miércoles, 2 de noviembre de 2011

Il boom (1/4)

foto Aldo Bonasia
Oggi siamo al crack ma c'é stato anche un boom, dopo un repentino e delirante passaggio nell'irrealtá yuppies. Dai tarocchi alle odierne  letture dei fondi di caffé da parte degli economisti, factotum chiamati a fornire la nuova pietra filosofale. Invocati a convincerci che il loro stesso farmaco che propagó l'epidemia, riesca pure a debellarla. Riprendiamo il viaggio nella memoria identitaria iniziato con M.F. Rizzotti. Ritrovando il contatto con la quotidianitá collettiva e il riverbero pratico nella base sociale delle dogmatiche assunte ed imposte dalle elites di quella Italia (non ancora I-taglia). Identitá preservata da soggettivitá genuine, salde, impenetrate dal processo di sostituzione dell'immagine alla realtá. Non ancora colonizzate dalla banalizzazione del primato del quantitativo. E' il piacere di ritrovare una lingua verace, aspra e contundente nella sua specificitá.
Martino F. Rizzotti
1- Una sera, mentre tornava in bici dal sacro Cral, il Centro Ricreativo Aziendale Lavoratori, mio papà ha incontrato il Domenico, vice-sindaco, assessore ai lavori pubblici e fidanzato con la Piera, una nostra vicina. Mio papà lo detestava perchè era democristiano - i democristiani non avevano neanche fatto la resistenza e adesso avevano la maggioranza assoluta - però ogni tanto gli faceva dei favori; in paese è così, bisogna andare d'accordo. Il Domenico l’ha fermato e gli ha chiesto se il giorno dopo andava alla cassa mutua: "C’ho lì delle carte da
 portare, se passa dalla ditta, sul presto..." e mio papa, che faceva il fattorino al Cotonificio, ne ha approfittato per chiedergli se cercavano un mezzo perito chimico - che sarei stato io. Lui gli ha promesso di parlarne col sindaco, che alla Montecatini era direttore del personale.

Il Domenico non gli faceva questo piacere per politica; mio papà era incorruttibile e i comunisti, in paese, non contavano niente. Se non fosse stato disperato, mio papà non gli avrebbe mai chiesto un favore, ma io in terza avevo mollato l'istituto chimico e stavo a casa tutto il giorno, come si diceva da noi, a pelà i brok, a sbucciare rametti, insomma a non far niente. Non che fosse difficile trovare un lavoro - col boom economico le ditte ti correvano dietro - ma quando andavo ai colloqui e mi chiedevano: "Ma te, se ti dico di portarmi il bunsen...?" io sentivo già la puzza di acido solfidrico, mi veniva il magone e loro capivano che avevo la testa tra le nuvole e magari gli facevo saltare in aria il laboratorio. Erano due mesi che, come diceva mia mamma, "leggevo romanzetti" e ogni tanto avevo qualche linea di febbre. Allora restavo a letto, divoravo i classici russi e sentivo la musica classica sul terzo programma. Il duo Ornella Politi Santoliquido e Anfiteatro Massimo, solo dai nomi, mi faceva impressione.


Con l’istituto chimico era andata così: i professori mi avevano disgustato subito. In prima, il professor Rogghegher, un gran figlio di puttana con un io sterminato come la sua pancia, mi ha rimandato in disegno tecnico. Glielo gonfiavano i suoi genitori, l'io. "Ha telefonato l'architetto, arriva l'architetto," dicevano. Lo so perché, dopo avermi rimandato, mi ha consigliato di andare a lezione da suo padre, che insegnava disegno alle medie inferiori. Quando uscivamo dall'istituto chimico lo vedevamo, suo padre - la sua classe stava proprio sotto le nostre - che picchiava i ragazzini con la riga da disegno. Menava di taglio, il bastardo!


A noi del chimico non mettevano le mani addosso, ci terrorizzavano: "Quest'anno ci sono dieci seconde, l'anno prossimo ci saranno due terze. Fate voi i conti...". L'architetto, poi, non parlava nemmeno, grugniva! Era stato in Africa e ci trattava come schiavi; non coniugava i verbi, usava solo l'infinito "Fare tavola numero 8," ci diceva e si metteva a leggere la Notte o Candido. Se gli chiedevi una spiegazione, prendeva una matita numero 1, ti faceva uno scarabocchio indelebile sul foglio che dovevi ricominciare tutto da capo e urlava: "Cristo Madonna, non vedi che sto lavorando?", l'unica frase in corretto italiano che gli abbia sentito pronunciare, e continuava a leggere le pagine di sport.


Suo papà mi ha spiegato in anticipo che disegno avrei dovuto fare all'esame e mi ha spiegato come lo voleva "l'architetto". Io, anche se non ci capivo niente di putrelle e di manovelle, mi sono sentito in una botte di ferro e all'esame di settembre disegnavo svelto come un treno. Il Rogghegher mi si avvicina e mi guarda come fossi un verme schifoso, "Cristo Madonna, - mi fa - chi essere il cretino avere detto fare così?". Non potevo dirgli che era suo padre, anzi lui. Ho seguito le nuove istruzioni e mi ha promosso. Poi, all'inizio dell'anno, di fronte a tutta la classe mi fa: "Io avere promosso te ma te non avere meritato, avere sbagliato."


Si aspettava che gli rispondessi: "Grazie, buana"?


Io quello lì l'avrei ammazzato volentieri, gli avrei spaccato la testa - ce l'aveva piccola e pelata - o gli avrei cavato un occhio con una matita numero uno. Ma poi, per essere giusto, avrei dovuto ammazzarne una decina, di professori. Erano una massa di stronzi insopportabili. C'erano due tipi di sadici; quelli alla Rogghegher e quelli come l'insegnante di elettrotecnica. Questo qui ce lo siamo trovati davanti il primo giorno di superiori completo di guanti, cappello, abito di velluto, camicia con jabot e fularino; mai vista una cosa simile, neanche in televisione. Noi ragazzotti di paese vestivamo ancora in calzoni corti, maglioni infeltriti con la chiusura a bottoni su una spalla e lui si presenta vestito come un lord inglese pronto per la caccia alla volpe! E, naturalmente, aveva l'erre moscia.

Appena entrato, il lord si sfila i guanti e li depone nel cappello, poi ci detta un problema che ci lascia di sasso e si mette a leggere il giornale. A certi gli venivano giù i lacrimoni, pensavano già di ritirarsi! Cinque minuti prima della fine della lezione il lord si alza, risolve il problema, e commenta: "Come lor signori possono constatare, il teorema di Talete permette soluzioni brillanti, ma va usato con discernimento.". Si è rimesso guanti e cappello e se s'è andato. Siamo rimasti muti a guardare la porta come se avessimo avuto un incubo, fino a quando il più coraggioso della classe, un pluri-ripetente, ha bisbigliato: "Uregiùn", che vuol dire omosessuale e ci siamo messi a ridere. Il papà del pluriripetente era proprietario di una macelleria, il figlio, in attesa di andare soldato, frequentava solo prime superiori.


O come quella di scienze: veniva a scuola truccata da puttana - allora faceva ancora effetto - e, a sentire lei, tutti i minerali del mondo (era fissata con i minerali) si trovavano nell'Erz Gebirge sassone-boemo. E come lo pronunciava! Sembrava che ci aizzasse contro un cane lupo: "Erzghebirghe, vai, sbranali!" Era molto amica di quello di elettrotecnica, si filavano, lei poteva essere sua mamma. Invece il Rogghegher si faceva quella di chimica, carina, delicata, un tipo fine, che ci chiedevamo come facesse a scoparla senza romperla. Eravamo ingenui e il sesso lo imparavamo dalle barzellette. Non che quella di chimica fosse un angelo, anzi… Se meritavi la sufficienza ci pativa, sembrava le avessi rapinato il suo sapere

Quando mi sento magnanimo penso che anche loro avranno avuto professori stronzi, probabilmente ancora più stronzi di loro e si vendicavano su di noi. Il maestro di mio padre, ad esempio, era ubriaco fino dal mattino presto e appendeva i bambini fuori dalla finestra tenendoli per le orecchie. I suoi scolari lo andavano a prendere all'osteria e lui li seguiva barcollando. Li picchiava sulla testa con la tabacchiera, di spigolo. Il parroco inculcava la dottrina cristiana con lo stesso metodo e i genitori andavano dal maestro e dal prete a pregarli di menare i loro figli, che poi a casa, ci avrebbero pensato loro a dargli un’altra ripassata.


Altro esempio: il professore di falegnameria, un coglione pieno di boria, ci aveva dettato una lista di legname lunga dieci pagine. Di ogni legno dovevi sapere se era poco duro, duro o durissimo, poco dritto, dritto o drittissimo, poco elastico, elastico o elasticissimo. Io tiravo a indovinare. Una volta, alla domanda di illustrare vari tipi di seghe ho esordito con la sega a mano; giù tutti a ridere. Al secondo anno ero già al limite, al terzo non ne potevo più. A diciassette anni avevo certi nervosi di mio! Io la odiavo, la chimica, mi piaceva la letteratura ma avevamo una prof di italiano così pedante! Ci spiegava Dante come se dovessimo laurearci in storia medioevale. Era racchia e frustratissima ma si teneva su coi tacchi alti, i vestitini alla moda e un cerone che sembrava nutella. Una volta arrivo a scuola e la Nutella ci dà un tema qualsiasi, non ricordo quale. Era contenta di vedermi però, contenta perchè ero diventato una rarità. Di solito, invece di andare al chimico, restavo sul treno fino a Milano e via, alla piscina Cozzi o al cinema Marconi, quello dei malavitosi, con le puttane e tutto, aperto anche di mattina. Era un cinema pazzesco, gente che urlava, che si menava, che volava giù dalla balconata, ma appena cominciava il film con Tyron Power - davano solo film con Tyron Power - se osavi fiatare eri finito.

I malavitosi sono proprio coglioni. Insomma, la Nutella detta il titolo del tema e io ne ho già lì uno pronto. Scrivo una breve introduzione per legare - si fa per dire - il titolo al testo che parla di tutt'altro e via, copio senza cambiare una virgola. Era una cosa alla Hemingway, con molte ripetizioni, poetica. Parlava del mio cortile e ad un certo punto lasciava capire che qualcuno accennava... ma così... vagamente… forse… alla masturbazione. La Nutella capisce al volo e si scandalizza. Mi ha passato al preside. Quello! Un chimico provetto, dalla oscura fama di avvelenatore di mogli ma, quanto alla masturbazione, assolutamente inflessibile. Mio padre, riguardo al sesso, era quello che si dice un tipo aperto. Non credo che praticasse un granché, già allora, ma insomma i libri di Guido da Verona e di Umberto Notari li aveva letti, quelle signore gli piaceva guardarle, era meno inibito della media sull'argomento. Ma non mi considerava un membro del suo club.


Prima di Natale ci arriva a casa una raccomandata: "Presentarsi in presidenza il giorno tale..." Era da un bel pezzo che mio padre aveva perso ogni fiducia in me e quindi non si è stupito che fossi finito nelle grane. Gli dico: "Sarà per le assenze..." Partiamo. A lui giravano perchè perdeva un giorno di ferie, io ero abbastanza allegro perché mi immaginavo di trovare altri grandi bigiatori in stazione. Avevo fatto il conto che, compresi quelli già sul treno, prima di Rho saremmo diventati una ventina. Per inciso, a quei tempi Rho era uno dei posti più brutti, con l'aria più fetida che si potesse immaginare. Però c'era un tale che produceva salumi e aveva una casa tutta ricoperta di edera e in cima una bella terrazza ricoperta di cotto. Una volta, su un libro di cucina, ho visto una foto di quella terrazza, con i suoi salumi ben disposti in piatti di ceramica, su delle tovaglie ricamate, scattata in un giorno in cui la visibilità era scarsissima: si vedevano solo i salumi, le coperte, i vasi di cotto, la bella cupola della basilica lì vicino e nient'altro. Così uno era portato a credere che Rho fosse un posto bellissimo. Invece faceva schifo. Sul treno non c’era nessuno dei miei amici di bigiate. “Avranno preso quello prima,” penso io. Comunque, anche in stazione non vedo nessuno dei mie compagni di baldoria e comincio ad avere qualche dubbio sulla mia ipotesi, ma con l'intuito dei disperati dico a mio padre che forse ci avevano scaglionati lungo tutta la giornata, per non averci lì tutti insieme.


Mio padre è entrato in presidenza e io sono rimasto in anticamera. Ho sbirciato dal buco della serratura e ho visto che il preside leggeva il mio scritto - assolutamente fuori tema ma proprio bello. Lo stile era quello che fa diventare tutti mitici come in Fiesta. Non che avessi scritto Fiesta, per carità, ma i miei amichetti del cortile li facevo parlare come i personaggi di Hemingway, vaghi, allusivi, ripetitivi, gli facevo fare un figurone. Mio padre era contro l'ordine costituito ma sognava un altro tipo di ordine costituito, quello sovietico, e qui cascava l'asino. Di fronte al preside che teneva in mano il mio tema come fosse avvelenato - sembrava avesse in mano uno stronzo, non un pezzo di carta, tanto che a un certo punto l'ha lasciato cadere per terra - mio padre ha cominciato a scuotere la testa e a dargli ragione. Quell'altro ci godeva a umiliarlo.

Ho provato tristezza per mio padre, mi sarebbe piaciuto più gagliardo. In conclusione, mi hanno sospeso per tre giorni e cambiato di sezione. Nutella non mi voleva più vedere e se la incontravo in corridoio saltava dall'altra parte come se mi stessi masturbando e avesse paura degli schizzi. Durante le lezioni di italiano dovevo sedermi al primo banco così il prof - un triste vecchietto dalla barba piena di forfora - poteva controllarmi le mani. Se poi aprivo bocca, anche solo di un millimetro, mi gridava di stare zitto. Era veramente cretino. Io sarei anche riuscito a sopportarlo, il tipo; dopo tutto era solo preoccupato che non organizzassi mastrubazioni collettive, ma l'idea di passare la vita a occuparmi di molecole, a quel punto, mi ripugnava.


La Montecatini emetteva puzze tremende eppure era il sogno di ogni onesto lavoratore, perchè i salari dei chimici erano più alti di quelli del tessili e dei meccanici. Si stava espandendo, cercava manodopera e un mezzo perito come me, da assumere con la qualifica di manovale semplice, faceva comodo. Il sindaco, durante il colloquio, mi ha spiegato che mi prendeva solo per via della stima che aveva di mio padre, una persona onesta, diceva lui, “che fa onore a un paese famoso per l’onestà della sua giunta e per la correttezza dell’opposizione”, che non contava niente. Comunque, se superavo i tre mesi di prova, mi avrebbero assunto.
(continua)
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