martes, 8 de mayo de 2012

Corrispondenza dalla Siria

Attentato ad Aleppo
Joe Fallisi
 1 Maggio Al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Sūriyya, questa la denominazione completa della Repubblica Araba di Siria. Ricorda il nome della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista. A poco più di un anno dal mio viaggio in Libia, sono sbarcato nella tarda serata del 30 aprile 2012 all’aeroporto di Damasco. In quell’occasione ero coi British Civilians for Peace in Libya, oggi mi trovo qui con altri osservatori, ma allo stesso scopo: vedere personalmente qual è la realtà dei fatti e riferirne. Siamo un gruppo di italiani, alcuni nati in Siria, come Jamal Abo Abbas, capo della comunità siriana di Roma, che ha organizzato il viaggio. A uno di loro, Ahmad Al Rifaele, hanno appena ammazzato il cugino, Kusai Malek, e il cognato del
cugino, Bashar Halimeh. La sua famiglia abita nella periferia di Damasco. Mi racconta una storia simile a tante altre che ascolterò in seguito. Gli uccisi non erano soldati e neanche sostenitori attivi del regime. Semplicemente non aderivano alle manifestazioni dei “ribelli”. E’ bastato questo, può bastare anche solo questo. 


Alle 3 di mattina di venerdì scorso i terroristi sono penetrati in casa e hanno sgozzato uno dei due, sparando mortalmente all’altro. E hanno rubato tutto quello che era possibile portar via. Per un miracolo non ci sono stati altri morti. A volte sterminano le famiglie per intero, così che non rimangano testimoni. Poi attribuiscono la carneficina ai soldati dell’esercito regolare. Arriviamo al Cham Palace, in pieno centro, e troviamo una città quasi deserta. Fino a un mese e mezzo fa, mi dicono, Damasco era vivissima anche in piena notte. L’esperienza libica insegna una dura lezione. Tutti sanno che l’avvenire della Siria è legato a quel che farà la Cina e, soprattutto, la Russia. 


Se i due alleati decidessero, per qualche motivo, di togliere la solidarietà al Paese come accadde nei confronti della Giamahiria, la torva dei predatori “umanitari” si scatenerebbe. Sono lì in attesa, coi loro aerei, le loro bombe radioattive, le loro truppe d’assalto specializzate. Per ora impiegano e foraggiano, tramite l’Arabia e il Qatar, dalle basi in Turchia, le formazioni dei tagliagola libici, iracheni, afghani, pachistani, yemeniti, in piccola parte siriani. 


Partecipano anche direttamente con alcuni gruppi di “istruttori” e contractors, lo dimostrano i francesi arrestati pochi giorni fa. Ma sono casi singoli, come piccole gocce in attesa della cascata di veleno. Quest’aria di catastrofe incombente l’avevo respirata anche a Tripoli. Allora, mi ricordo, c’era una sorta di paradossale spensieratezza persino nella tragedia, sembrava impossibile la vera e propria devastazione. Dalla finestra del mio hotel vedevo la spiaggia e il porto e il mare tranquilli, il traffico delle automobili regolare, l’azzurro del cielo immacolato. L’Africa non avrebbe permesso che la Libia, il suo gioiello, venisse stuprata e distrutta. Ora sappiamo di cosa sono capaci gli imperialisti e gli orridi mostri “islamici”. 


Le immagini della tortura, sodomizzazione e omicidio, in mondovisione, di Muammar Gheddafi e poi dell’oscena megera ridens di hamburgerlandia sono impresse come memento mori negli occhi di tutti anche in Siria, da Bashar al-Assad all’ultimo eroico soldato o lavoratore della terra. E nessuno dimentica che solo la Siria e l’Algeria (quest’ultimo il Paese che ospita i familiari ancora in vita del grande Gheddafi) si opposero alla risoluzione per la no-fly zone sulla Libia votata dai traditori della Lega Araba. E’ un progetto e ruolino di marcia implacabile a suo modo grandioso, quello degli occidentali, stabilito più di dieci anni fa. 


Le “primavere” dei signori del caos, l’opera enorme di frammentazione e spoliazione “autogestita” del Medio Oriente, puntano al’Iran e infine alla Russia. Che per prima lo sa bene. Sarà capace, avrà la forza di opporsi a questo disegno? L’interrogativo incombe tremendo e nessuno, in cuor suo, fa finta di illudersi. Anche perché gli agenti del nemico sono attivi più che mai. Siamo immersi nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo. La base da cui si origina ogni rappresentazione ed ermeneutica di questo genere di conflitti fornita dagli organi del “mainstream” non è più la realtà, ma un suo Ersatz costruito a tavolino ovvero in studios appositi, una fanta-realtà virtuale, modellata ad usum Delphini. 


Essa giustifica di fronte alla falsa coscienza ciò che è stato programmato, e dovrà accadere. La ricostruzione e la messa in onda a cura di al-Jewzeera, nel deserto del Qatar, della piazza centrale di Tripoli invasa dai manifestanti “democratici” giorni prima della caduta stessa della città, certificano che il sistema funziona. 
Ora terroristi hanno cominciato a commettere i loro crimini con l’uniforme degli agenti della sicurezza.Quel che si vuole, appunto, è che scompaia la distinzione tra vero e falso. E alla fine la responsabilità di tutti gli orrori ricada sulle autorità dell’ultimo Stato arabo laico e antisionista. Voltato l’angolo della strada c’è una grande banca che ha appena subìto un attentato. A pochi passi il Parlamento siriano, altro obiettivo sensibile. Il nostro punto di osservazione è privilegiato.

La visita all’ospedale militare di Damasco è un’esperienza che non dimenticherò. Per le strade della città, lungo il percorso, vediamo affissi i manifesti delle prossime elezioni parlamentari del 7 maggio (in Siria lo stipendio degli onorevoli è di circa 400 euro al mese…). Ci accoglie il generale medico e primario del nosocomio (1200 posti disponibili), uno dei più grandi e importanti del Medio Oriente, con specializzazioni di rilievo, soprattutto nella cura dei tumori e nel trapianto di midollo osseo. 



Attualmente sono in cura 110 feriti gravi, molti di questi casi disperati. E ogni giorno si verificano nuovi arrivi, senza tregua, e 15-20 decessi. E’ nato in un piccolo villaggio ad est di Homs, dove abitano i suoi parenti, che non vede da mesi. Di fede cristiana, ha sempre convissuto in armonia coi suoi vicini di casa musulmani. Ora non può più nemmeno tornare a visitare la sua famiglia. Per ragioni di sicurezza ci chiede di non fotografarlo. Nell’ospedale approdano in continuazione militari, ma anche civili, feriti dalle bombe, dai colpi inferti da avversari che possono attaccare nell’ombra ad ogni istante, che (non solo) in Libia hanno già compiuto atrocità indescrivibili… drogati, venduti, fanatici, pazzoidi, pronti a qualunque infamia. 


Il medico soldato, un piccolo uomo di circa 50 anni dagli occhi azzurri che si esprime con calma e precisione, è orgoglioso di provenire da una famiglia di contadini poveri, perché nel Paese del “dittatore” Assad il sistema è meritocratico. Ogni bimbo accede gratuitamente al sistema educativo: chi ha più talento e determinazione va avanti, finisce gli studi e si fa onore nella professione che ha scelto e con la quale può essere utile alla società. Così pure, nella Repubblica siriana, tutti i cittadini hanno diritto alle cure mediche di base, a spese dello Stato, dalla culla alla tomba – in questo non c’è differenza rispetto alla Libia di Gheddafi, di cui, per l’appunto, i predoni occidentali stanno finendo di compiere la distruzione e il saccheggio. 


In Arabia Saudita la donna non può votare né essere votata, non può nemmeno guidare l’automobile. Nella Siria laica ha gli stessi diritti dell’uomo. Anche perciò i trogloditi maschilisti e impotenti della sharia, aggiungo io, odiano a morte il regime siriano. Coloro che chiedono la democrazia per gli altri, ci dice, dovrebbero innanzi tutto realizzarla a casa propria. Il terrore islamico è una loro creazione e fa i loro interessi, non certo quelli del popolo. E tornerà, come infezione mortale, da chi lo ha prodotto. A proposito della Turchia, pedina centrale in questo gioco al massacro, ricorda che durante e dopo la Prima Guerra Mondiale essa si macchiò del genocidio non solo degli Armeni, ma anche dei Greci del Ponto e dell’Anatolia e dei Siriaci. 


I tiranni turchi (dominati sotterraneamente dai dönmeh e in combutta con gli imperialisti e coi sionisti) sono grandi criminali di massa. Oggi mantengono alta la loro fama, al di là della retorica e delle vuote proclamazioni. Cuore insanguinato dei problemi in Medio Oriente è sempre la Palestina. Solo quando (se) l’entità sionista si ritirerà dalle alture del Golan e darà ai Palestinesi il diritto di autodeterminazione si potrà intravedere una luce. Gli chiedo cosa ci sia di vero nelle accuse rivolte all’esercito di impiegare mezzi durissimi. Su di esse si basa tutta la propaganda guerrafondaia dell’Occidente e dei suoi vari manutengoli arabi, ma anche dei partiti e dei gruppuscoli di “sinistra” che riferiscono ogni giorno di presunti massacri da parte dell’esercito. 


Gli cito il caso di uruknet, website in inglese e in italiano di “informazione dal Medio Oriente”, e la sua lista quotidiana di martiri causati dall’esercito. Mi risponde che si tratta di menzogne colossali, senza pudore. Nelle zone circoscritte dove avvengono gli scontri (a ridosso della Turchia e del Libano, ma anche in alcuni quartieri della periferia della capitale) è la stessa popolazione che implora i militari di non andarsene, di non abbandonarla. Il popolo chiede la protezione dell’esercito, e l’esercito protegge il popolo nei limiti delle sue possibilità. 


I mercenari terroristi s’infiltrano tra i civili, al minimo segno di reazione li abbattono senza pietà. E li usano come scudi umani. Qatar e Arabia Saudita hanno fatto sapere, attraverso il loro portavoce di Istanbul, che entro un mese bisogna riuscire a occupare Damasco e Aleppo… il tempo stringe… In realtà la situazione potrebbe essere risolta e l’ordine ristabilito molto velocemente, in una decina di giorni, dal governo legittimo. Se questo non è ancora successo, lo si deve proprio alla sua volontà di cercare di fare meno vittime possibili tra la popolazione civile, in una guerra che vede un’esigua minoranza dalla parte dei rivoltosi. 


I quali ultimi (il nucleo originario sembra sia composto da alcune decine di migliaia di delinquenti comuni) compiono al grido (blasfemo) di Allāhu Akbar ogni genere di efferatezze, istruiti in tali pratiche dai macellai della Libia, che ne posseggono il know- how, che sanno “come si fa”. Ma il limite di sopportazione è stato superato. D’altronde qualunque Paese ha il diritto-dovere di difendere la propria integrità e indipendenza. Ci si può immaginare come reagirebbero, solo per fare un esempio, gli USA se un fenomeno simile si verificasse all’interno dei loro confini. 


Per fortuna l’esercito siriano è più consistente e più forte di quello della Giamahiria ed è ancora compatto, integro. Inoltre l’appoggio della Russia e della Cina resiste (per ora). Anzi, proprio russi e cinesi chiedono ad Assad misure più risolute per combattere la feccia terroristica, che naturalmente, come in Libia, senza l’intervento di “volenterosi” capaci di bombardare e invadere è in grado solo di creare disordini e morti, non di ottenere il risultato che i suoi padroni auspicano.

Incominciamo la nostra breve visita insieme col giornalista cubano Luis Beaton, di “Prensa latina”. E’ un cammino tra la sofferenza e la dignità. Ecco Mohamad Abu Rmeh Khaled Latkani, soldato di 22 anni che i terroristi hanno picchiato selvaggiamente a un posto di blocco 12 giorni fa, sparandogli poi una decina di colpi. Sopravvissuto per miracolo, potrebbe morire da un momento all’altro. Il fatto si è svolto sotto gli occhi degli “osservatori” orwelliani dell’ONU, già visti in Iraq e su tanti altri fronti delle guerre imperiali: spie che monitorano la consistenza e l’ubicazione dei mezzi di difesa del Paese aggredito e passano le informazioni a chi di dovere, fornendo ai media notizie utili alla propaganda degli aggressori (registrano sempre solo le dichiarazioni degli antigovernativi). 



E poi Ihsan Jaavar, altro giovane ferito grave che il 25 aprile è stato vittima, coi suoi commilitoni, di un attacco nella città di Ḩuwayjat ad Darah da parte di 300 terroristi. Gli amici sono morti. Per lui le stelle avevano deciso diversamente. Incontriamo in un’altra stanza di questa via crucis il colonnello Ahmed Mansur. Il suo caso, la sua persona mi colpiscono in modo particolare. Ha perso una gamba in un attentato e non possono togliergli le bende perché la ferita ancora sanguina. Con un filo di voce, ma occhi scintillanti che parlano più delle parole, ci dà il benvenuto in Siria, nella sua amata patria. 


I nemici della libertà hanno preso in ostaggio davanti a lui, prima che la bomba esplodesse, un gruppo di civili e li hanno immolati come agnelli. Sono capaci delle peggiori barbarie… smembrano e mutilano le vittime… ma incredibilmente, mentre accenna a questi incubi, emana dal suo volto una luce radiosa, come se si trovasse già al di là delle malvagità e delle miserie. Ricorda con un sorriso, prima che lo abbracci accomiatandomi, il proverbio secondo cui i cattivi medici pretendono di curare il mondo mentre sono loro gli ammalati più gravi…


 C’è, tra gli altri militari, un ragazzo andato a proteggere una manifestazione antigovernativa (!) e quasi scannato… e un brigadiere dell’esercito, prelevato a Damasco e lasciato per strada dai criminali sicuri di averlo ucciso… pure lui sopravvissuto perché la sua ora non era ancora giunta. E ci sono anche vittime civili: un padre che ha visto spirare il figlio e che è stato colpito a sua volta, un commerciante di Hama al quale hanno sparato solo perché non scendeva in piazza coi ribelli del Kali Yuga… Ci chiamano dal cortile, dove sta per arrivare un’ambulanza con le spoglie di un giovane di Damasco, appena falciato da una bomba. 


Un’ambulanza!… piuttosto un misero pulmino irriconoscibile… una vera ambulanza sarebbe sotto il tiro dei terroristi… è successo a Gaza durante Piombo Fuso, e avviene qui. Aveva 22 anni Mohamad Musa Alfahad, soldato di leva. Usciamo tutti, anche il primario… sa di dover assistere alla stessa scena terribile che si ripete ogni giorno. I familiari, stretti insieme come in una morsa, ancora non vogliono crederci. Fuori, all’angolo dell’entrata di servizio, la pila delle casse funebri, quattro poveri assi di legno inchiodati sul dolore, che attendono i nuovi arrivi.


 E’ proprio lui, è volato via… rimane solo il suo volto, gli occhi chiusi per l’eternità. Ho ancora nell’orecchio le urla strazianti dei fratelli e della madre, abbarbicati a quella bara muta come a un’àncora, all’ultimo albero dell’ultima foresta… Poi tutto finisce, l’ospedale si fa lontano, l’imbrunire ci riporta in albergo. E’ finito anche il nostro primo maggio in Siria, il giorno della festa dei lavoratori del mondo.