sábado, 8 de octubre de 2011

Appunti scritti con il gesso

Ultima parte del lungo racconto di F.M. Rizzotti, dui cui pubblicheremo altre cose,  per aver destato interesse tra i nostri lettori, sebbene non avvezzi a trovare narrativa in questo blog
F.M. Rizzotti
Attorno a Pasqua mia mamma ci ha dato il permesso di andare a cercare del "pan cul deu", una specie di soncino selvatico. Io e la mia sorella piccola siamo arrivati fin dove c'erano i boschi di robinie e siamo rimasti a bocca aperta alla vista delle nuove case popolari, quasi finite. Erano là, in mezzo ai prati, dipinte di giallo, con le tapparelle azzurre, i giardinetti, la rete divisoria, i vialetti con i bordi di sassi. I boschi erano quasi spariti. Abbiamo trovato solo qualche
 cespo di insalata e qualche mughetto. Io ne ho fatto un mazzetto per mia mamma, mia sorella uno per la zia Gnagne.
Quell'anno la processione pasquale è stata davvero impressionante. Non avevo mai visto tanti preti, tanti "paolotti" dietro il labaro della confraternita di San Paolo, in mantellina rossa, tante figlie di Maria vestite di azzurro e di bianco come le Madonne di Lourdes. Qualcuno di questi bigottoni lo conoscevo, la maggior parte no. Chi erano? Artigiani, magliaie, ricamatrici, gente che lavorava in casa, che aveva fatto voto di castità e obbedienza, mi hanno spiegato, e appena avevano un po' di tempo si fiondavano in chiesa a recitare salmi e litanie, a lustrare candelabri, a fabbricare ostie, sistemare fiori e sedie, insomma a dare una mano al sacrista. E le cose che cantavano! Che a un solo cenno del Papa, eran pronti a marciar; che quell'ometto secco e vestito da donna che si vedeva nelle foto in pose strane era la loro luce e guida; che Cristo era il loro re - quell'altro, quello vero, se la spassava in Portogallo.

 In un latino sgangherato, che lo capivo anch'io, le figlie di Maria, nascoste sotto i foularini azzurri, invocavano la loro avvocatessa perché li soccorresse nella "lacrimorum valle". I preti erano avvolti in una nuvola di incenso e, tanto per cambiare, Cristo in Croce lo portava uno che faceva il magut, il manovale. Era giorno eppure una ventina di umasc incapucciati portavano dei lunghi pali che reggevano lanterne accese, i comitati di strada avevano steso festoni dappertutto e davanti ai cancelli avevano sistemato gruppi di bambine e bambini in posa, vestiti da angioletti, con le ali, le coroncine finto oro, i guantini bianchi.
Erano i quadri viventi. Il figlio della levatrice, con la sua bella testa di riccioli e i calzonici corti minuscoli lo guardavano tutti. Il Garlini, un artista mezzo anarchico che frequentava la sezione del PCI, quando l'ha visto ha detto al suo di figlio: "Manca solo che gli tolgono anche quelle specie di mutande e sembra proprio un puttino. Hanno riempito i loro quadri di culi di bambini, sti pretacci, sono tutti pedofili." E dallo schifo ha scatarrato.

A fine maggio mio papà era molto nervoso per le elezioni amministrative. "Vedrai gli imbrogli che faranno i preti, faranno votare democristiano anche i morti!" Si parlava di frati volanti in grado di votare anche dieci volte e di suore travestite da scarafaggi per infilarsi in tutti i seggi elettorali. La cellula di mio papà era in stato di massima all'erta, invece, il 26 sera lui era quasi soddisfatto; le cose si muovevano, poco ma si muovevano. Il 27 era già una belva perchè il nostro esercito era finito in mano agli inglesi e agli americani; anche a me sembrava una cosa pazzesca che noi, senza combattere gli consegnavamo l'esercito, anzi eravamo d'accordo.

Comunque la scuola era finita in anticipo e eravamo stati promossi tutti e tre. Adesso, dopo il lavoro, mio papà mi portava nell'orto di guerra e mi faceva bagnare le aiuole con due lattine di olio da cinque litri. Ci aveva fatto dei buchi con un chiodo e aveva creato un manico di fil di ferro. Andavo avanti indietro dal rubinetto all'orto con le mie lattine che mi tagliavano le mani, ma non cedevo; ero in lotta con il grillo talpa, anzi, come diceva mio papà, con "quella troia di grillo talpa" che scavava i buchi sotto terra e l'acqua finiva chissà dove.

Invece mia sorella piccola si era quasi trasferita dalla zia Gnagne, rimasta sola con il gatto da quando suo figlio era a Roma, a scuola di partito. Prima della partenza gli aveva dato i soldi "per andare al casino - così ci aveva raccontato mia sorella piccola nella sua innocenza - che ormai era ora." Mia mamma le aveva ordinato di "non dire più le brutte cose" e mio papà aveva commentato: "I casini? Sono tutti in mano ai democristiani e al Vaticano. Pensa che ipocriti, i preti: se vai al casino non devi neanche confessarlo. Ma se fai solo un pensierino di quel tipo lì... sei in peccato mortale!" e si era messo a sghignazzare. "Ma ti sembrano discorsi da fare con i bambini?" lo aveva rimproverato mia mamma.

Una sera a cena mio papà è ritornato sulla storia del nipote: "Quello lì è un cretino, ha preso tutto da sua mamma. Speriamo che il partito lo metta in riga; non è capace di fare un discorso sensato neanche a pagarlo, sa solo bestemmiare. - (Anche lui, mio papà, quanto a bestemmie..) - Sono più le bestemmie che le parole. E poi... se ha letto un libro in tutta la sua vita... che mi venga un male." "Smettila - l'ha bloccato mia mamma - non dirlo neanche per scherzo. Con tre figli! E chi gli dà da mangiare dopo, il partito? Non stava mica imparando a fare il parrucchiere? L'hai detto anche tu che ha la mano leggera a fare la barba, ma no!, deve andare a scuola di partito! Proprio adesso, poi! Ma lo sai cosa mi ha detto l'Angela ? Che la Gnagne deve andare via di casa. Lei, l'Angela, non vuole ma i suoi cognati sono decisi. Se era per l'Angela... Si è messa a piangere quando me l'ha detto." "Lei è una donna di cuore, sarà stato quel cretino di suo marito," ha commentato mio papà. "E adesso dove va a abitare la zia Gnagne?" ha chiesto mia sorella piccola, e aveva già i lucciconi. "Finirà per strada, come una barbona! - ha sentenziato mio papà. - Non è mai riuscita a tenersi un posto di lavoro, quella lì, sempre in ritardo, sempre a litigare con i capi. Ha sempre avuto la schiena fredda. Tutta colpa del nonno Cain..." Mia sorella piccola si è messa a piangere e mia mamma la voleva accompagnare in camera ma lei le ha detto: "Vado da sola."

Mio papà ha raccontato ancora la storia di quando suo nonno era andato a trovarli e aveva trovato la Gnagne, che allora avrà avuto cinque anni, con la pancia gonfia da idropica, l'aveva presa per un braccio e l'aveva scaraventata sul suo carretto tra le forme di formaggio. "Questa me la porto a casa io," aveva detto. E ha raccontato che il nonno Cain aveva due sopracciglia così folte e così lunghe che, se lui la guardava storto, la Gnagne se la faceva sotto, ma poi l'ha viziata e lei è cresciuta che pensava solo a divertirsi, a ballare, è così che ha incontrato suo marito, quando lavorava in una filanda vicino a Saronno, sai che coppia! Ma almeno lui il posto se lo è sempre tenuto stretto, è un clep, un clepto... non mi viene la parola, un ladro, ma lavora, una volta o l'altra lo beccano e lo licenziano." "Il nonno Cain - gli ho chiesto - è quello che ha ammazzato un uomo con un pugno?" "Ma perchè racconti queste storie a un bambino?" si è intromessa mia mamma. "E' stata una disgrazia - ha spiegato mio papà. - C'era uno sui quarant'anni, un omone forte, grosso, che voleva farla fuori con lui per la storia di una mucca.

Facevano i sensali tutti e due ma il nonno aveva già 70 anni e aveva paura, non si allontanava mai di casa. Da giovane non aveva paura di niente e di nessuno. Quando faceva il contrabbandiere dormiva nei cimiteri, perché era sempre stato grasso e non riusciva a correre, ma aveva una forza!" "Sono tutti grossi i friulani, alti !" ha confermato mia mamma. "I tuoi romagnoli che erano a Martigues con me, in Francia, erano piccoli ma sempre col coltello in tasca. Quando dormivano lo tenevano sotto il cuscino." "E la Rina Fort, allora? E' friulana!" "E quel porco di Mussolini ?" E hanno cominciato a litigare.

Quella sera, a letto, ho sentito che mia mamma diceva a mio papà: "Costruiscono anche le villette. Il mio sogno è una villetta con la capretta, così i bambini hanno il latte fresco tutte le mattine." "Sì, - gli ha risposto mio papà - con la buonanima di tuo zio che va a caccia di lepri e porta a casa la selvaggina fresca. Non siamo mica alla Collina!" "Magari," ha sospirato mia mamma. Lei, quando parlava della famosa Collina, ne diceva sempre bene: che una volta all'anno ballavano la monferrina e in quella circostanza suo papà le faceva le scarpe nuove con i bindelli - era il suo mestiere, faceva proprio il calzolaio e la domenica il cavadenti - e se non moriva sua mamma Eurosia che ha lasciato dieci figli, mia mamma era l'ultima... Avevano sempre il prete in casa...

"Quelli lì per scroccare sono specialisti..." ha commentato mio papà. Lo zio, raccontava mia mamma, era sempre a caccia, la zia, che le voleva bene, le aveva insegnato a fare la pasta fresca. Perché quella di Cinisello aveva l'eritema e i suoi fratelli avevano schifo a mangiare le cose preparate da quella là. Allora l'hanno tenuta a casa da scuola, mia mamma, e l'hanno messa a fare la servetta che doveva andare in seconda elementare La scuola era attaccata alla casa del babbo (lei, chissà perché, il suo lo chiamava babbo), lei sentiva i bambini che recitavano le tabelline e le poesie e imparava un po' anche così.

Il suo maestro diceva al babbo: "Mandala a scuola, che ha una bella testa, quella lì, è un peccato," ma non c'è stato niente da fare. Alla mamma Eurosia era venuta la malattia dei nervi, è stata sei mesi a letto che non riusciva a distendersi poi è morta che aveva neanche 40 anni. Si era sposata a 16, pensa!, perché suo papà era un pazzo che la picchiava sempre e lei doveva nascondersi nel bosco, sua mamma le portava da mangiare di nascosto e il prete ha convinto il nonno a sposarla, per fare un'opera di misericordia.

Qualche giorno dopo mio papà ha contattato un suo amico ex-comunista che nel Comitato di Liberazione Nazionale gli avevano fatto fare la parte del democristiano perché di democristiani disposti a rischiare non se ne trovavano ma bisognava dare l'impressione che ci fossero - e questo qui, dai e dai, ci aveva preso gusto e adesso era un assessore democristiano vero e mio papà gli ha parlato della sua disgraziata di una sorella e lui gli ha detto: "Tra compagni..."

Per conquistare la stima di mio padre, visto che le vesciche alle mani causate dal manico di fil di ferro delle lattine non lo commuovevano, raccoglievo la merda di cavallo. Ce n'erano ancora tanti di cavalli da tiro, smerdavano dappertutto. In una settimana ho fatto una bella pila di concime tanto che mio papà mi ha detto "basta, se no bruciamo le piantine, continua a bagnare che è meglio." Gli chiedevo inutilmente di spiegarmi i segreti dell'orticultura di guerra; mi rispondeva che dovevo rubare il mestiere con gli occhi, quasi che la parola non fosse stata ancora inventata come mezzo di trasmissione del pensiero, servisse solo per mandarsi a cagare. Come se fossimo ancora nel medioevo con le ghilde e i loro segreti, e la Hoepli non pubblicasse i manuali per ogni mestiere possibile e immaginabile. In dialetto la merda di cavallo si chiama bulina e le mie sorelle mi hanno immediatamente soprannominato bulinatu che un po' mi vergognavo.

Eravamo così indré, così repressi che due miei amici più grandi si eccitavano anche con le foto delle prigioniere dei lager! "La mentalità è ancora quella, - diceva mio papà, - Ci vogliono secoli per creare l'uomo nuovo. E la dittatura del proletariato." L'amante di mia zia Gnagne, che subito dopo la guerra, per gli spaventi, l'avevano operato di ulcera - approfittava del suo lavoro di camionista per diffondere l'Unità clandestina - mi ha promesso che appena diventavo più bravo a leggere mi prestava l'autobiografia di Trotskj e mi ha spiegato che Hitler, che lui chiamava Baffino per distinguerlo da Stalin, che tutti chiamavano Baffone, aveva fatto solo una cosa giusta, quella degli ebrei.

Anche i dottori non andavano tanto per il sottile. Se una donna aveva un disturbo là, le facevano subito la totale. Una domenica che la Titti ci aveva chiamato a giocare alla rella la Eva è uscita dal suo cortiletto con una sedia. "Sto qui a guardare," ci ha detto, si è seduta e tremava. Aveva uno scialletto sulle spalle, sembrava che tutto d'un colpo era diventata vecchia. Si diceva che le avevano fatto la totale, "tanto è epilettica, non le servono".

E mio cugino è tornato da Roma che sembrava un eroe: era stato arrestato alla manifestazione contro il generale americano, l'avevano riempito di manganellate. La domenica dopo siamo andati in sezione, che poi era un bar, ma speciale, dove si giocava a carte, si beveva il bianco con lo spruzzo ma si parlava anche di politica e non si litigava mai, a sentire un discorso di uno importante e siamo rimasti di sasso: mio cugino ha presentato l'oratore e è riuscito a dire tre frasi senza inciampare e senza neanche una bestemmia. "L'hanno proprio ripulito," ha commentato mio papà. Poi mio cugino ha preso da parte mio papà e gli ha chiesto se era già arrivato José, il nostro cugino francese che era forte come Tarzan. "Arriva domani," gli ha risposto mio papà. "Allora, porco Dio, aspettiamo domenica. Andiamo dietro al cimitero" gli ha detto il mio cugino ripulito.

Si trattava di dare una lezione a suo papà che, d'accordo coi suoi fratelli, che poi erano i cognati della Gnagne, aveva deciso di sfrattare lui e sua mamma anche se l'Angela non voleva. Del resto pure il prete dell'oratorio, che avevo cominciato a frequentare, bestemmiava un po', soprattutto durante le partite della sua squadra, intitolata al Sacro Cuore, gridava: "Porcu biu, Luréns, fa minga 'l venesian, pàsala!" oppure: "Porcu biu, Lurens, ste ghé incheu (oggi) la picùndria?". Non gli faceva mancare neanche i consigli sull'igiene, tipo: "Lurèns, la to spùsa làsala in fundéria, la tua puzza lasciala in fonderia". L'oratorio aveva il cartellino del famoso Lorenzo che lo voleva l'Inter e se lo vendevano il prete ci costruiva la palestra per giocare al basket. E come menava! Menava con i bròc, i rami dei cespugli, se appena ti vedeva scavalcare la cinta per scansare la dottrina.

Aveva tutta una banda di giuanasc, di scapoli sui trenta-quaranta, che conoscevano i salmi a memoria, organizzavano le attività sportive, facevano le spie e tra di loro parlavano solo di lavoro e delle nuove puttane arrivate al casino. Lui, il prete dell'oratorio, era magro, spiritato, dicevano che era stato tubercolo. Era fissato con la purezza. Figli prediletti di Don Bosco, ci voleva sempre attivi, sempre in movimento e con le mani a posto: secondo lui dovevamo pisciare senza guardarci il pirla, senza toccarlo. Sua sorella, del prete, i maschi le morivano dietro perchè era proprio una bambola, si truccava da attrice e in bici le si vedevano le gambe. Nella cappella dei vespri avevano appeso un quadro di San Luigi, un ragazzotto ben vestito, con un giglio in mano e gli occhi rivoltati all'insù, come uno che sta tirando gli ultimi.

Tarzan è arrivato davvero, in vacanza, prima di andare in Indocina a bombardare i vietnamiti con il suo aeroplano. Per far vedere com'era forte ha preso in braccio mia sorella grande e l'ha tenuta sospesa fuori dalla ringhiera del terzo piano che al signor Luigi, che era già debole di cuore, a momenti gli veniva un infarto. Per far vedere com'era intelligente ha parlato male degli algerini e mio papà si è arrabbiato subito. Per far vedere che era coraggioso è andato con il figlio della Gnagne dietro il cimitero e si è preso una bastonata in un occhio da uno che faceva il magut. Per far vedere che in Francia si stava bene mangiava due bistecche al giorno e mia mamma non ci stava più nel mazzo, come chiamavamo noi il budget, non vedeva l'ora che partisse.

13.
La Gnagne è stata sfrattata e il comune le ha dato uno spazio nell'ex palestra di box, a lei e a una coppia di meridionali, e li ha messi in graduatoria per le case popolari. Erano divisi da una tenda. La palestra era nello stesso cortile del bar-sezione, dove era vietato litigare, così mia zia era sicura che il suo ex-marito non le faceva brutti scherzi anche lì. Suo figlio è andato dalla zia Nina e la nipote della zia Nina, una paciarota, una cicciottella di sei anni, è venuta a stare con noi. Io, mia sorella piccola e la mia seconda cugina abbiamo passato due mesi, giugno e luglio, con la zia Gnagne in cortile. Tutti i giorni, o l'Angela o mia mamma ci portavano qualcosa da mangiare, noi raccoglievamo gli stecchetti, cucinavamo all'aperto e ci sembrava tutto buonissimo.

La sera lasciavamo la zia Gnagne in palestra e tornavamo a casa a dormire. La meridionale che divideva lo spazio dell'ex-palestra con lei era sempre in vena di confidenze. Ha raccontato a mia zia che lei, con suo marito, lo faceva tre volte al giorno. Mia zia gli ha chiesto se non era un po' troppo e l'altra le ha spiegato che "uccello che non becca ha già beccato" e il suo beccava sempre, voleva dire che non le faceva le corna se no lei lo ammazzava. Le ha confidato anche che aveva già fatto dieci abordi.
Quelli del bar-sezione ci davano l'acqua per la pasta, ci lasciavano giocare a bocce, certe volte ci regalavano una bottiglia di spumadoro; mia zia la mischiava col vino, faceva il mez e mezu come i muratori, per non ubriacarsi e non cadere dalle impalcature. Poi una sera mio papà le ha detto che era la vergogna della famiglia e anche del partito e comunque di preparare i suoi stracci perché a giorni le davano la casa popolare, anche se era indietro in graduatoria.

E che non facesse tanto la schizzinosa, prendesse quello che le assegnavano senza avanzare pretese come faceva lei di solito che non era mai contenta, "due locali sono più che sufficienti, così almeno riesci a pagare l'affitto" perché, le ha spiegato, il règime, insomma, sì, la reazione stava passando all'attacco con le leggi speciali contro i sindacati e i comunisti e anche il mezzo democristiano che gli aveva fatto il favore di metterla avanti in graduatoria gliel'aveva detto: "E' l'ultimo piacere che posso farti, compagno, perchè mi fanno fuori anche a me. Ormai, anche se faccio due comunioni al giorno non ci cascano mica. Mi incolpano di aver fatto la resistenza.

C'è l'epurazione anche da noi. Sì, quelli dei comitati civici, proprio, quel fanatico del Gedda." Stava cambiando tutto. Visto che perdeva voti, De Gasperi preparava una legge truffa per restare al potere in saecula saeculorum amen. "La legge cosa?" gli ha chiesto la Gnagne. "La legge truffa!" Lei faceva la bucolica, non leggeva "un porco Dio di niente" e non sapeva neanche che stavano preparando la legge truffa! Ma che compagna era? le ha chiesto mio padre, poi mi ha preso per un braccio e mi ha comandato: "Andiamo in giardino a bagnare."