jueves, 13 de septiembre de 2012

Il caso Assange, il Venezuela e i media golpisti in America Latina

Foro Sao Paulo, Caracas, Chávez con Mélenchon
ECUADOR SOTTO ATTACCO 
J.L.Mélenchon 
Il caso Assange è un affare di stato per gli Stati Uniti d’America. E da quando si è messo in mezzo, il governo progressista di Rafael Correa è stato preso di mira dalle agenzie di influenza nordamericane. I grandi giornali del «blocco» si sono messi in movimento. Ma, in modo ancora più sorprendente, anche quelli della periferia, come «Charlie Hebdo», a cui Maxime Vivas e «Le grand soir» hanno dato una risposta molto argomentata, se si tiene conto dell’importanza di questo giornale negli ambienti dell’altra sinistra. Ma la maggior
parte della «grande stampa» non ha tardato a mettersi in posizione di attacco, prima
insidioso poi apertamente accusatorio.
Il bombardamento si è svolto su due piani: in primo luogo contro la persona di Assange, descritto come un personaggio isolato, rinnegato da tutti i precedenti sostenitori, psicologicamente instabile e, come se non bastasse, accusato di «stupri e aggressioni sessuali», ovviamente al plurale! L’altro piano di attacco è rivolto contro il governo e il presidente ecuadoriano, presentati come nemici della libertà di stampa che professano una concezione a geometria variabile del diritto d’asilo. Da questo punto di vista alcuni articoli del Figaro rappresentano i peggiori modelli della ripetizione di elementi di linguaggio importati. Ne fornisco un esempio, ma sottolineo che, a seconda dei redattori, non tutti gli articoli hanno la stessa linea. 

In questo modo possiamo affinare la lista delle persone sotto influenza. La tecnica è sempre la stessa: una successione di affermazioni presentate come ovvietà «arcinote», che in realtà non sono altro che menzogne spudorate che il lettore non ha alcun modo di individuare. Sulla stessa linea, la mezza pagina di Le Monde a proposito del diritto d’asilo falsamente rifiutato a un bielorusso in Ecuador è un altro esempio di articolo in cui è facile indovinare l’influenza degli «amici». Ad ogni modo si tratta di una carrellata di affermazioni e insinuazioni integralmente smentite!

In realtà gli «argomenti» delle sei famiglie che detengono la quasi totalità della stampa ecuadoriana sono ripresi da tutta la stampa internazionale. Ma chi li diffonde? Vogliamo credere che i già pochi giornalisti delle rubriche internazionali delle grandi testate leggano quotidianamente i giornali dell’Ecuador? No di certo. Allora chi fornisce le sintesi? Ad ogni modo, il risultato è efficace. Rafael Correa è descritto ovunque, con le stesse parole e gli stessi registri della stampa di destra e di estrema destra dell’Ecuador, come «poco attento alle libertà di espressione» e il paese è addirittura definito, senza alcuna prova o accenno di spiegazione, uno «Stato noto per le sue continue violazioni della libertà distampa» (Le Figaro), il cui presidente «malmena la libertà di espressione nel suo paese» (Le Monde), quando non è trattato chiaramente da «dittatore» (nei media latinoamericani). I «media indipendenti» già li conosciamo da noi! Ma essi sono particolarmente ridicoli!

I «media indipendenti» ecuadoriani sono di proprietà personale di sei famiglie fortemente impegnate nell’opposizione di destra e di estrema destra. Conoscono bene l’affare Assange: hanno infatti vietato ai loro giornali di pubblicare i telegrammi di Wikileaks. Eppure Le MondeEl PaìsDer SpiegelThe Guardian e The New York Times l’avevano fatto, senza lesinare sulla pubblicità e con ogni sorta di discorso autocelebrativo. Si potrebbe dubitare delle loro intenzioni nel pubblicare i telegrammi. Non è stata forse un’ottima maniera per dare risalto ad alcune informazioni a discapito di altre? In effetti in alcuni casi la selezione è stata sorprendente. Ad ogni modo in Francia abbiamo potuto scoprire delle scene alquanto incredibili. Come la sfilata di responsabili socialisti venuti ad assicurare agli USA il loro sostegno alla guerra del Golfo che la Francia, su iniziativa del presidente Jacques Chirac, aveva appena negato.

Da quel momento tutto il piccolo mondo mediatico ha voltato gabbana. Tutti hanno abbandonato Assange e, con lui, la doxa tradizionale sulla protezione delle fonti, che è poi la ragione per cui le agenzie di sicurezza statunitensi si accaniscono contro di lui! Il fatto che gli attacchi tentino di mettere in discussione l’Ecuador e il suo governo progressista è molto significativo e vale come una vera e propria firma. È infatti evidente, se ancora si avevano dubbi, che non esiste un «casoAssange», ma solo un caso da agenzia di sicurezza in un luogo in cui le pratiche imperialiste sono messe in discussione e i suoi bracci armati tenuti in scacco! Basterebbe che, invece di ripetere gli «elementi di linguaggio» degli ambasciatori e i dispacci sotto influenza, un giornalista si recasse in Ecuador. 

Si accorgerebbe che la libertà di calunniare e insultare il governo e il presidente, nella stampa è totale. Vedrebbe che è difficile trovare un qualche giornale o libro favorevole al governo, visto a che punto l’oligarchia locale è libera di scatenarsi contro il presidente. È quindi facile indovinare su che dati si è basata e da chi è finanziata «Reporter senza frontiere», il filone d’oro del neo-lepenista Robert Ménard, per mettere l’Ecuador al 104° posto su 179 in materia di libertà di stampa! Aspettiamo di conoscere i criteri di questa classifica! Possiamo infatti immaginare che non intenda denunciare la dominazione delle sei famiglie sui mezzi di informazione. Capiamo quindi che Le Figaro dà la parola a un’ex ministro di Aznar che denuncia una «frode allo stato di diritto» nel caso Assange, perché il suo avvocato è l’ex giudice Baltasar Garzon contro cui il governo spagnolo si è accanito, fatto che il nobile giornale «indipendente» dimentica di ricordare! Il grande quotidiano di destra può inoltre credere, senza porsi ulteriori domande, che la prova del carattere dittatoriale del governo di Correa sia data dal fatto che è sostenuto dall’Alleanza Bolivariana delle Americhe (ALBA) e quindi da Venezuela e Cuba! In effetti è proprio una prova irrefutabile! 

E come non lodare l’exploit investigativo di Le Monde che, senza nemmeno aspettare che la giustizia ecuadoriana abbia dato il suo verdetto, denuncia «l’ospitalità ecuadoriana a geometria variabile» nel caso del bielorusso Alexander Barankov. Le Monde, per semplice rispetto verso i suoi lettori, avrebbe potuto menzionare che il presidente Correa, in virtù della separazione dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, non può pronunciarsi sull’estradizione del bielorusso prima della Corte Nazionale di Giustizia! Stanno quindi mentendo, insinuando e calunniando spudoratamente. 

Il loro ruolo è quello di condizionare l’opinione internazionale perché non reagisca in caso di un colpo di stato. Perché ovviamente l’impero non si disarma mai, ma prepara e porta avanti senza tregua dei colpi di stato. Ne ha tentato uno contro Correa, Chavez, Evo Morales. Recentemente due sono riusciti, contro Fernando Lugo in Paraguay e contro Manuel Zelaya in Honduras. Il coro dei cantastorie era allora scomparso. E anche il loro corporativismo ordinario ha taciuto: in questi due paesi dei giornalisti sono stati arrestati e assassinati senza che nessuna di queste grandi coscienze a geometria variabile esprimesse la sua indignazione.

L’accanimento contro il presidente Correa ha inoltre un aggancio locale, se così si può dire. In tutta l’America del Sud sulla via della liberazione, si pone la questione del ruolo dei mass media! Tutti i nostri amici hanno definito delle strategie d’azione, differenti da un paese all’altro. Oggi non stiamo più a guardare. Il lavoro di liberazione e di emancipazione si occupa anche della sfera mediatica. Vengono discusse e votate leggi di liberazione che mirano tutte, senza eccezione, a spezzare i monopoli di stampa e a garantire la pluralità d’espressione. Anche l’Ecuador si è fatto carico del problema.

Il governo è fermamente deciso a fare applicare la Costituzione ecuadoriana, adottata per referendum al 63,9%, che prevede principalmente, con l’articolo 17, il divieto degli oligopoli o monopoli dei mezzi di informazione e il sostegno ai media pubblici, comunitari e privati. Per conformarsi alla costituzione, il governo propone una legge organica di comunicazione. L’opposizione, quindi in primo luogo gli stessi mezzi di informazione, denuncia questo progetto di legge e lo soprannomina «ley mordaza» («legge bavaglio»). Al contrario questa legge vieta qualsiasi censura preliminare alla pubblicazione o alla diffusione. Un consiglio di regolazione dell’informazione sarebbe incaricato di lottare contro la censura. E anche, ma a posteriori, contro ogni apologia della violenza, delle discriminazioni, del razzismo, della tossicomania, del sessismo e dell’intolleranza religiosa o politica, conformemente alla Costituzione ecuadoriana. 

Il testo obbliga inoltre i media alla trasparenza sul loro modus operandi. Obbliga il governo a mettere in opera tutti i mezzi necessari per garantire l’accesso di ogni cittadino a un’informazione plurale. I sottotitoli e la traduzione in lingua dei segni diventerebbero obbligatori. La pluralità sarebbe garantita soprattutto da una divisione in tre spettri di frequenza di radio e di televisione: 1/3 sarebbe privato, 1/3 associativo (senza fini di lucro) e 1/3 pubblico (di proprietà dello stato ma anche delle collettività territoriali). Ecco in cosa consiste la «legge terribile» che minaccia l’oligarchia ecuadoriana e che i media internazionali denunciano in coro senza riguardo per la pluralità dell’informazione e il rispetto del voto degli ecuadoriani.

La guerra per la libertà dei mezzi di informazione contro i monopoli di denaro o di opinione avanza. Deve ispirarci. La tattica cambia a seconda dei paesi, è evidente. Ma ormai è provato che si può rinunciare all’approvazione e ai complimenti della stampa, soprattutto scritta, a condizione di avere una chiara strategia frontale di rifiuto dei favoreggiamenti e di attaccare i loro punti deboli. E sappiamo quali sono i loro punti deboli. Ovviamente il primo è il nero corporativismo che imperversa, senza eccezione, a scapito della verità dei fatti che dovrebbe invece giustificare l’infallibilità di questi nuovi grandi sacerdoti. Il secondo è la volgarità degli insulti proferiti dai più importanti buddah mediatici contro coloro che non apprezzano, che smentisce le loro prediche ipocrite contro l’aggressività e l’intolleranza. Infine è raro che la corazza di interessi che li dominano non traspaia. […] Alcuni pagano segretamente i partiti, altri i giornali. Una sfumatura.

In tutti i nostri paesi in via di liberazione i nostri amici governano senza e contro la maggior parte dei mezzi di informazione. Noi, a nostra volta, ci troveremo di fronte alla stessa situazione quando sarà il momento. E tuttavia la popolarità dei nostri amici non cala. Da decenni le sei famiglie che detengono i principali media ecuadoriani fanno il bello e il cattivo tempo in materia di politica in Ecuador. Eppure il presidente Correa si mantiene all’80% delle intenzioni di voto alla vigilia delle nuove elezioni. Peggio per loro: le prove dei progressi messi in opera dal governo sono abbastanza tangibili perché gli ecuadoriani e le ecuadoriane siano stufi delle menzogne dei mass media, e le vendite crollano. 

Possiamo constatare la stessa situazione in Argentina, di cui sentiremo parlare presto e su cui vi dirò la mia opinione qui a breve. Prima parlerò, nel mio prossimo post, del buon avanzamento della campagna elettorale in Venezuela. In settembre numerosi articoli e «documentari» faranno scorrere fiumi di fango sui nostri amici. Le agenzie hanno infatti il compito di preparare le opinioni in vista del colpo di stato che, come al solito, è in preparazione. Se il margine di vittoria sarà largo i reazionari non potranno fare niente. Ma se vinciamo di poco avremo diritto a una grossa campagna di destabilizzazione e probabilmente a delle operazioni violente.
tradotto da Silvia M.
Editato da Alba Canelli
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