viernes, 23 de septiembre de 2011

Messico:Dallo zapatismo alla barbarie (parte 1)

3 decenni di ultraliberismo sfociano nel dilagante strapotere criminale della narcoeconomia 
Antonio Frillici
   1.
   Sarebbe molto lungo un discorso sulla giustizia, che si può tranquillamente affermare non esista in nessun luogo al mondo. 
Quello che però impressiona in Messico è l’assoluto arbitrio.
  Secondo le statistiche, l’80% dei detenuti sono innocenti e il 90% dei delitti rimangono impuniti. La corruzione dei giudici e della polizia è generalizzata. Un discorso a parte meritano gli “judiciales”, un corpo di pubblica sicurezza che agisce in borghese, muovendosi a bordo di macchine senza targa, e che terrorizza la popolazione. All’occorrenza, sono quasi sempre loro a trovare il capro espiatorio necessario.



   La gente, quando si sente in pericolo e può farlo, ricorre all’“amparo”, vale a dire una forma giuridica per cui non può essere perseguita legalmente, essendo appunto “amparata”. Si tratta di una specie di “arimortis”, che non mette però al
riparo dagli “judiciales”, usi al sequestro e all’assassinio.
   
Un caso emblematico di come funziona l’ingiustizia in Messico è quello di
Florence Cassez. Questa poveretta è stata accusata di essere a capo di una banda
di sequestratori. Riconosciuta colpevole di tre rapimenti, viene condannata dap-
prima a 90 anni. Poi, le autorità si accorgono che all’epoca di uno dei rapimenti
era in Francia e la pena viene quindi ridotta a 60 anni. 



In un momento in cui i sequestri erano all’ordine del giorno, era importantissimo trovare un colpevole. Florence, giovane, bella e, soprattutto, francese, era il capro espiatorio perfetto,
soddisfacendo i più squallidi sentimenti antistranieri (la Francia colonizzò il
Messico all’epoca di Massimiliano e Carlotta). Il suo arresto e la spettacolare
liberazione degli ostaggi furono trasmessi dalla televisione in diretta, ma era tut-
to una messinscena: Florence era infatti stata arrestata, altrove, il giorno prece-
dente. 



Questo falso reality-show, condotto sotto la direzione di García Luna, il
sinistro capo dell’AFI (Agenzia Federale d’Investigazione), e trasmesso di pri-
ma mattina, già di per sé inficerebbe la condanna inflitta a Florence. Da allora
(dicembre 2005), la poveretta è in prigione, mentre Sarkozy ne fa un battage
pubblicitario in vista della sua rielezione e, addirittura, arriva a dedicarle l’anno
dell’amicizia franco-messicana, il 2011, col risultato che le celebrazioni sono
cancellate e la situazione per Florence peggiora.
   Genaro García Luna è senz’altro uno dei principali artefici della politica d’in-
sicurezza in Messico. In un Paese che in quattro anni ha visto 40.000 morti nella
lotta “anti-narcos”, costui arriva a dichiarare che i primi risultati di questa guer-
ra si vedranno solo nel 2015, promettendo quindi altri quattro anni di lutti.
  

 2.
   Il 1o gennaio 1994, data dell’entrata in vigore dell’Accordo Nordamericano
per il Libero Scambio (NAFTA), che significava la svendita del Messico al po-
tente vicino settentrionale, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale si sol-
levò. Quel giorno una luce illuminò il mondo. Di colpo, il Chiapas, Stato con
una forte componente indigena, venne conosciuto ovunque, così come il sub-
comandante Marcos, con il passamontagna e la pipa. È da riconoscere a Marcos
il merito di avere attirato l’attenzione del mondo sulla condizione degli indios
messicani e anche di avere inaugurato una stagione di lotte caratterizzate dalla
non-violenza e dalla volontà di raggiungere degli obiettivi senza cercare la presa
del potere, distinguendosi in ciò dalle numerose guerriglie latino-americane pre-
cedenti.


   Mentre si estendevano in tutto il Messico le lotte sociali, la figura di Marcos a
poco a poco, però, si ingessava nel personaggio del subcomandante. Dopo i
primi manifesti di eccezionale vigore, lo scrittore Marcos, ottimo scrittore indi-
scutibilmente, prendeva il sopravvento.
   Quando scoppiò la rivolta di Oaxaca, e poi quella che fu chiamata la Comune
di Oaxaca, si formò un comitato, la APPO (Asamblea Popular de lo Pueblos de
Oaxaca), che diresse le lotte, senza un leader carismatico e nel solco dell’auto-
gestione. (Questa tradizione, particolarmente radicata in Messico, si ricollega da
una parte all’esperienza indigena e dall’altra alle origini del movimento operaio
di questo Paese, origini segnate da una forte influenza dell’anarchismo.) Nono-
stante la durissima repressione operata da Ulysses Ruiz, governatore dello Stato
di Oaxaca, l’autonomia della città durò per circa sei mesi, fino alla fine del
2006, quando fu insediato il nuovo presidente della repubblica.


   Fu allora che Marcos, rimasto abbastanza silenzioso nei mesi precedenti, ri-
acquistò la prima pagina dei giornali organizzando, durante la campagna per
l’elezione del nuovo presidente, “la otra campaña”. Muovendosi per tutto il
Messico, scortato dalla polizia, sostenne che tutti i candidati erano corrotti e che
la gente doveva prendere il suo destino nelle proprie mani, senza bisogno di
caudillos. Un discorso tanto giusto quanto generico, che non teneva conto di chi
erano i candidati in lizza.


   Uno era Madrazo (in messicano “cazzotto”), del Partito Rivoluzionario Istitu-
zionale, che da una parte avrebbe duramente colpito gli attivisti sociali e dall’al-
tra si sarebbe mosso in accordo con i cartelli della droga, secondo la tradizione
del suo partito; un altro candidato era Felipe Calderón, detto Fecal, dalle prime
sillabe di nome e cognome, rappresentante dell’ala destra del partito di destra
Azione Nazionale, neoliberista; infine c’era Andrés Manuel López Obrador
(AMLO, dalle iniziali), ex sindaco di Città del Messico, del Partito della Rivo-
luzione Democratica, osteggiato da tutti i potentati finanziari del Paese, tanto da
essere definito “un peligro para México” dalle televisioni, in quanto fautore di
una politica abbastanza simile a quella di Lula in Brasile (sviluppo del mercato
interno, sostegno ai poveri, revisione del NAFTA). Considerando i tre candidati
alla stessa stregua, Marcos, a mio avviso, fece un errore strategico.


   3.
   Il Messico è un Paese tradizionalmente violento e dove la gente ride di tutto,
“hasta de la muerte” (perfino della morte). Le culture preispaniche erano violen-
te, basti pensare ai sacrifici umani praticati dai Mexicas (cioè gli Aztechi) e an-
che dai Maya dopo l’arrivo del mitico Kukulcan. I sacerdoti strappavano il cuo-
re ai sacrificati e il sangue scorreva lungo le piramidi. Gli spagnoli, portatori del
cristianesimo, erano peggio. È famosa la frase di Oviedo nella sua Storia delle
Indie del 1555 in cui spiega che quando si taglia la testa a un indio bisogna fare
attenzione perché, avendola molto dura, si può rompere la spada. Passando a
tempi più recenti, vale la pena di ricordare una battuta che circolava dopo l’11
settembre: “Sapete perché un hamburger assomiglia alle Torri Gemelle? Perché
dentro c’è carne trita”. Humour (nero), violenza e sangue. Quella messicana è
una società machista, nel senso che molti valori dichiarati hanno a che vedere
con il coraggio e il disprezzo per la paura della morte. “La vida no vale nada”.


   Questa esasperazione dell’idea di virilità ha, come spesso accade, il suo rove-
scio della medaglia. L’omosessualità, sia maschile che femminile, in Messico è
molto diffusa. Però, mentre l’omosessualità femminile è tollerata e spesso accet-
tata, al punto che il pueblo di Tepoztlán è soprannominato Lesboztlán, quella
maschile non è ammessa ed è perciò quasi sempre nascosta dietro una famiglia.
Un’osservazione a proposito del linguaggio, da cui traspare questa esaltazione
del ruolo maschile. Per dire che una cosa è bella: “que padre”; bellissima: “pa-
drissimo” o “de poca madre”. Rimane però l’importanza del ruolo femminile
nella struttura familiare testimoniata dall’appellativo “mi jefa” (la mia capa),
usato di sovente dai figli nei confronti della madre. I rapporti tra marito e mo-
glie o tra uomo e donna sono spesso violenti.


   Il Messico è uno dei Paesi al mondo dove è più diffusa la violenza carnale, a
volte terminando tragicamente con l’uccisione della donna. Esiste un reato spe-
cifico denominato “feminicidio”. È tristemente famoso il caso di Ciudad Juárez,
nello Stato di Chihuahua, dove in pochi anni centinaia di donne sono state vio-
lentate e uccise, ma l’Estado de México non è da meno. Secondo le organizza-
zioni di difesa dei diritti civili, con l’attuale amministrazione i casi di “feminici-
dio” sarebbero già 950. In molti casi gli autori riconosciuti di questi delitti sono
poliziotti o militari e le ONG accusano il governo di essere spesso complice.
   Inoltre, la violenza carnale viene usata ormai sistematicamente contro le lotte
sociali. In Atenco molte donne furono violentate dalla polizia dopo l’arresto e,
in quel caso, ci fu parità di diritti: anche molti degli uomini arrestati subirono la
stessa sorte.


   4.
   Il Messico è sempre stato produttore di marijuana, talmente diffusa che persi-
no la canzone della Cucaracha vi fa riferimento (La cucaracha, la cucaracha, ja
no puede caminar porque no tiene, porque le falta marijuana que fumar...). In
tempi più recenti è diventato anche produttore di oppio. Tutto cambia quando,
con il successo della cocaina, grandi quantitativi di questa droga attraversano il
Messico per essere consumati negli Stati Uniti. È una situazione paragonabile a
quando la mafia siciliana iniziò il commercio dell’eroina. I trafficanti muovono
grandi somme di denaro. Dapprima la strada è quella più breve: dalla Colombia,
via Caraibi, la coca arriva in Yucatán e da lì in Florida. Però, presto, le rotte si
diversificano e si formano così, a seconda delle regioni, vari cartelli di narco-
trafficanti. Il Messico stesso inizia a consumare cocaina anche se, certo, in mi-
sura non paragonabile agli Stati Uniti, che restano il miglior mercato al mondo.


   I narcos, ovviamente, non si limitano al solo traffico di stupefacenti e presto
la loro attività abbraccia tutto quello che c’è di illegale, dalla prostituzione al
gioco d’azzardo e, soprattutto, l’acquisto di armi dagli USA e il passaggio dei
clandestini dal Messico al potente vicino del Nord. Il valico del confine è ri-
schioso e ogni anno sono centinaia i disgraziati che muoiono sia di sete e di
stenti, nel deserto che separa i due Stati, sia uccisi direttamente dalla polizia di
frontiera statunitense.


   5.
   In questa situazione, l’arrivo al potere di Felipe Calderón marca un cambio
deciso. Come già nel 1988 nel caso di Carlos Salinas de Gortari, la vittoria di
Felipe Calderón puzza di brogli elettorali. Però, a differenza dello sconfitto di
allora, López Obrador non accetta la truffa e si proclama presidente legittimo
del Messico. Mentre a Oaxaca continua la rivolta contro il governatore Ulysses
Ruiz, a Città del Messico le manifestazioni di ripudio all’usurpatore si susse-
guono portando in piazza decine di migliaia di persone. Tra l’estate, quando si
svolgono le votazioni, e l’anno nuovo, quando Calderón assume la presidenza, il
potere cerca di guadagnare tempo, confidando nella stanchezza dei manifestanti
e in una repressione selettiva.


   A Oaxaca viene assassinato Brad Will, un collaboratore statunitense di In-
dymedia, e dell’omicidio vengono falsamente accusati i rivoltosi. L’uccisione di
un giornalista straniero è un fatto eccezionale, perché abitualmente sono quelli
messicani a morire ammazzati e in gran numero (basti pensare che dopo la Rus-
sia il Messico detiene il record di giornalisti uccisi). La provocazione dà il via a
una repressione tremenda, con violentissimi scontri di piazza, rapimenti di atti-
visti sociali (molti della APPO), che scompaiono nel nulla, e sistematiche vio-
lenze sessuali su uomini e donne arrestati.
   Con l’anno nuovo, Fecal assume la presidenza della repubblica dichiarando
“la guerra al narcotraffico”.


   6.
   Dopo quarant’anni di fallimenti nella della “guerra alla droga”, lanciata per
primo da Nixon nel giugno 1971, è ormai evidente che la maniera più efficace
per ridurre drasticamente il potere dei narcotrafficanti consiste nella fine del
proibizionismo. Ostinandosi a prescindere da questa sensata prospettiva, per
combattere i cartelli della droga ci vorrebbero comunque una polizia e un eser-
cito integri o almeno non troppo corrotti. Invece in un Paese come il Messico in
cui si dà una continua osmosi tra criminalità e servizi di sicurezza, ristabilire la
legalità diventa molto difficile. Inoltre anche l’apparato giudiziario è fortemente
inquinato, e lo stesso dicasi per gli avvocati, tra i quali la corruzione è diffusis-
sima. Infine c’è da sottolineare che queste organizzazioni, oltre a essere infiltrate
negli apparati di sicurezza dello Stato, sono assai radicate nel territorio, dispon-
gono di ingenti mezzi finanziari e possono mettere in campo una grande potenza
di fuoco. Perciò la guerra di Calderón inizia nelle peggiori condizioni.


   C’è una storiella che indica come questa strategia fosse destinata al fallimen-
to. Al momento del suo insediamento, il nuovo zar antidroga chiede ai suoi col-
laboratori: di quanti soldi disponiamo? Gli viene risposto: di 500 milioni di dol-
lari. Bene! E il narco di quanto dispone? Nessuno risponde. Dietro sua insisten-
za, si sente infine una vocina: infinito... Al di là dell’aneddoto, il traffico di stu-
pefacenti è calcolato in circa 60 miliardi di dollari all’anno. A dichiararlo è
García Luna, diventato nel frattempo responsabile della Sicurezza Pubblica Fe-
derale dopo lo scioglimento dell’AFI. (Lo stesso García Luna, peraltro, è sotto
osservazione da parte della DEA statunitense per presunti legami con il narco-
traffico.)


   Una delle prime misure di Calderón è stata quella di concedere aumenti sala-
riali all’esercito, per assicurarsene la fedeltà; successivamente una nuova legge
avrebbe permesso alla polizia di perquisire le case anche senza mandato. Nel
giro di poco tempo, le uccisioni tra i narcos aumentano, come anche quelle di
sindaci, funzionari e poliziotti. È una escalation impressionante nel numero e
nelle modalità, perché i corpi senza vita delle vittime di faide tra le varie orga-
nizzazioni mafiose, sempre più spesso, vengono ritrovati mutilati. Corpi senza
testa, che non vanno però sui network televisivi mondiali, a differenza di quelli
decapitati in Iraq.
 
(continua)
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