domingo, 23 de mayo de 2010

Contestato il cardinale che ha appoggiato il golpe in Honduras


Geraldina Colotti il manifesto

«Persona non grata». Con una lettera letta ieri dalla mediattivista Annalisa Melandri, un gruppo di associazioni e forze politiche ha accolto così il cardinale honduregno Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, invitato dalla Comunità di Sant'Egidio a tenere una conferenza all'Istituto italo-latinoamericano di Roma. Oscar Maradiaga - dicono le associazioni - in Honduras è soprannominato il «cardimale», per aver dato il suo appoggio ai golpisti che, il 28 giugno del 2009, hanno rovesciato il governo legittimo di Manuel Zelaya, espellendolo in pigiama in Costa Rica.

Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e presidente della Caritas internazionale, ha ribattuto che quella espressa in Honduras non è stata una sua posizione personale, ma quella di tutti i vescovi honduregni, sollecitati dalle parrocchie che chiedevano un pronunciamento: «Oltretutto - ha affermato - in quel momento io non ero nemmeno in Honduras, ma in Italia, eppure sono stato definito 'cardinale golpista'». La repressione, le torture, le sparizioni di oppositori documentate dalle organizzazioni per i diritti umani?

«La Chiesa ha preso posizione - ha aggiuntoMaradiaga, ha sostenuto il dialogo fra le due parti e oggi appoggia un processo di riconciliazione in cui venga anche fatta chiarezza delle violenze compiute». Un processo di riconciliazione con il «governo fantoccio di Porfirio Lobo» (come lo definiscono i movimenti popolari) eletto dopo votazioni farsa, che il cardinale considera però un' eccellente prova di democrazia.
Zelaya, invece voleva «forzare la costituzione, imporre un altro mandato» ed è stato «rimosso dal suo incarico con il sostegno del Parlamento e della Corte suprema»: quella stessa Corte che, in un paese in cui gli spazi di rappresentanza e di agibilità politica per le associazioni popolari restano una chimera, ha assolto i vertici militari golpisti e avallato il colpo di stato.

Maradiaga ha tenuto una conferenza dal titolo «Oltre la violenza e la povertà. Proposte di cambiamento per l'America latina». Ha parlato di equità e giustizia sociale. Ha puntato il dito contro «quel 20% che si appropria del'80% del Pil mondiale». Ha tuonato contro la globalizzazione feroce che protegge le merci e stritola le persone. Ha condannato barriere ed esclusioni, citando l'economista francese Jacques Attali (eminenza grigia di Francois Mitterrand) e l'ultimo libro di Alain Touraine sulla globalizzazione e la fine del sociale.

Un discorso a tutto campo sui mali del secolo e sul ruolo della chiesa in America latina, argine contro «il fallimento del marxismo e quello del neoliberismo». Una preoccupazione - quella di arginare il socialismo - che ha certo turbato il sonno delle gerarchie ecclesiastiche honduregne: pronte a far barriera contro la presenza dell'Alba (l'alternativa bolivariana per i popoli della nostra America) di Cuba e Venezuela, entro il cui ambito Zelaya aveva intrapreso qualche timida riforma sociale. E a soprassedere ai tanto decantati ideali di giustizia sociale.

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