domingo, 8 de agosto de 2010

Colombia: Nessuna rottura, qualche discontinuità

Santos non ha detto una sola parola sulla crecescente produzione di cocaina

Tito Pulsinelli

Sotto un cielo piovoso e grigio, nella vasta e imponente piazza Bolivar chiusa al pubblico, di fronte alla schiera dei dignitari e notabili che si riparavano dalla pioggia, Santos ha assunto la presidenza colombiana. Fino all'ultimo, il suo predecessore Uribe ha continnuato a gettare benzina sul fuoco, e gli lascia in eredità relazioni infuocate con il Venezuela ed Ecuador.

Il discorso pronunciato da Santos ha confermato le aspettative: nessuna rottura, qualche discontinuità (in politica estera), una sostanziale sensazione di prolungamento della medesima politica degli ultimi otto anni. Stessa politica con due strategie? Dopo il pugno di ferro di Uribe, ora è la volta del guanto di seta? Solo i fatti diranno se sarà un "Uribe 3" o un "Santos 1".

Nell'area militare e nei servizi segreti c'è continuismo assoluto e sono rimasti nelle mani di fedelissimi di Uribe. Negli altri ministeri e apparati, Santos ha designato personalità che in passato si distanziarono, criticarono o furono allontanate dal discusso ex presidente che -comunque- è stato "blindato". Per metterlo al riparo dal potere giudiziario,Uribe è stato persino nominato "generale di 4 stelle" ad honorem. E Ban Ki-moon gli ha affidato la commissione di indagine sull'attacco israeliano alla Flottiglia della libertà.

Santos ha garantito il pugno di ferro contro le due guerriglie ed ha posto l'accento sulla preoccupante situazione economica del Paese, alle prese con elevate spese militari, emigrazione interna (sfollati) ed esterna, disoccupazione crescente. Vuole ricomporre in fretta i rapporti di buon vicinato con i Paesi confinanti. Con il Venezuela è un'urgenza soprattutto economica, visto che la Colombia ha perso un mercato dove collocava 5 miliardi di dollari, e gli Stati Uniti non sono in grado di assorbirli. E' il costo del bellicismo di Uribe e della concessione di sette basi militari agli Stati Uniti.

Hanno sorpreso di più i silenzi di Santos che le sue parole. Non ha detto una sola parola, nemmeno un'allusione fugace all'economia illegale e al narcotraffico. Neppure un riferimento alla vera anomalia colombiana, al cancro che ha permeato di sè tutti i livelli istituzionali della politica, economia, giustizia, forze armate.
Santos è rimasto muto sulla madre dei problemi che ha travalicato le frontiere colombiane ed affligge la comunità internazionale. La produzione della cocaina è aumentata, così pure il potere delle mafie che ne controllano il ciclo (dalla coltivazione al riciclaggio), nonostante i sostanziosi investimenti degli Stati Uniti per i numerosi "Plan Colombia".

In sintesi, Santos lascia intravedere qualche sprazzo di sereno in politica estera, e rimane sotto la cappa grigia del continuismo uribista per quel che riguarda la fiorente economia parallela della cocaina; per la conferma dell'assetto neoliberista e per lo strapotere degli apparati militari sugli altri poteri dello stato.

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