forze produttive capitaliste e non capitaliste, collettive, locali, delle società.



Terza caratteristica dell’economia moderna è, oltre l’accumulazione primitiva permanente, l’accumulazione per espropriazione, la subordinazione. Marx direbbe sussunzione reale della conoscenza e della scienza all’accumulazione capitalista. Quello che alcuni sociologi chiamano società della conoscenza. Non c’è dubbio, quelle sono le aree più potenti e di maggior dispiego delle capacità produttive della società moderna.

Anche la quarta caratteristica, sempre più conflittuale e rischiosa, è il processo di sussunzione reale del sistema integrale della vita del pianeta. Vale a dire dei processi metabolici tra gli esseri umani e la natura.

Queste quattro caratteristiche del moderno capitalismo, ridefiniscono la geopolitica del capitale su scala planetaria, ridefiniscono la composizione di classe delle società, ridefiniscono la composizione di classe e delle classi sociali nel pianeta.


Non c’è solo l’esternalizzazione, alle estremità del corpo capitalista, della classe operaia tradizionale (classe operaia che abbiamo visto sorgere nel XIX secolo e all’inizio del XX che ora si trasferisce nelle zone periferiche: Brasile, Messico, Cina, India, Filippine), ma sorge anche, nelle società più sviluppate, un nuovo tipo di proletariato.  Un nuovo tipo di classe lavoratrice. La classe lavoratrice dei colletti bianchi. Professori, ricercatori, scienziati, analisti, che non vedono se stessi come classe lavoratrice, si vedono piuttosto come piccoli imprenditori, ma che in fondo costituiscono una nuova composizione sociale della classe operaia dell’inizio del XXI secolo. 

Ma contemporaneamente abbiamo nel mondo la creazione di quello che potremmo chiamare: un proletariato diffuso, società e nazioni non capitaliste che sono formalmente sussunte all’accumulazione capitalista. America Latina, Africa, Asia. Parliamo di società e di nazioni non strettamente capitaliste, ma che nel loro insieme appaiono sussunte e articolate come forme di proletarizzazione diffusa non solo per la loro qualità economica, ma anche per le peculiari caratteristiche della loro unificazione frammentata, o di difficile frammentazione, a causa della loro dispersione territoriale.


Abbiamo, quindi, non solo una nuova modalità dell’espansione e dell’accumulazione capitalista, ma abbiamo anche una ridefinizione delle classi e del proletariato e delle classi non proletarie nel mondo. Il mondo di oggi è più conflittuale. Il mondo di oggi è più proletarizzato. Solo che le forme di proletarizzazione sono diverse da quelle che abbiamo conosciuto nel XIX secolo e all’inizio del XX. Le forme di organizzazione di questi proletari diffusi, di questi proletari in colletto bianco, non prendono necessariamente la forma del sindacato. La forma sindacato ha perso la sua centralità, in alcuni paesi, e sorgono altre forme di unificazione di quello che è popolare, lavorativo ed operaio.


Che fare? La vecchia domanda di Lenin. Che facciamo? Condividiamo le definizioni di quello che non va, condividiamo le definizioni di quello che sta cambiando nel mondo. E davanti a questi cambiamenti non possiamo rispondere. O meglio, le risposte che avevamo prima sono insufficienti, se no non starebbe governando la destra qua in Europa. È mancato qualcosa e qualcosa sta mancando alle nostre risposte. Qualcosa sta mancando alle nostre proposte. Permettetemi, con modestia, di dare cinque suggerimenti in questa costruzione collettiva del che fare che assume la sinistra europea.


La sinistra europea non può accontentarsi della diagnosi e della denuncia. La diagnosi e la denuncia servono per generare indignazione morale, ed è importante l’espandersi dell’indignazione morale, ma non generano la volontà di potere. La denuncia non è la volontà di potere. Può essere l’anticamera di una volontà di potere, ma non è la volontà di potere. La sinistra europea, la sinistra mondiale, di fronte a questa voragine distruttiva, depredatrice della natura e dell’essere umano portata avanti dal capitalismo contemporaneo, deve essere presente con proposte o iniziative. La sinistra europea e le sinistre di tutte le parti del mondo dobbiamo costruire un nuovo senso comune. In fondo, la lotta politica è una lotta per il senso comune. Per un insieme di giudizi ed anche di pregiudizi. 

Per il modo semplice  in cui la gente (il giovane studente, il professionista, la venditrice, il lavoratore, l’operaio) ordina il mondo. Questo è: “il senso comune”, la concezione base del mondo, quella con cui facciamo ordine nella vita quotidiana, il modo in cui diamo valore a quello che è giusto e quello che è ingiusto, a quello che è desiderabile e a quello che è possibile, a quello che è impossibile e a quello che è probabile. E la sinistra mondiale, la sinistra europea, devono lottare per un nuovo senso comune, un nuovo senso comune progressista, rivoluzionario, universalista. Ma è obbligatoriamente un “nuovo senso comune”.


In secondo luogo, abbiamo bisogno di recuperare (come faceva brillantemente il nostro primo relatore) il concetto di democrazia. La sinistra ha sempre rivendicato la bandiera della democrazia. Ed è la nostra bandiera. È la bandiera della giustizia, dell’uguaglianza, della partecipazione. Ma per fare questo dobbiamo staccarci dalla concezione di democrazia come fatto meramente istituzionale. La democrazia sono le istituzioni? Sì, sono le istituzioni, ma è molto di più che l’istituzione. La democrazia è votare ogni quattro o cinque anni? Sì, ma è molto più di questo. È eleggere il Parlamento? Sì, però è molto più di questo. È rispettare le regole dell’alternanza? Sì, ma è molto più di questo. Quella è la maniera liberale, fossilizzata, d’intendere la democrazia in cui a volte rimaniamo imprigionati. La democrazia sono valori? 

Sono valori, principi organizzativi dell’intendere il mondo: la tolleranza, la pluralità, la libertà d’opinione, la libertà di associazione. Vanno bene, sono principi, sono valori, ma non sono solamente principi e valori. Sono istituzioni, ma non sono solo istituzioni. La democrazia è pratica. La democrazia è azione collettiva. La democrazia fondamentalmente è crescente partecipazione nell’amministrazione delle cose comuni che ha una società. C’è democrazia se noi cittadini partecipiamo nelle cose comuni che abbiamo

 Se come patrimonio comune abbiamo l’acqua: democrazia è partecipare alla gestione dell’acqua. Se come patrimonio comune abbiamo l’idioma, la lingua: democrazia è la gestione comune della lingua. Se come patrimonio comune abbiamo i boschi, la terra, la conoscenza: democrazia è partecipare alla gestione dell’acqua, alla gestione dell’aria, della terra, della conoscenza. Democrazia è gestione, amministrazione comune, crescente partecipazione nella gestione del bosco, nella gestione dell’acqua, nella gestione dell’aria, nella gestione delle risorse naturali. Ci deve essere democrazia, c’è democrazia, nel senso vivo, non fossilizzato del termine, se la popolazione e la sinistra aiuta, partecipa alla gestione comune delle risorse comuni, istituzioni, diritti, ricchezze.


I vecchi socialisti degli anni ’70 dicevano che la democrazia dovrebbe bussare alle porte delle fabbriche. È una buona idea, ma non è sufficiente. Deve bussare alla porta delle fabbriche, alla porta delle banche, alla porta delle imprese, alla porta delle istituzioni, alla porta di tutto quello che sia comune alle persone. [Applausi]. Mi chiedeva il nostro delegato di Grecia sul tema dell’acqua. Come abbiamo cominciato noi in Bolivia? Per temi base di sopravvivenza: l’acqua. E intorno all’acqua, che è una ricchezza comune, che stava per essere espropriata, il popolo porta avanti una guerra di recupero dell’acqua per la popolazione. E poi abbiamo recuperato non solo l’acqua, abbiamo fatto un’altra guerra sociale e ci siamo buttati a recuperare il gas e il petrolio e le miniere e le telecomunicazioni. E c’è ancora molto da recuperare. 

Ma in ogni caso questo è stato il punto di partenza, la crescente partecipazione dei cittadini nella gestione delle cose comuni, dei beni comuni che ha una società, una regione.

In terzo luogo, la sinistra deve recuperare la rivendicazione dell’universale, delle ideologie universali. Delle ideologie comuni. La politica come bene comune. La partecipazione come partecipazione nella gestione dei beni comuni. Il recupero delle cose comuni come diritto: diritto al lavoro, diritto alla pensione, diritto all’istruzione gratuita, diritto alla salute, diritto all’aria pulita, diritto alla protezione della madre terra, diritto alla protezione della natura.   Sono diritti, ma sono universali. Sono beni comuni universali di fronte ai quali la sinistra, la sinistra rivoluzionaria, deve prospettare misure concrete, obiettive e di mobilitazione.


Leggevo, su una rivista, che in Europa si stavano utilizzando le risorse pubbliche per salvare beni privati. È un’aberrazione. Stavano usando i soldi dei risparmiatori europei per salvare dal fallimento le banche. Stavano usando il comune per salvare il privato. Il mondo è al contrario! Deve essere al contrario: usare i beni privati per salvare e aiutare i beni comuni. Non i beni comuni per salvare i beni privati. Le banche devono avere un processo di democratizzazione e di socializzazione nella loro gestione. Perché altrimenti le banche finiranno per togliere non solo il lavoro, ma anche la casa, la vita, la speranza, tutto. E questo non si può permettere. [Applausi].


Ma [bisogna] anche rivendicare (nella nostra proposta come sinistra) una nuova relazione metabolica tra l’essere umano e la natura. In Bolivia, per la nostra eredità indigena, la denominiamo come nuova relazione tra l’essere umano e la natura. Il Presidente Evo dice: la natura può esistere senza l’essere umano, l’essere umano non può esistere senza natura. Però non bisogna cadere nella logica dell’economia verde, che è una forma ipocrita di ecologismo. [Applausi]


Ci sono imprese che, davanti a voi europei, appaiono come protettori della natura… e con l’aria pulita…. Però quelle stesse imprese portano da noi, in Amazzonia, in America o in Africa, tutti gli scarti che si generano qui. Qui sono depredatori o sono difensori, e lì diventano depredatori. Hanno fatto della natura un nuovo affare. E la preservazione radicale dell’ecologia non è un nuovo affare, né una nuova logica d’impresa. Bisogna restituire una nuova relazione. Che è sempre tesa. Perché la ricchezza che va a soddisfare delle necessità richiede la trasformazione della natura, e trasformando la natura modifichiamo la sua esistenza.

Modifichiamo il BIOS. Però, modificando il BIOS, come contropartita, molte volte, distruggiamo l’essere umano e anche la natura. Al capitalismo questo non importa perchè è un affare per lui. Ma a noi sì, alla sinistra sì, all’umanità sì, alla storia dell’umanità sì che importa! Abbiamo bisogno di rivendicare una nuova logica di relazione... Non direi armonica, ma metabolica. Mutuamente utile all’ambiente vitale, naturale ed all’essere umano. Lavoro, necessità.


Infine, non c’è dubbio che abbiamo bisogno di rivendicare la dimensione eroica della politica. Hegel vedeva la politica nella sua dimensione eroica. E, seguendo Hegel immagino, Gramsci diceva che le società moderne, la filosofia e un nuovo orizzonte di vita, devono diventare fede nella società, o possono esistere solo come fede all’interno della società. Questo significa che abbiamo bisogno di ricostruire la speranza, che la sinistra deve essere la struttura organizzativa, flessibile, crescentemente unificata, capace di rivitalizzare la speranza nella gente. Un nuovo senso comune, una nuova fede, non nel senso religioso del termine, ma un nuovo credo generalizzato per il quale le persone scommettono eroicamente il loro tempo, il loro sforzo, il loro spazio, la loro dedizione.


Mi compiaccio di quanto commentava la compagna quando ci diceva che oggi stiamo riunendo 30 organizzazioni politiche. Eccellente! Vuol dire che è possibile unirsi. Che è possibile uscire dagli spazi stagnanti. La sinistra, tanto debole oggi in Europa, non può prendersi il lusso di allontanarsi dai suoi compagni. Ci potranno essere differenze in 10 o 20 punti, ma coincidiamo in 100. Quei 100 devono essere i punti di accordo, di avvicinamento, di lavoro. E teniamoci gli altri 20 punti per dopo. Siamo troppo deboli per concederci il lusso di continuare in litigi di parrocchia e piccoli feudi, distanziandoci dal resto. Bisogna assumere una logica nuovamente gramsciana: unificare, articolare, promuovere.


Bisogna prendere il potere dello Stato. Bisogna lottare per lo Stato. Però non dobbiamo mai dimenticare che lo Stato, più che una macchina, è una relazione. Più che materia, è idea. Lo Stato è fondamentalmente idea. E un pezzo è materia. È materia come relazioni sociali, come forze, come pressioni, come bilanci, come accordi, come regolamenti, come leggi. Ma è fondamentalmente idea di credere in un ordine comune, in un senso di comunità. In fondo, la lotta per lo Stato è una lotta per una nuova maniera di unificarci, per un nuovo universale, per un tipo di universalismo che unifica volontariamente le persone. 

Però questo richiede di aver vinto precedentemente le credenze, aver sconfitto precedentemente gli avversari nella parola, nel senso comune; aver sconfitto le concezioni dominanti di destra nel discorso, nella percezione del mondo, nelle percezioni morali che abbiamo delle cose. E perciò questo richiede un lavoro molto arduo. La politica non è solo una questione di rapporti di forza, di capacità di mobilitazione (che al momento giusto lo saranno), è fondamentalmente convinzione, articolazione, senso comune, credenza, idea condivisa, giudizio e pregiudizio condiviso rispetto all’ordine del mondo. E a questo punto le sinistre non devono solo accontentarsi dell’unità delle organizzazioni di sinistra. Devono espandersi verso l’ambito dei sindacati, che sono il supporto della classe lavoratrice e la loro forma organica di unificazione.

Ma bisogna pure prestare molta attenzione –compagni e compagne- ad altre forme inedite di organizzazione della società. La riconfigurazione delle classi sociali in Europa e nel mondo darà luogo a forme differenti di unificazione, forme più flessibili, meno organiche, forse più territoriali, meno per centri di lavoro. Tutto è necessario: l’unificazione per centri di lavoro, l’unificazione territoriale, l’unificazione tematica, l’unificazione ideologica. È un insieme di forme flessibili di fronte alle quali la sinistra deve avere la capacità di articolare, di proporre e di unificare e di andare avanti.


Permettetemi a nome del Presidente e a nome mio, di complimentarmi con voi ed elogiare questo incontro, di augurarvi ed esigervi (in modo rispettoso ed affettuoso): lottate, lottate, lottate! Non lasciate soli noi popoli che stiamo lottando isolatamente in alcuni luoghi, in Siria, qualcosa in Spagna, in Venezuela, in Ecuador, in Bolivia. Non lasciateci soli. Abbiamo bisogno di voi e ancor più di un’Europa che non solo guardi da lontano quello che succede in altre parti del mondo, ma di un’Europa che torni nuovamente a illuminare il destino del continente e il destino del mondo.


Complimenti e molte grazie!

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