lunes, 1 de noviembre de 2010

DILMA PRESIDENTE

Bruna Peyrot
Sao Paulo - Il Brasile ha eletto al secondo turno, il 31 ottobre, il suo nuovo Presidente della Repubblica. E' una donna: Dilma Rousseff, già favorita alla vigilia con il 55% delle intenzioni di voto, ha raggiunto il 56% dei voti validi. Serra non ha vinto, ma il suo partito, il Psdb, ha la maggioranza degli stati (16 su 27) che faranno da contrappeso a Dilma perché rappresentano quasi la metà dell'elettorato. Questo è accaduto perché diversi elettori che hanno votato per Dilma, a livello statale hanno votato per un candidato diverso dal suo partito. In ogni caso, tutto si è svolto con tranquillità, attraverso un sistema di votazione elettronica, nonostante i forti temporali che talvolta hanno temporaneamente interrotto i collegamenti internet. Votare è obbligatorio, se non si può bisogna giustificare e si incorre in penalità o intoppi, come non avere il passaporto o non poter fare concorsi pubblici.

Dilma, figlia della classe medio alta straniera che ha avuto successo (il padre dirigente della siderurgica Mannesmann di Belo Horizonte era di origine ungherese), ha militato nel Colina (Comando de Libertação Nacional) e nella Var (Armada Revolucionária Palmares), formazioni della guerriglia contro la dittatura degli anni sessanta.
Prigioniera per tre lunghi anni (1970-72) fu anche torturata. Partecipò alla fondazione del Pt, quel “partito dei lavoratori” che, scelta la battaglia non violenta, è arrivato alla guida del paese con Lula. Ed è stato proprio Lula a volere Dilma, con l'appoggio di tutto il loro partito, a presidente e già apprezzata ministro delle Risorse minerarie ed Energia prima, della Casa Civil (specie di Ministero degli Interni) poi, nel suo secondo mandato.

Tanto che si dice che chi la vota in realtà dà il suo assenso, ancora una volta, all'operaio presidente che esce dal suo ruolo (il Primo gennaio 2011 prevede la "Posse", l'insediamento dei nuovi vincitori sia come governatori sia per il Presidente della Repubblica) con oltre l'80% di approvazione. La campagna elettorale non è stata priva di veleni, come sempre, del resto, in tutto il mondo, ma ha mantenuto anche alto il livello del dibattito politico, sul confronto di programmi e opzioni. Tutti i candidati hanno invocato, con la tipica retorica brasiliana, il "novo Brasil" e il "Brasil do coração". Ma c'è un fondo di verità perché sentirsi brasiliani è davvero un'identità collettiva, un qualcosa che entra dentro tutte le classi sociali. L' "orgulho de ser brasileiro" è una credenziale sociale da dimostrare.

Venerdì 29 alle 21 è passato sulla Globo, la più potente emittente televisiva, il dibattito finale fra i candidati in gara: José Serra del socialdemocratico Psdb e Dilma. Seguendo regole molto precise (due minuti per intervento in risposta a domande selezionate dalla Globo in tutti i 27 stati brasiliani, presentate da elettori comuni), i due si sono affrontati su temi complicati per un territorio di 173 milioni di abitanti di cui 135 votanti, compresi quelli residenti in 63 paesi esteri: ruolo del funzionariato e dello stato nelle politiche economiche.

A questo proposito, la recente scoperta del pre-sal, un'immensa riserva di petrolio di alta e media qualità, compresa lungo la costa atlantica fra le città di Espírito Santo e Santa Catarina, con 8.000 metri di superficie marina, sarà oggetto di contesa. Gestita dall'impresa ad azione di maggioranza statale Petrobras, nei programmi di Dilma è che così resti, mentre Serra era più elastico e disposto a cercare anche altre soluzioni (leggasi, privatizzazioni). Altri temi dominanti sono stati (e saranno nel dibattito politico brasiliano) l'ambiente e le politiche sociali.

Sul primo era stato richiesto l'appoggio della terza esclusa, Marina Silva per quasi sei anni ministro dell’ambiente di Lula, dal quale ha dato le dimissioni nel 2006, sostenuta dal Partido Verde. Cresciuta in un seringal dell’Acre, nel nordovest brasiliano, cuore dell’Amazzonia, abitato da diversi gruppi di indios, diventato stato federale solo nel 1962, ha imposto alla politica l'attenzione al preservare l'ambiente. Ha scritto una lunga lettera ai due candidati, ma non ne ha scelto nessuno anche perché il partito che la sostiene ha una fisionomia tutta sua, potremmo dire in modo semplicistico, un po' di "destra" e un po' di "sinistra".

Con la difesa dell'Amazzonia e la pretesa delle multinazionali di controllarne la biodiversità e lo sfruttamento economico e farmaceutico, Dilma continuare a fare i conti perché la coscienza brasiliana si ritrova oggi, grazie anche a Marina Silva, più vigile e preparata.

Altri temi del programma di Dilma sono i Pac 1 e 2 (Plano de Aceleração do Crescimento), di cui è stata la madre già con Lula. I Pac sono un saper fare politico che incrocia la previsione con la ricerca e l’intervento sui territori, grandi piani di investimenti che la ministra della Casa Civil aveva discusso con governatori, sindacati, ong, associazioni, movimenti, istituzioni... Del primo Pac (primo mandato) sono state realizzate il 40% delle opere e speso il 63% del budget previsto.

Il secondo (grandi infrastrutture come le strade di collegamento fra nord e sud del paese, investimenti anche per le future Olimpiadi e i mondiali di calcio, piani come “Luz para todos” e “Mi casa, mi vida”) ora tocca a lei portarlo avanti. Per questo Lula l'ha sostenuto fin dall’inizio, per continuità e competenza. Lo ha anche detto nello spot pubblicitario all'elettore: chi vota Dilma, vota ancora un poco anche me!
Dilma si è presentata come è sempre stata: preparata e competente, a volte un po' troppo tecnica ma mai disinformata su nulla, con dati e statistiche alla mano e valori nel cuore e nella mente. Sentendola parlare si capisce che la coalizione di Lula ha avuto ed ha ancora un progetto di Brasile: riformista, fondato sulle politiche sociali (educazione in primo luogo) e difesa della competitività economica del paese. vero riformismo di centro sinistra, si potrebbe dire.

Chi scrive ha accompagnato da oltre un decennio la politica brasiliana, specie del Pt e del gruppo dirigente di Lula. A distanza di otto anni (due mandati) qualche conto si può chiedere. Alcuni avrebbero voluto di più da Lula, che fermasse per esempio, definitivamente le razzie amazzoniche e desse la terra ai Sem terra. Altri gli riconoscono l'aver restituito l'orgoglio internazionale al Brasile che ora è una potenza la cui voce sa imporre nelle controversie planetarie. Altri ancora sono convinti che la Storia giudicherà questo presidente come una personalità che ha dato una svolta al Brasile sulla via democratica e nazionale, che ha irrobustito la società civile, legittimando i valori della tolleranza e del dialogo. Ci saranno conti in sospeso, punti da chiarire, dialettiche da sciogliere, come in ogni paese del mondo, fra le quali:

- un confronto aperto sulla laicità dello stato che la questione aborto sta già sollevando. Dilma, sostenuta da un elettorato evangelico forte, ha dovuto dichiarare, per mantenerlo, che lei personalmente era contraria all'aborto. A una legge in ogni caso si dovrò arrivare, nonostante gli appelli papali, come è avvenuto, alcuni giorni prima delle elezioni del 31 ottobre, con i 14 vescovi brasiliani convocati in Vaticano.

- Dilma dovrà trovare anche una sua dimensione, come dire, personale. Non può continuare a essere solo la prosecuzione di Lula. Certo sarà aiutata in questo dall'essere a prima donna presidente, cosa che sconvolge ancora qualcuno in questo Brasile cosí aperto a tutto e così tradizionalista nello stesso tempo. Il suo sguardo di donna, forse, ci riserverà qualche sorpresa, in un'America latina dove le donne sono protagoniste ormai molto di più che nel vecchio continente.

- Lula continuerà, crediamo, almeno per un po', a essere un simbolo per il Brasile, al di sopra delle parti, perché ha saputo interpretare l’identità profonda di un paese che anelava a contare nel mondo. Non ha ceduto alle lusinghe di modificare la Costituzione e presentarsi per un terzo mandato, cosa che l'opposizione malignamente sosteneva e molti suoi colleghi latinoamericani (come Chavez e Uribe) hanno fatto. La sua strategia di alleanze, specie con il Pmdb, che avrà la carica, con Temer, di vicepresidente, si è rivelata vincente.
Tuttavia, senza eredi altrettanto carismatici, come si svilupperà l'identità brasiliana? I militanti del Pt se lo chiedono in modo particolare, perché anche fra le loro file la secolarizzazione sta passando e un nuovo modo di fare politica si va imponendo. Il Pt ha comunque dimostrato di saper riprendersi da crisi interne anche molto forti, come gli scandali di quattro anni fa che hanno colpito molti dei suoi dirigenti. O forse l'era dei carismatici è finita in America latina?

- Il Brasile senza Lula presidente e l'Argentina senza l'argentino Nestor Kirchner, presidente dell'Unasul (Unione sudamericana) morto la settimana scorsa per un improvviso attacco cardiaco, in ogni caso, cambiano la situazione per il futuro dell'Unione latinoamericana, costruita con fermezza fino al presente.

Ma la sera del 31 ottobre è la notte della vittoria e le bandiere rosse del Pt sventolano in tutte le città brasiliane, fra il samba e i fuochi d'artificio. E' bello vedere una festa di queste dimensioni ancora per la politica! Intanto, Dilma sta rilasciando le prime dichiarazioni da Presidenta. Lula per ora tace: preferisce lasciare queste giornate alla sua continuatrice.
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