viernes, 25 de septiembre de 2015

In Venezuela la rivoluzione si difende

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Fabio Marcelli Il Fatto Quotidiano
Grande strepito e scandalo di “democratici” e presunti tali per la pesante condanna inflitta all’aspirante Pinochet venezuelano, Leopoldo Lopez. Presumo, anche se la cosa non ha avuto più eco di tanto, che anche la signora Nessuno posta a capo dell’inesistente politica estera europea abbia esternato sdegnata al riguardo. In realtà si è trattato di una condanna inflitta in base al codice penale venezuelano per specifici reati (incendio doloso, istigazione a
delinquere, danneggiamento della proprietà collettiva) e per associazione a delinquere.
Ma chi è Leopoldo Lopez? Si tratta del capo della fazione più estrema dell’opposizione venezuelana, quella che ha tentato, senza ovviamente riuscirci, la carta dell’insurrezione armata contro il legittimo governo di Maduro.

La parola d’ordine era la cacciata con la forza di tale governo. Provocare incidenti e caos per dare modo a qualche attore, interno o esterno, di intervenire. Perseguita in modo sicuramente velleitario, anche per l’evidente indisponibilità di attori (qualche generale rimbambito in pensione, gli Stati Uniti che hanno altre gatte da pelare) ma con un pesante saldo di oltre quaranta vittime, in buona parte funzionari della sicurezza, militanti chavisti e semplici passanti.
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Come ho già avuto occasione di scrivere, non credo che nessun governo al mondo sarebbe disposto a tollerare un’opposizione del genere senza reagire, che trascende di gran lunga il piano del legittimo confronto  democratico delle idee per porsi su quello dello scontro violento. Lopez ha tentato questa carta, senza riuscirci. Si aspettava forse che l’ordinamento giuridico del Venezuela avrebbe lasciato correre? Se lo avesse fatto, si sarebbe  certamente coperto di ridicolo. Uno Stato di diritto è tale anche perché è in grado di rispondere con l’arma della giustizia penale alla sovversione politica aperta, come a qualsiasi altro crimine.

Immaginatevi un Berlusconi o un Salvini che incitano le folle a cacciare via a forza un Prodi o un D’Alema, O viceversa. Si tratta di evenienza talmente remota da destare addirittura il sorriso (anche se a dire il vero qualche buffonata in questo senso è stata a suo tempo tentata da Berlusconi). In Venezuela non è stata una buffonata, ci sono stati oltre quaranta morti. Tutti sulla coscienza di Lopez, compresi i giovani che ha mandato allo sbaraglio.

Il Venezuela affronta oggi importanti sfide. Dalla lotta alla corruzione, a quella al contrabbando, a quella ai grossi commercianti e industriali che imboscano la loro produzione provocando gravi problemi nella distribuzione dei beni, a quella alla criminalità, ai tentativi di sottrarre alla sovranità nazionale importanti giacimenti petroliferi come l’Esequibo, ai costanti tentativi di boicottaggio da parte della destra statunitense, che dalla legittima condanna di Lopez ha tratto spunto per rilanciare le sanzioni. Si tratta di problemi di ordine nazionale sui quali dovrebbe essere unanime l’impegno delle forze politiche, ammesso che su temi del genere abbia un senso la contrapposizione destra/sinistra.

C’è poi l’impegno del governo Maduro, in perfetta linea di continuità con la rivoluzione bolivariana e l’eredità di Chavez, di attuare misure redistributive che beneficino finalmente i settori sociali sempre trascurati e umiliati.Questa politica provoca i malumori delle classi medie. Non solo in Venezuela ma anche in altri paesi dell’America Latina. Vi sono anche proteste legittime, come quelle contro la corruzione, che va combattuta con forza chiunque ne sia l’autore.

Tutti i governi latinoamericani, compreso ovviamente quello venezuelano devono sapere colpire con forza i corrotti, anche e soprattutto quelli che si celano al loro interno. Al tempo stesso va rilanciata e portata a nuovi avanzamenti la politica di redistribuzione del reddito e quella di promozione della partecipazione democratica. In tal modo le destre saranno battute politicamente.

Ma una cosa, ripeto, è la battaglia politica, un’altra la sovversione violenta. In essa Lopez ha avuto come alleati, oltre che i settori estremi dell’amministrazione statunitense, anche un figuro come l’ex presidente colombiano Álvaro Uribe, che da tempo avrebbe dovuto comparire davanti alla Corte penale
internazionale, per i crimini commessi e quelli che continua a commettere (oltre sessantacinque difensori dei diritti umani uccisi in Colombia solo nel corso di quest’anno, ma di questo nessuno parla).

Ecco perché l'”opposizione” è più forte negli Stati venezuelani di confine con la Colombia, dove affluiscono i rottami criminali del paramilitarismo che è stato e continua a essere dietro questi crimini (venticinquemila omicidi negli ultimi anni) e ha da sempre Uribe come proprio referente politico.

Sul piano dei principi ogni Stato ha diritto di difendersi. Tanto più se si tratta di uno Stato che sta promuovendo cambiamenti rivoluzionari come quello bolivariano. Che del resto gli aspiranti Pinochet, a oltre quarant’anni dal golpe cileno, finiscano dietro le sbarre, è certamente una buona notizia. Come lo è l’evidente flop della manifestazione promossa per protestare contro la condanna a Lopez.

Quanto a quest’ultimo, faccio un appello umanitario al governo venezuelano, che sia liberato e mandato in esilio a Miami o a Disneyland. Tanto come leader dell’opposizione mi pare abbia fallito prima ancora di cominciare e non rappresenta per nulla un grosso pericolo per la stabilità delle istituzioni. Lo ha costituito, invece, per la pace e la sicurezza dei cittadini venezolani e per questo è stato giustamente condannato.
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