miércoles, 23 de septiembre de 2009

Il secolo del drago (parte 2)

Andy Warhol
Il segreto del miracolo economico cinese: il governo possiede le banche anzichè il contrario

Ellen Brown www.webofdebt.com
traduzione di Gianluca Freda
Crepe nella muraglia cinese?
L’economia cinese non è perfetta. La spinta verso il profitto, soprattutto ad opera di capitali d’investimento stranieri, ha incoraggiato gli azzardi speculativi, con investimento di grandi quantità di denaro in appartamenti di lusso e altri tipi di beni immobiliari che la maggior parte delle persone non può permettersi.

I lavoratori cinesi si lamentano oggi del troppo capitalismo, visto che sono ora costretti a pagare per l’abitazione, per le cure sanitarie e per l’istruzione superiore, tutte cose che un tempo venivano fornite dallo Stato. E benché si stiano facendo degli sforzi per rendere disponibili una maggior quantità di prestiti alle piccole e medie aziende, le industrie di Stato e le grandi corporazioni ricevono ancora la maggior parte dei prestiti erogati.

Questo perché alle banche è stato ordinato di restringere i propri standard per l’accesso al credito, e naturalmente le grandi aziende comportano rischi minori.

Wolff è convinto che il “miracolo” cinese sia una bolla destinata a scoppiare con conseguenze catastrofiche. Storicamente, tuttavia, ogni volta che una bolla economica è scoppiata all’improvviso ciò è avvenuto perché era stata punta dagli speculatori. Quando nel 1990 scoppiò la bolla del mercato giapponese, e quando altri paesi asiatici seguirono lo stesso destino nel 1998, ciò avvenne perché gli speculatori stranieri riuscirono ad aggredire le loro valute con derivativi esotici.

Le vittime tentarono di difendersi acquistando le proprie valute nazionali con le riserve in valuta estera, ma le riserve andarono ben presto esaurite. Oggi la Cina ha accumulato una tale quantità di riserve in dollari che sarebbe molto difficile agli speculatori fare la stessa cosa con il mercato azionario cinese. Un declino graduale del mercato azionario dovuto a forze naturali del mercato stesso è qualcosa che un’economia può agevolmente sopportare.

Inversione dei ruoli economici?
Almeno per il momento, il piano di ripresa cinese sta funzionando molto meglio di quello americano e inglese; e il principale motivo per cui sta funzionando meglio è il fatto che il governo tiene in pugno il proprio settore bancario.

Il governo può manovrare il meccanismo del credito bancario in modo da favorire le imprese pubbliche e il commercio, poiché realmente possiede le banche o buona parte di esse. Ironicamente questa caratteristica dell’economia cinese avrebbe consentito alla Cina di avvicinarsi all’ideale capitalistico americano degli inizi ancor più degli stessi Stati Uniti.

La Cina viene spesso definita comunista, ma non è mai stata comunista nel senso inteso dai libri di testo, e oggi lo è ancor meno di prima. Deng Xiaoping, leader del Partito Comunista Cinese, che dopo il 1978 aprì la Cina agli investimenti stranieri, disse una volta che non importa di che colore sia il gatto, purché riesca ad acchiappare i topi. Quale che sia la definizione appioppata all’economia cinese, resta il fatto che essa fornisce oggi un’impalcatura che incoraggia efficacemente l’imprenditoria.

Jim Rogers è un investitore e analista finanziario americano espatriato, che oggi ha la propria base a Singapore. Nel 2004 scrisse un articolo intitolato “L’ascesa del capitalismo rosso”:
“Alcuni dei migliori capitalisti del mondo vivono nella Cina comunista... Non importa per quanto tempo ancora i leader cinesi insisteranno a definirsi comunisti, essi sembrano assai indaffarati a creare l’economia capitalista che dominerà il mondo”.

Nel frattempo gli USA sono sprofondati in ciò che Rogers chiama “socialismo per ricchi”. Quando le normali aziende americane fanno bancarotta, esse vengono lasciate sole ad affrontare la giungla d’asfalto; ma se vanno in bancarotta banche considerate “troppo grosse per fallire”, allora siamo noi contribuenti a dover pagare le perdite, mentre ai proprietari delle banche viene consentito di tenersi i profitti e di continuare ad utilizzarli per le loro speculazioni.

Il salvataggio di Wall Street con denaro dei contribuenti rappresenta una radicale violazione dei princìpi del capitalismo, una violazione che ha cambiato volto all’economia americana. Il capitalismo che ci insegnavano a scuola parlava di Mamma e Papà negozianti, di fattorie a conduzione familiare, di piccoli imprenditori che potevano competere su un livello di parità. Il ruolo del governo era quello di definire le regole e di assicurarsi che ognuno giocasse rispettandole. Ma non è questa la storia del capitalismo che vediamo oggi.

Mamma e Papà negozianti sono stati stritolati da gigantesche catene di ipermercati e mega-industrie; le piccole fattorie a conduzione familiare sono state rilevate dalle multinazionali dell’agro-business; e le banche di Wall Street sono diventate così potenti che oggi i deputati si lamentano per il fatto che sono le banche ad essere proprietarie del Congresso.

I colossi bancari e le corporazioni hanno riscritto le regole per i propri fini. La sana competizione è stata rimpiazzata da una forma di capitalismo predatorio in cui il pesce piccolo viene sistematicamente inghiottito dagli squali. Il risultato è un gap sempre più ampio tra ricchi e poveri che rappresenta il più colossale esempio di trasferimento della ricchezza della storia.

Il meglio di entrambi i mondi
La soluzione cinese, di fronte a un sistema bancario finito in bancarotta, sarebbe quella di nazionalizzare le banche stesse, non soltanto i loro debiti. Se anche gli USA adottassero un simile approccio, noi, il popolo, potremmo davvero ottenere qualcosa di valido in cambio del nostro investimento: un sistema bancario stabile e affidabile che appartenga alla gente.

Se la parola “nazionalizzare” sembra poco americana, sostituitela con “di proprietà pubblica e operante nel pubblico interesse”, come le biblioteche pubbliche, i parchi pubblici e i pubblici tribunali. Dobbiamo togliere i nostri dollari a Wall Street e restituirli a Main Street e possiamo farlo solo spezzando questo monopolio bancario privato finito fuori controllo e riaffidando il controllo sul denaro e sul credito al popolo stesso. Se i cinesi possono avere il meglio dei due mondi, possiamo averlo anche noi.

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