viernes, 24 de septiembre de 2010

America latina: La programmazione di un saccheggio (2/2)

Damoisson foto
Enzo Caprioli
Col passaggio di proprietà delle terre dai piccoli produttori ai latifondisti si perse tutto il sistema agricolo tradizionale, più sostenibile rispetto a quello dell’agro-industria; si perdono anche la tradizione alimentare locale e le reti sociali che le fanno da contorno. Passo conclusivo di questa involuzione sociale è l’abbandono delle campagne e di tutto quel patrimonio secolare di competenze che conferiva dignità ed autonomia al lavoro. Contadini privati dei propri mezzi di sostentamento hanno finito con l’ammassarsi nei grossi centri urbani, dove sopravvivono in condizioni miserevoli ed indegne di un essere umano (4).

L’esodo dalle campagne può avere anche altri esiti: l’emigrazione internazionale. In genere questa possibilità viene presa in considerazione più dagli uomini che dalle donne, ciò spacca i nuclei familiari ed espone chi la tenta a grossi rischi. La speranza di una vita migliore per lo più si scontra con la realtà di uno sradicamento definitivo ed alienante (5), quando non addirittura con una fine prematura. Su questo argomento non serve fare del pietismo senza costrutto, come qui in Italia fanno purtroppo molti ambienti cattolici e gli esponenti di punta della sinistra (6); si tratta invece di mettere a fuoco la reale tragicità di scelte individuali, non buone per chi le compie e non buone per collettività come la nostra che subisce, nei termini di un flusso migratorio invasivo. L’accoglienza non risolve il problema a nessuno, anzi tampona le mostruose conseguenze della speculazione macroeconomica rimandando a data da destinarsi le sacrosante necessarie contromisure, che soltanto una nuova consapevolezza etico-politica può generare.

Il pensiero unico globalista, che ha come premessa assoluta il primato dell’economia sulla politica, codifica, in termini sia ideologici che culturali la necessità che il capitale internazionale ha di mantenere più aperte possibili tutte le opportunità speculative, a scapito del mondo come ecosistema e del mondo come insieme di comunità solidali (gli stati nazionali) (7).

Le grandi migrazioni transanazionali ne sono un corollario indispensabile, perché valvola di sfogo che previene sollevazioni popolari; servono nei luoghi di espatrio per illudere, servono nei luoghi di afflusso per diluire la coscienza nazionale ed impedire fenomeni di compatta reazione sociale. Altri “desiderata” del pensiero unico sono: che i gusti del consumatore si uniformino alle produzioni offerte dalle multinazionali su scala planetaria, che la solidarietà entro la classe sociale abbiente si internazionalizzi, impedendo che uno spirito patriottico possa trovare dalla stessa parte imprenditori, tecnici, artisti, intellettuali e manodopera. Lotta aperta quindi contemporaneamente contro il nazionalismo e contro la socialità.

La diaspora dei centro-americani ha comportato un risvolto economico di particolare significato: le rimesse dall’estero. Attualmente, sempre come conseguenza dei governi neoliberali, circa il 70% della popolazione in America Centrale vive con meno di 3 euro al giorno; gli espatri (4,5 milioni di cui gran parte vivono negli USA) sono quindi divenuti essenziali per il sostentamento dei compatrioti rimasti a casa. I soldi mandati in patria rappresentano ben il 15% del Pil di tutta la regione centro-americana, mentre un altro 15% è rappresentato dalla cooperazione internazionale. In questa situazione, di dipendenza ed assoluta precarietà, sguazza un gruppo molto ristretto di famiglie (une decina) ricchissime, che hanno rapporti con le multinazionali e con la grande finanza; la classe media che vive di lavoro (professionisti, tecnici, docenti…) è in bilico tra sussistenza e povertà.

Alcuni degli attuali governi popolari dell’America Latina, in particolare Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Argentina (8) stanno tentando correttivi rispetto allo tsunami liberista degli anni Novanta, ma la strada è tutta in salita: gli effetti devastanti prodotti sono difficilmente reversibili e la sudditanza economico-politica è pesante. Essi hanno però un vantaggio rispetto ai nostri governi europei: la maggior consapevolezza della natura criminosa del grande capitale internazionale. O si sceglie coscientemente collaborazionismo e corruzione, o quello che si deve fare è più chiaro.

Nella nostra presunzione europea ci siamo sempre sentiti estranei a situazioni di “fogna” sociale tipiche dell’America Latina; purtroppo l’epoca dei privilegi privatistici è conclusa mentre si è aperta (particolarmente per le generazioni nate dopo il 1970) una stagione di strenua battaglia per evitare che l’onda di marea del saccheggio liberista ci affoghi come talpe nelle tane. Su questa stessa rivista e su Rinascita è stata ampliamente argomentata la natura strutturale della crisi, irreversibile perché contestuale ad un insensato abuso di risorse che ha pesantemente intaccato la produttività globale devastando i principali ecosistemi. Il capitalismo liberista mostra oggi tutta la sua insensatezza ma, come una mandria impazzita, è ancora capace di fare enormi danni prima di essere fermato.

Avevo accennato precedentemente al crollo dei prezzi dei prodotti agricoli in Europa. Se la situazione non viene corretta porterà come conseguenza la svendita dei terreni da parte degli agricoltori proprietari a vantaggio del macrocapitale. Per il momento, in Italia, non è il credito ad essere negato agli agricoltori; anche la situazione debitoria è limitata, ma può rapidamente peggiorare, se la redditività delle aziende agricole non risale. E’ assurdo che il mais venga pagato all’origine 0,12 euro al Kg, così come il frumento panificabile a 0,17 euro al Kg; è una diminuzione dell’ordine del 50% rispetto ai prezzi del 2008 considerando poi che, al consumo, i generi alimentari (pane, pasta farina) hanno subito rincari in tutto il 2009.

E’ ancora più assurdo che latte di alta qualità venga venduto alla stalla a 27 cent. Al libro, quando al consumatore costa 1,50 -1,60 euro al litro. Tutto ciò è frutto di speculazione in regime di libero mercato e per il settore lattiero è dovuto in particolare alla possibilità di importare latte estero di scarsa qualità ed alla ridotta capacità di assorbimento da parte dei mercati internazionali del latte italiano.

Nel 2008 il latte alla stalla veniva pagato 42 cent! Se si considera che la produzione nazionale non copre neppure il fabbisogno interno, c’è evidentemente qualcosa di profondamente sbagliato che va corretto. Quando il prezzo del latte sarà tornato più alto molti allevatori potranno aver chiuso le aziende; si saranno persi posti di lavoro, persa una tradizione produttiva, persi prodotti tipici lattiero-caseari, persa la possibilità di riorganizzare l’allevamento bovino su basi più sane, più naturali (9).
Verso metà ottobre qualcuno ha tirato fuori soldi pubblici (fondi europei) e ha dato un po’ di ossigeno ai produttori di latte. I problemi di fondo però restano: il mercato delle materie prime è in mano agli speculatori, la vendita degli alimentari al consumatore finale è monopolizzata dalla grande distribuzione organizzata (GDO) che ha la forza di imporre il prezzo a chi produce. Al di sotto della GDO ed ancora al di sotto dei produttori e degli intermediari, c’è l’agricoltore, che deve accontentarsi di ciò che gli danno.

Eppure è innegabile che il settore economico in assoluto più importante in ogni paese sia l’agricoltura, non perché fa più Pil, ma perché garantisce sussistenza alimentare e soprattutto perché riguarda il territorio dell’intera nazione, la cui gestione ha ricadute generali di assoluta rilevanza. Un’agricoltura pulita, dove l’uso dei prodotti chimici sia qualificato e ridotto al minimo, dove le varietà culturali e le tecniche di coltivazione vengono studiate da lungo tempo per quel particolare terreno e per quella particolare area climatica, è un’immensa ricchezza per tutta la nazione. Al contrario, un’agricoltura dipendente dalla chimica, orientata dai tecnici delle multinazionali, in balia dei capricci del mercato sarebbe la fine di ciò che la tradizione italiana ancora rappresenta nel mondo, oltre che di tante altre cose.

Le associazioni di categoria degli agricoltori stanno finalmente muovendosi per ricollegare la produzione al consumo, ma sono sforzi di cui la politica dovrebbe capire l’assoluta urgenza favorendone l’esito con tutti i mezzi disponibili e senza curarsi del diktat liberista. Più di vent’anni fa si è permesso che grosse società come Parmalat ponessero fuori mercato le centrali del latte a carattere locale, pubbliche o di produttori consorziati. Poi sappiamo quanto ci sia costata la Parmalat coi suoi titoli, emessi col supporto di Bank of America. Oggi si sta concedendo un assurdo monopolio ed ulteriori possibilità espansiva alla GDO; essa uccide il piccolo commercio e penalizza indirettamente interi comparti produttivi, l’alimentare in primis.

Il problema è ancora una volta politico: esiste una classe politica capace di interpretare i problemi del Paese e di farsene carico anche resistendo alle pressioni dei poteri forti? Tutto ciò che è accaduto in altre parti del mondo dovrebbe insegnarci qualcosa, ma siamo ideologicamente in grado di apprenderne la lezione? Idioti e pusillanimi di casa nostra si scontrano in parlamento come se ciò di cui discutono sia in grado di migliorare anziché affossare la collettività; per corruzione, superficialità ma soprattutto ipocrisia ciascuno di loro trova il modo di non fare o non proporre ciò che è assolutamente necessario.

Note
(4) Nelle bidonvilles ai margini delle città c’è una massa umana che vive di espedienti, di non lavori: vendita ambulante di ciarpame vario, caramelle, sigarette…; in certe città ci sono i “cartoneros”che selezionano nell’immondizia la carta, il cartone e qualsiasi altro materiale sfruttabile. I più fortunati lavorano nell’industria manifatturiera con salari che, nel Centro America, oscillano intorno ai 30 cent. Di euro all’ora.
(5) Chi se la cava meglio sono i delinquenti, gente disposta a tutto, che trova nelle inefficienze e nel buonismo umanitario dei Paesi di accoglienza uno spazio per sopravvivere senza sottomettersi.

(6) La gente comune è decisamente più consapevole dei leaders politici. In Italia la gran parte degli elettori non vuole una società multietnica, ma si trova ad essere “guidata” da corrotti che hanno costruito la loro carriera personale sulla più irriflessiva ed opportunistica retorica. Il bipolarismo “obbliga” un lavoratore tradizionalmente di sinistra (ma incazzato per avere perso il lavoro a causa della manodopera cinese) a valutare una triade di possibili segretari del Pd, ciascuno dei quali vuole facilitare ingresso e permanenza degli immigrati in Italia. Non ci sono parole, se non di vituperio, per definire l’ex neofascista presidente della Camera, Gianfranco Fini, che flirta con i “dalemiani” della Fondazione Italiani Europei per un progetto bipartisan sull’immigrazione a danno di tutto il paese. La differenza tra lui e un Bersani è che il secondo a maggiori scusanti biografiche.

(7) La tappa più nefasta dei processi di globalizzazione dei mercati possiamo collocarla nel 1994, allorché 135 nazioni furono convinte a dare vita al WTO (World Trade Organisation). Questa “chiesa” del libero commercio, attraverso accordi internazionali ai quali è difficile sottrarsi, cerca di impedire o sanzionare qualunque forma di protezionismo o comunque di argine (posto da singoli governi) alla mercificazione di ogni aspetto sociale: dal credito all’istruzione, dalla sanità all’alimentazione, dall’arte all’assistenza sociale, alle pensioni. La religione liberista impedisce nei fatti di progettare una società sana, favorendo invece il “dumping” sociale ed ambientale; esso è evasione di norme a tutela del lavoratore e dell’ambiente da parte di un capitale libero di spostarsi ovunque. Ciò sta devastando le strutture sociali più evolute, vanificando diritti acquisiti e tentativi di tutela del patrimonio naturale.
(8) L’Argentina, dopo le privatizzazioni di Carlos Menem nel 1991, scivolò via via in una condizione che la resero terreno ideale della speculazione finanziaria e facile preda per un saccheggio generalizzato. Il crollo economico fu nel 2001 sotto il governo di Fernando De La Rùa, insediatosi a fine 1999 e fuggito dal Paese nel dicembre 2001. Il caso di Cuba andrebbe trattato a parte, perché è stato l’unico Paese latinoamericano a sottrarsi fin dall’inizio alla globalizzazione; le sue tentazioni liberal-capitaliste sono molto recenti.

(9) Chi produce latte oggi spende una fortuna in ormoni, antibiotici ed antinfiammatori, soldi che vanno alle multinazionali. Le tecniche di allevamento intensivo e la stessa selezione genetica delle razze da latte hanno spinto per una produzione pro capite altissime, che però espone l’animale a continue infezioni ed infiammazioni (mastosi soprattutto). Non c’è natura nelle razze con ipertrofia secretiva, non c’è natura negli angusti spazi che occupa l’animale, non ce n’era nei mangimi (vedi BSE, il caso della “mucca pazza”), ce n’è ancor meno nel trasportare il latte per centinaia o per migliaia di chilometri pur di pagarlo meno.
(10) L’autore tratta questi argomenti anche sul sito www.iperlogica.it
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