domingo, 18 de septiembre de 2011

Appunti scritti con il gesso (4)

foto Aldo Bonasia
F. M. Rizzotti
Poi è successa l'alluvione e l'acqua dell'Olona - più che acqua una broda nera e puzzolente - è entrata nelle case basse. Una sera mia zia Gnagne ha portato me e la mia sorella piccola a visitare una sua amica alluvionata, una ex-suora che aveva abbandonato il convento, era diventata comunista e bestemmiava, anche contro padre Pio. Per entrare in casa della ex-suora abbiamo dovuto camminare in equilibrio su delle assi, che a noi l'alluvione è sembrata un divertimento. Invece i bambini del Polesine che avevano smistato nel nostro paese non sembravano proprio divertiti, anzi! Avevano delle facce da
 morti di fame e un po' da pazzi. La mia maestra Stanga non ne ha voluto nessuno, così li hanno sistemati nella classe mista, dove mettevano quelli che non andavano bene a scuola, i ripetenti, i disadattati come il Maiolica, che mangiava le lucertole vive e una volta che il prete lo aveva mandato a prendere il vino si era bevuto metà bottiglione e era arrivato all'oratorio ciucco perso. La maestra della classe mista era una signora tranquilla, li faceva disegnare, cantare, li portava in palestra e in gita i suoi scolari e non gridava mai.

La nostra, invece, ci ha spiegato che il Pò, il fiume più lungo d'Italia, in Polesine aveva rotto gli argini, erano morte un centinaio di persone e 180.000 ("Bambini, chi sa come si scrive 180.000?") avevano dovuto scappare poi il direttore ci ha fatto sentire la radio che era collegata all'altoparlante. Davano "Il sogno" di Bizet, una musica che faceva piangere e chiedevano a tutti gli italiani di fare una catena di solidarietà. Appena ho detto a mio papà che la maestra voleva i soldi per gli alluvionati lui ha cominciato a bestemmiare che quella troia voleva sempre soldi, una volta per la lotta alla tubercolosi, che ormai non c'era neanche più, a parte quell'usuraio del Pasinetti, un'altra per la Società Dante Alighieri, che era un covo di fascisti e adesso per i disgraziati del Polesine che era tutta colpa del governo. Ma "Il sogno" di Bizet deve avere commosso anche lui, oppure è stato un ordine del partito...


L'amore di mia sorella era un alluvionato di quinta, alto, magrissimo, sempre nervoso che andava in giro con un paltò che cadeva a pezzi e non si toglieva neanche in classe. Sotto non aveva quasi niente. Sua mamma, secondo mia sorella, faceva la mondina, secondo mio papà la mondana e suo marito - se poi era suo marito - era partito per il Belgio a fare il minatore e lui da solo, questo papà alluvionato, fruttava a noi italiani due quintali di carbone al mese. (E la nostra maestra: "Chi sa quanti chili ci vogliono per fare un quintale?" E siccome nessuno rispondeva: "Interrogato il morto non rispose, dall'accento sembrava calabrese," la sua battuta preferita).

I due quintali ci spettavano per via di un contratto tra l'Italia e il Belgio - tot minatori tot quintali di carbone al mese - che, secondo il mio, di papà, "più che un accordo era una merda." Con tutto ciò la maestra Stanga ci ha parlato del primato degli italiani, una cosa "insita nel nostro destino", "basta pensare alla grandezza di Roma: era forse un caso se il rappresentante di Dio in terra abitava da noi e non da un'altra parte?" Ci ha insegnato "Sole che sorgi libero e giocondo, sui colli nostri i tuoi cavalli doma, tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma" e a momenti si metteva a piangere. Io queste cretinate non le raccontavo in casa dove, ogni due per tre, mio padre imprecava che "l'operaio italiano guadagna il 40% in meno del suo collega europeo. Che schifo di nazione." E concludeva: "Patria infame non avrai le mie ossa!" Chissà dove pensava di farsi seppellire, a Mosca?

9.
D'inverno la nostra stanza da letto profumava di mele e mandarini. Mia mamma nascondeva i mandarini sotto l'armadio, le mele sotto il comò. Era proibito andare nella stanza da letto, ma io e mia sorella più piccola ci andavamo lo stesso a rubare la frutta che doveva durare fino alla domenica dopo. Era una stanza piena di specchi: sull'armadio, sul comò... sulla pettineuse ce n'erano addirittura tre. In alto, in diagonale, erano appesi i ritratti dei miei genitori appena sposati: mio papà elegante, con i capelli mossi, sicuro di sè e gli occhi che fissavano la pistola beretta del C.N.L. nascosta sopra l'armadio; mia mamma, magra e pallida e stupita che sembrava una santa, guardava la pettineuse per controllare se era tutto in ordine. Sopra il letto matrimoniale mio papà, che non credeva in nessuna religione, solo nel comunismo delle api, si era lasciato convincere a appendere un quadro della Sacra Famiglia, con Giuseppe che piallava e Maria in ansia per Gesù, un pacioccone di tre o quattro anni che camminava storto; il Signore, pensavo io, da piccolo sarà stato handicappato.

Sul comò, davanti allo specchio, c'era una campana di vetro, con sotto una Maria Bambina di celluloide, che dormiva in una bella culla, lenzuola, coperta e copriletto bianchi. Sembrava morta. Il letto di mia sorella grande era vicino alla finestra, in mezzo c'era quello matrimoniale, di fianco quello di una piazza e mezza dove dormivamo io e l'altra mia sorella piccola. Quello lì l'abbiamo un po' schincagnato io e lei, una volta che eravamo soli in casa: abbiamo messo l'asse da stiro sulla sponda per giocare all'altalena. La mattina dopo mia mamma, che faceva i letti come all'ospedale, con le lenzuola e le coperte tirate così tanto che poi si faceva fatica a entrarci, si è accorta che il letto a una piazza e mezza scricchiolava e abbiamo dovuto scappare dalla zia Gnagne.

Siccome era domenica e ci toccava lucidare le scarpe e passare il sidol sulle maniglie, verso le undici siamo ritornati a casa. Mia mamma era al mercato, mio papà al C.R.A.L., mia sorella grande curava il lesso e studiava. Quando mia mamma è tornata dal mercato con le borse della spesa, non aveva più tempo di rincorrerci intorno al tavolo, e poi era tranquilla, riposata perché, in tutta la settimana, la messa era l'unica mezzora in cui poteva stare seduta senza far niente e al mercato si divertiva. Adesso doveva fare il risotto e preparare l'insalata di verze, perché mio papà voleva mangiare a mezzogiorno e mezzo preciso.

Quando mia mamma ha finito di fare i conti e mio papà era già partito per il Cral le ho chiesto: "Ma cos'è capitato al Pippo che non lo vedo più?" "L'hanno portato all'orfanatrofio, povero burdel." Diceva sempre così, orfanatrofio, e burdel per dire bambino. il Pippo, il figlio adottivo del marmorino, era più piccolo di me; suo papà, appena risposato, l'ha messo in orfanotrofio. A volerlo adottare era stata la sua prima moglie e il marmorino aveva detto di sì. Un giovedì mattina il Pippo erano venuti a prenderlo e lo avevano portato via ma quasi quasi non piangeva neanche. Gli avevano detto che tornava per Natale. Così, quando non faceva troppo freddo, sui gradini del caseggiato - non i nostri gradini, quelli che davano sulla strada, ma era un caseggiato unico con tre scale d'accesso - c'era anche la nuova mamma del Pippo, la Sunta, che pesava almeno cento chili. Aveva fatto subito amicizia con le altre operaie. Anche lei lavorava al cotonificio così il marmorino aveva potuto tenersi l'appartamento della ditta. Lui lavorava in una specie di capanna davanti al cimitero e scolpiva le lapidi. Secondo mia mamma nel suo lavoro era bravissimo, peccato che beveva.

Noi il giovedì non andavamo a scuola. Mia sorella piccola, che aveva già dieci anni, era rimasta in casa a fare i compiti e a curare la minestra sul gas. Poi io le davo il turno e lei andava da sua zia e mangiava là, così scansava la minestra che proprio non le andava giù. Aveva preparato tutto mia mamma prima di andare a lavorare: il soffritto di olio, burro e pancetta, l'acqua, il dado Liebig e la verdura tritata. Io ero andato giù in cortile a giocare con gli altri bambini delle elementari. In cortile c'era sempre un bel mucchio di sabbia lasciata dai muratori del cotonificio, che ogni tanto venivano a fare le riparazioni, e noi usavamo la sabbia per giocare al giro d'Italia con le biglie. Il marito dell'Augusta era un muratore e quando ci vedeva giocare con la sabbia ci tirava i sassi, ma grossi, da finire all'ospedale. Era proprio scemo. Per fortuna che non aveva mira. Poi c'era quello che sistemava il cortile: metteva in posa i sassi e li fissava con uno martello di legno. Lo chiamavano il Custin perché abitava lungo la costa dell'Olona, il fiume che passava a cento metri da casa nostra. Io mi sono fermato a guardarlo lavorare. Abbiamo parlato un po' e lui mi ha detto: "Perché non vieni a trovarmi, una domenica?"

Quando l'ho detto a mio padre che stava leggendo l'Unità lui non mi ha neanche sentito. Era concentrato su un articolo che parlava del maccartismo, diceva che negli Stati Uniti perseguitavano tutti quelli con un po' di cervello, che avevano rotto i coglioni anche a Einstein, l'inventore della relatività, che ce l'avevano soprattutto con i comunisti che se non era per la Russia i nazisti avrebbero vinto la guerra, erano stati i russi a arrivare fino a Berlino e se mio cugino era ancora vivo doveva dire grazie ai comunisti, mica agli americani e invece quello là, mio cugino, era diventato un saragàt. Mi aveva già spiegato che i saragàt andavano in giro con la giacchetta rovesciata, con il dentro di fuori così si vedeva che avevano tradito.

Una domenica mattina sono andato a cercare la casa del Custin. Era di fronte alla centrale elettrica, nascosta tra le robinie, tutta rovinata. Anche la strada per arrivarci era piena di fango e mi scocciava perché la domenica bisognava pulire le scarpe di casa, io e la mia sorellina piccola. Siccome il lucido da scarpe puzza, lo facevamo sul ballatoio che era aperto e lì d'inverno faceva freddo. Quella del Custin era l'unica casa della costa, allora io l'ho chiamato. Si è affacciato e mi ha fatto segno di andare su al primo piano. Mi ha aperto e appena ho visto l'appartamento sono rimasto: un disordine! Si capiva che non c'era una donna. Dopo la cucina veniva il letto, separato da una tenda. C'era puzza di Olona e di lana umida. Mi ha chiesto se volevo bere qualcosa, che lui aveva solo vino, ma io gli ho risposto che adesso la casa l'avevo vista e volevo andare via. Lui mi ha accompagnato e intanto che camminavamo rideva e era tutto rosso. Sotto il ponte dell'Olona mi ha chiesto se non mi scappava da pisciare. Io no. Io sì, ha detto lui e si è sbottonato i pantaloni e aveva un cazzo grossissimo e intanto che pisciava lo accarezzava e me lo faceva vedere senza dire niente.

Dopo, mentre aiutavo mia mamma a pelare i fagioli, le ho chiesto del Pippo, perchè l'avevano messo in orfanotrofio e lei mi ha risposto che la prima moglie del marmorino era una donna in gamba, che lavorava in cotonificio. Invece il marmorino, prima di sposarla, viveva come un cane randagio. Lui non era di qui, era di un paese della valle e una volta il parroco di quel paese là era andato nella sua capanna e gli aveva detto che era ora di sposarsi e che la moglie gliel'aveva già trovata lui. (Dalle nostre parti succedeva così, che se aspettavi troppo a sposarti la moglie te la trovava il prete.) Poi lei, che era una brava donnina, ha voluto adottare il Pippo e purtroppo è morta presto e il marmorino, che con lei si era messo in riga, ha ricominciato a bere; il suo parroco gli ha trovato un'altra moglie ma questa qua è una povera scema e era meglio per il Pippo andare in orfanatrofio, almeno lì è curato, hai visto come lo mandavano in giro? "Senza una brava donna in casa, una famiglia è cieca. Gli uomini, da soli.." "Devi vedere la casa del Custin!" le ho detto io. Mia mamma, quando ha saputo che ero andato a casa di quello là, mi ha sgridato. "Ah, l'hai detto al papà? E lui ti ha lasciato andare!?" Però poi, quando gli ho descritto la casa, si è divertita.

Un giorno, ma qualche anno dopo, quando il marmorino non c'era già più, hanno trovato la sua seconda moglie morta nel suo letto. Si diceva che aveva la cosa piena di saggina e il manico della scopa in un altro posto, e che forse erano stati tre meridionali che facevano quel tipo di cose là. Ma, allora, se in paese succedeva qualcosa di brutto, si dava subito la colpa ai meridionali che non erano ancora arrivati. continua
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