miércoles, 10 de agosto de 2016

RIO2016: La storia di Oscar Figueroa: da rifugiato a primo colombiano a vincere una medaglia d’oro nella storia delle Olimpiadi

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Attilio Folliero blog  Ieri sera abbiamo assistito in diretta alla strepitosa vittoria del colombiano Óscar Figueroa Mosquera nel sollevamento pesi, categoria 62 Kg. I telecronisti colombiani della TV che stava trasmettendo l’evento sembravano impazzire per la gioia. Mi sono venute alla mente le telecronache di Nando Martellini, in occasione della vittoria dell’Italia nel mondiale del 1982 e di Franco Rosi, in occasione della strepitosa vittoria di Alberto Cova nei 10.000 metri, ai primi mondiali di atletica
leggera di Helsinki del 1983; ancora risuona nelle mie orecchie il grido “Cova, Cova, Cova” di Franco Rosi. Alberto Cova l’anno prima aveva vinto il titolo europeo e l’anno seguente avrebbe vinto anche il titolo olimpico.

La vittoria di Figueroa rappresenta la prima medaglia d’oro maschile vinta dalla Colombia in tutta la storia delle Olimpiadi. Figueroa aveva vinto la medaglia d’argento nelle olimpiadi di Londra del 2012.

La storia di Oscar Figueroa è sicuramente triste, curiosa, spesso sfortunata ed al tempo stesso fortunata; comunque originale. Il trentatreenne colombiano durante la sua lunga carriera, già 22 anni di sport, ha subito vari interventi chirurgici, ben due alla colonna vertebrale e due al ginocchio; più volte la sua carriera è sembrata arrivare al capolinea per problemi fisici, ma alla fine è sempre riuscito a riprendersi.

Alle Olimpiadi di Atene nel 2004, la medaglia di bronzo gli è sfuggita per un soffio; pur avendo ottenuto lo stesso risultato (280 kg complessivi) del turco Sedat Artuç e del bielorusso Vitali Dzerbianiou, la medaglia venne assegnata in base al minor peso degli atleti e lui risultò pesare qualche grammo in più dei suoi avversari.
Durante le Olimpiadi di Pechino del 2008 era al massimo della forma, quando un problema alla mano destra gli ha impedito di esprimersi al massimo.
Nella già citata Olimpiade di Londra del 2012 vinse la medaglia d’argento, ma fu vicinissimo alla vittoria assoluta; in quella edizione in un sollevamento riuscì perfino a stabile il record olimpico, ma non gli fu sufficiente per conquistare l’oro, dato che alla fine la medaglia è assegnata in base alla somma dei migliori sollevamenti.
Anche per questa edizione, dopo 4 anni di duro lavoro ed allenamenti continui, la sfortuna sembrava accanirsi ancora una volta contro l’atleta colombiano; prima di tutto i soliti problemi fisici, risolti grazie all’intervento del Dott. Jorge Ramierez, che ha ringraziato pubblicamente, e poi a causa di una condanna a 16 mesi di carcere, arrivata inaspettatamente lo scorso 16 giugno; un tribunale colombiano lo ha condannato a 16 mesi di carcere per una falsa denuncia. 

L’atleta aveva denunciato il furto della sua automobile, ma stando alla sentenza dei giudici, Figueroa non era stato vittima di furto e pertanto è stato condannato per simulazione di reato; il campione colombiano, condannato anche al pagamento di una multa, è riuscito ad evitare il carcere grazie alla sospensione condizionale della pena, non avendo precedenti penali. L’atleta proprio grazie alla sospensione condizionale della pena è riuscito ad andare a Rio 2016. Le vicende di Oscar Figueroa non finiscono qua. La vita di questo atleta, come quella di milioni di colombiani, è legata al dramma della violenza politica e dei rifugiati.
Oscar Figueroa è nato a Zaragoza, nel Municipio di Antioquia, da una famiglia povera, di minatori e pescatori. Quando aveva 9 anni, assieme alla famiglia, fu costretto ad abbandonare la città e rifugiarsi a Cartago. Nella sua zona d’origine imperversava la violenza dei paramilitari e l’11 novembre del 1988 ci fu un gravissimo atto di violenza, il “Massacro di Segovia” ad opera dei paramilitari di Fidel Castaño: 43 abitanti vennero uccisi ed altri 45 rimasero feriti. A causa delle violenze perpetrate dai paramilitari anche la famiglia di Figueroa, come tante altre, fu costretta ad abbandonare la propria casa e rifugiarsi altrove.
La vita di questo atleta, come quella di altri 5 milioni di rifugiati colombiani, è sempre stata dura. Nello sport ha trovato un motivo per riuscire ad andare avanti ed emergere con grandi sacrifici. Prima del sollevamento pesi ha praticato vari altri sport, sicuramente più popolari e meglio retribuiti, come il calcio o la pallacanestro; grazie al suo fisico ed alla sua forza, un professore di educazione fisica lo ha invogliato a praticare il sollevamento pesi.
Nel 2000 riesce a partecipare al suo primo campionato mondiale giovanile a Praga, arrivando quinto. Grazie a questo risultato ottenne da “Coldeportes”, il Dipartimento Amministrativo di Sport, Tempo libero e Attività fisica della Colombia, l’assegnazione di uno stipendio minimo, comunque insufficiente per sopravvivere. In questo momento della sua vita, lui e la sua famiglia non avevano neppure i soldi per pagare l’affitto della modesta casa in cui vivevano a Cartago.
Figueroa era ormai deciso a rinunciare allo sport per dedicarsi a qualche lavoro meglio retribuito. 

Mesi dopo, però venne a sapere che Coldeportes avrebbe concesso a coloro che fossero riusciti a laurearsi campioni del mondo una somma di denaro sufficiente ad acquistare il modesto alloggio in cui vivevano. Riuscire a dare un alloggio sicuro a sua madre fu il motivo che lo convinse a riprendere gli allenamenti e partecipare al successivo campionato mondiale giovanile, in svolgimento in Turchia. Ritornò dalla Turchia campione del mondo giovanile e le chiavi dell’alloggio per sua madre.
Costretto per legge a partire militare, pensava che la sua carriera sportiva si sarebbe interrotta, invece riesce ad entrare nella Squadra delle Forze Armate; i suoi superiori per consentirgli di allenarsi, lo esoneravano dagli obblighi militari.

Finalmente riesce ad arrivare all'Olimpiade di Atene del 2004, di cui sopra, dove non vince una medaglia per la sfortuna di pesare qualche grammo in più dei suoi avversari.
Oggi, 12 anni dopo quella prima sfortunata Olimpiade, Oscar Figueroa, uno dei milioni di rifugiati che tanto soffrono nel mondo, è finalmente riuscito a coronare il sogno della sua vita: vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Il pianto e l’emotivo abbraccio con sua madre, al termine della gara, sintetizza la fine (si spera) di una intera vita di tristezze e sacrifici.


L'abbraccio con la madre
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