lunes, 28 de mayo de 2012

Il pensiero molle (4/4)

Martino F. Rizzotti 
Illuminazioni 
Il mio vecchio amico Giorgio, che all’oratorio giocava a calcio nella mia squadra e mi stima perché ero un bravo portiere (lui faceva lo stopper, la domenica mattina la passavo guardando le sue chiappe agitarsi davanti ai miei occhi preoccupati), il mio vecchio amico
Giorgio, appena vede uscire il Lagioia mi si avvicina e mi offre da
bere. Anche lui ha su un’impresètta – sistemi antincendio -  ma non si è montato latesta.
“Vedi quelli lì - e accenna a un gruppetto seduto a un tavolo lontano - se la tirano un casino ma, lascialo dire a me, che sono nella stessa barca... Lo sai per chi lavoriamo noi? Le banche. Guarda, è vero che, se e quando va bene, ci tiriamo fuori un bel mensile, ma il famoso profitto dove va a finire, secondo te? In interessi da pagare, perché se sei piccolo hai sempre bisogno delle banche, ti tengono per i coglioni. Mi dici allora come fanno quelli lì a spendere e spandere – la seconda casa, la barca, il brocantage e tutte le loro manie del cazzo? Le vacanze alle Seychelles, avanti indietro da New York a comprarsi timberland e swatch… Te lo spiego io: se l’Italia fosse uno stato, e non il casino che è, sarebbero tutti dentro per evasione fiscale. 

Infilano nel bilancio le spese di casa, anche quelle per le puttane. E il famoso direttore della rivista, là, o fa soffietti o fa ricatti. Il direttore della banca? Prova a chiedergli un prestito, vuole il triplo di garanzia. Non ce l’hai? Ti manda dal pugliese. Capisci come gira il vento? La banca non può farti un prestito al 12-13 per cento ma il pugliese, al 100 per cento, sì. Sono in affari insieme, i soldi glieli presta lui, roba da galera. Il Fifì è l’unico davvero coi soldi, guarda, e se non avesse il pallino della nobiltà…”
“Sai dov’è? Doveva darmi un lavoretto…”
“L’ho sentito ieri, dice che forse ha trovato chi gli compra la barca, sai che vuole venderla, no? M’ha detto che faceva una scappata a Ventimiglia per quella faccenda lì.”
Mi sento svenire, il mio piano è andato a rotoli prima di cominciare. E ho un latitante in casa che… adesso chi lo schioda? Vivo da solo, ma Carla viene spesso a dormire da me, come faccio?

Giorgio mi vede impallidire, mi scuote un braccio: “Oh, se hai bisogno di un prestito…”
“Ma no, ma no, grazie, pensavo al lavoro lì, del Fifì...”
“Ah, a proposito, il Pierino cerca uno per un trasloco. Si tratta di andare in Nord Europa, non mi ricordo di preciso dove. Dice che paga bene. Gli è appena morto un dipendente, infarto. Fagli una telefonata… Vedi, però, come ti sei ridotto, che se non facevi tutte quelle cazzate…”
“Roba vecchia, dai…”
“Mi ricordo quando avete svaligiato il supermercato. Mia moglie faceva la cassiera, si è presa uno spavento! Ah, senti, un giorno andiamo a trovare la nostra maestra delle elementari, mi chiede sempre di te. Ti portava in palmo di mano.”
Mi lascia con una triste impressione di fallimento personale. Ma fare la rivoluzione è più difficile che scoprire, che so?, una nuova galassia quindi, come fallito, sono in ottima compagnia.

Altri  buddhismi
M’illumina Vincenzo, il poliziotto che si siede al mio fianco come fossimo amiconi. E’ della nuova generazione di graduati, trentacinque anni, cinque meno di me, laurea in antropologia a Catanzaro, sposato da otto anni con un’insegnante precaria, in lista d’attesa per la casa popolare. Vive con la suocera. Con la scusa di offrirmi da bere cerca sempre di rieducarmi.
“Capo, hai sbagliato posto - mi fa, ridendo sotto i baffi. - Da qui vedi tutto ma sei lontano dalle vie di fuga.”
Cazzeggia poi diventa serio.

“Voi - mi spiega - eravate idealisti, tanto di cappello ma, scusa il linguaggio, non avete capito una minchia. Voi non sapevate niente di economia, sociologia, antropologia, zero, solo sta minchia di Marx  interpretato a modo vostro, però; vi siete messi in testa che la merce c’era, bastava prenderla. Gli espropri proletari facevate. Anzi, meglio ancora, svaligiavate la boutique di Fiorucci. Ho visto le foto in archivio, c’eri anche tu, ti ho riconosciuto subito. Eri un bel ragazzo e va come sei conciato adesso! E i concerti rock, secondo voi, dovevano essere gratis. I vostri capi, però, andavano in Svizzera a sentirli, e si mettevano in fila per pagare come tante pecorelle. Ma in Italia tutto free doveva essere. Ti ricordi la canzoncina di quello che si vantava di rubare il caviale, come faceva?”
Fingo di non ricordare.

“Mentre tu ti mangi il tonno con quel fesso di Totonno,” canticchia, scuote la testa poi riattacca: “Ecco, appunto. Il partito comunista predicava l’austerità, voi i consumi di lusso. D’accordo che i vecchi comunisti avevano come modello il mondo delle termiti, delle formiche… che, insomma… siamo uomini, mica insetti, no?”
Sa tutto. Il comunismo delle termiti ispirava anche mio papà.
Lui prosegue: “Io, per fare la tesi, mi sono dovuto sorbire la collezione completa di Potere Operaio. In un numero ho trovato il disegno dell’operaio ideale – ideale per i capi, s’intende – una specie di culturista con la fronte bassa, uno scimmione che fa il gesto: Vi facciamo un culo così.”

So anche chi l’aveva ideata, quella caricatura, ce l’avevo in casa. “L’unico vero comunista del mio paese – continua lui - aveva la terza elementare e anche da vecchio leggeva i classici, ascoltava l’opera, cercava di aggiornarsi, altro che scimmione! Ho imparato più cose da lui che da tutti voi altri messi insieme.”
Picchia su nervi scoperti, è irritante: “Grazie del caffè, Vincenzo, dovrei andare.”
Mi blocca, mi fa sedere. Forse non gli capita spesso di sfoggiare la sua cultura, al commissariato. “Aspetta. Tanto la tua ragazza non c’è, no?” Sa anche questo! Continua: “Stattene tranquillo, per una volta. Ordina qualcosa da bere, pago io.”

Poi riprende: ”Voi di Autonomia Operaia eravate ancora più fuori di testa. Eravate mistici. Sì, proprio mistici. Del resto il vostro leader, quel Toni Negri, che cos’è? Un politico? Un economista? No, è un mistico cattolico. Mi piace parlare con te perché sei intelligente. Ti faccio un esempio: hai presente il dibattito di bSam-yas?”
“Il che cosa?” chiedo stupefatto.
“… bSam-Yas, un santuario in Tibet. Come dite voi polentoni, ci ho fatto su una tesina. A quei tempi, siamo nell’ottavo secolo dopo Cristo… Vedi come  le storie si ripetono …  I buddisti tibetani di scuola cinese non la smettevano di litigare con quelli di scuola indiana. Allora il re si è stufato e ha deciso lui. Come nei concili della Chiesa. Abbiamo dogmi che li ha decisi un imperatore che non era neanche cristiano…”

“Lo spirito santo, quando viene… viene - dico io facendo il verso a una pubblicità di panettoni che già imperversa in tv e siamo solo a metà novembre. -  Come mai sai tutte queste cose? Sei buddhista anche tu?”
“Ma quale buddhista? Io ho studiato, mica come voi che andavate in giro a cantare are are are Krishna, con tutto il rispetto, si intende.”
“Quelli lì mi hanno sempre fatto senso.”
“La cosa strana degli Ari Krishna è che il loro dio scopava come un grillo invece loro si fanno delle gran pippe. Io  ho dato due esami di religioni orientali, se vuoi saperlo.”
“Ma non mi hai spiegato il problema; in quel posto che dicevi… litigavano su cosa?”
“Te la faccio semplice semplice: i filo-indiani sostenevano che per arrivare alla purificazione occorresse seguire una disciplina e una tecnica seria; i filo-cinesi invece erano istantaneisti, come voi: saccheggi, P38, poi via con le pere, che come sistema per raggiungere la felicità comunista è ancora più rapido.”

“Io no” gli dico e m’incavolo per essermi messo sulla difensiva con un poliziotto. E penso, ma non dico, che non ha capito l’essenziale, che con la borghesia che ci troviamo, e il Vaticano e l’ignoranza abissale dell’italiano medio, in Italia per ottenere le cose più elementari bisogna fare delle mezze rivoluzioni. E’ stato così col movimento studentesco: chiedevano cose che in Svizzera davano già per scontate; è stato così per i diritti dei lavoratori negli anni ’70, sarà sempre così. Fossimo riusciti a liberarci di questa borghesia idiota staremmo sicuramente meglio. Mi vede assente, incalza: “Lo sappiamo, ti sei fermato agli spinelli. Fermato… insomma… per dire. Ma sei simpatico e poi di spinelli non è mai morto nessuno”.
“Appunto. Bisognerebbe legalizzarle, le droghe.”
“Bravo, e l’indotto? Sai quanta gente perderebbe soldi e lavoro, oltre agli spacciatori? Guardie carcerarie, avvocati, giudici, dottori, comunità terapeutiche…”
“…politici.”

“Questo l’hai detto tu - si affretta a precisare poi mi sussurra: - Ah, ho sentito che cercavi Fifì. A quest’ora lo trovi al Monumentale. Gli piacciono i trans. Qui lo dico e qui lo nego. Ciao, vado da mia sorella, questa sera ci fa la pasta al forno. Come la cucina lei è speciale.”
Penso: “Questo qui è un pericolo pubblico. Ti fa anche le confidense, l’amicone. Vai, vai a Monza da tua sorella, così non rischi di incontrare quella scema di Teresa che magari ti racconta che ho in casa un fichissimo…”
Esco a prendere una boccata d’aria. Sono le quattro, fra poco viene buio e non vorrei che Luca accendesse le luci di casa mentre non ci sono. Di fronte  a me abita una betonica, una che passa il tempo a spiarmi e a raccontare alle amiche tutto quello che faccio.

La tempistica della regalistica
Ma eccolo, il Fifì, in tutta la sua gloria, profumato come una cocotte, vestito come un lord, come si addice agli imprenditori italiani, i più eleganti del mondo (e anche i più ignoranti, pare) secondo la rivista Class, il mensile per manager e uomini in carriera. “Come sta tuo zio?” mi chiede subito. Lui ci tiene alla relazione con mio zio.
Gli metto una mano sulla spalla: “Pagami una birra. Ho una notizia bomba.”
“Sì, sì, vabbe’, volevo dirti che domani, anche se è domenica, tanto tu non fai mai un casso, devi andare in ditta che ci sarà anche la mia segretaria, la conosci no?, la… la…”
La Giulia.”
“Ecco, proprio, ero dietro a dirlo. Così cominciate a impacchettare la regalistica. Siamo indietro con la tempistica…”
La tempistica della regalistica è il suo mantra buddhista.
“Fifì, lo sai chi c’è da mio zio? Il conte Volpi Passini Volpi.”
“Ordina quello che vuoi, sediamoci qui che non ci sente nessuno, per me una bloody mary” mi fa pieno d’entusiasmo.

“Questo Volpi Passini Volpi, cioè suo papà - gli spiego - scriveva i discorsi di Starace” una notizia che a lui fa impressione mentre, considerando le puttanate che sparava Starace… Specifico: - Il Volpi conosce tutti personalmente, a Saint Tropez, anche le bestie della Bardot, è di casa… Dice che ha voglia di mare… Perché non lo porti in barca? Vi fate una bella gita in Francia….”
“Ohè, è un’idea… Pensare che stavo quasi per venderla, la barca! Telefono subito al mio skipper, gli dico di tenersi  pronto.”
Senza dubbio è un decisionista.
“Partite stasera?” faccio, e più che una domanda è un suggerimento.
“Se vuole, anche subito…”
“Facciamo… tra un’oretta davanti alla villa di mio zio, d’accordo. Vado ad avvisarlo.”

Corro a casa, spiego a Luca la situazione, gli ordino di controllarsi con la storia della cricca di Scalfari, che questo Fifì è un fascista innocuo, ma pur sempre un fascista, gli regalo un trench, proviamo davanti allo specchio se alzando il bavero, abbassando il ciuffo, forse con gli occhiali da sole, mi raccomando i cavalli, sì sì lo so che i mezzadri traslocavano di questi tempi, si dice proprio così, “fare San Martino”, ho letto “La questione agraria” di Sereni, l’ho letta, il bracciantato pugliese, gli scariolanti, non disperdiamoci; tu sei in affari con mio zio, no, non c’è nessuno in villa, sono andati a vedere un film di cowboys, lui solo film di cowboys, sì, anche mia zia è andata, per forza (lei li odia, i film di cowboys); non parlare difficile, il Fifì è ignorantissimo, spara nomi di nobili, cazzo dovevo comprarti Gente, Oggi, Novella 2000, lascia stare “Il frammento sulle macchine”, mi raccomando; insomma per una volta sono io che comando e lui mi ascolta e acconsente come uno scolaretto, anche se so che non sono finito in guai più grossi perché non si fidava di me, delle mie tendenze movimentiste: niente furti nelle armerie, nessuna sparatoria avventata, solo azioni di massa. Un’ora dopo lo carico sulla porche del Fifì e tiro un lungo sospiro di sollievo.

Ritorno a casa spossato. La tensione si scioglie, ho solo voglia di stendermi e di dormire. Mi sono completamente dimenticato del ragiù e dei suoi cachi, ci andrò domani anzi no, domani non posso, c’è la tempistica della regalistica. Mi guardo allo specchio e mi spavento, sembro invecchiato di dieci anni. Forse una doccia… ma suonano alla porta, batticuore. Dallo spioncino vedo un tale con un mazzo di rose. Un trucco, penso. Apro, tanto non ho mica la porta blindata, se parte una sventagliata di mitra mi accoppa lo stesso.
“Desidera?”
“Buonasera. Cercavo la signorina Teresa, abita qui di fronte, no?”
“Sarà uscita,” rispondo.
“Gli posso lasciare qui i fiori da darglieli a lei?”
Il tipo allunga il collo, si mette a curiosare: “Bello qui. Quant’è che viene al metro quadro? Per dire, no? Sa, volevo fargli una sorpresa.”
“Una sorpresa?”
“Alla signorina Teresa. Lei la conosce? E’ una brava ragazza, per dire, no?”“Se non lo sa lei…” 
Mi risponde sorridente e ambiguo: “Sa, siamo nel 2000...”
“Mancano ancora sette anni.”
“Ci ha messo in contatto l’agensia. Certo che con quelle agensie lì c’è una bella scelta. Per dire, no?”
“Lasci pure lì i fiori, appena la sento rientrare glieli do.”
“Tra noi uomini si capiamo, no?”

Vede che comincio a irritarmi e cambia argomento: “Lei non avrebbe mica bisogno di coimbentare la vilèta?”
“Che villetta?”
“Non si sa mai. Gli lascio qui il mio biglietto da visita. Ha idea di quanto si risparmia sul riscaldamento? In cinque anni amortiza la spesa e poi è tutto guadagno. Lei dev’essere un pesso grosso, con tutti i libri che ci ha lì”.
“Senta, appena compro la villetta le telefono, ma adesso, mi scusi…”
Non si scoraggia: “Cosa che ci vuole, fa un mutuo. E della signorina qui di fronte, lei, tra uomini, insomma, per dire, no? Siamo nel duemila.”
Mi stanno saltando i nervi, scandisco: “Senta, le spiacerebbe togliersi dai coglioni, im-me-dia-ta-mente?”
“Ma se lei aveva da fare poteva dirmelo. Mi racomando, per la coimbentasione” borbotta mentre si avvicina alla porta.
“E lei si faccia scoibentare il cervello invece di cercare moglie…”
“Vuol dire che la signorina non…? Eh, ben, pasiensa, tanto c’è pieno di filippine” e finalmente se ne va, col suo mazzo di fiori. Lo sento che suona alla mia vicina di sotto.
Quella notte, nel sonno, seguivo, la porche del Fifì, tutto un incubo: incidenti, blocchi stradali, la polizia che riconosceva Luca… Mi svegliavo di colpo. “Ma cretino - mi dicevo -  quando Moro era nella prigione del popolo fermavano te, che avevi il maggiolino, mica quelli con la porche!”

Nel bagagliaio del maggiolino non ci stava neanche un bambino di cinque anni.
E lo skipper, se s’insospettisce lo skipper? “Ma quello non avrà mai letto un giornale, non li legge nessuno i giornali, in Italia…”
E il vento? Vedevo la faccia del ragiù che pontificava: “Va di tre giorni in tre giorni e adesso sta calando. Mi meraviglio di te che hai studiato.”
La barca ferma davanti a Ventimiglia! Ma fesso, la  barca del Fifì è a motore. Ah, già.
E se il Luca comincia a parlare di dialettica? Del suo piano di rileggersi la Fenomenologia dello spirito, poi gli scritti giovanili di Marx, il capitolo sesto inedito, i tre libri del Capitale e infine i Grundrisse? Perfetto se ti danno l’ergastolo. Il frammento sulle macchine, gli scappa il frammento sulle macchine. Confonde le razze di cavalli! Prende il boma in testa in una strambata. Ma cretino, è a motooore!

Mi appariva anche il tipo di “Siamo nel duemila”; con la scusa di coibentarmi la stanza da letto me la riempiva di microspie, di segnalatori di sostanze stupefacenti. “Per dire, no?” e rideva che mi venivano i brividi.
Quando, la mattina dopo, la Giulia, segretaria del Fifì, mi ha visto entrare nel suo ufficio, non mi ha riconosciuto: “Chi è lei, cosa vuole?”
“Oh, stonata, sono il Felice!”
“Ma come sei conciato! Cos’hai fatto stanotte, eh? - Alludeva a chissà che performance sessuali. - Ne hai approfittato che la Carla non c’era, eh? Hai fatto sciaaambola! Dai, che qui c’è da lavorare. Se non rispettiamo la tempistica… Non mi farai mica fare tutto a me!”
Va a rispondere al telefono: “E’ il capo, vuole parlarti.”
La cornetta mi trema in mano: “Pro-onto?”

“Oheèèèè, sei proprio un ragazzo valido - mi urla Fifì - lo dirò a tuo zio. Ma che simpatico, quel  conte lì! In cui abbiamo fatto tanto di quel ridere! Mi ha raccontato di quello che non voleva firmare il bilancio del … hai capito no?… il grandissimo, e che gli hanno messo in mezzo una troiona di segretaria poi li hanno filmati che erano dietro a trombare, la quale sembrava “Infermiere anali 2”, e quello là ha firmato, ostia se ha firmato! … No, non c’è il conte, è andato un attimo a rinfrescarsi.”
“Se l’è già data, - penso - benissimo!”
“Ah, senti, il conte ha insistito tanto che gli salutavi quel tale, lì, con quel nome tedesco, come si chiama, Grudisse, Grunisse?”
“Grundrisse?” faccio io.
“Ecco proprio. Che è dentro nel traffico delle macchine… no, aspetta, in cui… non delle macchine, ‘spetta, come diceva lui…?”
“I frammenti?”
“Ecco, quelli lì. Dice che è una cosa rivoluzionaria. Secondo te è un ramo che rende?”

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