viernes, 21 de octubre de 2011

Ucciso il prigioniero Gheddafi


Cartago delenda est - Si apre il secondo capitolo della ricolonizzazione della Libia - Una cosa e' sicura: il futuro sara' peggiore
Tito Pulsinelli
Dopo la cattura di Muammar Gheddafi, c’è stato il furtivo scalo di Hillary Clinton sul suolo libico, accorsa per esibire il suo pollice verso. Solo dopo, è avvenuta l'eliminazione fisica del prigioniero di guerra, con uno sparo alla testa. Gheddafi è morto combattendo, non come un esiliato di lusso. Non fuggiasco,  nè indossando un’uniforme militare di qualche Paese straniero. E’ caduto dopo che la sua città natale Sirte e' stata rasa al suolo dagli aerei
 imperiali. Cartago delenda est! Per eliminare il fondatore della Giamairia e stabilire un precario controllo sul litorale mediterraneo, non hanno esitato a distruggere una nazione che vantava il livello di vita e sicurezza sociale più alti dell’Africa. La Libia era la vetrina dell'Africa, il segno potenziale del suo futuro. Quando il colonnello Gheddafi depose dal trono re Idris, tutta la famiglia reale e i notabili di quel regime, andarono tranquillamente verso l'esilio romano.

Non siamo alla chiusura finale d’un capitolo inglorioso, con l’agognata, pacifica e remunerativa libagione dell’elisir petrolifero. E’ il primo capitolo d’un lungo calvario, di spietati combattimenti a catena, che prolunghera’ la tragedia e il dolore per la gente della Libia, ma anche per i familiari dei soldati invasori. L’impiccagione di Omar al-Mukhtār nel 1931, richiesta tassativamente con un telegramma di Mussolini ("immancabile condanna") ai giudici del capo ribelle, non pote’ impedire la successiva cacciata dei colonialisti italiani, inglesi e tedeschi. A nulla valsero i campi di concentramento, deportazioni, le armi chimiche proibite (iprite, fosgene) e la distruzione di tutti pozzi idrici.

I libici stanno pagando a caro prezzo la politica di apertura, normalizzazione e riavvicinamento all’Europa. Era la richiesta neoliberista e privatizzattrice d'un settore della societá, rappresentato dall'ex ministro del petrolio e della giustizia, ora alla testa del CNT. Costoro, preferiscono una modestissima commissione per i giacimenti trasferiti alla Total, BP, Shell ed Exxon. La Libia paga l’ingenuitá di aver creduto nell’onore e nella parola dei governi di Roma, Parigi, Londra e Washington. Non si pentiranno mai abbastanza di aver collocato le loro straordinarie risorse finanziarie nelle banche e nelle economie “occidentali”. Sono colpevoli d’aver persino accettato di smantellare il loro moderno sistema di difesa anti-aerea e anti-missile.

Con la copertura dell’ONU, diventata una vera e propria dispensatrice di licenze per distruggere nazioni invise al neocolonialismo, Tripoli perse il suo tesoro prima ancora che avvenisse la prima delle ventimila incursioni aeree. E’ stata la rapina del secolo (vecchio e nuovo): 200 miliardi di dollari, utilizzati per pagare la guerra contro i depredati.

Oggi, si leva alto il giubilo, ed il fetiscismo necrofilico ha insospettati cultori. E' il trionfo nichilista dell'avidita' e del cinismo, l'apoteosi degli anti-valori. E' la pietra tobale della democrazia rappresentativa . Un invito alle potenziali vittime dei poderosi, nel resto del mondo, a non affidare i propri denari ai "democratici". Soprattutto ad armarsi per contrastare la loro egemonia aerea. Se durante il primo mese di bombardamenti avessero abbattuto qualche dozzina d'aerei, forse un'altro sarebbe stato l'epilogo.


La Russia, e soprattutto la Cina, pagano un prezzo salato per non aver fatto uso del veto: estromissi da un mercato ricco, contratti cancellati, inesigibilitá dei crediti concessi a Tripoli, perdita di approvigionamento di idrocarburi. Minacciati i grandi investimenti petroliferi e minerari e la ragguardevole presenza cinese in Africa. L'Italia e' la regina degli sconfitti perche' ha dovuto finanziare e guerreggiare per la sua supina minimizzazione nello spazio storico della Libia. Fanno capolino altri pittoreschi vassalli come le petromonarchie del Golfo. Roma e' cosí definitivamente fuori dal Mediterraneo, dove non ha piu' credibilita' e autonomia. 
In questa debacle c'e' una perfetta unita' di intenti tra le due sponde politiche del neoliberismo nostrano. "Dov'e' la sinistra? In fondo a destra" (graffito indignato di Barcellona).