jueves, 3 de febrero de 2011

DALL' EGITTO IN RIVOLTA

Secondo Al Jazeera due milioni di persone si sono radunate in Piazza Tahrir, al centro del Cairo, altre settecento o ottocentomila ad Alessandria, più di duecentocinquantamila a Mahalla al-Kubra e Suez, più di mezzo milione ad al-Mansura, centinaia di migliaia a Port Said, Minia e Damanhur.
"Non voglio mai più sentire gente che mi interroga su Islam e democrazia, bisognerebbe parlare invece di Occidente e democrazia!", mi dice.


lettera di Elisa Ferrero
www.emigrazione-notizie.org
Ieri è stata una giornata senza precedenti per l'Egitto, come molti hanno commentato. Milioni di persone sono scese nelle piazze per chiedere ancora una volta l'allontanamento di Mubarak dal paese. Il regime ha cercato di ostacolare le dimostrazioni chiudendo strade e linee ferroviarie. Anche l'ulimo provider internet funzionante è stato chiuso e il sito di Al-Youm al-Sabiaa è di nuovo bloccato. Ma a nulla è servito, la gente si è riversata in massa nelle strade di gran parte delle città egiziane.
Secondo Al Jazeera due milioni di persone si sono radunate in Piazza Tahrir, al centro del Cairo, altre settecento o ottocentomila ad Alessandria, più di duecentocinquantamila a Mahalla al-Kubra e Suez, più di mezzo milione ad al-Mansura, centinaia di migliaia a Port Said, Minia e Damanhur. In realtà, gli egiziani presenti alle manifestazioni di Piazza Tahrir danno stime inferiori del numero di persone presenti, ma comunque oltre il milione. L'Egitto è in piazza. 



Grazie a Dio, tutto si svolge in maniera pacifica e anche ordinata. Manifestanti e esercito collaborano nel controllare chi entra nella piazza, perquisendo le persone e verificando la loro identità tramite un documento. Riescono a bloccare una macchina carica di armi che tentava di accedere alla piazza. I manifestanti sono ben determinati, questa volta, a impedire ogni tentativo di provocare la violenza, e anche ogni tentativo di mettere un "cappello" politico o religioso alle manifestazioni. "Siamo egiziani!", urla un ragazzo. Un gruppo che inneggia allo stato islamico viene respinto dalla piazza, come è già successo nelle dimostrazioni dei giorni scorsi. In piazza c'è gente di tutte le età (quanti bambini!), tutte le religioni, tutti i colori politici, tutte le classi sociali. Ci sono ragazze velate ed eleganti signore in tailleur. E ci sono anche i cristiani, checché ne dica Papa Shenouda, che ieri ha detto a Mubarak: "Grazie a Dio abbiamo persuaso i cristiani a non scendere in piazza". Patetico.

Ma mentre la gente manifesta, canta e balla, le forze di opposizione si organizzano e concordano un documento con quattro richieste al governo: l'allontanamento di Mubarak dal potere, la formazione di un governo di unità nazionale, la creazione di una commissione per la stesura di una nuova Costituzione e lo scioglimento delle camere, risultato di false elezioni. Cominciano, però, a girare voci di divisioni all'interno delle forze di opposizione. I portavoce, tuttavia, tengono a precisare, con un bel gioco di parole in arabo, che non si tratta di khilaf (conflitto, contrasto), ma di ikhtilaf (differenza). Dicono che su queste quattro richieste c'è accordo completo, specialmente sull'allontanamento di Mubarak dal potere, condizione imprescindibile per iniziare qualsiasi trattativa. Semmai il dibattito verte sul modo in cui Mubarak dovrebbe lasciare il governo. Un dimostrante spiega che chi decide, alla fine di tutto, sono i giovani di internet che hanno dato avvio alla protesta. Loro sono la leadership, non i partiti e i movimenti dell'opposizione, solo che ora sono penalizzati e non possono far sentire direttamente la loro voce a causa del blocco di internet. L'opposizione politica ha invece più visibilità nonostante il blocco, ma non può prescindere dalla volontà dei giovani della piazza, perché sono troppi e non si può dir loro "adesso andate a casa", e la loro richiesta prioritaria è che Mubarak se ne vada.

Si registrano anche le prime opinioni contrarie alle dimissioni di Mubarak. Si organizzano alcune contromanifestazioni per sostenere Mubarak che riuniscono però solo centinaia o poche migliaia di persone. E' di oggi la notizia che il ministro dell'informazione ha invitato i dipendenti di radio e tv a scendere in strada per manifestare il proprio sostegno a Mubarak. Diversi egiziani tuttavia, pur non sostenendo Mubarak, non vedono con favore le sue dimissioni in questo momento, perché temono che potrebbero solo portare al caos. Malak, ad esempio, egiziana che vive a Dubai, scrive su Facebook che ha paura che l'Egitto finisca come l'Iraq se Mubarak se ne andasse ora, in questa situazione.

Alla fine della giornata giunge il discorso di Mubarak. Un discorso insultante e feroce degno di un dittatore. Esordisce dicendo che nonostante i manifestanti godessero di piena libertà di espressione, le dimostrazioni si sono trasformate in atti di violenza, saccheggio e distruzione (primo ruggito della folla in piazza). Dice che nonostante la sua disponibilità e apertura al dialogo con i manifestanti, loro hanno rifiutato la sua mano tesa e accusa le forze politiche di destabilizzare il paese. Dopodiché dichiara che non si ricandiderà a settembre, anzi non aveva mai nemmeno avuto l'intenzione di farlo, visto il lungo tempo che ha passato al servizio del popolo!. Dice che resterà in carica fino alle nuove elezioni, per garantire, in questa difficile fase della storia del paese, una transizione pacifica verso le riforme. Ordinerà al Parlamento di correggere gli articoli 76 e 77 della Costituzione, che definiscono le condizioni per potersi candidare alla Presidenza della Repubblica, condizioni che oggi consentirebbero la candidatura solo a suo figlio (il ruggito della folla cresce). Poi, con parole a dir poco inquietanti, dice che chiederà alla polizia di perseguire tutti quelli che hanno causato i disordini di questi giorni. Che vuol dire? Le leggi d'emergenza sono ancora in vigore, possono arrestare chiunque vogliano come hanno sempre fatto... Infine saluta dicendo che "morirà nella sua terra". La folla esplode... L'unico fatto certo è che lui resta, il resto sono parole. Il parlamento eletto con i brogli dovrebbe gestire la transizione? E il ruolo delle opposizioni? Chi controlla? E le leggi d'emergenza?

A questo punto le tv arabe danno spazio alle opinioni della piazza. Alcuni sono in parte soddisfatti del discorso di Mubarak, dicono che è la prima volta nella storia che si piega in qualche modo alla volontà della piazza, dunque bisogna prendere in considerazione quanto ha detto. La maggioranza dei giovani però è furiosa e ribadisce che non cederanno. Un'attivista politica urla concitata: "Mubarak dice che non se ne va? E noi non ci muoviamo da Piazza Tahrir! Non se ne va? E noi moriamo qui, ma non ce ne andiamo!". Un altro dimostrante dice, con lucida rabbia: "Mubarak si sbaglia se pensa che sia lui a decidere. E' la piazza che decide del suo destino, lui non è che un ex-Presidente. Gli avevamo dato una via d'uscita dignitosa, adesso sono affari suoi!" Gli altri commenti sono tutti su questo tono. Un esponente del partito Wafd dice che non è il discorso a non essere accettabile, ma l'uomo che l'ha fatto.

Sento Wael, per sapere da lui, come ogni giorno, se chi conosco del Centro Tawasul sta bene. Dopo l'entusiasmo dei giorni scorsi è esausto e depresso. Non è d'accordo con azioni ancora più forti da parte dei dimostranti, teme anche lui che tutto possa finire in un massacro, ha paura per la gente. E' deluso, come tanti, per la debole risposta della comunità internazionale e dei governi occidentali in sostegno dei manifestanti. "Non voglio mai più sentire gente che mi interroga su Islam e democrazia, bisognerebbe parlare invece di Occidente e democrazia!", mi dice.

Un abbraccio a tutti,

Elisa Ferrero
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