jueves, 19 de marzo de 2015

L'EUROCHAVISMO E LA NUOVA OFFENSIVA DEGLI STATI UNITI CONTRO IL VENEZUELA

Aram Aharonian  In America Latina stiamo subendo le convulsioni epilettiche dell'impero statunitense che, mentre modifica le proprie strategie nei suoi rapporti con Cuba, addita come “nemico” il Venezuela, senza dubbio un giudizio esagerato vista la congiuntura storica che sta vivendo. Il governo venezuelano il 9 febbraio ha respinto  categoricamente la menzione al Venezuela contenuta nel documento “Strategia di Sicurezza Nazionale per il 2015”, e ha sottolineato che “niente attenta alla pace, alla democrazia e alla stabilità mondiale più del mito della 'eccezionalità' statunitense
che porta il governo di quella nazione più volte a denigrare paesi e ad emettere sentenze che costituiscono un atto di ingerenza inaccettabile nella politica interna di altri stati”.
Questa menzione, segnala, mette ancora in pratica azioni di intervento sistematico che cercano di destabilizzare le nostre istituzioni costituzionali e minacciano i diritti umani in Venezuela. Con questa pratica reiterata, “(il governo statunitense) non fa che isolarsi dall'America Latina e dai Caraibi, che in diverse assemblee ha già accusato di comportamento anacronistico, segnale di una Guerra Fredda da tempo superata, e mostra la sua ignoranza riguardo alle nostre realtà”.
Conseguentemente, il Venezuela ha preteso “che non interferisca nei nostri problemi interni e rispetti il sistema costituzionale che il popolo sovrano del Venezuela ha costruito in pace, libertà e indipendenza”.
Da parte sua, la cancelliera venezuelana Delcy Rodriguez, ha indicato che l'Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) ha ratificato il rigetto delle misure unilaterali decise dal governo statunitense contro il Venezuela - “più gravi delle azioni intraprese nel 2002” - e che “verranno individuati i meccanismi di comunicazione più adeguati con il governo del Presidente Barack Obama e l'Unasur al fine di sostenere il principio di sovranità e autodeterminazione del popolo venezuelano”
Eurochavismo
Giudizio esagerato – sarebbe la definizione del Venezuela come nemico – se non consideriamo che l'eredità di Hugo Chávez non solo ha coinvolto il Venezuela e l'America Latina, ma ha anche generato la nascita dell'eurochavismo, ci ricorda l'antropologo e storico Mario Sanoja. L'idea è stata espressa e ragionata scientificamente dall'economista marxista italiano Luciano Vasapollo.
La furia gringa contro Chávez e il chavismo deriva dalla nascita di quelli che chiamano i movimenti eurochavisti di liberazione nazionale, soprattutto in Grecia e in Spagna, e nell'appoggio di diverse organizzazioni e governi che entrambi i processi hanno ottenuto nel resto d'Europa. In più: nell'appoggio che i cittadini – nelle piazze e nelle urne – hanno dato a Syriza e Podemos, per esempio.
L'evoluzione aggressiva e rapace del modello di sviluppo capitalista ha condotto l'Europa in una situazione nella quale le domande democratiche sembrano aspirazioni radicali. Creare nuovi strumenti di conflitto capitale-lavoro implica la necessità di una maggiore partecipazione nelle istanze democratiche costruite nella lotta, nel conflitto. Esiste l'urgenza della ricomposizione di un blocco sociale ampio e forte, capace di agire in condizioni socio-economiche nelle quali anche le domande di maggior democrazia e partecipazione si estenderanno come conflittuali o antisistema, ha scritto Vasapollo.
È il momento di mettere in campo un'iniziativa politico-economica dal basso, per la costruzione di un modello produttivo alternativo basato sulla distribuzione del lavoro, dei ricavi e dell'accumulazione di capitale. E costruirlo sopra un'economia del valore d'uso che possa diffondere e distribuire la ricchezza sociale che la classe operaia realizza, che produce”, ha aggiunto.
Secondo l'italiano, solo così si può effettuare la costruzione e il consolidamento del sistema post-capitalista, iniziato nella transizione socialista, per il quale è cruciale la partecipazione democratica dal basso non solo nella vita politica, ma anche in quella economica e culturale. Da questa crisi non si esce con irrealizzabili e anacronistiche proposte economiche liberali o keynesiane, per quanto di sinistra possano essere. Il capitalismo, arrivato a questa fase di sviluppo, o meglio di regresso nella crisi sistematica, non ha alcuna possibilità di essere riformato.
Già Syriza e Podemos hanno chiarito che dalla crisi del capitale si esce con una nuova politica, che ponga al centro le necessità del mondo del lavoro, del non lavoro e del lavoro negato. Un tragitto con molte tappe tattiche intermedie, che guarda sempre però alla costruzione del socialismo. “Rimane centrale l'avvertimento della grande Rosa Louxemburg 'Socialismo o barbarie!'. Tutto il resto sono chiacchiere inutili e compatibili con la perpetuazione di un sistema capitalista capace di distruggere non solo se stesso, ma anche l'intera umanità”, aggiunge Vasapollo.
Per l'Ue è il colmo che il chavismo si naturalizzi in Europa. La minaccia tattica è che arrivi al Messico, alla Colombia. Forse per questo è stato identificato il Venezuela come nemico: il paese, non le idee. Però, in Venezuela l'ingerenza gringa sta rafforzando il nazionalismo. Il vaso di Pandora. La destra, al contrario, si schiera con l'invasore, come sempre, sebbene si trovi zittita, ci ricorda Sanoja.
Isolare il “nemico”
Riassumendo, nel novembre 2014, il Bureau dell'industria e della sicurezza statunitense ha deciso di imporre restrizioni al commercio con il Venezuela in materia di difesa, e il mese seguente è entrata in vigore la “Legge di protezione dei diritti umani e della società civile del Venezuela”. A gennaio scorso sono state rese pubbliche le attività di intercettazione di ufficiali della Forza Armada Nacional Bolivariana da parte dei servizi di intelligence statunitensi.
La novità di questa nuova aggressione è che è opera diretta di uno Stato, e non di gruppi politici, fondazioni e organizzazioni internazionali che sono sempre servite come facciata, e tutte le azioni si riferiscono alle forze armate venezuelane. Anche l'operazione in corso contro il presidente dell'Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, si può considerare parte della medesima politica.
Queste azioni non sono la risposta ad alcun atto da parte di Caracas. Washington considera indispensabile l'indebolimento della FANB per poter sostituire il Presidente Nicolas Maduro – per rompere l'asse civile-militare – ed iniziare un processo di reinserimento del Venezuela nel dispositivo geopolitico statunitense. Questo non significa che le ipotesi di un golpe, che ha compiuto 13 anni, e della sempre rinviata uscita elettorale, non stiano nel menù delle opzioni. Nel secondo scenario, gli “intelligenti” di Washington temono che la FANB continui ad essere refrattaria alla sottomissione.
Mentre il Vicepresidente statunitense Joe Biden presente al primo vertice di sicurezza energetica caraibico e ha proposto la creazione di una rete di investimenti privati nel sistema di energia della regione con la partecipazione della Banca Mondiale e dei capitali privati. Senza dubbio l'obiettivo è Petrocaribe, approfittando del crollo del prezzo del greggio per impossessarsi del mercato. E in parallelo facendo pressione sugli stati carabici affinchè abbandonino Petrocaribe con la scusa che il governo di Maduro sarà rovesciato a breve da un golpe.
A questa offensiva diplomatico-politica si è aggiunta la crescente e sistematica copertura negativa e distorta della situazione venezuelana nei mezzi di comunicazione statunitensi, che disegnano un'immagine esageratamente truce della situazione attuale del Paese e dipingono il Governo come incompetente, dittatoriale e criminale. E la campagna si sta chiaramente intensificando ad un ritmo accelerato.
Nell'ultima settimana di gennaio, mentre il New York Times pubblicava un editoriale che discreditava e ridicolizzava il Presidente Maduro, qualificandolo come “erratico e dispotico”, ABC di Spagna accusava Cabello di essere un capo del narcotraffico, riportando le parole di un ex ufficiale della Guardia d'Onore presidenziale del Venezuela, Leasmy Salazar, cooptato dall'Agencia Antidrogas de Estados Unidos (DEA).
Poco dopo il NYT – un'altra volta – ha attaccato in prima pagina l'economia e l'industria petrolifera venezuelana, predicendo la sua caduta, con ovvie omissioni riguardo alle centinaia di tonnellate di alimenti ed altri prodotti di consumo che sono stati accaparrati o venduti come contrabbando da parte di distributori privati ed imprese e alle misure del governo per superare le difficoltà economiche.
Molti giornali statunitensi, cartacei e online, hanno collegato il Venezuela con armi nucleari e un piano per bombardare la città di New York, anche se il testo dell'articolo mette in chiaro che non c'è nessuna partecipazione venezuelana a quanto accaduto. Secondo Eva Golinger “tutta la farsa era una trappola creata dall'FBI, i cui agenti si sono finti funzionari venezuelani per catturare uno scienziato nucleare che una volta ha lavorato nel laboratorio di Los Álamos e non aveva nessun collegamento col Venezuela”.
Questo stesso 30 di gennaio, la portavoce del Dipartimento di Stato ha condannato la pretesa “criminalizzazione della dissidenza politica” in Venezuela, nell'intervista giornalistica riguardo il ritorno del fuggitivo venezuelano Antonio Rivero, istigatore di proteste antigovernative violente che hanno causato la morte di più di 40 persone,  tra la maggioranza dei partiti di governo e le forze di sicurezza dello Stato, nel febbraio del 2014. Il suo arrivo negli Stati Uniti ha coinciso con quello di Salazar, evidenziando uno sforzo coordinato per indebolire le FANB, ed esponendo pubblicamente i due ufficiali militari di alto profilo – entrambi legati a Chávez – che si sono rivoltati contro il suo Governo e stanno cercando attivamente l'intervento straniero contro il proprio paese”, aggiunge la ricercatrice statunitense.
Ci sono diverse “spiegazioni” a questa sequela di fatti diretta dal potere centrale statunitense, ma è certo e innegabile che il popolo venezuelano è totalmente refrattario a un intervento straniero, sia da parte del governo che dell'opposizione.
Leopoldo Puchi, dirigente oppositore, segnala che “nessuno Stato, in modo unilaterale, può assumere spazi di sovranità su territori o cittadini di altri Stati, per nessuna ragione, neanche invocando una giusta causa.
Non è il modo civile di rapportarsi e non è quello che è stato stabilito dal diritto internazionale. La cosa più ragionevole, di conseguenza, è cercare uno spazio per il dialogo tra i due paesi, per trovare così formule che permettano di superare le incomprensioni, in un clima di rispetto e reciprocità. Il patriottismo non è un valore in disuso”, ha aggiunto.


- Aram Aharonian è giornalista e docente uruguayo-venezuelano, direttore della rivista Question, fondatore di Telesur, direttore del Observatorio Latinoamericano en Comunicación y Democracia (ULAC).
http://www.comitatobolivariano.info
Traduzione di Flavia Castelli
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