viernes, 30 de septiembre de 2011

Appunti scritti con il gesso (5)

F.M.Rizzotti
Faceva già freddo e il nuovo paltò della mia sorella grande non era ancora pronto. L'aveva già provato tre volte ma la Carloa, la nostra sarta, non l'aveva ancora rifinito. Cioè, doveva essere già finito l'anno prima, "ma tanto, - diceva la signora Carloa, - alla sua età non cresce mica più." Allora l'ho accompagnata a fare l'ultima messa in prova e siamo passati vicino al ponte dell'Olona dove il Custin voleva che facessi la pipì con lui e io ero tentato di raccontarglielo ma non le ho detto niente. Poi siamo passati vicino alle altre case del cotonificio che erano davvero brutte e ci siamo sentiti fortunati di non abitare lì. Siccome era una bella giornata e si vedeva il Resegone mia sorella mi ha recitato una poesia di Giosué Carducci che parla di Alberto da Giussano e finisce col sole che ride calando dietro il Resegone.

La nostra sarta viveva in una villetta del cotonificio perché suo marito era uno importante. Secondo mio papà era cretino ma innocuo, uno con la passione di fare il capo a ogni costo ma non era all'altezza. Durante il fascismo organizzava gare di scopa, di briscola, di bocce, di marcia, di box, di corsa, di tiro al giavellotto, di calcio, di atletica, leggera e pesante, e le passeggiate sociali in bici; aveva anche inaugurato gli orti di guerra, la palestra di ginnastica e quella di scherma che quando, da grande, ho letto che cosa ne pensava Togliatti del fascismo, ho capito che a lui il marito della signora Carla sarebbe piaciuto. Però non era istruito come il Togliatti e quando faceva i discorsi - alle partenze, agli arrivi, alle premiazioni, alle inaugurazioni, era sempre lì a fare discorsi - mio papà si metteva sotto il palco e appena capiva che si era incantato gli suggeriva, a bassa voce "la quale", lui abboccava e ripartiva con "la quale", anche se non c'entrava niente.

 Avevano avuto una figlia sola, una mongoloide, dell'età della mia sorella maggiore, che faceva le solite cose dei mongoloidi, sbavava e buttava tutto all'aria. E allora come si faceva a arrabbiarsi se la nostra sarta era sempre indietro di due o tre anni con le consegne? Tanto la moda non cambiava mica così in fretta. Anche pagarla era difficile, ci volevano anni per avere il conto e se aspettavi un altro anno a darle i soldi lei non diceva niente, tanto le avevi già dato la stoffa per un altro vestito.
La stoffa mia mamma la comprava dal Tonetti, il rappresentante che aveva il negozio a Gallarate ma veniva con i suoi campioni in casa della gente e era così un bell'uomo, educato e gentile e con una lappa (una parlantina) così sciolta che le donne lo aspettavano e siccome passava sempre negli stessi giorni dell'anno, si facevano trovare il più eleganti possibile, tiravano in lungo la trattativa e intanto se lo mangiavano con gli occhi.

Quando siamo arrivati dalla sarta, la figlia della sarta era a letto con la broncopolmonite - appena cominciava l'inverno lei prendeva la broncopolmonite. La signora Carloa ha trovato il paltò di mia sorella da qualche parte e le maniche da un'altra, gliele ha puntate con gli spillini e è saltato fuori che erano un po' lunghe. Allora le ha detto di ritornare dopo Natale, per via che la figlia aveva la broncopolmonite.


Al ritorno mia sorella mi ha spiegato che a Milano il sole non tramonta dietro al Resegone, come aveva scritto il Carducci, che si era presa una licenza poetica, poi mi ha recitato un'altra poesia, quella del "Teodorico da Verona, dove vai con tanta fretta?" e io le ho chiesto perché studiava ragioneria se le piacevano così tanto le poesie e lei mi ha spiegato che nella vita non si può mica fare sempre quello che si vuole, soprattutto se si è poveri, col papà fattorino e la mamma operaia, come avevamo noi e a me è venuto il magone perché mi sarebbe piaciuto fare il poeta e avere la licenza di parlare a vanvera.


La figlia della Carloa è morta "sotto" Natale. Era la prima volta che vedevo un morto e mi ha fatto impressione. Anche la signora Carloa: aveva gli occhi rossi, suo marito stava zitto, le donne dicevano il rosario, mia mamma guardava il rabelotto (il disordine) che c'era in giro e faceva una faccia! Al ritorno mi ha detto che lei era stata fortunata a avere tre figli normali e mi ha spiegato che noi eravamo fortunati perché avevamo due mani due piedi e la testa buona, e che la bellezza non è tutto nella vita. Ma io tutta quella fortuna lì non la vedevo proprio.

11.
Il 22 di dicembre, mentre stavamo preparandoci per andare dalla zia di Cinisello, una sorella di mia madre che vedevamo ogni due o tre anni, sull'Unità c'era un lungo articolo sulla pace tra l'Italia da una parte e gli americani, gli inglesi e i francesi e dall'altra. Si diceva anche che "era stato abolito il preambolo". Mia mamma ne ha approfittato per mettere nelle borse anche qualche mandarino, visto che sua sorella la frutta non la comprava mai. L'abolizione del preambolo aveva fatto venire il nervoso a mio papà perché voleva dire che adesso il governo, invece di costruire le case popolari, avrebbe speso i pochi soldi che aveva per comprare le armi dagli americani. "Ci faranno entrare nella Nato per fare la guerra alla Russia, vedrai se non succede così," ha detto a mia mamma e lei gli ha risposto: "Finisci di leggere l'articolo, tanto c'è tempo," e ne ha approfittato per mettere nella borsa anche quattro bistecche che aveva comprato dal macellaio che stava vicino a casa nostra; aveva la roba più buona che allo spaccio del cotonificio però era più caro.

Dopo dieci minuti mio papà ha guardato l'orologio e si è messo a gridare: "Via, via, che perdiamo il pullman" ma mia mamma doveva ancora mettersi la crema Nivea e la cipria e lui ha cominciato a bestemmiare: "Sempre così, mi fai perdere le coincidenze!" Mia sorella grande è rimasta a casa a studiare, noi quattro siamo arrivati a Milano che c'era un'ora e mezza da aspettare la coincidenza. Vicino alla Stazione Centrale, dove abitava un'altra sorella di mia mamma, si vedevano ancora i segni dei bombardamenti americani. In piazzale Loreto mio papà ci ha indicato il posto dove avevano appeso Mussolini e la sua Petaccia e finalmente era finita la guerra.


La zia di Cinisello era identica a mia mamma, solo più alta ma aveva tutto un altro modo di fare. Si dava un sacco di arie perché suo marito lavorava alla Pirelli e il suo maggiore era bravo a dipingere. Mia mamma ha approfittato che mio papà parlava di scioperi con l'operaio della Pirelli e ha svuotato le borse. Mia zia ha messo tutto su un balcone, l'arrosto, le bistecche, la verdura, la frutta e il dolce e ci ha dato da mangiare una minestrina e un secondo di salame "speciale", tagliato finissimo, un'insalata di verze e un budino, anche quello "speciale", che aveva fatto apposta per noi. Suo figlio piccolo, un povero demente di dodici anni, si è rovesciato il budino addosso. L'altro mio cugino, il maggiore, non il demente, mi ha portato al circolo operaio, mi ha pagato una gassosa (che noi chiamavamo gazzosa) e mi ha spiegato come si fanno i cerchi alla Giotto.

Al circolo operaio c'era puzza di vino come al Cral ma anche i ritratti di Marx, Lenin, Stalin, Togliatti e Gramsci e uno striscione che diceva: "Operai di tutti i paesi, unitevi." "Vedi - mi ha detto - è così che deve essere." Gli ho chiesto del preambolo che aveva fatto arrabbiare mio papà ma non ne sapeva niente, erano così poveri che non compravano il giornale. "Tanto ci spiega tutto il segretario di sezione, ci dà anche la linea," e io ho pensato che doveva essere un pittore anche lui, il segretario.


Quella sera siamo tornati a casa stanchi morti e con una fame che abbiamo finito il pane e ho dovuto correre a comprarne un altro chilo. Poi, di notte, prima di addormentarmi ho sentito mio papà che diceva a mia mamma: "Quella là è una criminale, non gli dà da mangiare niente ai figli." "Sono poveri..." gli ha spiegato mia mamma." "E allora perchè non va a lavorare?" "E' sempre stata malaticcia..." "Quella lì fa la madonna pentita ma ha la schiena fredda. E' colpa sua se il secondo è scemo. Come il Tunin e la Tunina, scemi da denutrizione!" Si riferiva a due fratelli che abitavano nella nostra stessa via, che avevano ereditato un cortile interno ma erano deficienti. "Si è spaventata quando il primo è andato in coma per un'indigestione, e si è risvegliato appena in tempo, che lo stavano già mettendo nella cassa.

Da allora..." "Sono tutte balle, è una favola che ha inventato lei, quella lì è una spilorcia, ladra e bugiarda. E la roba che le hai portato, allora? Non ha messo niente in tavola, neanche l'arrosto. Basta! Non ci andiamo più a Cinisello!" Così ho saputo che il mio cugino simpatico a momenti lo seppellivano vivo come nelle vecchie storie di Carolina Invernizio che ogni tanto mio papà si divertiva a raccontare per farci ridere.


Ai primi di febbraio il signor Zuccolotto, un vecchio impiegato iroso che, se la palla cadeva nel suo cortiletto si faceva pregare una settimana prima di ridarcela, stava uscendo di casa quando ha incontrato Don Mansueto, un prete che viveva in una splendida villetta a fianco della chiesa e, a parte dire messa, non faceva praticamente niente. Il prete era tutto infervorato dalla nomina di un certo Gedda a capo dei Comitati Civici. Era stata una decisione di Pio XII in persona. Quando mio papà sentiva la voce del Papa urlava: "Spegni subito quella vacca di una radio!" Il Gedda aveva il compito di scatenare frati, preti, monache, consorelle e confratelli, aclisti e democristi tutti, nella nuova crociata contro le "sconcezze" del mondo moderno, i comunisti e la lussuria.

Mia sorella grande mi ha spiegato che la lussuria era "l'amore sfrenato per il lusso", ma rideva e io non le ho creduto. Don Mansueto ha preso di petto il vecchio Zuccolotto: "Eh, caro mio, stia attento perché i tempi cambiano mooolto in fretta. E' meglio farsi vedere un po' in chiesa, adèèèèsso." Io stavo andando a comprare il pane in un'altra panetteria perchè il mio panettiere mi aveva spaventato: mentre eravamo soli, io e lui, in negozio, aveva avuto un attacco di "brutto male" e era svenuto dentro una cesta di michette. Ho sentito che il signor Zuccolotto diceva: "Eh, don Mansueto, che bei tempi quando andavamo al casino insieme!" Don Mansueto ha messo la tonaca tra le gambe e è scappato via.


A marzo la radio parlava di una "Ceca" che metteva in comune il carbone e l'acciaio ma, chissà perché, mio papà era contrario ai passi avanti della Ceca. Sempre a marzo la nostra maestra ci ha parlato del generale Tito che voleva invadere l'Italia, ma... Giulio Cesare, Muzio Scevola, gli Orazi e i Curiazi e le oche del Campidoglio, per tranquillizarci ci ha fatto un discorso così imbrogliato! Anche alla radio dicevano che c'erano manifestazioni in tutte le grandi città in favore del T.L.T., il Territorio Libero di Trieste. Non ci avevo capito niente neanche quando la Nilla Pizzi si era messa a cantare "Vola, colomba bianca vola... a San Giusto... con l'animo mesto... eravamo uniti e siam divisi... " la canzone preferita dalla zia Nina, la faceva piangere. Insomma, andavo verso i nove anni e il mondo era sempre più difficile.  (continua)
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