sábado, 16 de octubre de 2010

Negazionisti buoni vs negazionisti cattivi

incendio del Reichstag
No del Vaticano, l'

Osservatore romano contrario a punire chi nega l’Olocausto. "In democrazia la censura non è un mezzo corretto"


Gianluca Bifolchi
Ho sempre pensato che il reato di negazionismo (che si appresta ad entrare a tambur battente anche nella legislazione italiana) dovesse essere compreso tra quelle che gli psicologi chiamano formazioni compensative. Un uomo affetto da grandi sentimenti di inadeguatezza e inferiorità tipicamente si mostrerà energico e aggressivo, proprio allo scopo di sviare l’attenzione altrui dalle proprie vulnerabilità caratteriali, di cui si vergogna molto.

La forza con cui il reato di opinione di negazione della Shoah si impone delle istituzioni, al mondo politico e alla cultura è direttamente proporzionale alle dissonanze cognitive che una cultura fortemente negazionista come la nostra sente emergere dal profondo di sé quando il rimosso preme contro la superficie. Secondo la rappresentazione che i nostri media danno di importanti snodi della storia recente si presume che noi italiani ci sentiamo più emotivamente e moralmente legati alle 2.500 vittime del crollo delle Twin Towers che non al milione e trecento mila iraqeni innocenti morti in una guerra sciagurata basata sulle menzogne di George W. Bush e Tony Blair.

Ma non è facile far scomparire in un cono di ombra, di oblio e silenzio un milione e trecento mila esseri umani, il cui massacro è accaduto sotto i nostri occhi senza che facessimo niente per fermarlo. Anzi, al di là dei bizantinismi delle formule diplomatiche, appoggiando sostanzialmente gli invasori. Queste macchie cieche negazioniste della nostra cultura sono così imponenti da mettere a rischio l’intera legittimità morale della nostra civiltà presente.
E come il falso forte che guarda al di sopra della tua testa perché ha paura di guardarti negli occhi, ecco le nostre istituzioni che fanno della negazione della Shoah una fattispecie criminale perché nessuno si ricordi che quello che parla dal banco dell’accusa starebbe altrettanto bene al banco degli imputati.

Chissà se nell’iter parlamentare della nuova legge qualcuno si alzerà in aula per ricordare che la Shoah è ormai cronologicamente meno vicina a noi di quanto essa sia al genocidio dei pellerossa nel Nord America, cioè di un intero popolo cancellato via con pulizia etnica da parte di quelli venuti dall’Europa perché quei territori sarebbero meglio serviti come proprio “spazio vitale”. A dire il vero negli Usa il genocidio delle popolazioni indigene (benché non chiamato così) è uscito dal silenzio, ed è consueto leggere targhe o sentire discorsi ufficiali in cui si rivolge un commosso ricordo a quegli sfortunati fratelli che con il loro sacrificio hanno permesso la nascita di una grande nazione. Proprio quello che i nazisti direbbero oggi degli ebrei se il Terzo Reich avesse avesse vinto la seconda guerra mondiale.

E a proposito della seconda guerra mondiale… un mese fa Silvio Berlusconi, capo del governo che si appresta a introdurre il nuovo reato d’opinone sulla Shoah in Italia, esprimeva la sua solidarietà a Nikolas Sarkozy per il fuoco di fila in cui era venuto a trovarsi in Europa a ragione della sua politica di deportazione di rom romeni e bulgari. In quell’occasione la commissaria UE alla giustizia, la lussemburghese Viviane Reding, aveva osato ricordare, in modo assai obliquo, timido e indiretto (e poi scusandosi), che gli zingari erano stati la seconda etnia, dopo gli ebrei, ad essere sterminati nei campi di concentramento nazista.

Sarkozy rispose villanamente dicendole “Gli zingari portateli in Lussemburgo”. Questo dal presidente di una delle prime nazioni europee ad aver introdotto il reato di negazione della Shoah. A tutt’oggi non mi risultano smentite le dichiarazioni di Maroni che proprio in quei giorni annunciava che anche in Italia avremmo seguito l’esempio della politica francese anti-rom, basata sulla schedatura etnica.
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