miércoles, 29 de octubre de 2014

Venezuela e il “default” interruptus

La normale e insistente disinformatia (anche su "L'intellettuale dissidente") 

Tito Pulsinelli Il Venezuela ha appena pagato 1,6 miliardi di dollari ai possessori di titoli della sua multinazionale petrolifera statale PDVSA. Sono gli stessi titoli gravati di un tasso di interesse eccessivo, “impagabile” secondo la vulgata dei privatizzatori degli idrocarburi venezuelani, da cui sembra attingere acriticamente Kirio Di Sante. Spiace che una pubblicazione come l'intellettualedissidente faccia da sponda alla superficialità, consentendo

vedi articolo del 2010; Pensionare l'élite che ha distrutto il polo europeo e lo Stato sociale  qui
di intitolare la nota con l'inedita denuncia di un “default venezuelano”.  

Parole gravi, visto che il Venezuela ha saldato puntualmente le sue pendenze, senza bussare alla porta della banca privata internazionale, nè a quella del FMI. Per tale ragione, non hanno mai osato pronunciare ufficialmente la parola “default”. Un paio di settimane addietro, le schiere di coloro che auspicano un default, davano per certo che la multinazionale Exxon Mobil avrebbe “inevitabilmente” sbancato il Venezuela. La richiesta di un risarcimento di 20 miliardi di dollari per il delitto di lesa proprietà privata (nazionalizzazione), venne rigettata dal tribunale finanziario internazionale (Ciadi), controllato dagli anglosassoni.


Le uniche fonti portate a sostegno della tesi castrofista sono le opinioni di Mr. Rodriguez del Bank of America e Russ Dallen del Caracas Capital Markets. Troppo poco. Sono due attori finanziari privati, da sempre protesi all'arrembaggio per ri-privatizzare i primi giacimenti di idrocarburi del mondo. Da quando fanno testo due istituzioni -iscritte all'albo professionale degli avvoltoi- in cui lavorano i due Mr citati dal Di Sante? Non ci risparmia neppure il più stantio degli argomenti dell'arsenale propagandistico dell'elite razzista venezuelana. L'apparente “insostenibilità” dell'invio a Cuba di alcune migliaia di barili di petrolio come pagamento dell'attività di migliaia di medici e infermieri del sistema sanitario nazionale.


La caduta del prezzo del petrolio -come da più parti è riconosciuto- è una mossa giocata sul filo del rasoio dell'Arabia saudita. Ha il difetto che è insostenibile a mediano termine: vuole prendere troppi piccioni con una sola fava. Il petromonarca punta a contrastare il ritorno degli iraniani sul mercato del petrolio, e a tal fine fa sconti da saldo alla clientela asiatica. Funge come un colpo di mazza contro i russi, come clou delle sanzioni, e questo garba a Washington. 
I prezzi troppo bassi, però, non giovano all'afflusso degli ingenti investimenti necessari per sviluppare l'industria del gas di scisto negli USA. Nè a creare le infrastrutture portuarie e le megapetroliere per esportarlo, per tacere degli indispensabili gasodotti trans-continentali .

Inoltre, la Cina ha già declinato l'offerta saudita, riconfermando l'accordo strategico con la Russia che va ben oltre gli idrocarburi. E' un pacchetto che racchiude accordi sulla moneta, commercio, agro-industria, armamento, beni tecnologici, banche, informatica ecc. Pechino cpmincia a comprare petrolio anche alla Colombia.


Il Venezuela ha approvato il bilancio per il 2015, in cui eleva a 60 $ il valore del barile di petrolio, finora calcolato prudenzialmente a 50 $. Il presidente Maduro ha ribadito che quali che siano le entrate petrolifere, non diminuirà l'investimento sociale destinato alla salute, istruzione, pensioni, sovvenzioni ai beni di prima necessità. Per i venezuelani attualmente la benzina è praticamente gratuita, e si spende 34,8 miliardi di dollari per garantire questi prezzi bassi, che ammontano a 51,8 se si considerano servizi primari quali gli alimenti. Lo stato sovvenziona la benzina (17,8 miliardi di dollari), il diesel (13,9 miliardi), alimentazione (13 miiardi) e l'elettricità (4 miliardi).


Mr. Rodriguez e Russ Dallen, e gli interessati profeti di default indotti, devono farsene una ragione: a Caracas hanno ampi margini di manovra, anche con misure interne. Con la Russia e la Cina esistono relazioni a livello di alleanza strategica, cioè su un piano che supera la sfera commerciale o quella dei prestiti.  Tuttora esistono due fondi sovrani binazionali, che Chàvez attivò con i russi e i cinesi, grazie all'opportuna diversificazione degli investimenti nell'area extra-occidentale.

Si sono rafforzati accordi per lo sfruttamento dei giacimenti dell'Orinoco, con trasferimento di tecnologia, satelliti, armamenti, minerali, incluso l'oro. Attualmente esporta mezzo milioni di barili a Pechino. L'ansia di trasformare la caduta del prezzo degli idrocarburi in un “immediato effetto domino” è una forzatura volontarista. Tant'è vero che la destabilizzazione -approdata ora a forme esplicitamente terroriste- non è riuscita a sprigionare un effetto dissolvente della nuova realtà post-neoliberista
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