lunes, 14 de febrero de 2011

Stati&Bande: Ci si può schierare? (1)

Ci si può schierare per uno Stato o per un’alleanza di Stati ? Per un’impresa o per un’alleanza d’imprese ?
Maurizio Pincetti

0.
Può accadere che, di fronte ad avvenimenti che determinano o modificano la struttura di uno Stato o di un’impresa oppure che coinvolgono alleanze di Stati o imprese in opposizione fra loro, si venga in qualche modo interpellati sulla propria posizione o invitati ad assumerne una.
I media si fanno abitualmente interpreti della volontà istituzionale o della potenza imprenditoriale economico-finanziaria, cercando di sondare la disponibilità delle persone, dei cittadini, degli elettori, degli osservatori, a schierarsi con la proposta in campo. È loro intendimento operare come emissari di un potere. È la loro mission più autentica, l’unica che offra giustificazione della loro esistenza. Perciò sono missionari della produzione di consenso intorno alle più svariate proposte e fanno marketing, cioè propongono mentre
rilevano l’accettabilità della proposta stessa.
Il baillame mediatico tende a polarizzare l’attenzione della popolazione o meglio del pubblico, offrendo possibilmente due o poco più possibilità di scelta, in modo da indurre schieramento, da formare opposte fazioni misurandone la forza. La riduzione del dibattito a una scelta di campo predefinita e la polarizzazione delle scelte costituiscono una semplificazione maggiormente gestibile della produzione di consenso.

È possibile che al di là delle o oltre le pressioni mediatiche, nel percorso della nostra vicenda umana e nella definizione della nostra appartenenza culturale, sociale, politica, siamo portati a confrontare le nostre idee con le realizzazioni concrete dei modelli associativi di territori in cui siamo inseriti o magari di territori distanti di cui possiamo avere notizie solo indirette e spesso scarsamente valutabili. Tentiamo di verificare quanto determinati modelli istituzionali o organizzativi possano essere compatibili con il soddisfacimento di bisogni che noi identifichiamo e soprattutto con le modalità di soluzione che tendiamo a riconoscere come maggiormente adeguate a principi, costruzioni teoriche, requisiti che giudichiamo imprescindibili per la nostra esistenza o piuttosto per l’accettabilità dell’immagine della personalità che scaturisce dalla loro adozione.

Può accadere che alcuni di questi modelli appaiano più confacenti di altri e pertanto si sia spinti a condividere, a schierarsi per queste soluzioni associative o per queste organizzazioni. Può accadere che ci si senta portati a scegliere, a schierarsi fino a sentire appartenenza, con il conseguente sentimento di avversione per le aggregazioni che si considerano agli antipodi della propria scelta. È opportuno chiedersi se questo tragitto sia percorribile e quali vantaggi individuali e collettivi possa offrire, oppure se vi sia beneficio esclusivo per le istituzioni o organizzazioni che sono riuscite ad imporre la propria scelta.

1. 
Che cos’è vita umana?  Che è vita animale? Non è affatto chiaro quale sia il limes, il punto di non ritorno fra i requisiti per essere considerato animale e quelli per essere riconosciuto uomo. Qual è il requisito in più? Quella qualità o quantità non possedendo la quale l’animale più adatto al suo ambiente non riesce ancora ad essere considerato alla stregua degli umani ?
Si trova consenso in generale intorno al concetto di consapevolezza. 
Non essendoci però condivisione se si tratti della consapevolezza tout-court o di gradi di consapevolezza o semplicemente della capacità di esprimerla. Ma la consapevolezza, che potremmo tentare di definire con certa approssimazione come conoscenza della conoscenza o comprensione della conoscenza, necessiterebbe di due livelli di informazione.

Il primo inerente gli oggetti che sono proposti all’attenzione di chi li osserva: gli strumenti per conoscerli sono i sensi e tutte le protesi che siamo riusciti  a produrre per individuare e misurare le differenti caratteristiche. Per altri oggetti, quelli astratti, utilizziamo induzioni, deduzioni, intuizioni, inferenze, cioè un bagaglio di capacità cognitive innate e/o strutturate nel corso del tempo.  
Il secondo livello di conoscenza, meta-gnostico, concerne invece il come e il perché ci si occupi di quegli oggetti, chi ciascuno di noi sia nella relazione con quegli oggetti e quali potenzialità di trasformazione siano insite nel processo conoscitivo, consentendo livelli di predizione che aumentino le probabilità di sopravvivenza.

Per qualunque livello di conoscenza si stia esplorando, sono indispensabili dati che, secondo la loro potenzialità di innescare intuizioni o di modificare comportamenti, possono essere definiti informazioni. In generale, la distribuzione dei dati non è uniforme e la loro disponibilità è funzione del modello di aggregazione sociale, soggetta alle scale gerarchiche che sono deputate allo stoccaggio dell’informazione. L’ampiezza del raggio di diffusione dipende da quanto i dati vengano ritenuti, a torto o a ragione, utili a controllare il risultato di maggior rendimento che si possa immaginare conseguibile attraverso l’interpretazione dei dati stessi.  

Specificando, è inversamente proporzionale all’utilità del dato, intesa come vantaggio prevedibile di contesto. Che si tratti di un contesto politico, militare, economico, locale o globale, poco importa. Ciò che importa è la leggibilità di quel dato all’interno di un insieme di dati già noti, e la sua riconoscibilità come probabilisticamente molto efficace nell’offerta di chiavi di rilettura dell’insieme di dati in cui sarà inserito.
Un dato di questo tipo è considerato potenzialmente ad alta capacità di informazione ed è pertanto destinato ad essere reso noto a un quantitativo molto ristretto di individui o istituzioni, abitualmente schierati in alleanza, dai quali non ci si possa attendere un possibile uso competitivo del dato stesso, avendo la cerchia di diffusione interessi comuni rispetto al suo contesto d’inserimento.

Quel dato o quel insieme di dati ha un mercato, cioè assume i requisiti di una merce ed è perciò che viene stoccato e ne viene controllata la distribuzione; stoccaggio e controllo che di per sé tende a modularne la richiesta e a migliorarne l’immagine e la spendibilità. La qualità di merce che assume in un sistema di mercato equivale alla qualità di elemento di conferimento di potere che può assumere anche in un ambiente a mercato centralmente controllato o in un ambito teoricamente privo di mercato. 

Nel sistema di mercato gli oggetti che possono conferire potere sono immediatamente merci, per il loro carattere di vendibilità o di acquisibilità, in cambio di altro titolo di credito (altri oggetti, denaro, favori, impunità, immagine, credibilità sociale, ruolo politico sono fra i più diffusi).  
Gli apparati statali o le organizzazioni economico-finanziarie dispongono di quantitativi di informazioni che sono proporzionali alla loro collocazione gerarchica nello scacchiere internazionale, cioè alla loro potenza economica e in ultima analisi alla loro capacità di fuoco. In relazione alla qualità di queste informazioni vengono assunte decisioni politiche che influenzano alleanze, conflitti, conquista o difesa di luoghi di produzione o magazzini di stoccaggio di energia, includendo in questa categoria le informazioni stesse.

Le diplomazie, strutture deputate alle relazioni esterne di uno Stato o di una organizzazione, utilizzano linguaggi compatibili nei quali viene tenuto in conto il debito o il credito di informazioni di ciascuna diplomazia nei confronti delle altre. Cioè la sintassi che genera prese di posizione e comunicati di tali prese di posizione è costruita su un bagaglio informativo che è noto a un insieme di persone molto selezionato, mentre la diffusione della conoscenza di tali eventi, al solo scopo di offrire un’immagine definita che possa essere percepita dal grande pubblico con vantaggio dell’emettitore, svolge la funzione di creare consenso o dissenso attorno ad un problema e alle sue possibili soluzioni.  
Si potrebbe pensare di disporre di sufficienti informazioni per trattare gli argomenti di geopolitica o di politica internazionale, se ci si volesse porre sullo stesso livello delle diplomazie?

2.
Ritengo che allontanandosi dalla cerchia dei decisori non sia possibile disporre di informazioni sufficienti per articolare un discorso che utilizzi le stesse sintassi dei vertici di uno Stato o di una potente organizzazione, perciò non dovrebbe essere considerato vantaggioso tentare di svelare le logiche dei governi attraverso la decriptazione delle sintassi dei loro comunicati.
Ci si può invece formare un'opinione attraverso la lettura di segni dei quali si possa trovare riferimento nel loro ripetersi nel corso della storia e negli esiti che ne sono conseguiti.
Ma leggere segni è impresa ardua, sia per l'ambiguità dei segni stessi (non sempre coerenti a latitudini o in tempi storici differenti),  sia per il rumore di fondo generato espressamente attraverso l’emissione di segni confusivi dall’emettitore della comunicazione, sia per la condizione di inferiorità in cui si trova il lettore di tali segni, che può essere in modo più o meno casuale privilegiato o svantaggiato, al di là della sua abilità, in relazione alla sua collocazione sociale. 

Altrettanto difficoltosa appare la ricodificazione di un  linguaggio fondato su segni che soffrono di tale aleatorietà. Non deve meravigliare pertanto che vi sia maggiore diversificazione interpretativa ed espressiva fra coloro che cercano di raggiungere una capacità di lettura della realtà attraverso un percorso così accidentato, di quanto non avvenga nella cerchia delle diplomazie, che fondano il loro dialogo su un linguaggio sufficientemente univoco.

3.
Si può forse avvantaggiarsi, anche nella lettura di un sistema di convivenza così complesso come quello del villaggio globale, riferendosi per esempio alla teoria dei frattali, pur trattandosi comunque di approssimazione e semplificazione priva di dimostrazione di efficacia.
Le varie rappresentazioni delle relazioni, dei conflitti, degli schieramenti, delle tecniche di competizione e di sopraffazione, etc.. si riprodurrebbero ai differenti livelli di aggregazione: nelle famiglie, nelle piccole comunità, nelle metropoli, nelle nazioni o nelle associazioni di stati. 

Pertanto l’appartenenza a uno qualunque di tali livelli o comunemente a più livelli di aggregazione sarebbe utile per fornirci conoscenza delle rappresentazioni di relazione all’interno di quei livelli e potrebbe offrirci maggiori capacità di inferenza su quanto possa avvenire nei livelli per i quali soffriamo di un difetto di informazioni. I segni che nell’esperienza quotidiana abbiamo attitudine sperimentale a leggere, attribuendo loro specifici significati, potrebbero veicolare significati analoghi in tutti i livelli di aggregazione. 
Ma la sistematicità di tali analogie non è assicurata, così come l’assegnazione di significato ai segni è condizionata dal contesto culturale, perciò l’utilizzo di un simile metodo potrebbe condurre a interpretazioni fuorvianti.

4.
Tutte le aggregazioni umane esprimono necessità di imporre la propria affermazione, cioè di persistere nel tempo sfuggendo alla propria ineluttabile implosione. Per farlo, solitamente devono tendere all’ampliamento della propria influenza che è di per sé metodo efficace per ridurre l’effetto dell’influenza altrui. 
Può essere realizzato con caratteristiche di conquista pura di spazi e di popolazione, esprimendo prevalentemente coercizione, come può essere valso per i greci o per i mongoli o per l’islam, oppure con logiche di supremazia che ammettano la commistione e l’utilizzazione di modalità espressive e strutturali dei territori e delle popolazioni conquistate, fino ad accettare per sé valori e metodologie dei popoli dominati, trasformando la propria organizzazione a sembianza delle comunità conquistate, come può essersi realizzato con i romani e con la religione cristiana. Parallelo a questi metodi espansivi è quello della semplice proliferazione, nel senso di un elevato tasso di riproduzione, che contraddistingue qualsiasi aggregazione animale in espansione.

In ogni caso, perché un gruppo sia prolifico e si espanda o anche solo riesca a non scomparire, occorre che disponga dell’energia per farlo. Energia è primitivamente soddisfacimento di bisogni primari, come il contenuto calorico e i nutrienti dell’alimentazione idonea a rendere efficienti i metabolismi dell’organismo animale. 
In seguito diventa energia per riscaldarsi, per cuocere, per produrre, per spostarsi, per conoscere, per comunicare, per difendersi, per aggredire etc. Cioè energia per consolidare l’aggregazione, conformemente al modello di aggregazione individuato.  L’efficienza nell’uso dell’energia è sicuramente un fattore favorente, ma non può prescindere dal disporne, quantunque si possa essere in grado di ridurre favorevolmente il quantitativo necessario.
La ricerca di energia è pertanto il primum movens di ogni aggregazione che intenda perseguire come propria mission la rappresentazione tendenzialmente infinita di se stessa, o anche solo protrarre il proprio declino e la conseguente estinzione, visto che non sono note aggregazioni sociali che non abbiano avuto nascita, apogeo, declino e infine scomparsa.

I concetti di familiarismo, di sciovinismo, di nazionalismo, di patriottismo, di gruppo, di squadra, sono propedeutici a quelli di conquista, competizione, affermazione, vittoria, militarismo, razzismo, separatismo. Il sentimento di appartenenza e la costruzione di identità legate al territorio o a un’aggregazione sociale delimitata sono elementi imprescindibili per assegnare a tale aggregato il compito di resistere, di escludere o di espandersi.
(continua)
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