sábado, 18 de febrero de 2012

Note sul 'rinascimento' amerindio: "Glie lo dici tu che noi esistiamo già?"

Aldo Zanchetta www.ilcambiamento.it
Ricordo quando una sera del 2007 Aldo Gonzales, indigeno zapoteco di rara sagacia e col quale stavo compiendo un giro di incontri in Italia, dopo un’ora abbondante di ascolto di interventi sul tema, allora dominante nei movimenti, “unaltro mondo è possibile”, mi bisbigliò nell’orecchio con voce fra lo scherzoso e l’annoiato: “glielo dici te che noi esistiamo già?”.
Prendo spunto da questo ricordo per iniziare una riflessione a partire da un testo di Monica Bruckman, una giovane sociologa peruviana avente il dono di una scrittura sintetica ed al
medesimo tempo esaustiva del tema che tratta. Scelgo per questa riflessione il testo dal titolo El movimento indígena, uno schizzo di un mondo che esiste già, o meglio che esiste ancora nonostante il genocidio secolare compiuto in nome della 'civilizzazione', questo tarlo che rode ancora oggi la mente del mondo occidentale.
Il testo inizia appunto con una critica, ormai assodata, della visione eurocentrica, accusata di essere “fondamento ideologico e forma di produzione e controllo delle soggettività delle società” (tema già magistralmente trattato in Orientalismo da E. Said, un 'must' per il numero crescente di militanti di Ong che hanno scelto come 'missione' l’educare alla modernità i popoli 'sottosviluppati'). Riporto pertanto solo una frase che mi è sembrata condensare bene la critica dell’autrice:

“L’arroganza di questa visione eurocentrica non solo giustificò forme violente di colonizzazione e colonialismo ma si convertì anche in una barriera cognitiva che ha impedito all’Occidente di conoscere e comprendere la complessità del mondo e le più antiche e importanti civiltà del pianeta. In questo modo vennero disprezzate conoscenze millenarie, forme non-occidentali di organizzazione della vita e della società, forme più umana di relazione con la natura e la vita, sensibilità estetiche altamente elaborate, produzione artistica e culturale di grande importanza, apporti filosofici incluso il denso pensiero sociale prodotto fuori dai paesi centrali dell’Occidente [1]”.


In America latina l’idea di modernità è andata di pari passo non con la 'scoperta' bensì con l’'occultamento' dell’altro (Dussel), fondata “sulla base della struttura di potere coloniale e convertita in un meccanismo legittimatore che impone la civiltà occidentale come l’unica strada di realizzare il cosiddetto 'progresso'”. Non mi dilungo oltre sulla critica, pur importante, dell’eurocentrismo che ha portato alla distruzione della memoria storica collettiva dei popoli e delle civilizzazioni americane (e forse anche della propria).


In realtà interi popoli e intere civiltà furono annichilite e scomparvero. Alcune resistettero, ed altre ritenute estinte, ora riemergono e riprendono faticosamente coscienza di sé in un processo che certo è lungo e difficile ma che, una volta iniziato, sembra non volersi arrestare, malgrado i documenti delle istituzioni di 'intelligence' statunitensi allertino gli stati nazionali latinoamericani sul pericolo e invitino a contrastarlo (ci riferiamo ai famosi Documenti di Santa Fe, elaborazione del peggior conservatorismo statunitense, e ai più ufficiali Scenari globali 2025). 


Ma sono cose note, mentre forse meno avvertita tuttora è la prospettiva civilizzatoria che i popoli amerindi stanno costruendo e proponendo e che gli occhiali appannati a suon di 'sviluppiamo' o il sentimentalismo folclorico di molti generosi 'loro amici' nostrani non colgono appieno. Scrive la Bruckmann, parlando dei fermenti che animano le società latinoamericane di questi anni:

“Il movimento indigeno è forse uno degli elementi più trasformatori di questa densa realtà latinoamericana contemporanea. Questo si costruisce come un movimento sociale di dimensione regionale con un profondo contenuto universale e una visione globale dei processi sociali e politici mondiali. Nello stesso tempo ha cessato di essere un movimento di resistenza per sviluppare una strategia offensiva di lotta per il governo e il potere, specialmente nella regione andina dell’America del sud. 


A partire da una profonda critica e dalla rottura rispetto alla visione eurocentrica, alla sua razionalità, al suo modello di modernità e sviluppo incastonati nella struttura di potere coloniale, il movimento indigeno latinoamericano si presenta come un movimento civilizzatorio, capace di recuperare il lascito storico delle civiltà originarie per rielaborare, non una forma di produrre conoscenza, ma tutte le forme di conoscenza e produzione di conoscenza che hanno convissuto e resistito a oltre 500 anni di dominazione. L’elemento indigeno si sta convertendo nel centro del discorso e della costruzione di una visione del mondo, di un soggetto politico e di un progetto collettivo e emancipatorio”. 


È solo in questo senso, di un movimento ampio e plurale, con significative e ricche diversità al suo interno, che si può parlare di 'movimento indigeno' al singolare senza commettere un grossolano errore, 'eurocentrico' per l’appunto. Dei suoi contenuti parleremo in una seconda puntata. 
Note 
1. E.Dussel, E.Mendieta, C.Bohórquez, El pensamento filosófico latinoamericano, del Caribe y “latino” (1330-2000 – Historia – Corrientes – Temas – Filosófos, Siglo XXI editores, Mexico 2009)

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