jueves, 24 de noviembre de 2011

MERCATI AKBAR!

E' la guerra finanziaria e monetaria contro il blocco europeo, cretino!
Tito Pulsinelli
L’Europa ci chiede, Merkozy ha deciso, “i mercati” esigono, noi obbediamo. Ai mercati o ai mercanti? Nel senso di quei rari grossisti che fabbricano dal nulla il 75% dei valori circolanti e li spacciano nelle borse. Surrogati, derivati, succedanei di moneta che alimentano l’economia finanziaria, vampira di quella reale. Per ogni euro creato da questa, l’altra ne conia 75. L’omologata e interscambiabile dirigenza politica ha fatto voto di fedeltá assoluta e incondizionale al
 fondamentalismo globalista. Accetta e si subordina a tutti i diktat provenienti dall’esterno. Dall’altro governo romano, invece, il cardinale Tarcisio Bertone sembra un pericoloso estremista e scavalca tutta la palude di Montecitorio. “Oggi, la crisi economica pone in evidenza l’insostenibilitá di un mercato totalmente autoreferenziale e solleva questioni circa la responsabiltá e l’etica dei processi finanziari..”. Meno male che Tarcisio c’é!

Tranquilli, peró, Obama manda a dire che “crediamo nell’Italia”. Vabbé, l’aveva giá detto per la Spagna, Portogallo, Grecia e il resto dei PIIGS. Obama? Sí, quello che ad agosto é stato messo in scacco dai suoi deputati che non gli davano l’OK per aumentare il debito da guiness dei primati degli USA. “L’Europa puó contare su di noi” insiste Obama. Davvero? E' un menagramo. Forse é meglio di no, per non incrementare la libera stampa di dollari. L’altro ieri non ha ottenuto neppure l’accordo bipartisan , per tagliare di 1200 miliardi il piramidale debito spalmato -udite, udite- su 10 (dieci) anni. Una goccia nel deserto, ma Moody non gli ha smosciato il rating, nemmeno un pó. Eh no, queste discipline sono applicabili solo lungo il limes europeo. Dove le nazioni sono diventate “economie”, in attesa del passaggio virtuoso ad “espressione geografica”.

Mercati akbar! Dobbiamo fare come l’America strepitano tribuni e demagoghi, imponendosi a fatica sullo starnazzare delle oche allarmate. America? Si, quella Latina, per osservare e imparare come si fa ad uscire dal ciclo infernale con cui i liberisti d’ogni contrada aprono vie consolari a "i mercati". Una dozzina d’anni fa, a Buenos Aires, sulle finanze regnava un tal Domingo Cavallo. Esordí evocando la terra promessa d’una crescita del 5% annuale, nonché le meraviglie dell’equivalenza e della libera convertibilitá della moneta argentina con il dollaro. Con squilli e tamburi lanció il solenne editto “Piano deficit zero”. L’equino druida si sbracciava in eloqui sulle virtú taumaturgiche dei “…necessari tagli alla spesa pubblica per evitare che lo Stato spenda piú di quel che incassa”.

E per convincere i piú recalcitranti, terrorizzava cosí: “..se non si cambia in fretta, arriva il caos”. Incredibile, é lo stesso canovaccio del nuovo vate romano, cantore dell’equo rigore (con eventuale crescita abbinata). Ha lanciato sul mercato la stessa patacca, ribattezzandola “regola aurea”, inserita nella Costituzione come eseguí vanamente lo zelante Zapatero. Il Cavallo -reincarnato- continua a pascolare sugli stessi Monti. Corsi e ricorsi della pietra filosofale.

Come finí in Argentina? Un bel giorno, Domingo Cavallo chiuse gli sportelli delle banche per impedire ai correntisti di ritirare i loro risparmi, cioé gli ultimi spiccioli. Ribellione urbana, fuga in elicottero del presidente, sucessione fulminea d’una mezza dozzina di capigoverno scacciati dalla plebe esasperata. Fino all’arrivo d’un “populista” amato dagli elettori –ma inviso a “i mercati”- che sospese d'acchitto il pagamento del debito estero, applicó un soffice neoprotezionismo, incrementó la spesa sociale a favore dei ceti che avevan smesso d'essere consumatori. Come in tutte le economie emergenti del BRICS, lo Stato conservó o cominció a recuperare funzioni espropriate dal FMI. O da altri centri esterni di pianificazione delle economie nazionali. La banca centrale tornó sotto il controllo sovrano, il PIL ridivenne di segno  positivo, crescente da un decennio a questa parte.

La mistura imbottigliata a Francoforte dalla distributrice BCE, per conto delle cantine Goldman Sachs, sebbene vagamente adattata all'italico palato, non riesce a mimetizzare un colore torbido e sprigiona un aroma aspro di prugna, con retrogusto acido, adatto solo alla grande distribuzione. Peró non nelle latitudini della millenaria cultura della libagione. Non arriva a derivato di vino, é aceto scadente. Di poca utilitá, pure per i partiti che usano questi “tecnici” seriali come foglia di fico, fino a che passi la tempesta. Gli augelli, peró, non torneranno a far festa. A Madrid, i vincitori elettorali hanno solo guadagnato qualche punto percentuale, ma i "socialisti" -esecutori testamentari della volontá del BCE- hanno perso oltre un paio di milioni di voti. Passati alla protesta indignata.

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