martes, 16 de febrero de 2016

Populismo è ribellione contro le elites


Ri-publichiamo
TP - La neolingua mediatica, stampella del gargarismo gergale in cui è ridotta oggi la politica, che significato attribuisce all'inflazionata accusa di populismo? A parte l'intenzione di usarlo -chissà perchè- come offesa o insulto, sembra ignorare che si tratta di una categoria politica presente nella storia repubblicana del nostro Paese. Molto prima di quella iniziata nel 1946, e non solo nella penisola italiana. Populismo è sempre anti-finanza,
ma viene arbitrariamente associato solo all'anti-politica. Gli untori ne fanno una sorta di formula passepartout contenente demagogia, estremismo e avventurismo. A cui contrappongono il realismo e le superiori virtù immacolate degli economisti neoliberisti. Tacciono sempre, giustificano o hanno una fede granitica -come il gazzettiere E. Scalfari- nel decisionismo unilateralista dei poteri sovranazionali, segreti o auto-eletti.

 A tutto questo è sottesa una implicita negazione delle capacità di scelta dei ceti bassi e medi, soprattutto quando esprimono orientamenti critici o divergenti dal percorso a senso unico tracciato dalle elites. Gli antipopulisti da talkshow, non si azzardano ancora a dire a voce alta che le decisioni pubbliche spetterebbero -chissà perchè- solo alle elites economiche o al tribalismo finanziario. Però poco ci manca. E sarebbe  in ogni caso pretenzioso o “populista” credere il contrario. 

Per loro non dovrebbero avere diritto di cittadinanza quei movimenti che rivendicano la democrazia partecipativa o che svelano l'essenza autoritaria della nuova oligarchia in via di formazione: quella che elegge capi di governo, i ministri delle finanze o che colloca i propri managers ai vertici delle cosiddette "istituzioni internazionali" o "comunitarie" (Bruxelles e Francoforte). 

E' una storia che ha radici lontane, antica quanto la lenta conformazione istituzionale della nostra vita pubblica repubblicana, in cui " è possibile mostrare la continuità tra l’anti-populismo e il pensiero conservatore e antidemocratico". Per Machiavelli è popolo tutto quel che si contrappone alle elites e frena la concentrazione della ricchezza e del potere.  E' quanto affermano Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli in uno stimolante e opportuno testo che si intitola "Il populismo è democratico - Machiavelli e gli appetiti delle élite" (qui). 

Lungi dalle banalità in voga e dallo sfoggio di ignoranza illustrata dei media globali, "è possibile contrapporre ai pericoli che derivano dagli istinti popolari i pericoli altrettanto seri costituiti dagli abusi, talvolta persino inconsapevoli e involontari, delle élite". L’anti-populismo è sempre stato uno strumento delle onnivore oligarchie proiettate alla conquista di nuovi privilegi.

Tutti coloro che vogliono appellarsi a valori democratici dovrebbero tener presente che la contrapposizione su cui bisogna concentrarsi non è quella tra giudizio popolare, con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni, ed élite illuminate, ma piuttosto quella tra giudizio popolare ed élite che fanno parte di oligarchie i cui interessi sono molto spesso lontani da quelli della stragrande maggioranza della popolazione. 

È per questo motivo che una rivalutazione del populismo è importante per la soluzione dei problemi che le democrazie contemporanee si trovano ad affrontare. Le fonti di tirannia non si limitano a quelle segnalate da Guicciardini e Madison – ossia le folle incostanti, ignoranti e malevole – ma includono l’enorme potere politico che la ricchezza garantisce a una piccola minoranza di individui”.

Testo completo di "Il populismo è democratico - Machiavelli e gli appetiti delle élite" qui



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