sábado, 26 de noviembre de 2011

Il boom (3/4)

foto Aldo Bonasia Martino F. Rizzotti
In aprile mio papà, è andato in pensione, mia mamma in bestia. Al Cral non avevano ancora sistemato i campi di bocce, l'orto di guerra l’aveva già vangato, i campi da bocce non erano ancora stati sistemati e lui si aggirava per casa, come in un posto sconosciuto: "Dove sono le mie calze? - chiedeva - Dove mi hai messo la camicia? Non trovo più le mie ciabatte..." Sembrava la cieca di Sorrento. Non era una novità, l'aveva sempre fatto, ma prima almeno, quando andava al lavoro, si toglieva dalle scatole. Lei, che era in pensione da due anni, non aveva mai un minuto da perdere e non era abituata a averlo tra i
 piedi tutto il giorno, non lo sopportava proprio. "Vai fuori, vai a fare un giro che ti fa bene," gli diceva. Non riusciva a fare i mestieri come voleva lei. Era anche colpa sua, perchè se uno di noi toccava un cassetto, cercava qualcosa in un armadio, lei se ne accorgeva subito e si metteva a gridare: "Lasci tutto in disordine, faccio io." I suoi cassetti erano organizzati così bene che non c'era verso di farla franca; era il suo modo di controllarci, di affermare il suo potere di casalinga, visto che la sua paga prima, e la sua pensione dopo, facevano ridere. Ma anche se avesse guadagnato di più le cose non sarebbero cambiate di molto; era pur sempre una donna e perfino nel Manifesto dei Comunisti c'è scritto che le donne si devono mettere in comune. Non che mio papà condividesse una scemenza simile ma insomma era una prova che le donne non sono poi così uguali, tanto è vero che non capiscono niente di politica.

Per esempio: il Nenni aveva appena deciso che i socialisti "escludevano ogni rapporto con i comunisti", erano in cocca con i democristiani? Lei non faceva una piega, non capiva l’importanza. Mio papà! Appena appariva il Nenni urlava: "Spegni quella troia di una televisione!" La domenica mattina, alla benedizione papale, erano bestemmie urbi et orbi, in italiano, in friulano, in francese che mia mamma diventava tutta rossa. La televisione l'avevamo comprata per vedere il Musichiere ma poi il presentatore era caduto in una botola, si era "procurato una rovinosa frattura" e era morto. Tra l'altro, la disgrazia era avvenuta all'Arena di Verona dove mio papà, quando abitava ancora in Friuli, ci andava a piedi a vedere l'Aida.


Le amiche della mia sorella piccola, quelle che non avevano il diploma, si facevano incantare dai terùni che andavano in giro con le camicie aperte sul petto, le catenine d'oro e i peli in vista. Il famoso P.I.L. cresceva al ritmo dell'8 per cento, ma al Sud il reddito delle famiglie era inferiore di due volte e mezzo a quello del Nord per cui i meridionali erano come le mosche, dappertutto, e si erano fatti l'idea che le nostre ragazze fossero tutte puttane perché non si vestivano da suore, come le loro mamme al paesello.

Quando raccontavo a mia mamma di qualche disgrazia accaduta sugli impianti, mi diceva che ero proprio fortunato a lavorare nel mio reparto. "Non sai quanti ne sono morti di cancro da noi, in tintoria, a respirare tutti quei fumi là!". Se era per quello... in paese, grazie ai fumi della Montecatini, avevamo la percentuale di morti di cancro più alta della zona, forse dell'Italia, ma era un segreto. Il nostro sindaco, che guidava la giunta più onesta d’Italia, mantenendo questo segreto, ha fatto una bella carriera.

In compenso, il prete dell'oratorio si era messo in testa di essere il Savonarola reincarnato. Sarà stata la primavera, o sua sorella che gli piacevano i ragazzi... lui aveva perso il controllo; la domenica, alla messa delle nove, saliva sul pulpito imbufalito: tuonava contro il lusso, la moda, le gonne che lasciavano vedere le ginocchia, il twist, il rock an' roll, le feste in casa, i lenti, i film, Mina, Celentano, le ragazze che fumavano, che salivano sulle machine, insomma, contro tutto quello che piaceva ai giovani. Due o tre prediche così e a sentirlo c'erano solo le vecchiette più qualche mamma preoccupata.

Il parroco! ... Per un po' l'ha lasciato fare, poi, visto che la Chiesa perdeva clienti, l'ha minacciato di toglierli l'oratorio che era la sua ragione di vita. Allora ha cambiato strategia; mandava I suoi zeloti a mettere fialette puzzolenti al cinema, quando appariva qualcuna scosciata. Siccome la tattica non funzionava, lui e il suo collega dell'oratorio femminile, hanno passato in rassegna i giuanàsc e le sburèle (i nostri single incalliti) che la domenica andavano ancora all’oratorio a dare una mano al prete e a cantare i vespri e li hanno accoppiati a tavolino.
Avevano un tale ascendente su quei tontoloni che c'è stato un boom di matrimoni. Una, di quelle coppiette a fusione fredda abitava vicino a noi. Litigavano sempre. Appena incinta, siccome lei vomitava l'anima e il medico della mutua l'ha riempita di talidomide; ha partorito una focomelica, l'ultima focomelica del paese. Che se il Savonarola aspettava qualche mese a scatenare la sua crociata, la talidomide la ritiravano dal commercio e c'era una disgraziata in meno.

Per dire, in sostanza, che ai preti il progresso non gli dava fastidio, cancro e focomelici compresi - le disgrazie sono doni del Signore - gli dava fastidio che i nostri politici e l'Eni andassero in Unione Sovietica a fare affari, un fatto che li mandava addirittura in bestia, come li mandava in bestia tutto quello che riguardava gli organi genitali. Ma i tempi cambiavano, mia sorella piccola non aveva più paura che i colleghi dell'ufficio la mettessero incinta con lo sguardo; si era iscritta a una polisportiva bustocca, giocava a pallacanestro in calzoncini corti, era una schiappa e aveva un sacco di ammiratori.

Però in televisione... proibito parlare di assorbenti, reggipetti, mostrare gambe femminili, labbra carnose, seni troppo "procaci". Perfino pubblicizzare la carta igienica, che a casa nostra non è mai stato un problema: mio papà portava dal Cotonificio le copie delle fatture scadute - erano di carta velina, scivolose - e ci servivamo di quelle: inumidite andavano benissimo. Franca Rame e Dario Fo - che non aveva ancora vinto il premio Nobel - li hanno cacciati da Canzonissima con la scusa che erano "troppo spinti". Anni dopo, il papà di un mio amico mi ha confidato: ”Io, quando c’era il programma di quel comunista lì, spegnevo la televisione, dicevo le mie preghiere, baciavo l’immaginetta di Padre Pio e andavo subito a letto”.

Malagodi - uno che si vantava di possedere, per nascita e studi, un aplomb anglosassone, e era la mente pensante di quattro gatti di liberali - sentito odore di nazionalizzazioni, riforma dei suoli e socialisti al governo, ha cominciato a gridare al bolscevico, ai cosacchi e il generale Di Lorenzo coi suoi servizi segreti... giù a schedare oppositori e a comprare carri armati per l'arma dei carabinieri, in vista di un bel colpo di stato - un altro segreto. Il Vitto, un ragazzo dell’oratorio, appena tornato a casa da militare, ci ha raccontato che nel suo battaglione di bersaglieri carristi avevano sì e no quattro carri armati vecchi come il cucco. E che quando lui, come ufficiale istruttore, l’hanno mandato a addestrare i carabinieri del De Lorenzo, è rimasto tam me quel di pòm (come quello delle mele, cioè di sale): i carabinieri avevano centinaia di panther americani nuovissimi. Nessuno di noi si è chiesto perché.
5.

Una domenica di maggio il Felice mi ha chiamato dalla strada: “Dai, corri, c’è il Carluccio che sta diventando milionario! C’è lì mezzo paese, alle ACLI.”
“Dai, vai, che ti aspetta - mi ha detto mia mamma. - E’ domenica, svagati un po’.”
Dovevo avere un’espressione così vuota che lei, così riservata, è andata alla finestra e ha chiesto al Felice: “Ma cos’è successo?”
“Il Carluccio è dietro a vincere due milioni al biliardo!” le ha risposto il Felice.
“Adesso viene” gli ha risposto lei e mi ha messo fretta. “Dai, prendi su e vai che almeno ti svaghi un po’.”

Era preoccupata; non uscivo più, non mi interessavano neanche le ragazze, adesso. Lei, mia mamma, lasciava apposta delle pezze sotto il mio cuscino, ma avevo smesso anche di masturbarmi. La sera rimanevo in casa a leggere, a sentire la radio, oppure andavo a letto presto. Avevo ancora qualche lineetta di febbre, eppure dai raggi ai polmoni non risultava niente. Lei era preoccupata anche per il Carluccio, il figlio di una sua collega di lavoro, che aveva preso una brutta piega, frequentava le ligére che lavoravano sì in fabbrica ma arrotondavano con i furtarelli; qualcuno era già stato in riformatorio.

Felice se n’è andato, non voleva perdere la fine della “sfida del secolo”. C’era un collega del Carluccio che si stava rovinando con le sue mani. Dopo ogni partita persa rilanciava; erano arrivati a un milione e passa. E pensare che avevano cominciato così, tanto per far passare dieci minuti. Il Carluccio si era pettinato bene, con l’onda, e aveva fatto un salto al circolo delle Acli prima di andare sul Ticino dalla morosa. Lei l’aveva invitato a pranzare in casa sua, ma dopo la prima volta, quando gli avevano servito una pastasciutta scotta e senza condimento, le aveva detto che la domenica a mezzogiorno doveva fare compagnia alla sua povera mamma che se no piangeva, dato che era rimasta vedova.

La signora Giovanna, che abitava anche lei al terzo piano delle case del Cotonificio e che aveva i calli agli avanbracci a furia di stare alla finestra, ha gridato a suo figlio di andare a vedere cosa succedeva alle ACLI ma il suo Giorgio le ha risposto che non ci pensava proprio. Doveva andare a prendere la fidanzata e era già in ritardo. Sua mamma è rimasta alla finestra fino a quando non l’ha visto partire con la seicento nuova, orgogliosa del suo ragioniere, venticinque anni e già un bel posto d’impiegato al Cotonificio e una bella morosa, mica del paese, di Tradate!, anche lei ragioniera, proprio una bella coppia. Mio papà, finito di sentire il Gazzettino padano, si è alzato dall’ottomana con un sorriso soddisfatto. Gli piaceva la scenetta della lite tra marito e moglie che finiva inevitabilmente con la battuta: “Ma no, Francesca, ho schersà.”

Mia mamma era rimasta alla finestra; ha visto il Giorgio uscire con l’impermeabile nuovo e ha detto a mio padre. “Tutto per farsi vedere. Col sole che c’è, va in giro con l’impermeabile nuovo!”
“Adesso che controlla chi ha diritto alle case del Cotonificio, quello lì mette paura alla gente per farsi dare i soldi sottobanco” gli ha risposto lui, disgustato. “Anche te - mi ha detto mia mamma - adesso che hai un bel posto, appena fai i diciotto anni prendi la patente… Una macchina di seconda mano magari ce la facciamo a comprarla. Così quando andiamo dalla zia di Cinisello non dobbiamo prendere le coincidenze.”

Non le ho risposto. Non mi interessavano né la macchina né i vestiti nuovi e il Giorgio che metteva paura ai poveri cristi ignoranti per fregargli i soldi mi faceva schifo. Dicevano che si era fatto pagare anche dalla Lina, la mamma della Piera. E il boom economico mi lasciava indifferente. Facevo le mie quarantasei ore la settimana alla Montecatini, davo le quarantaduemila lire di paga a mia mamma (al Cotonificio ne avrei guadagnate sì e non trenta), le duemila di mancia me le facevo bastare tutto il mese. Ho salutato mio padre che andava al Sacro Cral, e mi sono steso sull’ottomana finalmente libera: “Faccio un riposino poi esco”. Mia mamma ha chiuso la finestra e si è messa a rammendare le calze. Io mi sono sentito osservato e mi sono girato dall’altra parte. Alle tre e mezza ho acceso la radio e ho ascoltato “Tutto il calcio minuto per minuto”. Al primo goal dell’Inter mi è scappato un urlo di gioia. Mia mamma mi ha sorriso, contenta che reagivo.

Prima di cena il Felice mi ha raccontato com’era finita la partita del secolo. Allora: alle cinque e mezza il Carluccio vinceva già un milione seicentotrentaquattromilaquattrocento lire. Di biliardo, panini e bianchi con lo spruzzo, lui e il suo collega avevano già speso un deca. Lì, il collega, ha chiesto al Carluccio se non gli scappava da pisciare. Il Carluccio ha capito subito. Sono usciti insieme, il bagno era in cortile, e il collega, ormai ubriaco fradicio, lo ha preso per un braccio e gli ha fatto: “Io ero tanto amico del tuo papà” che non era neanche vero. Il Felice li aveva seguiti di nascosto e sentiva tutto. “Tu sei un bravo ragazzo e io ero tanto amico del tuo papà” ha ribadito il collega, “che era così una brava persona.”. Conclusione: si sono messi d’accordo che nell’ultima partita il Carluccio faceva di tutto per perdere e andavano in pari.

La gente faceva il tifo per il Carluccio. “Se vince anche questa si compra l’appartamento”. Invece lui sbagliava apposta i tiri più semplici, metteva le boccette in modo da offrire al collega i colpi per fare punti. Solo che quello, conciato com’era, invece di farli, i punti li beveva. A un pelo dalla fine era ancora in pari, così il Carluccio gli ha messo a disposizione un filotto che neanche un bambino. Lì tutti hanno capito che voleva perdere e hanno pensato che era proprio un bravo ragazzo, una ligéra però di cuore. Ma a quel coglione di un collega la mano gli tremavano così tanto che a momenti faceva uno sbrego nel tappeto; ha tirato giù tutti i birilli con la sua, di boccia, che per di più è finita in buca Poi è andato in giardino a vomitare. Doveva al Carluccio la bellezza di tremilioni duecentosessanottomilaottocentoottanta lire, però non aveva i soldi per il biliardo e le consumazioni; ha pagato il Carluccio, tanto, ormai, era milionario. Il resto me l’ha raccontata il Felice un mese dopo, quando è venuto a trovarmi in clinica, l’anticamera del manicomio. Perché a Bizzozero ci sono finito io, mica il sonnambulo.

Una domenica di giugno che i miei si erano dimenticati del mio compleanno, - in casa mia non si festeggiava il compleanno di nessuno, come se fosse un giorno di disgrazia - io li ho lasciati uscire di casa e mi sono scolato tutto il Rosso Antico, il Fernet, la China Martini e il Vov che c'era in casa, poi mi sono steso sul letto matrimoniale. Come sua abitudine, prima di andarsene mia mamma aveva rifatto il suo letto in modo che sembrasse un catafalco; sui cuscini duri come il marmo aveva adagiato la sua bambola vestita da sposina, sul comò di fianco, sotto una campana di vetro tipo incubatrice, una Maria Bambina di cera dormiva tra pizzi e merletti, sopra il letto... la stampa del Bambin Gesù che a tre anni muoveva i primi passi; così bello e così ritardato. La porta dell'anta centrale dell'armadio, che stava di fronte al letto, era ricoperta da un enorme specchio, un altro altrettanto grande era sopra il comò, tre più piccoli sulla toilette della mamma; i mobilieri della Brianza erano esperti in erotismo.

Quando mi hanno svegliato non mi ricordavo più cosa fosse successo, mi sono messo a frignare, ho detto che non mi tirava più l'uccello e che per questo e per cento altre ragioni che lì per lì non mi venivano in mente, anzi, una sì, il lavoro mi faceva schifo e non volevo morire in fabbrica, che ero disperato e.. che... Ho rivomitato l'anima. Il dottore ha subito intuito che avevo tendenze omosessuali, insomma ero "un mezzo culatone"; mio papà ha abbassato la testa dalla vergogna. Poi, dalla rabbia, ha aggiunto che avevo la schiena fredda, come quelli che non gli va di lavorare. Due giorni dopo mi hanno ricoverato in clinica a Bizzozero, nell'anticamera del manicomio. La legge mi imponeva di guarire entro un mese altrimenti sarei finito dall'altra parte del cortile assieme ai matti ufficiali. Questo limite temporale stimolava gli psichiatri che si sono fatti dare carta bianca da mio padre.
continua

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