miércoles, 24 de octubre de 2012

Germania:Rivuole la sua riserva in oro dagli USA


La Corte dei Conti tedesca(vedi qui) ha fatto richiesta esplicita di avere a disposizione in patria la riserva in lingotti d'oro che -dalla fine della guerra- è depositata presso le banche USA. L'ha fatto, a dire il vero, con molta precuazione diplomatica, cioè asserendo la necessità di effettuare un "inventario". Vogliono il rimpatrio scaglionato di 50 tonnellate all'annoIl senso implicito della risoluzione, che è  a tutti gli effetti la sua sostanza, non è sfuggito a nessuno: dopo 58 anni, si è rotto un tabù e -vista l'aria che tira- ha messo sul tappeto un tema scottante. E' tempo che le 3,396 tonnellate in lingotti, equivalenti a 133 miliardi di euro venga stivato nei forzieri di casa.

Contrordine immediato: Nein! replica immediatamente la Bundesbank per bocca di Jens Weidmann, suo rampante capo che ha gli occhi fissi sulla poltrona di Draghi. Sorprende la reazione scomposta di questo apostolo del monetarismo e della libera circolazione dei valori: la Corte dei Conti sbaglia, è meglio che i lingotti rimangono dove sono sempre stati (sic). Ed inizia la banalizzazione da parte dei difensori d'ufficio dell'indotto mediatico, che arrivano a scrivere che il malloppo aureo è più sicuro a Fort Knox perchè la Fed sarebbe superblindata, e  godrebbe ancora dei servigi di 007 (sic). Ma va là, servi. E' proprio difficile credere in una Germania incapace di difendere la sua riserva aurea, nemmeno se fosse alla frutta! 

Non è in causa la sicurezza ma la sovranità, e la fiducia (non più cieca) nel sistema-USA che continua a sfondare il tetto del debito; oggi supera due terzi di quel che produce il mondo intero in un anno.
Lo scorso agosto, il governo del Venezuela decise di rimpatriare (qui) i suoi lingotti aurei depositati all'estero, che ammontavano a 11 miliardi di dollari. Tra banalizzazioni, scherno e gli sberleffi di prammatica, si trattó di una decisione opportuna e necessaria in tempi di sisma finanziario permanente. Quei lingotti ora si trovano nei sotterranei della Banca centrale venezuelana.

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